Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Astensione e protesta esplicita non sono la stessa cosa

24 Settembre 2012

Leggo qui che la scrittrice Susanna Tamaro, indignata nei confronti della politica di casa nostra, sarebbe orientata all’astensione in occasione delle elezioni della primavera prossima.

Come forse ricorderanno i miei lettori, io vado in cerca di una rivoluzione bianca, vale a dire di una rivoluzione il cui effetto sia paragonabile alla storica rivoluzione francese, ma senza arrivare allo spargimento di sangue.

So che molti avrebbero tanta voglia di issare nelle piazze di tutta Italia una novella ghigliottina, con attorno i cittadini a sghignazzare e a battere le mani ad ogni testa caduta. Ma oggi non si può. Ci sono modi nuovi, rispettosi della persona fisica, ma altrettanto duri nell’isolarla dal contesto democratico in cui si sono mossi molti dei nostri politici come tanti vermi purulenti. L’ostracismo democratico, il disprezzo nei loro confronti valgono oggi quanto la mannaia dei secoli scorsi.

Da vari mesi in testa al mio sito, trovate questa scritta: “LA NOSTRA RIVOLUZIONE BIANCA. Se le cose non miglioreranno, nel 2013 non disertiamo le urne. Andiamo tutti a votare scrivendo o incollando sulla scheda una frase come questa:  Tornerò ad esprimere il mio voto quando avrete ridotto le tasse, gli sprechi e quando potrò scegliere premier, maggioranza e programma”.

È solo un esempio, e ogni elettore potrebbe decidere di scrivere anche altre frasi di contestazione secondo la sua sensibilità. Naturalmente anche più sintetiche e sbrigative, ma tali da lasciar cogliere che il suo impegno per la politica non è ancora venuto bene, che il suo interesse al bene del Paese sopravvive agli scandali, ma che non desidera più avere a che fare con una classe politica quale quella che si presenta al giudizio dei cittadini e che ci ha condotto al disastro attuale e agli scandali orribili che hanno compromesso la dignità e l’onorabilità delle nostre istituzioni.

Come ho già scritto, io mi rifiuterò di scrivere il nome di qualsiasi nostra istituzione con la lettera maiuscola, fino a quando esse non avranno riguadagnato la mia fiducia.

Mi limiterò solo alla maiuscola per i nomi che indicano la mia patria, ossia Stato, Italia, Nazione, Repubblica, Paese e forse qualche altro che in questo momento dimentico, ma le parole: senato, camera dei deputati, presidenza della Repubblica, corte costituzionale, consiglio superiore della magistratura, parlamento, ed altro di simile non meritano di essere scritte con la lettera maiuscola come ero stato educato a fare, fino a che non lo meriteranno di nuovo le persone che sono e saranno chiamate a rappresentarle, almeno dal mio punto di vista. È la prima lieve protesta che mi sono deciso a mettere in atto, in attesa dell’appuntamento elettorale. Una prima freccia scagliata a mo’ di avvisaglia di una rivoluzione che potrebbe provocare un autentico terremoto.

Come è noto, tra le istituzioni che scriverò con la minuscola rientra anche la presidenza della Repubblica. Il motivo lo conoscete. Temo che Napolitano nei nastri di cui chiede alla consulta la distruzione ci nasconda qualcosa di “scottante” e a lui non posso perdonare l’inquietante atmosfera di sospetto che incombe sulla carica che ricopre, la quale non gli appartiene (non deve mai dimenticarlo), ma appartiene alla sovranità popolare, e dunque deve in ogni istante garantirne dignità e prestigio. Come? Con la virtù della trasparenza, e con il proposito di non celare mai niente ai cittadini che ne chiedano conto.

Invece il capo dello Stato, anziché rispettare questa esigenza, pare che sia preoccupato a mantenere segreto un contenuto che molti ormai sospettano rivolto ad agevolare l’ex presidente del senato Nicola Mancino coinvolto processualmente a Palermo nel famigerato caso della trattativa tra Stato e mafia, nel quale ormai pare accertato che siano implicate altissime personalità della nostra Repubblica.

