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Berlusconi, duello sul voto segreto Pd con Grillo: sia palese. Grasso frena

15 Settembre 2013

di Mariolina Iossa
(dal “Corriere della Sera”, 15 settembre 2013)

ROMA – Insistono i 5 Stelle. «Via il voto segreto subito. Si può fare », dice il capogruppo al Senato Nicola Morra il giorno dopo aver annunciato la volontà di chiedere il voto palese in aula sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Venerdì Pdl e Pd erano troppo impegnati a litigare sui tempi della Giunta per prestare sufficiente attenzione alla richiesta del Movimento di Grillo, anche se il Pdl aveva subito reagito con un no, pur senza approfondire. Ma ieri lo scontro si è spostato dal calendario dei lavori della Giunta al voto in aula, probabilmente ad ottobre. Palese o segreto? La tensione è risalita.

«Nessuno avalli blitz per modificare il regolamento sul voto segreto – ha reagito il capogruppo del Pdl al Senato Renato Schifani -. Sarebbe l’ennesimo comportamento inaccettabile in una vicenda che sta assumendo i contorni di una vera e propria provocazione. Il Pdl farà da argine a qualsiasi forzatura di regole ». Del resto, da Cortona, il presidente del Senato Pietro Grasso ha detto: «Il regolamento è questo, prevede il voto segreto e io lo applico. Se poi le forze politiche trovano l’accordo per cambiare il regolamento non sarà certamente il presidente del Senato a impedirlo ».

Il punto è questo. Il regolamento è chiarissimo: per le votazioni a palazzo Madama se venti senatori chiedono il voto segreto, questo si attua. Ma nel caso di voto sulla persona, lo scrutinio è segreto. Se pure si arrivasse a sostenere e accogliere che il voto su Berlusconi non riguarda la persona ma un tema etico, evitare la permanenza in Senato di un condannato in via definitiva, si tornerebbe al primo punto: bastano venti senatori per chiedere il voto segreto. Potrebbe succedere che il Pdl non lo chieda? Non sembra possibile. Può accadere, allora, che si trovi un accordo politico per cambiare il regolamento, pur se questo allungherebbe i tempi del voto in aula sulla decadenza? Non sembra percorribile neppure questa strada.

Tutti infatti, almeno a parole, vorrebbero il voto palese, tranne il Pdl. Che spera evidentemente di guadagnare la salvezza di Berlusconi con i franchi tiratori. Il Pd vorrebbe il voto palese, «sarebbe un segnale importante per mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità », ha detto Nicola La Torre a Chianciano per la festa popolare dell’Udc. Ma non sembra interessato a dare battaglia per cambiare il regolamento. Il segretario Guglielmo Epifani ha specificato che «palese o meno, per noi non cambia, il Pd è compatto ». Anche la Lega vorrebbe un voto palese perché, dice il capogruppo Massimo Bitonci, «su questa vicenda riteniamo che ogni partito debba assumersi in maniera limpida le proprie responsabilità ». Ma non si esprime sulla possibilità di modificare il regolamento.

Anche Sel, con il capogruppo Loredana De Petris (Misto-Sel al Senato) spera che «tutti abbiano la dignità di non chiedere il voto segreto » ma nel caso in cui questo non accadesse, sarebbe arduo intraprendere la strada della modifica perché «dati i tempi lunghissimi », questa sarebbe considerata «l’ennesima dilazione all’infinito della decisione del Senato sulla decadenza di Berlusconi ».

Il M5S è sotto la lente di ingrandimento perché secondo alcuni proprio da qualcuno nel Movimento potrebbe arrivare, nel segreto dell’urna, un salvagente per Berlusconi. Ecco perché gli esponenti di primo piano non si danno per vinti e chiedono alle altre forze politiche di collaborare. Morra anticipa che «all’avvio dei lavori martedì depositeremo la proposta di modifica del regolamento del Senato, con primo firmatario Vincenzo Santangelo. Che sia messa subito all’ordine del giorno, se davvero il Pd e altri, come la Lega, vogliono abolire per sempre, e non solo per Berlusconi, il voto segreto ». Ma Schifani mette subito le mani avanti: «Niente blitz ». Qualche ora prima, ai microfoni di Skytg24 aveva argomentato che «si è sempre votato con voto segreto » e che «i parlamentari devono essere lasciati liberi nel segreto dell’urna quando votano sulla persona ».


 

Nessuno s’indigna per il regolamento “contra personam”
di Salvatore Tramontano
(da “il Giornale”, 15 settembre 2013)

Non c’è nulla di più fastidioso di certi fasulli paladini della legge. Contro Berlusconi tutto è possibile. Giochi sporchi, palesi o occulti.
C’è chi, come rivela Calderoli, tenta di accalappiare i voti leghisti in Parlamento per una nuova maggioranza senza Pdl. Ovviamente non è compravendita, ma come ha spiegato lo smacchiatore di giaguari, Bersani, il mercato di voti della sinistra è solo scouting. Poi c’è chi punta a cambiare in corsa le regole del gioco, con arroganza e ipocrisia, senza che nessuno si indigni. I grillini, che si sentono sempre dalla parte dei giusti, stanno facendo una campagna contro il voto segreto al Senato per cacciare Berlusconi dal Parlamento.

In questa battaglia trovano l’appoggio degli anti Cav più incalliti, il sostegno di un Pd sempre pronto a calpestare qualsiasi regola pur di eliminare l’uomo che non ha saputo sconfiggere con il voto. L’obiettivo è una legge fotografia, con il solo scopo di danneggiare Berlusconi. Non importa che il voto segreto non serva a tutelare i vigliacchi, ma qualcosa di molto più importante: la libertà del senatore. È una consuetudine antica. È un modo per difendere il parlamentare dalle pressioni della folla, delle lobby, dei ricatti del potere, da chi lo minaccia. È un freno al conformismo. Un parlamentare deve scegliere secondo coscienza, non perché ricattato dalla minoranza rumorosa. Tutto questo, naturalmente, è lontano dalla cultura grillina e dal giustizialismo della sinistra frustrata che si esalta nella piazza sovrana, con gli occhi euforici appena sente l’odore della ghigliottina virtuale.

I cinque stelle non riconoscono al singolo parlamentare nessuna autonomia, come vanno ripetendo in modo ossessivo: senatori e deputati sono i loro dipendenti. Ossia, i loro servi. Non pensano, eseguono. E non importa che il partito del comico genovese sia una minoranza degli italiani, loro sono convinti di essere il tutto. Quindi ogni loro opinione è legge. Difendono la Costituzione, ma continuano ad avere problemi con la democrazia. Questi qui comunque li conosciamo. Non sorprendono.

È più preoccupante l’atteggiamento dei senatori del Pd. Nessuno di loro crede a questa storia di abolire il voto segreto. Ma ormai hanno così paura di passare per democratici che abbassano la testa davanti a qualsiasi richiesta che arriva dagli antiberlusconiani più esagitati. Hanno paura di perdere voti e ancora di più temono di finire alla gogna su internet o su alcuni quotidiani. E questa paura gli fa ripudiare le ultime tracce di garantismo. Il volto più triste in questo caso è quello di Corradino Mineo che va a ingraziarsi i colleghi grillini, quasi umiliandosi: «Fate casino voi perché noi siamo sprovvisti di linea politica ». E quello, il grillino, il senatore Nicola Morra, lo mette subito alla berlina, spifferando tutto. Qui anche la dignità si è persa.


Il Pd prepara l’imbroglio: sul voto palese sta coi grillini
di Francesca Angeli
(da “il Giornale”, 15 settembre 2013)

Chi ha paura del voto segreto sulla decadenza di Silvio Berlusconi? Quelli che temono i dardi nella schiena dei franchi tiratori? O semplicemente chi sente il bisogno di dimostrare al Paese di essere un vero «antiberlusconiano » anche se (anzi proprio perché) fino ad ora è stato seduto accanto all’ex premier in Parlamento nella stessa maggioranza? Alla richiesta di voto palese avanzata all’inizio in solitaria dal Movimento 5 Stelle si sono aggiunti anche il Pd, con riserva, e la Lega.

A tutti quelli che chiedono a gran voce di cambiare le regole il presidente del Senato Pietro Grasso (Pd), ricorda che quelle regole invece vanno rispettate. «Non è previsto il voto palese. Quando si vota per una persona, il voto è segreto – dice Grasso – Mi pareva fosse stata raggiunta una concordia ma invece ogni giorno qualcuno accende un fuoco e tocca sempre a me fare il pompiere. Normalmente si stabilisce come andare avanti con un accordo tra le forze politiche ».

Ma proprio tra quelli che chiedono a gran voce che si voti mostrando la propria faccia è probabile che molti siano mossi dalla, questa sì davvero segreta, speranza che l’aula non arrivi al voto palese. Ipotesi non peregrina avvalorata dall’inevitabile presa di posizione di Grasso che chiede semplicemente il rispetto del regolamento di Palazzo Madama, articolo 113: «Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni comunque riguardanti persone e le elezioni mediante schede ».

Certo, il regolamento può essere modificato, come chiede il grillino Nicola Morra, che depositerà la richiesta martedì. Ma la modifica richiede una procedura, va calendarizzata e votata, e oltretutto per ottenere il via libera ha bisogno della maggioranza assoluta. Insomma grazie alla richiesta di modifica del regolamento si rischia di provocare un ulteriore slittamento nei tempi del voto di decadenza. Ovvero esattamente il contrario di quello che almeno apparentemente reclamano a gran voce i grillini. Ingenuità o ignoranza? Morra rivela pure che il senatore del Pd, Corradino Mineo, gli avrebbe chiesto un paio di giorni fa di «fare casino » sulla decadenza di Berlusconi perché il Pd «è sprovvisto di linea politica ».

Il contrario di quello che sostiene in pubblico il senatore Pd, Nicola Latorre: «Sono assolutamente tranquillo, il partito democratico è compatto ». E proprio sulla questione della decadenza ieri si è consumato un scontro tra il presidente dei senatori Pdl, Renato Schifani e Latorre che si sono confrontati alla festa Udc a Chianciano. Latorre ha ribadito che Berlusconi dovrebbe dimettersi prima del voto del Senato. A pensare male si potrebbe ipotizzare che tema un voto poco compatto del Pd. Dura la reazione di Schifani che accusa il Pd di «soffiare sul fuoco » per accelerare la crisi. E sulla richiesta di modifica da parte del M5S Schifani dice «no a tentativi di blitz sul voto segreto », osservando che proprio sulla decadenza di Berlusconi «sinora la prassi è stata ampiamente violata, le regole procedurali per fortuna no. Il Pdl farà da argine a qualsiasi forzatura delle regole ». Schifani si augura che non si cominci a violare il regolamento proprio su una questione così delicata, un comportamento che, dice, «suonerebbe come una vera e propria provocazione ».

La necessità di rispettare il regolamento sostenuta nel Pd dal presidente Grasso viene confermata anche dal capogruppo Pd Luigi Zanda anche se, precisa, «il nostro desiderio è che ci sia il voto palese ». Ma «se il presidente del Senato indicherà il voto segreto, previsto dal regolamento, il Pd si atterrà », conclude.
E tocca infine al segretario del Pd, Gugliemo Epifani, ribadire che non teme brutte sorprese conseguenti al voto segreto. «Palese o segreto, vanno entrambi bene – assicura Epifani – il nostro voto non cambierà, voteremo secondo legge e secondo coscienza ».


Il nuovo complotto
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 15 settembre 2013)

Ogni guerra ha la sua parola d’ordine, quelle politiche non fanno eccezione. Nel 2011, l’operazione per disarcionare il governo Berlusconi e insediare quello dei tecnici del professor Monti avvenne al grido di «spread ».
E guai a opporsi, pena la decadenza dell’Italia, anche se in seguito fu ampiamente e scientificamente dimostrato come le vicende politiche interne ben poco influissero sull’andamento del suddetto spread. Oggi, due anni dopo, la stessa compagnia di giro (Europa, banchieri, economisti, sinistra politica e mediatica) ha deciso l’opposto: l’attuale governo deve rimanere in sella indipendentemente dal destino del Cavaliere. E questo perché il Paese, ed ecco la nuova parola d’ordine, ha bisogno di «stabilità ». Avete notato? La parola ricorre in ogni discorso, è sbattuta in faccia a chi sostiene che, se il Pd voterà per la decadenza di Berlusconi, per il Pdl sarà difficile continuare a sostenere il governo. Ora, è ovvio che la stabilità è condizione indispensabile per qualsiasi attività umana, ma detto questo non penso che la stabilità sia un valore assoluto sul cui altare sacrificare qualsiasi cosa. Le dittature sono regimi politicamente stabili (il fascismo andò al potere con il motto: ordine e stabilità), il socialismo reale ha affamato per decenni i suoi popoli proprio in forza della sua stabilità. Slegata da altre parole, tipo «libertà », «democrazia », «benessere », la stabilità è solo una gabbia per la gente che la subisce, un anestetico sociale, un placebo economico.

Essere stabili non significa essere succubi, farsi imporre (cosa che sta accadendo guarda caso in queste ore) ricette economiche da altri Stati o strutture sovranazionali (il ministro economico europeo ieri ci ha chiesto di fatto di non togliere l’Imu e di non abbassare l’Iva), rinunciare alla sovranità nazionale o assistere muti alla decapitazione del proprio leader politico. Quindi attenti a non ripetere l’errore di credere che lo spread fosse il nuovo e unico metro di giudizio. La stabilità ben venga se punto di incontro e di equilibrio. Se deve essere la rinuncia ai propri valori e alla propria politica, meglio un momento di instabilità. Abbiamo rischiato di morire di spread, non moriamo di stabilità.
Ora, visti i risultati della prima esperienza (tasse, esodati, disoccupazione) verrebbe da dire: fermatevi.


Berlusconi, le colombe tirano fuori gli artigli «Basta giochi sporchi »
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 15 settembre 2013)

Tiene il freno a mano tirato il Cavaliere e ancora non scioglie le riserve sul da farsi per quanto riguardo la partita della decadenza che si sta giocando al Senato. Sul tavolo, insomma, continuano a restare tutte le opzioni e prima del voto in Giunta di mercoledì la riserva non dovrebbe essere sciolta.

Idee più chiare, invece, Silvio Berlusconi sembra averle sul Pdl e sull’ormai prossima trasformazione in Forza Italia.
Non tanto perché nella nuova sede di piazza in Lucina già sventolano le bandiere azzurre, quanto perché l’ex premier avrebbe formalizzato quel passaggio di consegne da Angelino Alfano a Denis Verdini di cui nel partito si discute ormai da qualche mese.

Su indicazione del Cavaliere – che dovrebbe già aver firmato i relativi documenti – al coordinatore del Pdl sarebbero infatti passate alcune deleghe organizzative e amministrative così da permettergli di occuparsi del lancio della cosiddetta Forza Italia 2.0. Un processo complesso, non solo dal punto di vista giuridico ma anche sotto il profilo amministrativo. E per il quale è necessario che ci sia chi se ne occupi a tempo pieno. Senza contare che lo stesso Pdl ha diverse pendenze che con il passare delle settimane e dei mesi rischiavano di arenarsi visto che Alfano è ovviamente concentrato sull’attività del governo. Il segretario pidiellino, infatti, riveste non solo l’impegnativo incarico di ministro dell’Interno ma è pure vicepremier ed è chiaro che i due ruoli lo stanno assorbendo molto. Ecco perché il Cavaliere avrebbe rotto gli indugi. «Così Angelino potrà occuparsi a tempo pieno del governo », spiegava due giorni fa ad alcuni interlocutori. Che, peraltro, potrebbe essere il segnale di un Berlusconi tutt’altro che intenzionato a far saltare l’esecutivo guidato da Enrico Letta.

D’altra parte, dell’avvicendamento nel partito se ne parlava da tempo, di certo da prima dell’estate. E non solo in riunioni ristrette, ma anche in incontri con sette-otto persone che si sono tenuti nelle scorse settimane nella vecchia sede di via dell’Umiltà. Lo stesso Alfano, tra l’altro, si era detto d’accordo, anche se forse negli ultimi tempi aveva preferito temporeggiare, magari nel dubbio di concentrarsi più sul partito che sul governo. Alla fine, però, sembra che i problemi operativi abbiano preso il sopravvento, anche perché al di là del lancio di Forza Italia anche nel Pdl ci sono delicate questioni aperte, dal commissariamento del Molise al voto ormai prossimo in Basilicata e più in là in Abruzzo e Sardegna.

Il partito, intanto, si muove compatto a difesa di Berlusconi. A prendere le sue parti, infatti, non sono tanto i soliti falchi («Letta sappia che il Pdl non rimarrà in ginocchio al governo se fanno decadere Berlusconi », fa sapere Daniela Santanché) ma soprattutto le cosiddette colombe. A partire proprio da Alfano. «Il Pd – dice – avrebbe dovuto tenere un atteggiamento differente. Una tale accelerazione a rotta di collo non si era mai vista ». E pure Fabrizio Cicchitto punta il dito contro i democratici ed invita Letta a «guardarsi innanzitutto dai suoi compagni del Pd ». Idem il ministro Maurizio Lupi: «Dal Pd toni inaccettabili solo per purificarsi davanti al suo elettorato ». «L’eliminazione di Berlusconi non ha nulla di giuridico ma è tutta politica e non si può accettare », gli fa eco Raffaele Fitto. Mentre Renato Schifani arriva a dire che «dopo gli strappi che si stanno consumando quotidianamente occorrerà verificare se con il Pd vi sono ancora margini di convivenza ». «Se il Pd elimina Berlusconi è il colpo finale al governo », chiosa Mariastella Gelmini.

Insomma, sul fatto che il voto sulla decadenza del Cavaliere potrà essere decisivo per le sorti dell’esecutivo sono davvero tutti d’accordo.


Il salotto snob spera di spartirsi le spoglie del Cav
di Giuliano Ferrara
(da “il Gironale”, 15 settembre 2013)

I linguisti, e molti che non se lo possono permettere, lo chiamano il sottotesto. Tu leggi ciò che accade, e apparentemente i fatti si allineano. Formano un intero comprensibile. C’è logica, ragazzi.
E la chimica delle emozioni segue questa logica. Il Delinquente è a terra. Tra poco avrà ai polsi le manette o qualcosa di simile. La vita penitenziaria diventa bella. La legge è uguale per tutti. Anche i ricchi piangono. E via con le filastrocche dell’impresentabile invidia, della spietatezza dei mediocri. È il loro momento. Ci sono spoglie da spartire. La legge è uguale e la vita è bella.
Poi emerge un altro testo, quello di sotto. C’è scritto, e si legge chiaro, che il Delinquente ha occupato la tua testa per vent’anni, forse trenta. Che ti vuoi liberare di te più che di lui. Che ha un sorriso simpatico, modi buffi ma suadenti. Che si è cucinato la vita in mille modi, attraversando la realtà con spirito surreale, talvolta, e con un pragmatismo magico, tal’altra. Che è un elder statesman, una persona di esperienza incredibilmente vasta. Schiacciarlo sulla sua caricatura è impossibile. Perfino una persona di gusto e intelligente come Renzo Piano, affidandosi a un idiota qualsiasi, a un giornalista collettivo, è sembrato un bischero quando ha parlato di lui, si è affidato al giudizio del mondo. Dice il brand senatoriale che di lui parlano male. Sarà abbonato al Financial Times dei momenti peggiori, chissà. Non possiede l’autonomia intellettuale per ragionare di suo. Disegna grattacieli, peccato, finisce in bassezze inaudite. Ma è parte anche lui del sottotesto. Forse non è invincibile, come diceva di sé, con il poncho in un passaggio satirico di Antonio Ricci, memorabile prime time. Ma è incancellabile. Nell’epoca della gomma pane digitale, quando tutto è sempre più effimero e vano, quello lì è incancellabile. Sta lì. È ormai inafferrabile il suo profilo, il suo curriculum. Chiunque nel sottotesto può giocare.

Un campione dell’establishment intellettuale e civile, il figliolo di Gaetano Martino, Antonio, può arrivare a dire l’impronunciabile con il sorriso anche lui sulle labbra: «Chi froda il fisco e mette via soldi che il pubblico sperpererebbe senza pietà è un patriota ». Un altro inglese spiritoso e fair mi ha detto: «Tipicamente italiano. Prendi il maggiore contribuente e lo incastri per evasione fiscale ». Chissenefrega del Financial Times, no? Non voglio nominarlo, non ne ha bisogno. Ha indispettito la regina Elisabetta chiamando a voce alta il nome di Obama, «Mr Obamaaaaaa! », quel pusillo incapace che fa retorica e prende schiaffi sulla scena del mondo. Fece cucù alla Merkel, che è probabilmente alla vigilia di una larga coalizione, una specie di Enrico Letta. Ha regnato. Al governo, all’opposizione, con e senza le televisioni, per due decenni. Nessuno è stato suo suddito e sottoposto fedele come i suoi arcinemici, come coloro che lo hanno eletto ad Arcinemico, e lo soffrono da pazzi, una malattia, uno stato morboso della mente e del cuore. Ha inventato l’impossibile, l’utopico cuoco alla guida dello stato, il privato che si fa pubblico e vince mille referendum nel paese dei conigli, dei piccoli profittatori, dei falsi contribuenti di una minceur così tremendamente italiana. La sua grandeur squaglia le pietre. Gli snob non lo tollerano. I grandi signori dello spirito lo adorano, anche in segreto, senza mischiarsi, ma lo adorano. Ne ho avuto nel tempo mille testimonianze.
Certo quei gran signori li devi cercare fuori delle newsroom, fuori dei talk show, fuori delle accademie e delle riviste ideologiche. Fuori della politicuzza miserabilina. Maverick chiama maverick. Una persona che eccede ha per sé l’eccedenza, che è una forma di eccellenza. Magari poi ce la fa. Ha risorse più sottili di quanto non immaginino politologi grossolani. Ha per sé il cinismo e la robusta intelligenza degli italiani. Non si può aver trascorso tanti anni nella festa dell’Ego, condivisa e generosamente o libertariamente distribuita a milioni di persone comuni vogliose di riscatto, e poi finire appeso per i piedi. Non si dà in natura. Un Papa lo abbiamo scelto alla fine del mondo, e lui è la fine del mondo, la magia pazza di quanto era inimmaginabile, ed è stato immaginato. Mentre i marciatori su Roma e su Arcore impazzano, sento di poter dire, con altro esito: nutro fiducia. Virtù del sottotesto.


Tanti saluti all’industria
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 15 settembre 2013)

La vicenda dell’Ilva è un disastro in sé e l’ennesima tappa di un processo di de- industrializzazione da tempo in atto nel Paese che sta lasciando dietro di sé macerie fumanti e povertà. La chiusura degli stabilimenti Ilva in Lombardia, conseguenza della vicenda giudiziaria di Taranto, era prevedibile. A nulla sono valsi i tentativi dei governi (si ricordi il braccio di ferro fra il governo Monti e i magistrati tarantini) di impedire il disastro. Che sarà occupazionale e non solo. Come ha osservato Dario Di Vico ( Corriere , 13 settembre), e ribadito il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, stiamo liquidando, per la gioia dei concorrenti esteri, un intero comparto industriale, la siderurgia.

Non si tratta di difendere il gruppo Riva. Le sue eventuali responsabilità riguardano il tribunale. Si tratta di capire come e perché sia possibile affondare un comparto industriale vitale per la collettività, con effetti a catena su tanti altri comparti, come e perché sia possibile distruggere una cruciale fonte di ricchezza.
La vicenda dell’Ilva di Taranto doveva essere gestita con buon senso. Si doveva contemperare l’esigenza della bonifica e la salvaguardia di una industria di grande importanza. A questo miravano richieste e provvedimenti dei governi. Non è stato così. Anziché procedere con la cautela che la problematicità del quadro consigliava si sono irrisi gli esperti che invitavano alla prudenza nei giudizi e la magistratura è andata avanti come un caterpillar. Ora se ne paga il prezzo.

Due sono gli aspetti di questa vicenda che, anche al di là del caso Ilva, fanno temere che il declino economico del Paese sia inarrestabile. Il primo riguarda l’esondazione del diritto penale. Il diritto penale è, fra tutte le forme del diritto, la più primitiva e barbarica: precede storicamente le forme più sofisticate (il diritto civile, amministrativo ecc.) che la civiltà ha via via inventato. Per questo, dovrebbe, idealmente, essere attivato solo in casi estremi, dovrebbe avere un ruolo circoscritto. Ma quando il diritto penale (come nel caso dell’Ilva e come avviene ogni giorno in ogni aspetto della vita del Paese) diventa il mezzo dominante di regolazione dei rapporti sociali, allora ciò che chiamiamo civiltà moderna è a rischio estinzione.

Il secondo aspetto riguarda la diffusione di una particolare sindrome, un orientamento anti-industriale, travestito da ecologismo, che punta alla decrescita, alla de-industrializzazione, perché tratta l’industria in quanto tale come una minaccia per l’ambiente. Da utile mezzo per contrastare le esternalità negative (i costi collettivi prodotti dall’inquinamento) l’ecologismo è diventato un’arma ideologica al servizio della mobilitazione anti-industriale (si veda il bel saggio di Carlo Stagnaro sull’ultimo numero della rivista Limes ). Se non fossero stati sostenuti da questa diffusa sindrome anti-industriale, i magistrati di Taranto avrebbero forse attivato, come chiedeva il governo, percorsi dagli esiti meno distruttivi per l’industria italiana.


Lo scheletro di Giuliano: “Non dire nulla ai giudici altrimenti è un casino”
di Redazione
(da “Libero”, 15 settembre 2013)

Il Fatto pubblica la telefonata tra la vedova di un senatore socialista che voleva rivelare i responsabili della tangente a Viareggio.
Uno scheletro nell’armadio di Giuliano Amato l’ha trovato il Fatto quotidiano, anzi glielo ho portato registrato su un nastro la moglie di Paolo Barsacchi, un senatore socialista accusato dai vecchi compagni di partito di essere l’uomo a cui finì la tangente di 270 milioni di euro per la costruzione della nuova pretura di Viareggio. Era il 1990 e il Psi è nel panico per quell’inchiesta e vertici scaricarono tutto sul dirigente defunto quattro anni prima. La vedova provò a difendere il suo onore minacciando di svelare i veri colpevoli, ma l’allora vicesegretario del partito, ora giudice costituzionale, le consigliò il silenzio.
La registrazione della telefonata che inchioda Amato è anche agli atti del processo che finì con la condanna tra gli altri di Walter De Ninno, due anni e mezzo di ricettazione nei confronti di un imprenditore di Pisa. Era l’inizio di Tangentopoli e la fine del partito socialista.

La telefonata tra Amato e la vedova Barsacchi, scrive Emiliano Liuzzi, è del 21 settembre 1990 ed è in possesso anche dei magistrati che la acquisirono come prova nel fascicolo processuale. “Amato, con voce imbarazzata come lo sarà per il resto della telefonata, va dritto al problema: “La mia impressione è che qui rischiamo di andare incontro a una frittata generale per avventatezze, per linee difensive che lasciano aperti un sacco di problemi dal tuo punto di vista”. La frittata alla quale Amato fa riferimento è appunto un coinvolgimento – come dirà esplicitamente – di altre persone nel processo. “Troverei giusto che tu direttamente o indirettamente entrassi in quel maledetto processo e dicessi che quello che dicono di tuo marito non è vero. Punto. Non è vero. Ma senza andare a fare un’operazione che va al di là di quello… Dire quello non è lui, ma è Caio, quello non è lui ma è Sempronio. Tu stessa ti vai a cacciare in una storia della quale che elementi hai? Hai capito che intendo dire? Tu dici che tuo marito in questa storia non c’entra. Questo è legittimo. Ma a… a… a… a… siccome lì a Viareggio hanno creato questo clima vergognoso, è una reciproca caccia alle streghe, io troverei molto bello che tu da questa storia ti tirassi fuori”.

Insomma Amato, puntualizza il Fatto, non dice vai e racconta la verità. Ma vai e non fare nomi. Tirati fuori. Non dire quello che sai, poi accerteranno i giudici. Diciamo che sarebbe stato poco, e il tribunale non si sarebbe accontentato, ovvio. Ancora più interessante il passaggio in cui – e ci arriviamo tra poco – Amato ammette di sapere più o meno chi sono i responsabili di un’azione illegale, ma invita a chiamarsi fuori. E quando verrà lui stesso trascinato a testimoniare non aggiungerà niente. La moglie di Barsacchi al telefono dice una cosa sola all’onorevole Amato, e lo fa tirando un grosso respiro per non sfogarsi ulteriormente: “Giuliano, io voglio soltanto che chi sa la verità la dica”. E Amato replica: “Ma vattelo a pesca chi la sa e qual è. Tu hai capito chi ha fatto qualcosa?”. “Io”, risponde lei all’illustre interlocutore, “penso che tu l’abbia capito anche te”. E Amato: “Ma per qualcuno forse dei locali sì, ma io non lo so, non lo so. Ma vedi, noi ci muoviamo su cose diverse. Questo non è un processo contro Paolo, ma contro altri”. La telefonata, che ha il sapore del confronto, a questo punto assume altri toni. “Non ti andare a preoccupare di chi c’entra e chi non c’entra”, le dice Amato. “Dicendo che non è vero hai detto tutto quello che è giusto che tu dica”. E qui arriva il cambio di tono, più sommesso quello di Amato, più rigido quello della vedova del senatore: “Una cosa che non so: tu non sei nel processo, giusto?”, chiede Amato. E dall’altra parte: “No, sono testimone”. “Ah, ti hanno citato come testimone… Quindi hai la tua voce nel processo. Beh, vai a dire cercate da un’altra parte”. “Certo, sì. Ma Giuliano, io chiedo solo la verità”.


Confronto su Antonio Esposito tra Marco Travaglio e Massimo Fini
(da “Dagospia”, 15 settembre 2013)

1.“IL FATTO” HA SBAGLIATO. ESPOSITO È INDIFENDIBILE
Massimo Fini per “il Fatto Quotidiano”

Il Consiglio superiore della magistratura ha aperto un’istruttoria per l’eventuale trasferimento d’ufficio di Antonio Esposito, il presidente della sezione della Cassazione che ha confermato le condanne per frode fiscale inflitte a Silvio Berlusconi dai Tribunali di merito di primo e secondo grado. Esposito aveva anticipato in un’intervista al Mattino le motivazioni della sentenza della Cassazione.

Per lo stesso motivo il Procuratore generale della Cassazione ha aperto un fascicolo sul conto di Esposito per un’eventuale azione disciplinare. Sono lontani i tempi felici in cui il magistrato si esprimeva solo “per atti e documenti” e, per evitare equivoci, frequentava pochissime persone.

La sua era una vita solitaria. Oggi i magistrati esternano a tutto campo e spesso fanno trasparire le loro opinioni politiche. E questa è già una distorsione. Dice: ma l’articolo 21 della Costituzione garantisce a tutti i cittadini il diritto alla libertà di espressione. Ma ci sono cariche e funzioni che impongono, implicitamente, dei limiti a questo diritto. Il capo dello Stato non può esprimersi a favore di questo o quel partito perché ha il dovere di essere un arbitro imparziale.

Così il magistrato, che è anch’esso un arbitro, non solo deve essere imparziale, ma deve anche apparirlo per conservare la propria credibilità non solo nei confronti di coloro che va a inquisire o a giudicare, ma di tutta la cittadinanza. In ogni caso un giudice che anticipa le motivazioni di una sentenza che ha contribuito a stendere non si era visto mai. Antonio Esposito è un cretino o, nella migliore delle ipotesi, un ingenuo (“Quel giornalista ci teneva tanto a quell’intervista”. E lo credo bene).

Col suo comportamento il dottor Esposito non solo ha offerto un’insperata offa ai berlusconiani (“Visto? Il collegio era prevenuto”) ma ha rischiato di compromettere il certosino, faticoso e straordinario lavoro prima del Pubblico ministero De Pasquale e poi dei sei giudici di merito che in primo e secondo grado hanno inchiodato Berlusconi alle sue responsabilità con documentazioni e argomenti inoppugnabili.

Il Fatto ha cercato di difendere Esposito. Marco Travaglio, riferendosi ad alcune sue affermazioni, fatte sia pur in occasioni conviviali e prima di sapere che avrebbe dovuto sentenziare sul Cavaliere (“Se mi capita sotto Berlusconi gli faccio un mazzo così”), ha scritto che è naturale che un magistrato non possa provare simpatia per un personaggio che, un giorno sì e l’altro pure, spara a palle quadre sulla Magistratura, “cancro della democrazia”, sui magistrati, “antropologicamente pazzi” e immancabilmente, se prendono provvedimenti a lui sfavorevoli, “toghe rosse” che prostituiscono la legge a fini politici.

E anche queste inopportune affermazioni sono state cavalcate dal Giornale e dai berlusconiani per tentare di inficiare le sentenze dei Tribunali di Milano.
Un magistrato, se vuole esser tale, deve essere cauto anche nel privato. Antonio Esposito è indifendibile. In prospettiva, credo che nella ventilata riforma della Giustizia vada inserita una norma che vieta al magistrato di entrare in politica prima che siano trascorsi cinque anni da quando ha lasciato la toga.

Perché un magistrato che passa direttamente dalla sua funzione alla politica getta inevitabilmente un’ombra sulle sue attività pregresse. Basta pensare ai guasti provocati da De Magistris e Ingroia che han dato fiato, e non del tutto a torto almeno in questo caso, alle trombe berlusconiane che sostengono che i pm inquisiscono i Potenti per precostituirsi un piedistallo di popolarità da utilizzare ai fini di una futura carriera politica.

2. NO, CARO MASSIMO, LE COSE SONO ANDATE IN UN ALTRO MODO
Marco Travaglio per “il Fatto Quotidiano”

Caro Massimo, voglio tranquillizzarti: il giudice Esposito che ho difeso sul Fatto non è né un ingenuo né un cretino: basta leggere la motivazione della sentenza che ha firmato con i quattro colleghi per rendersi conto che è un magistrato di grande esperienza e sapienza giuridica. Le notizie riportate da molti giornali non rispecchiano, purtroppo, la verità dei fatti. Due giorni dopo aver letto il dispositivo della sentenza, che chiudeva definitivamente il processo Mediaset, ha ricevuto la telefonata di un vecchio amico giornalista del Mattino, che voleva intervistarlo.

Gli ha risposto che accettava solo di spiegargli in termini tecnici come si era arrivati all’assegnazione di quel processo alla sezione feriale della Cassazione; e solo a patto che il testo gli venisse sottoposto per poterne verificare l’esattezza e la correttezza. Il giornalista accettò le due condizioni e, finito il lavoro, gli inviò il testo. Esposito diede il via libera, salvo poi ritrovarsi in pagina una frase non compresa nel testo concordato, per giunta appiccicata a una domanda sul processo Mediaset che mai, nemmeno nella chiacchierata privata, il giornalista gli aveva posto.

La questione comunque è: quella risposta (a una domanda inesistente) anticipava le motivazioni della sentenza? Se anche fosse, Esposito non avrebbe violato i suoi doveri, visto che l’ordinamento giudiziario punisce soltanto le esternazioni dei giudici su processi non ancora definiti (e quello già lo era).

Ma poi la frase incriminata non anticipava nulla: Esposito spiegava per linee generali, senza mai nominare B. o Mediaset, che non esistono condanne basate sul teorema del “non poteva non sapere”. Se si condanna qualcuno sostenendo che sapeva, bisogna dimostrare – per esempio, caso di scuola – che i sottoposti “Tizio, Caio o Sempronio” informavano il capo dei loro delitti e lui non li dissuadeva.

Ma non è il caso di B. Infatti la motivazione della sentenza poi depositata afferma che Berlusconi sapeva per ben altri motivi: e cioè perché non solo sapeva, ma faceva, in quanto “ideatore, organizzatore e beneficiario” del sistema criminale per gonfiare i costi dei film acquistati negli Usa e ricavarne plusvalenze in nero su conti esteri a lui stesso riferibili. La miglior prova che Esposito, parlando col cronista del Mattino, si riferiva al diritto in generale, non al caso specifico.

Quanto alla frase “Se mi capita sotto Berlusconi gli faccio un mazzo così”, attribuitagli da una fonte del Giornale nel corso di una cena privata, non è mai stata confermata da alcun testimone. Esposito nega di averla mai pronunciata e ha sporto querela contro chi afferma il contrario. Quindi, salvo prova del contrario, quella frase non esiste.


(da “Dagospia”, 15 settembre 2013)

1. INGIUSTIZIA ALL’ITALIANA, IL CARCERE DEGLI INNOCENTI
Maurizio Gallo per il Tempo

Mettete da parte per un attimo il «fattore B ». Dimenticate i guai di Silvio e concentratevi sul problema vero della giustizia, che riguarda tutti noi, cittadini del Belpaese e potenziali vittime di un «errore » che può trascinarci in un’aula di tribunale e poi dietro le sbarre di una cella. Prima del processo e senza aver fatto quello di cui siamo accusati.

Ecco i numeri della vergogna, rimasti segreti per vent’anni e di cui siamo entrati in possesso insieme con il sito www.errorigiudiziari.com, il primo archivio italiano sull’ingiusta detenzione. Dal 1989, con l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, a oggi, circa 25 mila italiani (e non) sono stati incarcerati ingiustamente. Per rimborsarli lo Stato ha pagato 550 milioni di euro. Se a questi aggiungiamo altri 30 per errori giudiziari, arriviamo a quasi 600 milioni. Cento abbondanti in più di quanto stanziato giorni fa dal Governo con il «decreto del Fare » per rendere più sicuri i 43mila plessi scolastici italiani e costruirne di nuovi.

Non solo. Bisogna aggiungere le persone alle quali la richiesta di riparazione è stata negata, a volte per un cavillo. Eurispes e Unione Camere Penali parlano di una media di 2500 domande all’anno di risarcimento per ingiusta detenzione e sottolineano che appena un terzo (800) sono state accolte. Quindi possiamo stimare che da 25.000 casi si arrivi a circa 50.000. Immaginate lo stadio Olimpico: gli innocenti finiti dietro le sbarre ne riempirebbero oltre la metà.

Ma non è un fenomeno degli ultimi 22 anni. Accadeva anche prima e non c’era la legge sulla riparazione di ingiuste carcerazioni (galera preventiva) ed errori giudiziari (sentenza sbagliata). Per il Censis durante la storia repubblicana quattro milioni di persone sono state coinvolte in inchieste e sono risultate innocenti. E i giudici raramente hanno pagato. Dall’entrata in vigore della legge Vassalli (1988), che regolamenta la loro responsabilità civile, le cause contro le toghe sono state 406.

Solo 4 concluse con una condanna, meno di una su 100. Le vittime sono sconosciuti e vip, uomini politici e tutori dell’ordine, medici e impiegati, liberi professionisti e, naturalmente, anche magistrati. Vi racconteremo le loro storie, le sofferenze patite, dalla perdita del lavoro a quella dell’immagine, nel caso di personaggi pubblici. Dopo, a poco servono le smentite e le rettifiche. E perfino i risarcimenti. Perché non è solo una questione di denaro. Quello che resta delle loro esistenze, famiglie, rapporti di amicizia e professionali sono macerie, rovine sulle quali è difficile, a volte impossibile, ricostruire. Vite bruciate. Per uno sbaglio.
(1-Continua)

2. “IO, FIGLIA DI ENZO TORTORA, DENUNCIO: IERI COME OGGI, I CASI TORTORA NON HANNO VOCE”
di Gaia Tortora su Il Tempo

Quante volte mi è stato chiesto un ricordo, un commento, una intervista sulla vicenda di mio padre? Molte. Com’è normale che sia in questi casi. Le stesse volte in cui ho accettato e poi mi sono ritrovata davanti al computer e a tanti ricordi e parole e immagini nella testa. Questa volta però, mentre da «Il Tempo » mi spiegavano come sarebbe uscita l’inchiesta del giornale, la mia mente è tornata a poche settimane fa. Ad un libro. Alla storia di un uomo.

Lui si chiama Giuseppe Gulotta. Il suo libro Alkamar – la mia vita in carcere da innocente. È la storia di un uomo che per 36 anni è stato considerato un assassino. È stato costretto a firmare una confessione con le botte e le torture. Oggi ha 55 anni. Ha passato in cella gran parte della sua vita. È un uomo innocente finito in un meccanismo che può stritolare chiunque. Ho letto d’un fiato la sua storia, che pure conoscevo. Ma non così nei dettagli. Mi sembrava in alcune pagine di rivivere l’incubo. Quel senso di impotenza che ti soffoca. Anche in quel caso tutto è cambiato in una notte. Esattamente come per mio padre. E per noi.

Dalle 4 del mattino del 17 giugno 1983 l’esistenza di mio padre viene stroncata. Giorgio Bocca lo ha definito «il più grande caso di macelleria giudiziaria della storia italiana ». Dall’arresto di quella notte alla morte di nostro padre passarono 5 anni. In mezzo, una condanna a 10 anni di carcere, poi la piena assoluzione e infine il cancro ai polmoni che lo ha portato via. Potrei dire molte cose in queste righe che mi è stato chiesto di scrivere. Molte e forse troppe ne ho già dette. Allora, come spesso mi capita quando mi chiedono qualcosa su mio padre, chiudo gli occhi e cerco di riascoltare le sue raccomandazioni. «Date voce a chi voce non ha ».

Ecco oggi i casi Tortora ci sono ancora. Sono molti e non li conosciamo. Mio padre era un uomo famoso. E nel bene e nel male questo ha avuto un peso. I riflettori si sono inevitabilmente accesi. Cosi riprendo tra le mani il libro di Giuseppe Gulotta e quelle parole a pag 127: «Gli anni 80 sono anni caldi per chi amministra la giustizia. Un referendum promosso dai radicali chiede una legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Troppi errori, dicono i promotori citando il caso Tortora.

Ma Giuseppe Gulotta non è Enzo Tortora, nessuno si occupa del suo caso, non c’è una campagna innocentista né un garantista, fra i tanti che si definiscono tali, che parli di lui ». È terribilmente vero. Ieri come oggi. I casi Tortora non hanno voce. Ieri come oggi siamo ancora qui a dibattere di riforma della giustizia. A firmare di nuovo referendum per i quali gli italiani si erano già espressi e che poi come spesso accade i nostri politici hanno fatto diventare carta straccia. Mentre infuria la battaglia sulla magistratura i processi vanno avanti. Lentamente. Le persone aspettano.

La sete di giustizia in questo Paese è diventata arsura. In molti risvolti delle nostre vite. Il problema non è la magistratura italiana, ma alcuni uomini che ne fanno parte. E che possono sbagliare come tutti. Ma che avendo per le mani la vita di un essere umano dovrebbero avere maggior scrupolo proprio come un chirurgo con il bisturi o un giornalista con la penna. Sulle responsabilità dei magistrati è stato vinto un referendum nel 1987. Non chiedo che vada limitata la loro libertà. Ma i magistrati che sbagliano almeno non dovrebbero essere promossi. Basterebbe un po’ di buonsenso e di coerenza. Invece, nella maggior parte dei casi, non ti chiedono neanche scusa.


Tutti contro i talk show. Vi spiego perché adesso diamo fastidio
di Gianluigi Paragone
(da “Libero”, 15 settembre 2013)

Non è elegante che un conduttore televisivo difenda i talk show e magari il suo in particolare. Quindi lo faccio.
Prima accusa. Ci sono troppi talk show. Come a dire: ci sono troppi modelli di macchine, ci sono troppi marchi di pantaloni o di scarpe, ci sono troppi giornali. Ci sono troppi programmi d’informazione? Embé? Qual è il problema? Ci sono anche tante fiction e tanti telefilm, tante partite: ognuno sarà pur libero di guardarsi quel che vuole o no?

A questa considerazione generale ne aggiungo un’altra. Sarà pur vero che si parla di politica dalla mattina alla sera, così com’è vero che gli ospiti sono quasi sempre gli stessi, eppure nonostante questo ininterrotto racconto, nel Palazzo continuano a fare quel che vogliono. Cioè niente di buono. Il tema dunque è un altro: incidiamo in qualche modo? Forse non abbastanza. L’amarezza della constatazione professionale si allarga a quella dell’elettorato che si sente inutile. La rabbia per i costi della politica, per il sovrannumero dei parlamentari, per la sterilità della classe politica e altro ancora sono urla di dolore gridate al vento. Nonostante le inchieste, i programmi tv, i libri di denuncia, non è cambiato alcunché. Ora leggiamo che la presidente della Camera si cambia la macchina blu passando all’ammiraglia. Ce n’era bisogno? Assolutamente no. «Problemi di sicurezza », è stata la risposta. Ma mi faccia il piacere, signora Boldrini! Il Papa si è tolto tutti i simboli del potere per vivere il più normalmente possibile e la Nostra Signora della Camera cammina a cinque centimetri da terra.

Seconda accusa. I talk sono un pollaio. Ormai non c’è critico televisivo che non scriva questa roba. Beh, meglio sembrare un pollaio che far la figura dei polli sbagliando le analisi politiche come hanno fatto Corriere e Repubblica glorificando Mario Monti e il suo fallimentare governo dei tecnici. E se noi facciamo il pollaio o il circo, le istituzioni che nominano una cinquantenne senatrice a vita cosa fanno? Pd e Pdl che applaudono Amato giudice costituzionale, cosa sono? Su coraggio, cosa sono? Sono un insulto alla voglia di cambiamento che c’è nel Paese.

Io continuo a pensare che il Palazzo, anzi i Palazzi, debbano sentirsi il fiato sul collo. Sempre. Dobbiamo dare loro fastidio. Devono sentirsi «minacciati » (in senso metaforico: sotto controllo) dalle telecamere e dai giornalisti che chiedono conto delle loro votazioni. Io lo farò.

E non me ne frega niente delle accuse di Aldo Grasso e degli altri, visto che se inseguiamo i politici siamo scontati, se facciamo parlare gli imprenditori siamo populisti, se mostriamo l’Italia in ginocchio siamo demagogici, se attacchiamo Napolitano siamo irrispettosi e se mettiamo in croce l’Europa e l’euro siamo disfattiti. Insomma, dovremmo stare zitti. Col piffero! Più siamo meglio è. Facciamo la stessa cosa? Non lo so, ma se quella cosa fosse mettere a nudo le vergogne di un sistema è bene.

Il potere prova fastidio. Alla prima puntata della Gabbia ho attaccato duramente il Capo dello Stato, ho denunciato la grave censura verso i miei giornalisti da parte al forum di Cernobbio «perché facciamo domande scomode », ho trattato in prima serata il tema dell’uscita dall’euro, e la risposta del giornale che più rappresenta questi poteri – il Corriere – s’è fatta sentire.

A proposito. Un’altra accusa è: i talk politici sono in crisi d’ascolto. Senti chi parla! Il Corriere della Sera e Repubblica hanno perso vagonate di lettori e parlano della crisi d’ascolti dei talk! Il bue dà del cornuto all’asino. Siccome i giornali sono in crisi di lettori e di pubblicità si sono – sacrosanto – buttati sui siti internet. Ebbene proprio sulle homepage di questi giornali criticoni poi si vedono brandelli della tv spazzatura; allora domando (ed entro nel «mio » caso specifico), se il duello Travaglio-Santanchè è vecchia tv, è tv trash, è pollaio, perché poi tutti i siti del giornali lo mettono in homepage e ci mettono pure una bella clip pubblicitaria? La risposta è semplice, quella clip aumenta i contatti al sito. Più contatti, più inserzioni commerciali. Siano almeno coerenti.

Credo di aver detto tutto. Quindi, sigla di chiusura e… ci vediamo mercoledì prossimo con la Gabbia su La7. Il peggiore talk della storia. Parola di Aldo Grasso, quello che da anni è costretto a scrivere sempre e solo di televisione e dintorni. In gabbia anche lui…


Corte Costituzionale, il Movimento 5 Stelle chiede le dimissioni di Giuliano Amato
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 15 settembre 2013)

Nominato da soli tre giorni giudice della Corte Costituzionale, Giuliano Amato colleziona già le prime richieste di dimissioni. A chiedere un passo indietro è il Movimento 5 Stelle per voce di Nicola Morra, capogruppo al Senato, che fa riferimento all’articolo del Fatto Quotidiano. Il gruppo presenterà un’interrogazione urgente al premier Enrico Letta e al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri.

“Giuliano Amato si dimetta da giudice della Corte costituzionale”, ha detto Nicola Morra. “Lo chiediamo con forza e decisione dopo aver letto l’articolo sul Fatto Quotidiano, relativo ad una intercettazione telefonica del 21 settembre 1990 che è agli atti di un processo per tangenti a Viareggio”. Il capogruppo M5S contesta l’incongruenza tra il ruolo di cui Amato è appena stato investito e il suo comportamento nei confronti di una testimone nell’ambito di un processo per corruzione. “E’ una vicenda che si sviluppa in epoca pre Mani Pulite dove l’allora deputato e vice segretario del Psi di Craxi telefonò e chiese alla vedova di un esponente socialista di non fare nomi dei protagonisti di una tangente da 270 milioni di lire. ‘Non fare i nomi con i giudici, niente frittate’, disse Amato alla vedova dell’esponente del Psi”.

“Se non si vuole che ora Giuliano Amato faccia lui una frittata della Giustizia, si dimetta da giudice della Corte Costituzionale”, è la richiesta del M5S. “Il Movimento 5 Stelle presenterà anche una interrogazione urgente al presidente del Consiglio ed al Ministro della Giustizia”.


Dimissioni di Amato per non trascinare nel fango Consulta e Quirinale
di Peter Gomez
(da “il Fatto Quotidiano”, 15 settembre 2013)

Giuliano Amato ha un’unica strada per evitare di trascinare in un colpo solo nel fango la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale: rinunciare al suo incarico di giudice della Consulta.

Qualunque persona di buon senso e in buona fede dopo aver ascoltato il nastro del suo colloquio telefonico con la vedova del senatore socialista, Paolo Barsacchi, scovato dal nostro valente collega Emiliano Liuzzi, non può arrivare a conclusioni diverse. Invitare una testimone in un processo per tangenti a non fare nomi per tenere fuori da uno scandalo i vertici del proprio partito è un comportamento incompatibile con la funzione di giudice costituzionale.

L’obiezione secondo cui il colloquio, registrato dalla signora Barsacchi, è molto antico (risale al 1990), non vale. Nella carriera dell’ex vicesegretario del Psi, due presidenze del Consiglio e più volte ministro, ci sono altri episodi del genere. Storie spesso diverse tra loro che dimostrano però come il caso Barsacchi, per Amato, non sia stato un incidente di percorso, ma la regola.

Bettino Craxi, infatti, utilizzò Amato per tutti gli anni ’80 e i primi anni ’90 per tentare di arginare (leggi insabbiare) il crescente numero di inchieste che coinvolgevano gli amministratori del Garofano. Non per niente l’ex sindaco di Torino, Diego Novelli, durante la bufera scatenata dalla scoperta delle mazzette versate nel suo comune a Dc, Psi e Pci, fu rimproverato proprio dal neo giudice costituzionale per aver portato in Procura il faccendiere-testimone d’accusa Adriano Zampini “anziché risolvere politicamente la questione”. E nel 1992, quando il dottor Sottile divenne per la prima volta premier, fu proprio il suo governo a spingere il Sismi e il Sisde a raccogliere dossier sui magistrati di Mani Pulite che stavano scoperchiando l’enorme rete di corruttele che aveva messo in ginocchio il Paese.

Lo si legge nella relazione del Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza del 6 marzo del ’96 e lo racconta nel suo libro, Sorci Verdi, l’ex ministro dell’Ambiente del governo Amato, Carlo Ripa di Meana: “Giuliano mi riproverò: disse che l’azione giudiziaria di Mani Pulite – come indicavano i servizi e il capo della Polizia Vincenzo Parisi – era un pericolo per le istituzioni”. Una considerazione significativa che dimostra come nella testa del neo giudice costituzionale alberghi da sempre un singolare ragionamento: il problema in Italia non sono i ladri e le ruberie, ma chi li scopre.

Anche per questo, ma non solo, oggi le istituzioni sono di nuovo in pericolo. Quale fiducia potranno avere d’ora in poi i cittadini nelle decisioni della Consulta, visto che tra loro siede un giudice che giustifica e anzi consiglia ai testimoni di essere reticenti? Cosa penseranno delle scelte del Quirinale gli italiani quando sentiranno Giorgio Napolitano ripetere le parole da lui stesso utilizzate un anno fa, il 25 settembre del 2012: “Chi si preoccupa dell’antipolitica deve risanare la politica” perché “far vincere la legge si può come avvenne contro la mafia, come dimostrano Falcone e Borsellino”?

Domande retoriche. Alle quali in qualsiasi Paese del mondo non si risponde con il silenzio imbarazzato dei partiti delle larghe intese di queste ore, ma con una lettera d’immediate dimissioni. La firmerà Amato? Alla luce dell’esperienza pensiamo di no. Ma per una volta ci piacerebbe essere smentiti. Vedere  l’ex vice-segretario Psi picconare con la sua presenza ciò che resta della credibilità di Consulta e Quirinale è un brutto spettacolo.  È una di quelle  scene di cui l’Italia non ha davvero più  bisogno.
__________
(Qui l’audio della conversazione tra la vedova di Paolo Barsacchi e Giuliano Amato)


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart