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Tutti i complici del declino + Caso Napolitano

24 Settembre 2012

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 24 settembre 2012)

Ma perché mai dovrebbe esserci in Italia un futuro di crescita economica, di ampliamento della ricchezza individuale e collettiva, di assorbimento e valorizzazione delle energie giovanili, se entrambi i principali strumenti di guida e controllo della collettività, la politica e il diritto, danno l’impressione di essere stati plasmati per favorire il declino, l’accelerazione della de-industrializzazione del Paese, l’accrescimento e la diffusione della povertà?

Partiamo dal diritto. Si accusano sempre e soltanto i politici per le astruserie delle norme che regolano l’amministrazione pubblica e i rapporti fra amministrazione e cittadini. Ma i politici sono solo dei coprotagonisti e, spesso, anche impotenti (basti vedere come il cavillismo, di cui l’amministrazione pubblica è maestra, riesca oggi a ritardare, e forse anche a sabotare, l’attuazione di diverse riforme varate dal governo Monti). Quella impalcatura giuridica, soffocante e irrazionale, è gestita, plasmata, interpretata da una «infrastruttura amministrativa », una burocrazia, che, per mentalità prevalenti e stili di lavoro, è assai poco compatibile con le esigenze di una società industriale in crescita.

Tale uso perverso del diritto da parte di burocrati addestrati a non fare i conti col principio di realtà non caratterizza solo l’amministrazione. Tanti operatori giudiziari sono dello stesso conio, figli della stessa tradizione giuridica che ha formato gli amministratori. Basti vedere come viene giudiziariamente gestita la vicenda dell’Ilva di Taranto. Non sembra che si voglia contemperare a tutti i costi, tenendo conto dei dati di realtà, bonifica e salvataggio della continuità produttiva e delle quote di mercato dell’azienda. Sembra piuttosto che si voglia dare, anche lì, un contributo alla de-industrializzazione del Paese. Come se la disoccupazione e la conseguente povertà non fossero anch’esse attentati alla salute, cause di mille malattie. Oppure pensiamo ai ricorsi Fiom contro la Fiat. La Fiom ha già vinto un importante ricorso su Pomigliano. Poniamo che anche altri magistrati le diano ragione. Non sarebbe forse quello, alla fine, un ottimo argomento per spingere la Fiat a prender su baracca e burattini e andarsene definitivamente? È da dubitare che ci sarebbe in tal caso una vittoria dei «diritti dei lavoratori »: quei diritti, comunque definiti, si estinguerebbero, non essendoci più i lavoratori.

Guardiamo ora alla politica. È troppo comodo, è troppo facile dire che la «demagogia » è solo quella di Beppe Grillo. Se per demagogia si intende promettere senza tener conto dei dati di realtà, senza precisare come, con quali soldi, e presi dove, e con quali conseguenze, si onoreranno le promesse, allora la demagogia è di casa ovunque: è il modo dominante mediante il quale i politici, vecchi e nuovi, si rivolgono all’opinione pubblica.

Dario Di Vico (Corriere , 22 settembre) ha ben illustrato a cosa abbia condotto la demagogia nella vicenda dell’inceneritore di Parma. I grillini avevano promesso di bloccare l’opera senza però precisare quale salasso ciò avrebbe comportato per le già disastratissime finanze comunali: una penale di 16 milioni di euro. E senza badare al fatto che la «soluzione » cosiddetta alternativa (esportare i rifiuti, secondo il luminoso esempio napoletano) imporrebbe ai contribuenti costi altissimi.

Ma, come si è detto, è facile prendersela con i grillini: con il no all’inceneritore non stanno facendo nulla di diverso da ciò che, prima di loro, hanno già fatto altri amministratori in altre zone del Paese.

Oppure, si prenda il caso di Berlusconi: promette di abolire l’Imu ma dimentica di dire da dove prenderà le risorse. O quello di Bersani, il quale, nel rigoroso rispetto della «agenda Monti » (qualunque cosa questa espressione significhi) si circonda di uomini che intendono rovesciare come un guanto la suddetta agenda, dalle pensioni al lavoro.

O si pensi a chi invoca patrimoniali in un Paese già super tassato. O a chi vaneggia di politiche industriali (che, tradotto dal politichese o dal sindacalese, significa massicci investimenti pubblici) per «sostenere l’occupazione », come se vivessimo ancora nel mondo relativamente chiuso e protetto del 1960 anziché in quello, globalizzato e iper competitivo, del 2012. Eppure, forse per la prima volta nella storia del Paese, c’è la possibilità che la demagogia abbia stancato una parte almeno dell’opinione pubblica e che quella parte attenda solo che qualcuno se ne accorga. Magari, chissà?, si è aperto uno spazio per l’anti demagogia (quella vera), la quale consiste nello spiegare dettagliatamente che cosa si intenda fare, con quali costi e quali conseguenze prevedibili, tenuto conto degli stringenti vincoli posti dalla realtà. Magari, il primo che riesca a dare di sé una vera immagine di serietà e di rigore potrebbe avere uno spazio elettorale che, data la nostra tradizione, è sempre stato fin qui negato ai non-demagoghi. Per esempio, chi scrive è convinto che se non si abbasseranno drasticamente le tasse, le tante parole che si spendono a favore della crescita economica resteranno solo chiacchiere. Ma è altrettanto convinto che se si vogliono abbassare le tasse bisogna spiegare dettagliatamente come e dove si recupereranno le risorse occorrenti.

Cattive abitudini politiche e cattivo uso del diritto spingono il Paese sulla strada del declino. Urgono idee fresche su come rovesciare la tendenza.


Il piatto indigesto di Monti: tasse record e recessione
di Rodolfo Parietti
(da “il Giornale”, 24 settembre 2012)

Spremuti come limoni, ma non ancora abbastanza. Tasse, tasse e ancora tasse aspettano al varco gli italiani anche nel 2013.
Il crescendo «montiano » soverchia perfino il fortissimo del governo Prodi, quello della pressione fiscale portata al 43,5% nel 1997 per traghettare l’Italia verso la sponda dell’euro. Adesso che s’insegue il pareggio di bilancio nonostante la tagliola della recessione, i consumi privati in picchiata e la disoccupazione galoppante, il mezzo per tagliare il traguardo è quello antico, quello di sempre: aumentare il carico sui contribuenti.

Affogate nel mare magnum della Nota di aggiornamento del Def, il Documento economico di finanza del governo, ci sono alcune cifre che fanno apparire surreale il dibattito delle scorse settimane sulla necessità di alleggerire le aliquote. I numeri del documento raccontano invece un’altra verità. Questa: la pressione fiscale, già destinata a lievitare come un palloncino quest’anno (raggiungerà il 44,7% del Pil), salirà ancora l’anno prossimo fino a toccare il 45,3%. E continuerà a prosciugare le tasche dei contribuenti anche nel 2014 (44,8%) e nel 2015 (44,6%). Sempre che la crisi si decida a finire. È opportuno sottolineare, con tanto di biro rossa, il rapporto tra il gettito complessivo e l’intera ricchezza nazionale (il Pil), in cui viene conteggiato anche un 17,5% di sommerso. Ciò significa una sola cosa: la pressione fiscale effettiva è ben più elevata, e costituisce un autentico maglio distruttivo per famiglie e imprese.

La sete del fisco prosciuga infatti la capacità di spesa dei contribuenti e taglia le gambe alle aziende, meno competitive rispetto a quelle straniere in quanto costrette ad alzare i prezzi per recuperare margini assottigliati dalle tasse. Lo stesso Def presenta un quadro da terra desolata. I consumi sono ormai desertificati: nel 2012 la spesa delle famiglie diminuirà del 3,3% e l’anno prossimo dello 0,5%. La spinta a spendere si ripresenterà solo nel 2014 con un modesto +0,6%, seguito da un altrettanto asfittico +0,8% nel 2015. Difficile del resto ipotizzare uno scenario diverso se solo si dà un’occhiata a quel bollettino di guerra che arriva dai dati sul tasso di disoccupazione, destinato a balzare al 10,8% a fine dicembre (10,7% lo scorso luglio), per poi aumentare all’11,4% l’anno prossimo.

E le imprese? Soffrono. La tensione sugli spread ha avuto un doppio effetto nefasto: da un lato, ha costretto le banche a subire l’aumento dei «costi di approvvigionamento »; dall’altro, proprio a causa dell’inasprimento di questi costi, «la crescita dell’offerta di credito al settore privato è rallentata fino a dare segnali di contrazione ». Il cosiddetto credit crunch.

È evidente che un Paese in queste condizioni fatica a ritrovare la via della ripresa. Il governo ammette infatti che anche il 2013 sarà segnato dalla recessione, con un calo del Pil pari allo 0,2% (+0,5% la previsione dello scorso aprile) dopo il -2,4% di quest’anno. Nella Nota del Def si fa però notare che la contrazione prevista nel 2013 è dovuta all’effetto di trascinamento negativo di questo 2012 di dura recessione. Senza tale fenomeno, «la variazione trimestrale del Pil inizierebbe ad essere positiva già a partire dal primo trimestre ». La realtà è comunque un’altra: quel -0,2%, peraltro subito contestato dalla Confindustria (il Centro studi stima un -0,5%), conferma che la luce in fondo al tunnel non si vede, che le “code “ recessive sono anch’esse figlie del rigore imposto dal governo e che l’appuntamento con la crescita è rimandato a tempi migliori. Al 2014 (crescita dell’1,1%) e al 2015 (+1,3%), quando – forse – le riforme e il risanamento dei conti pubblici (il disavanzo, non il debito) avranno cominciato a dispiegare i loro effetti.

Per ora, è opportuno chiedersi se e quanto siano serviti i sacrifici fatti. Il sentiero di rientro dal debito è infatti tutto in salita: calcolando anche l’impatto degli aiuti ai partner europei, il rapporto col Pil sarà al 127,1% nel 2013, al 125,1% l’anno dopo e al 122,9% nel 2015. Il governo punta ad abbattere l’indebitamento al 116,1% nel 2016 per effetto della vendita del patrimonio dello Stato. Si vedrà. Nel frattempo, l’Italia ha pagato quest’anno otto miliardi in più di interessi sul debito. E gli 86,119 miliardi del 2012 diventeranno 89,2 nel 2013 e addirittura 105,4 nel 2015.

Insomma, c’è poco da stare allegri. Anche se il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schauble, si fa sponsor di un Monti-bis: «Ho la ferma speranza che la strada di successo intrapresa da Mario Monti proseguirà coerentemente anche dopo le elezioni ».


Va dove ti porta la rabbia.  Susanna indignata va nel partito degli astensionisti
di Redazione
(da “Libero”, 24 settembre 2012)

E’ indignata Susanna Tamaro. Nauseata dagli ultimi scandali di una classe politica che usa i nostri soldi “in modo sconsiderato, offensivo e folle” non può che “provare un senso di ribellione e disgusto” e avverte la casta: continuate pure a parlare tanto il pubblico se ne è andato. “La sala è vuota”.

Le tasse – Sul Corriere della Sera la scrittrice di “Va’ dove ti porta il cuore” esprime tutta la sua rabbia per aver sempre contribuito – pagando le tasse – a migliorare questo Paese, inutilmente: “Non sono un politico né un economista né un’opinionista di qualsivoglia corrente”, scrive, “ma semplicemente una persona responsabile che osserva le cose e che non può non farsi delle domande”. Dice: “Sono stata in anni passati una grande contribuente dello Stato, senza mai ascoltare le sirene dell’evasione; nessuno, infatti, mi ha mai tolto la convinzione che è giusto e doveroso pagare le tasse senza alcun sotterfugio perché i soldi che avrei potuto sottrarre alle Isole Camore dovevano servire a finanziare gli ospedali, a costruire strade, a far funzionare meglio la scuola”.

La casta – Per questo, la Tamaro, davanti all’ennesimo “scandalo” della Casta, si chiede: “Quali sono le responsabilità di questa pletora di figure indistinte che navigano nel florido universo delle Province, delle Regioni e dell’apparato dello Stato?”. E ancora: “Perché dobbiamo subire l’indegnità di queste persone?”, “Perché dolo Stato”, “noi”, “dobbiamo pagare anche i loro pranzi alla Camera” pur essendo “tutti forniti di una quantità di prebende che fanno vergognare qualsiasi Paese democratico?”.

L’astensione – La soluzione, sembra suggerire la scrittrice, è l’astensione. Tutti questi politici accecati “dalla luce della ribalta” “non si sono accorti che nel frattempo il pubblico se ne è andato, la sala è vuota e lo sarà anche per le prossime repliche in programma”. Perché c’è un’Italia “che non si fa arpionare dagli istrionici populismi di pancia”, un’Italia “etica” che “non riesce più a riconoscersi in nessuno dei protagonisti della politica”.


Partiti allo sfascio: l’Italia ora è pronta per i colonnelli
di Giampaolo Pansa
(da “Libero”, 24 settembre 2012)

Era troppo ottimista il titolone che giovedì campeggiava sulla prima pagina di Libero: «Palude delle libertà ». Se voleva indicare la crisi terribile che investe il centrodestra e soprattutto il partito di Silvio Berlusconi, non teneva conto di un fatto. Le paludi non sono mai un cimitero di organismi morti. Sotto il fango e l’acqua, si cela una vita potente e rigogliosa. Noi non la vediamo, ma c’è. La stessa forza vitale esiste nella politica italiana? Penso di no. Nei palazzi della Casta tutto sta morendo. E la signora con la falce non fa differenze: taglia le teste sia a destra che a sinistra.

Da ragazzi, noi balilla di Mussolini cantavamo: «La fine dell’Inghilterra comincia da Giarabub ».

Poi le cose non andarono così. In Africa settentrionale vinsero gli inglesi di Montgomery, mica le truppe dell’Asse guidate da Rommel. Ma oggi possiamo dire con sicurezza che la fine di Berlusconi comincia dalla Polverini. Non è un’oasi del deserto libico, bensì una signora che la malasorte ha voluto collocare sulla poltronissima della prima regione italiana, il Lazio, quella della capitale.

Mia madre mi aveva insegnato una regola di prudenza astuta: mai prendersela con le donne!, loro si vendicano e ti fanno a pezzi. Però una verità sulla Polverini bisogna dirla, sia pure con molto rispetto per i suoi guai personali. La verità è che non doveva mai darsi alla politica e accettare incarichi così difficili da onorare.

Il perché lo spiega la sua storia, un caso esemplare dei disastri che derivano dal connubio tra televisione e partiti. La signora Renata era una tizia qualunque. Guidava un piccolo sindacato di destra, erede della Cisnal missina. È diventata una star quando un reuccio dei talk show rossi, il Floris di Ballarò, ha cominciato a invitarla alle sue serate. Attenzione: non stiamo parlando di una tivù privata, ma della Rai che si regge, male, sui soldi di chi paga il canone.

A spese della tassa televisiva, Floris ha costruito il personaggio della Polverini. Perché lo ha fatto? Vai a capirlo. Puntata dopo puntata, la signora sindacalista è divenuta un’eroina del dibattito politico. Berlusconi, che ritiene la tivù una fabbrica di eccellenze, l’ha spedita alla presidenza del Lazio. Pagando, si presume, una parte cospicua del gigantesco costo della campagna elettorale. Sette milioni di euro! Ossia quattordici miliardi delle vecchie lire. L’ha confessato lei a Piazzapulita, quando a interrogarla ha provveduto Corrado Formigli, un signore per fortuna più duro di quel chierichetto da oratorio rosso del Giovanni Floris.

Il Cavaliere ha ordinato a madama Polverini di non dimettersi. E la sciagurata ha obbedito. Senza tener conto di una regola che nel centrodestra dovrebbero ficcarsi in testa: mai seguire i consigli o dire di sì agli ordini del Berlusconi 2012. Il grande Silvio non esiste più, al suo posto c’è un vecchietto di 76 anni, uno in meno del vecchietto Pansa, che le sta sbagliando tutte.

Ho molta comprensione per il Cavaliere. Noi signori anziani non vogliamo mai mollare il mazzo di carte che abbiamo sempre tenuto in mano. Ma un conto è dedicarsi a una professione privata e senza potere, come quella del giornalista. E un conto tutto diverso è guidare un partito che non esiste più, nella speranza di farlo uscire dalla tomba. Miracolo riuscito una volta sola a Gesù Cristo con un tizio chiamato Lazzaro.

Guardate che cosa sta avvenendo. Mentre il Berlusca medita se scendere in campo di nuovo, il campo gli viene portato via dalle inchieste giudiziarie, dalle perquisizioni della Guardia di finanza, dagli scoop dei giornali. Il Cavaliere, un campione mondiale dell’ottimismo, spera ancora nelle elezioni del 2013. Ma siamo sicuri che si possano tenere? E che l’intera baracca dei partiti non crolli prima che i seggi vengano aperti?

È una domanda legittima se consideriamo quanto sta accadendo anche a sinistra. Ho passato gran parte della mia vita professionale a raccontare le avventure del Pci e poi di tutte le parrocchie nate sulle rovine delle Botteghe oscure. I cambi di insegna, il succedersi dei leader, le scissioni ripetute, i governi rossi o rosa messi in sella e poi accoppati dalle sanguinose risse interne. Ma un disastro uguale a quello del Partito democratico non l’avevo mai visto.

Quanto avviene nella ditta Bersani & C. mi sembra un filmaccio di fantapolitica girato da un regista pazzo. Diamogli un’occhiata. Nell’autunno del 2012 la sinistra italiana appare avviata a una vittoria elettorale. Più per colpa del centrodestra che per merito suo. Comunque, anche gli osservatori più cauti non possono non registrare che le bandiere del Pd sono a un passo dallo svettare su Palazzo Chigi.

Invece che cosa capita? I democratici debbono tenere le primarie per la scelta del futuro capo del governo. Ma sull’intera faccenda incombe il mistero più fitto. A poche settimane da questo esercizio di democrazia, così ci viene presentato, non esiste ancora un regolamento, non si conosce la data del voto, non si sa nulla a proposito di due punti cruciali: quanti potranno essere i candidati e se dovranno risultare primarie di partito o di coalizione.

Anche su questa ipotetica coalizione di centrosinistra il buio è sempre totale. Chi andrà al voto politico insieme a Bersani? Sarà Nichi Vendola? Oppure arriverà Pier Ferdinando Casini? Verrà imbarcato pure quello scassapagliai di Tonino Di Pietro, o la foto di Vasto rimarrà tra i rifiuti della storia?

La stessa solfa vale per il programma. Si dovrà continuare nel solco tracciato da Mario Monti, anche senza Monti? Oppure, come urlacchia Vendola, sarà un dovere irrinunciabile fare tutto il contrario rispetto al governo dei tecnici? Ecco un altro enigma che Bersani per ora non scioglie. L’unica decisione che dichiara di voler prendere riguarda la famosa patrimoniale. Però non si dice chi ne verrebbe colpito. Lo slogan recita: anche i ricchi devono piangere. Ma chi sono i ricchi da punire? Come al solito quelli che hanno sempre pagato le tasse?

Pure nel centrosinistra tira un’ariaccia da 8 settembre. E risulta fatale che molti elettori rossi o rosa siano tentati di votare per Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze deve ancora spiegare bene che cosa farà se vince. Tuttavia non è un’anticaglia come tanti big democratici. Sono tentato di votarlo anch’io che non vado al seggio elettorale da qualche anno. Purtroppo, il Renzi non lo faranno vincere. Piuttosto lo azzopperanno prima.

Nel frattempo, la rabbia dell’italiano qualunque sta diventando un urlo che non si quieta mai e ogni giorno si leva sempre più forte. A torto o a ragione, i Signori Nessuno, che sono pur sempre il nerbo della società, vogliono vedere i politici appesi a un nuovo Piazzale Loreto. E per riuscirci sembrano disposti a tutto. Anche a votare per Beppe Grillo.

Concludo con un esercizio di futurologia. Grillo stravince e fa il governo. Nel giro di qualche mese l’Italia si sfascia. Ma forse succede prima. Quando Grillo è da pochi giorni a Palazzo Chigi, si svegliano i militari, i mitici colonnelli. Ossia i carabinieri, la polizia, la Guardia di finanza, i reparti speciali dell’esercito. Tutti professionisti malpagati. E sempre snobbati dalla Casta. Che cosa fanno a quel punto? Non voglio neppure immaginarlo.

Un giorno, un politico saggio, forse era democristiano, disse: «Temete l’ira dei calmi ». Speriamo che i calmi non indossino una divisa. E invece della scheda elettorale non imbraccino il fucile.


Ingroia non molla
(tratto da “Dagospia”, 24 settembre 2012)
da il Sole 24 Ore

«Se non cambia anche la politica, la magistratura non potrà arrivare alla verità nelle aule giudiziarie ». Il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, uno dei titolari dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, lancia l’accusa dal palco di Vasto, durante un dibattito sulle stragi di mafia di 20 anni fa, organizzato dall’Idv. «Quando ho detto che abbiamo bisogno di un’altra classe dirigente – dice – è perché sono perfettamente consapevole che le verità dimezzate sulle stragi italiane sono il risultato di una politica di connivenza con la mafia ».

Parole destinate a innescare nuove polemiche, di cui il pm sembra peraltro consapevole, pur sottolineando che le sue parole creano «scandalo » soltanto se pronunciate alle feste di alcuni partiti e non di altri. Ieri è tornato ad attaccarlo Maurizio Gasparri del Pdl, secondo cui Ingroia «ha altri interessi personali ed elettorali. È un militante di parte », mentre Md, la corrente cui il Pm aderisce, ha respinto l’accusa di voler «normalizzare » Ingroia ma ha rivendicato il proprio diritto di «mettere in guardia dalla crescente drammatizzazione che circonda le indagini palermitane, in quanto può diventare un fattore di rischio per l’accertamento della verità, che ha solo nel processo la sua sede naturale ».

Ma ieri, a Vasto, i toni sono stati lo stesso molto forti. «Noi abbiamo il massimo rispetto per il presidente della Repubblica ma abbiamo l’ansia di sapere la verità – ha detto Luigi Li Gotti durante un intervento applaudito con una standing ovation – e lui ci deve rispetto. Quando Napolitano disse, in occasione dell’anniversario dei 20 anni dalle stragi, che bisognava scoprire la verità, noi – aggiunge con voce rotta dall’emozione – ci abbiamo creduto. Avremmo davvero desiderato che fosse così. Ma quando poi scopri che Mancino chiede aiuto al Quirinale per non fare il confronto con Martelli e chiede che si tolga l’inchiesta alla procura di Palermo, noi ci siamo sentiti profondamente offesi come cittadini ».

Per Li Gotti la verità va costruita «centimetro dopo centimetro », ma il Colle non ha mantenuto le promesse e perciò, conclude il senatore dell’Idv che è anche componente dell’Antimafia, «siamo grandemente delusi ». «Non tocca a me fare il difensore di Napolitano, che è difeso da mezzo Paese – osserva Ingroia -, ma quando Mancino venne intercettato non era noto che fosse indagato ».

Quanto al conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale per le intercettazioni indirette delle telefonate tra Napolitano e Mancino, dice: «Non ce lo aspettavamo » anche perché «non è previsto da nessuna parte che si debba procedere immediatamente alla distruzione delle intercettazioni irrilevanti ». E a chi gli chiede perché non resta in Italia, invece di andare in Guatemala, per continuare ad accertare la verità sulla trattativa Stato-mafia risponde: «L’accertamento della verità non dipende solo da Ingroia. Se fosse dipeso da me, non avrei aspettato 20 anni e la verità l’avrei già trovata ».

Insiste sul fatto che «certi ambienti politici » sapevano della trattativa e che perciò, poiché c’era «imbarazzo », in commissione Antimafia si è cominciato a parlarne «con così tanti anni di ritardo ». Infine chiosa: «Io non cerco consensi. Se li cercassi sarebbe più facile occuparsi di coppola e lupara piuttosto che di collusioni tra mafia e colletti bianchi ». E Infine: «Io in politica? Non sono in prossimità di nuovi incarichi pertanto non rispondo ».


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Bart