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Berlusconi ora punta i piedi. “Su fisco e Imu voglio fatti”

22 Giugno 2013

di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 22 giugno 2013)

Il messaggio che Alfano recapita a Letta durante un pranzo lungo, franco e per alcuni versi anche teso è piuttosto chiaro.
È il frutto delle riunioni e dei faccia a faccia avuti nelle ultime 24 ore a Palazzo Grazioli con un Berlusconi deciso a non concedere più nulla, perché – è il senso dei ragionamenti del Cavaliere – «dopo gli schiaffoni arrivati dalla magistratura e quelli che arriveranno lunedì con la sentenza Ruby » è chiaro che «non possiamo permetterci altre mortificazioni, a cominciare da quelli che sono stati i due pilastri della nostra campagna elettorale ». Il senso è chiaro: su Imu e Iva nessuno sconto e nessuna incertezza, per il Pdl sarà uno dei banchi di prova dell’esecutivo.

Concetto, questo, che Alfano ripete a un Letta che ha ben chiaro quanto la situazione sia delicata, tanto dal riconoscere pubblicamente la «correttezza » di Berlusconi dopo la decisione della Consulta. Una presa di posizione politica che serve a confermare che il Cavaliere ha pari dignità all’interno della maggioranza. Parole che l’ex premier incassa però senza troppo entusiasmo. «Mi pare davvero il minimo che poteva fare », si lascia sfuggire in privato, segno che la fiducia nei confronti di chi dovrebbe in qualche modo farsi garante della cosiddetta pacificazione – non solo Palazzo Chigi ma soprattutto il Quirinale – è ormai ai minimi storici.

In attesa del filotto processuale che lo aspetta per i prossimi giorni – lunedì sentenza Ruby, giovedì udienza preliminare del caso De Gregorio e inizio in Cassazione del lodo Mondadori – Berlusconi vuole quindi «vedere i fatti ». Mi stanno schiacciando sul fronte giudiziario – ripete – e non mi farò mettere all’angolo anche su quello elettorale. Insomma, «abolizione dell’Imu e stop all’Iva sono un impegno preso con dieci milioni di elettori e non possiamo venir meno ». Non è un caso che i big del Pdl abbiano iniziato ad alzare il tiro sul fronte economico, a partire dai cosiddetti falchi (dalla Santanché a Capezzone). Su questi due punti – è il messaggio di Alfano a Letta – non ci sono margini, sono il banco di prova del governo. Persino una colomba come il vicepremier, insomma, non ci gira troppo intorno.

D’altra parte, che Berlusconi sia sul piede di guerra è chiaro a tutti. È ben consapevole il Cavaliere che quella di staccare la spina è una via difficilmente percorribile e che non è affatto scontato porti poi alle urne. Però continua a non accantonarla se tra giovedì e venerdì si è trovato più volte a parlare di strategia elettorale. Con un’indicazione chiara ai suoi: bisogna essere più critici con Renzi che i sondaggi danno come personalità con il gradimento più alto, anche più di Napolitano. Dobbiamo iniziare a sottolineare i suoi errori e i suoi limiti – è stato il ragionamento – perché in un’eventuale campagna elettorale sarà lui il nostro competitor.

Nel Pdl, intanto, continuano i mal di pancia. I cosiddetti governativi si sono schierati in blocco con il Cavaliere e pure uno solitamente prudente come il ministro Quagliariello è arrivato a dire che si rischia che «la magistratura diventi un corpo estraneo dello Stato ». Tra i falchi, però, si punta il dito sulla decisione della Consulta e sul fatto che non solo le colombe ma anche il Colle avevano assicurato sarebbe stata più favorevole. Uno scontro sotterraneo ma duro se c’è chi arriva a ipotizzare sia in corso una sorta di «Teatro Olimpico Unchained », una rivisitazione dell’appuntamento del dicembre scorso – con identico obiettivo – che tanto mandò in subbuglio il Pdl. Si vedrà. Per ora il primo appuntamento in calendario è quello di martedì, quando si riunirà il gruppo parlamentare della Camera. L’intervento di Fitto – molto critico verso le colombe e il governo – non dovrebbe essere affatto noioso.