Se ciò fosse vero, si tratterebbe di un comportamento, anche se forse penalmente irrilevante, tale da esigere le immediate dimissioni del capo dello Stato, senza alcuna indulgenza. All’estero per molto meno si sono dimessi ministri e capi di Stato.

Ho insistito qui sul caso Napolitano poiché la vicenda mi addolora, e ancora di più mi addolorano l’ostinata reticenza del capo dello Stato e la sua pretesa di potersi avvalere di un qualche pessimo privilegio la cui conseguenza sarebbe una sola: compromettere con un sospetto irrisolto e perciò sempre incombente  il prestigio della carica che ricopre, la quale, come ho scritto, non gli appartiene, ma appartiene ai noi cittadini che, attraverso il parlamento, gliela abbiano affidata per un tempo limitato.
Un po’ come se consegnando a qualcuno un nostro tesoro, egli stesse per dissiparlo e si rifiutasse perfino di darcene conto. Leggo qui che Luigi Li Gotti si è ricordato finalmente della gravità del comportamento di Napolitano (ma nella commissione per i procedimenti d’accusa contro il capo dello Stato poteva e doveva fare di più, e invece si è messo in ginocchio, e ora piange come pianse la Fornero. Mi aspetto dunque da lui un po’ più di coraggio e pervicacia). Questo ciò che ci racconta la cronaca circa l’intervento di Li Gotti a Vasto:

“«Noi abbiamo il massimo rispetto per il presidente della Repubblica ma abbiamo l’ansia di sapere la verità – ha detto Luigi Li Gotti durante un intervento applaudito con una standing ovation – e lui ci deve rispetto. Quando Napolitano disse, in occasione dell’anniversario dei 20 anni dalle stragi, che bisognava scoprire la verità, noi – aggiunge con voce rotta dall’emozione – ci abbiamo creduto. Avremmo davvero desiderato che fosse così. Ma quando poi scopri che Mancino chiede aiuto al Quirinale per non fare il confronto con Martelli e chiede che si tolga l’inchiesta alla procura di Palermo, noi ci siamo sentiti profondamente offesi come cittadini ».
Per Li Gotti la verità va costruita «centimetro dopo centimetro », ma il Colle non ha mantenuto le promesse e perciò, conclude il senatore dell’Idv che è anche componente dell’Antimafia, «siamo grandemente delusi ».

È per richiamare e pretendere valori di rispetto, di moralità, dignità, trasparenza ed altre virtù necessarie in politica, tra cui spicca lo spirito di servizio al Paese, che l’eventuale astensione dal voto immaginata dalla Tamaro non è sufficiente, anzi è poca cosa, non avendo alcuna peculiarità, ed essendo tale da potersi mescolare a componenti assai poco esplicite, foriere di interpretazioni di comodo.

Non è, insomma, la rivoluzione bianca da me caldeggiata, la quale deve essere esplicita e deve manifestarsi nel contesto democratico più significativo, che è quello del voto all’interno di una cabina elettorale. Occorre, ossia, che si concretizzi attraverso l’espressione di un pensiero esplicito, di un rigetto netto di coloro che si presentano al nostro giudizio per vedersi rinnovata la nostra fiducia.

No. Noi questa fiducia non gliela rinnoveremo, e perché non vi sia fraintendimento, noi andremo fisicamente dentro la cabina, non modificando in nulla il nostro impegno di elettori, ossia manifestando con un atto concreto ed inequivocabile il nostro diritto-dovere del voto, e scrivendo di nostro pugno, anziché una croce su questo o quel simbolo, su questo o quel candidato, una frase di rigetto e di rifiuto di una politica quale quella   che lorsignori, che pretendono la conferma del loro incarico, hanno malamente esercitato privandoci di dignità e di rispetto.

Tutto ciò prima che accada quanto Giampaolo Pansa paventa qui.


Letto 1516 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart