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Barbarie di Stato distruggere i nastri Mancino-Napolitano

9 Settembre 2012

Sembra che dopo la sentenza del tribunale di Firenze anche la commissione Pisanu istituita per venire a capo dei misteri che avvolgono la trattativa Stato-mafia abbia appurato che la trattativa ci fu realmente e dunque non è affatto frutto di una bizzarra fantasia, come qualche ipocrita continua ancora a sostenere.

In questa vicenda della trattativa, che nacque sotto la presidenza Scalfaro e con Ciampi presidente del Consiglio, sono stati fatti nomi delle Istituzioni molto forti, al punto che ormai si sospetta un incredibile cedimento dello Stato di fronte ad una forza da esso ritenuta superiore e in grado di traumatizzarlo.

Al contrario di quanto era accaduto anni prima con il rapimento di Aldo Moro, poi assassinato, quando lo Stato si rifiutò di trattare con le Br, con la mafia lo Stato è stato meno combattivo e assai più arrendevole. Ha calato, come si suol dire, le brache, facendo di tutti noi cittadini dei vigliacchi, mentre vigliacche erano le nostre Istituzioni e specialmente gli uomini che le impersonavano.

Gli storici avranno molto da scrivere e da indagare, poiché tutto ancora non è emerso e chi sapeva e sa, ancora non ha vuotato tutto il sacco. Taluni (se non ricordo male il defunto Scalfaro e Ciampi) si sono rifugiati dietro uno stupefacente “non ricordo”, altri, come il senatore Mancino, sembra che abbiano addirittura mentito.
Si capisce quindi quanto gli storici dovranno faticare per arrivare a scoprire le grandi e le piccole ruote che mossero gli ingranaggi in quegli anni bui (specialmente il 1992 e il 1993).

Le intercettazioni autorizzate nei confronti del teste Nicola Mancino (poi sospettato di mentire e poi indagato per menzogna) hanno rivelato quanto quest’ultimo cercasse l’aiuto del capo dello Stato per uscire indenne dalle accuse formulate dai pm di Palermo. Quando parlava con il segretario giuridico del Quirinale, il defunto Loris D’Ambrosio, egli non faceva altro che raccomandarsi che Napolitano fosse a conoscenza delle sue richieste e le perorasse. Tutti hanno potuto leggere il contenuto delle numerose telefonate tra Mancino e D’Ambrosio, telefonate che qualificare scandalose è dire molto poco, ove si pensi che avvenivano tra un ex presidente del Senato e anche ex vicepresidente del Csm e il consigliere giuridico del Quirinale, sia pure – come ormai risulta evidente – quest’ultimo in funzione di portavoce di Napolitano.

Già in queste telefonate, infatti, appare credibile che Napolitano seguisse la vicenda e fosse continuamente aggiornato dal suo segretario, al quale molto probabilmente suggeriva anche le risposte da dare in occasione delle successive telefonate di Mancino.

Sappiamo pure che ad un certo punto, il 4 aprile 2012, Napolitano fa scrivere una lettera al Procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani con la quale – proprio soddisfacendo le richieste di Mancino – richiede un miglior coordinamento tra le procure che si interessavano e si interessano al caso della trattativa tra lo Stato italiano e la mafia.

Sappiamo, inoltre, dalla testimonianza di Pietro Grasso, che Ciani prese contatti con lui affinché avocasse presso di sé la causa, in modo che essa avesse una sola mano a dirigerla, e sappiamo che Pietro Grasso rispose che non sussisteva alcun motivo per avocare a sé la causa in quanto il coordinamento delle procure funzionava perfettamente.

È grazie allo stop di Grasso, dunque, che il tentativo di avocazione fallì. In questi giorni l’Idv, il partito di Antonio Di Pietro, ha presentato in parlamento una interrogazione riassuntiva dei fatti, in cui si richiede se sia vero che Ciani abbia fatto pressioni su Grasso affinché avocasse a sé la causa della Trattativa Stato-mafia.

Un’accusa di questo tipo è stata rivolta a Ciani dal pm Marino, e Ciani l’ha subito smentita, non ricordando però che vi è la inequivocabile dichiarazione del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso secondo la quale Ciani prese contatti con lui per discutere della faccenda.

Allo stato dei fatti parrebbe dunque che Ciani abbia torto, e vedremo che cosa risponderà in parlamento il ministro della Giustizia Severino.

Ma le accuse del pm Marino parrebbero fondate non solo perché così ha testimoniato Pietro Grasso, ma perché il Pg Ciani si è mosso il 19 aprile, ossia poco dopo aver ricevuto la lettera datata 4 aprile 2012 in cui Donato Marra, per conto di Napolitano, chiedeva proprio un migliore coordinamento delle indagini.

I giornali riportarono il contenuto della lettera. Ecco un brano dell’articolo apparso su “il Fatto Quotidiano”:

“A nome di Napolitano, Marra “gira” al pg della Suprema Corte le lamentele di Mancino, indagato a Palermo per la trattativa che “si duole del fatto che non siano state fin qui adottate forme di coordinamento delle attività svolte da più uffici giudiziari sulla cosiddetta trattativa”. Ma il Quirinale non si limita a una semplice trasmissione: Marra informa il pg che le preoccupazioni di Mancino, ex presidente del Senato e tuttora rispettabile cittadino italiano, sono condivise da Napolitano. “Conformemente a quanto da ultimo sostenuto nell’Adunanza plenaria del Csm del 15 febbraio scorso, il capo dello Stato – scrive Marra – auspica possano essere prontamente adottate iniziative che assicurino la conformità di indirizzo delle procedure ai sensi degli strumenti che il nostro ordinamento prevede, e quindi anche ai sensi delle attribuzioni del procuratore generale della Cassazione”. Spiega Marra alla fine della missiva che l’intervento del capo dello Stato è finalizzato a “dissipare le perplessità che derivano dalla percezione di gestioni non unitarie delle indagini collegate, i cui esiti possono anche incidere sulla coerenza dei successivi percorsi processuali”.”

Dunque, il lettore avrà già capito che le telefonate tra Mancino e Napolitano, ora secretate e a rischio di distruzione, fanno parte integrante e ineludibile del capitolo che riguarda la trattativa tra lo Stato italiano e la mafia. Il loro contenuto non è soltanto l’oggetto di curiosità spicciola e pettegola, ma è materiale di rilevanza storica che potrebbe rivelarsi prezioso per coloro (gli storici innanzitutto) che analizzeranno gli oscuri fatti che portarono alla resa umiliante dello Stato. Non vi è dubbio che Napolitano, anche se involontariamente (ma non ne sono così sicuro), è entrato a far parte della grossa trama che gli storici saranno impegnati a districare con i loro studi e con le loro ricerche di documenti e materiali utili a servire la verità. E quelle telefonate, anche se il loro contenuto fosse innocuo (ma temo invece che sia politicamente rilevante e necessario a capire), sono diventate, volenti o nolenti, materiale prezioso non solo per l’oggi, ma per la Storia. Sottrarlo agli studiosi di domani non potrebbe che costituire un atto di barbarie, un vandalismo di Stato che nessun cittadino può consentire.
Essi non appartengono più alla sola magistratura, ma all’intero Paese e alla sua Storia.


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Bart