Il valore della scelta di responsabilità del Cav
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 22 giugno 2013)

A parti invertite ci troveremmo in una situazione da primavera araba. Con le piazze piene di folla imbufalita contro il tentativo di uccidere la democrazia del paese decapitando per via giudiziaria il leader del maggior partito d’opposizione. E con le forze dell’ordine impegnate a contenere l’inevitabile coda di guerriglia urbana che seguirebbe la concentrazione di grandi masse di manifestanti indignati in tutte le principali piazze italiane. Per fortuna, però, non ci troviamo a parti invertite. Il leader che rischia la decapitazione per via giudiziaria non è il segretario del Pd ma è il Presidente del Pdl, Silvio Berlusconi. E quest’ultimo, benché provato ed arrabbiato al massimo livello per l’offensiva finale della ventennale persecuzione giudiziaria ai suoi danni, non aizza le folle alla protesta e non minaccia alcuna estate italiana contro l’aberrante tentativo dei suoi avversari di eliminarlo (e con lui eliminare l’opposizione) con un sistema totalmente ispirato ai processi staliniani degli anni ’30.

Chi rileva che la linea di responsabilità adottata dal Cavaliere nasca dalla considerazione che in caso di caduta del governo Letta quello che lo sostituirebbe, formato da Pd, Sel e grillini dissidenti, potrebbe fare anche peggio, ha sicuramente ragione. Ma solo in parte. Perché è vero che Berlusconi non ha affatto perso la lucidità e sa bene che in certe condizioni la riduzione del danno è una strada obbligata. Ma è altrettanto vero che trasformare l’atto di responsabilità del Cavaliere in un semplice calcolo di costi e benefici non consente di capire il valore effettivo e politico della rinuncia allo scontro ed alla rottura di Silvio Berlusconi. Per i media ed i politici della sinistra la responsabilità del leader del Pdl è un atto semplicemente dovuto. Per la stragrande maggioranza del paese, quella che non guarda con gli occhiali dell’ideologica e di una pretesa superiorità antropologica della sinistra, è un sacrificio gigantesco che assolve tutti i peccati reali o presunti del passato di Berlusconi e lo trasforma in una sorta di Padre della Patria verso cui anche il vecchio avversario non può non avere riconoscenza.

Quanto meno per non aver gettato nella instabilità e nel caos un paese che è già afflitto da una crisi di dimensioni bibliche. Non cogliere questo aspetto nella considerazione dell’atto di responsabilità del Cavaliere significa non riuscire a capire il valore e le ricadute politiche della rinuncia allo linea dello sfascio. Se si votasse oggi il Parlamento che verrebbe espresso dal nuovo voto sarebbe completamente diverso da quello presente. Il Pd non avrebbe più la maggioranza alla Camera e risulterebbe ridimensionato al Senato, il Movimento Cinque Stelle scenderebbe di almeno dieci punti rispetto a quella attuale, il centro di Monti e di Casini scomparirebbe quasi del tutto ed il centro destra, a stare almeno ai sondaggi, tornerebbe a governare il paese.

Tutto questo nel momento presente. Ma che succederebbe in autunno, dopo la conclusione della macelleria giudiziaria di Berlusconi e della trasformazione del Cavaliere in martire della democrazia e Padre della Patria per aver sacrificato se stesso allo scopo di evitare lo sconquasso della società nazionale? Immaginare di risolvere il problema espellendo il leader del Pdl dal Parlamento in seguito ad una sentenza della magistratura o a qualche gabola sulla incompatibilità è da beoti. Un leader politico rimane tale anche se non entra a Montecitorio o a Palazzo Madama. Anzi, con l’aureola della vittima, lo diventa sempre di più!


Idem, ora spunta l’assunzione sospetta
Raphaël Zanotti per La Stampa
(tratto da “Dagospia”, 22 giugno 2013)

Quando arrivi a Ravenna, città del ministro Josefa Idem, puoi imbatterti nello striscione che Forza Nuova ha appeso sotto la sede del Pd: «In Germania si sarebbe dimessa, in Italia Idem? ». Oppure nell’uomo al bar che rivendica la statura dell’illustre cittadina: «Sta facendo bene la nostra Sefi, questa è tutta una speculazione politica ». Una città spaccata. Lo senti nell’aria. E lo capisci dalle dichiarazioni dei politici. Quando Alberto Pagani, l’altro onorevole di Ravenna, collega del Pd, arriva a chiedere al ministro di chiarire, e al più presto, significa che anche il partito quell’aria l’ha fiutata e si sta riposizionando.

Lei, il ministro, è intanto costretta a scartare. Paradossale per lei, allenata a far muovere la prua di pochi centimetri per non perdere la linea migliore sull’acqua. Ieri, impegnata a Reggio Emilia in un incontro sulle donne, si nega alla domanda dei giornalisti sulle sue eventuali dimissioni. Poi arriva una scossa di terremoto. La sala nella quale sta parlando viene evacuata. E da allora il ministro si fa di nebbia. Tornata nella sua Ravenna? Se è così, qui è arrivata la seconda scossa. Politica.

Un consigliere comunale di opposizione, Alvaro Ancisi, scopre un’altra magagna: nel periodo in cui il ministro era assessore allo Sport del Comune di Ravenna, il marito Guglielmo Guerrini l’aveva assunta come unico dipendente dell’associazione dilettantistica che presiede. Motivo: il Comune, così, le ha versato i contributi previdenziali per tutto il periodo dell’incarico. Esattamente 8.642 euro per 183 giorni lavorativi, dal 10 giugno 2006 al 7 maggio 2007, giorno in cui, per ragioni familiari e per prepararsi meglio alle Olimpiadi di Pechino, l’assessore oggi ministro si dimette. Dal giorno dopo, niente più incarico da assessore e nessun altro versamento. Evidentemente all’associazione dilettantistica Canoa Kayak Standiana non avevano più bisogno di una dipendente e il marito l’ha mandata via.

La coincidenza, ovviamente, è succosa. Si chiede al sindaco di mandare le carte in Procura per i necessari approfondimenti. Procura che, proprio ieri, ha ricevuto le prime carte sul caso Idem: gli esiti delle ispezioni dell’ufficio tributi e dell’ufficio edilizia che hanno accertato una serie di irregolarità edilizie nella casa-palestra di carraia Bezzi 104 dove il ministro risultava risiedere, garantendosi così l’esenzione dall’Ici tra il 2008 e il 2011.

Ancora una volta sembra essere l’associazione Standiana a mettere nei guai l’adorata Sefi. E più si scava in questa direzione, più gli aspetti familiar-professionali s’intrecciano. La Standiana risulta aver collezionato sette tessere nell’ultimo anno. Tre sono a nome del marito, Guglielmo Guerrini, una del fratello di quest’ultimo, Gianni. Che vive, manco a dirlo, in carraia Bezzi 102, la villetta accanto alla famigerata casa-palestra e, fino al 2003, anche sede dell’associazione Standiana.

Oggi, il ministro, per spiegare questo groviglio, invoca la sua buona fede. Spiega che la casa in carraia Bezzi 104 è sempre stata la palestra personale nella quale si allenava «come un professore ha la sua biblioteca ». Dice che, dovendo affrontare una dura preparazione atletica, ha lasciato ad altri, a tecnici di sua fiducia, la gestione burocratica della sua vita. Comprensibilissimo, visti i risultati agonistici. Ma in quella palestra personale è stata impiantata un’attività commerciale.

E dal 2008, stando alle foto di Google Street. Andrea Alberizia, giornalista di una testata locale, ha fatto un bel colpo: «Mercoledì scorso ho chiamato uno dei numeri indicati nella pagina Facebook della palestra Ja Jo Gym (quella con sede in carraia Bezzi 104, ndr) chiedendo di potermi iscrivere. Mi hanno risposto che l’attività costava 60 euro al mese, ma che probabilmente in luglio sarebbero riusciti a mantenere la promozione a 45 euro. Non mi hanno chiesto alcuna iscrizione ad alcuna associazione sportiva ». Non tutti i professori si mettono ad affittare i libri della propria biblioteca.

Dalle carte del Comune di Ravenna risulta che possibili autori degli illeciti riscontrati sarebbero la proprietà. Josefa Idem, e l’affittuario/gestore della palestra, l’Asd Motori e Sports di Maurizio Patanè. Ma esiste questo contratto d’affitto? E da chi è stato stipulato? Dalla proprietà o dalla sempre presente associazione dilettantistica Standiana del marito Guerrini? E se al Comune di Ravenna non risultava esserci alcuna palestra in quell’edificio, essendo accatastato come abitazione principale, a che titolo veniva pagato un affitto annuale, a detta dello stesso ministro, di 600 euro annuali?

Domande a cui, probabilmente, il ministro dovrebbe rispondere per chiarire. Come suggerito dal collega di partito Pagani. Intanto Patanè è sparito, il ministro fatica a rispondere e il marito Guerrini è stato «blindato » dall’avvocato che si sta occupando della faccenda, Luca Di Raimondo. Il quale, ieri, è arrivato a Ravenna. Probabilmente per prendere in mano la situazione. Un nuovo tecnico per gestire un po’ di burocrazia della vita del ministro olimpionico.


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Bart