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Berlusconi scalpita e pensa al blitz in tv contro i magistrati

24 Settembre 2013

di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 24 settembre 2013)

A guastargli l’umore, un tempo avrebbe provveduto il trionfo della sua nemica Merkel. Ma ormai Berlusconi è considerato, sul piano internazionale, un intoccabile: nel senso che Frau Angela dopo la condanna difficilmente gli stringerebbe la mano, perlomeno davanti alle telecamere. Per cui il grande nervosismo che si raccoglie ad Arcore ha motivazioni del tutto estranee al grande proscenio della politica.

Il Cavaliere risulta angosciatissimo dalle voci di provvedimenti restrittivi in arrivo, cioè di arresti cautelari che potrebbero essere disposti nei suoi confronti non appena sarà stato spogliato dello scudo di senatore. Parliamo dunque di metà ottobre o forse un poco più in là. Lui già vive con ansia il momento in cui la Procura milanese potrebbe contestargli il reato di subornazione dei testimoni, nel caso specifico delle «olgettine » chiamate a deporre nel processo «Ruby 2 » che ha visto le condanne di Mora, di Fede e della Minetti. Chi frequenta il Palazzo di giustizia non è così convinto che la Procura potrebbe spingersi al punto da mettere Berlusconi sotto chiave, ma alle antenne di Silvio qualcosa è arrivato. Cosicché ieri ha visto i figli e gli avvocati in un consiglio di guerra. E oggi piomberà a Roma con intenzioni che mettono in grande allarme le «colombe » del suo partito, perché l’uomo vuole andare in tivù a sparare contro i magistrati. E siccome uno sfogo tira l’altro, nel salotto di Vespa l’ira potrebbe scaricarsi via etere contro il governo Letta, provocando la crisi…

Vani finora i tentativi di frenarlo. Inutilmente gli è stato detto che, se attaccasse le toghe come lui ha in animo, finirebbe per peggiorare la sua situazione. Ma allora, perché questa forzatura? Berlusconi è ritornato «falco », anzi falchissimo, per un calcolo disperato. In caso di arresto preventivo, disposto per avere inquinato le prove di un processo, lui verrebbe praticamente murato vivo. Gli verrebbe negato perfino il colloquio coi famigliari senza preventiva autorizzazione dei magistrati. Ma se le Camere venissero sciolte prima che il Senato arrivasse a dichiararlo decaduto, cioè entro un paio di settimane, allora lui resterebbe protetto dalle guarentigie parlamentari. E fino alla convocazione delle nuove Camere lui si limiterebbe a scontare i 9 mesi di pena per i diritti Mediaset ai servizi sociali o al carcere domiciliare che, diversamente da quello disposto per motivi cautelari, gli consentirebbe di uscire di casa dalle 2 alle 8 ore al giorno e (previa intesa con il giudice dell’esecuzione) di incontrare chiunque, salvo i pregiudicati.

Unica nota «rosa » in un panorama scurissimo, è l’ampio servizio fotografico di «Vanity Fair » che nel prossimo numero lo presenterà al fianco della fidanzata Francesca, in pose definite amorevoli da chi ha visionato gli scatti. Sarà, in attesa delle eventuali ma sempre più probabili nozze, la consacrazione mediatica del loro legame. Per il resto dalle parti di Arcore si vive un clima di continui elettrochoc, che fanno confessare a un dignitario forzista sconsolato: «È tutta colpa della legge 180, che ci avrebbe dovuto chiudere nei manicomi, e invece siamo tutti a piede libero… ».


La stanza dei bottoni e la malafede a sinistra
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 24 settembre 2013)

Quante volte abbiamo sentito illustri commentatori pontificare che se l’Italia è allo sbando lo si deve ai governi di centrodestra che hanno governato il Paese negli ultimi 18 anni? Direi spesso, e a volte qualcuno di loro ha aggiunto «la maggior parte » degli ultimi 18 anni, ma così, tanto per non negare che anche alla sinistra, quasi incidentalmente, è capitato di stare nella stanza dei bottoni.

Questa favola è stata ripetuta con fermezza anche da Epifani nei giorni scorsi durante l’assemblea del Pd. E nessuno ha obiettato. Un nostro lettore, Sauro Tosoni, ha voluto vederci chiaro e con pazienza certosina ha ricostruito vent’anni di vita politica, giorno per giorno. Ecco il risultato del suo lavoro. L’Italia è stata governata per 1.013 giorni da esecutivi tecnici (Dini, 486; Monti 527). Il centrosinistra ha guidato sette governi (Amato-uno, 304 giorni; Ciampi, 377; Prodi-uno 887; D’Alema-uno, 427; D’Alema-due, 125; Amato-due, 412; Prodi-due, 725) per un totale di 3.254 giorni. Praticamente lo stesso periodo di tempo, 3.337 giorni, nel quale ha governato il centrodestra con i suoi quattro esecutivi Berlusconi.

Ecco svelato, con la chiarezza e semplicità dei numeri, l’imbroglio mediatico del Paese mandato a catafascio da una dittatura, quella di Berlusconi, durata vent’anni consecutivi salvo brevi parentesi. Balle: il centrodestra ha governato solo 83 giorni più della sinistra, cioè un niente, e molto meno (circa tre anni) di sinistra e tecnici messi insieme. La favola ribadita da Epifani è solo propaganda, alla quale da tempo hanno abboccato, non per ingenuità ma per convenienza politica, anche i mass media stranieri, con un danno di immagine non irrilevante a tutta l’Italia, descritta più volte come un gregge di caproni che si sono fatti abbindolare da un pastore despota.

Se c’è una cosa che in questi vent’anni non è mancata è proprio l’alternanza politica alla guida del Paese: due governi tecnici, otto di sinistra, quattro di centrodestra ed uno, l’attuale, di larghe intese. Ma chissà perché, il cattivo deve essere solo e sempre uno. Distratti, ignoranti o in malafede? Propendo per la terza ipotesi.


Tutti all’attacco del governo. Solo il Colle difende il premier
di Fabrizio Ravoni
(da “il Giornale”, 24 settembre 2013)

Roma. «All’ordine facite Ammuina, tutti coloro che stanno a prua vadano a poppa e quelli a poppa vadano a prua… ». La maionese politica è sul punto di impazzire.
Tutti contro tutti: parti sociali ed il presidente della Camera contro il governo. E sullo sfondo si intravede il braccio di ferro della maggioranza sull’Imu.

Giorgio Napolitano ha antenne sensibili. Così prova a placare gli animi. «La politica non sprechi » questo momento – dice il Capo dello Stato – «e proceda senza incertezze e tantomeno rotture nel compiere le azioni necessarie ». Non bisogna sprecare – aggiunge – «questo momento più favorevole. Dobbiamo fare tutti la nostra parte per far crescere i semi » della ripresa.
Prima dell’intervento del presidente della Repubblica, Susanna Camusso, Cgil, aveva minacciato la «mobilitazione generale » qualora il governo non procedesse al taglio delle tasse sul lavoro. Raffaele Bonanni della Cisl, però, era più cauto: il governo deve andare avanti.

Ma l’assalto alla politica economica arrivava da Laura Boldrini. Per il presidente della Camera si può uscire dalla crisi se il governo accantona la politica di austerity.
Peccato che 24 ore prima, il ministro dell’Economia aveva confidato che se il governo non avesse rispettato il tetto di un deficit al 3%, si sarebbe dimesso. E Vendola fa da controcanto alla Boldrini, chiedendo al ministro dell’Economia di rimanere al suo posto. Per dovere d’ospitalità (parlava ad un convegno dell’Anci) il presidente della Camera sposa in pieno le tesi del presidente dei Comuni italiani, Piero Fassino: l’Imu deve essere ripristinata per garantire il flusso di risorse necessarie ai Comuni, aveva commentato la Boldrini.

Resta un dato: accogliere le richieste della Cgil costa allo Stato 5 miliardi di euro. A tanto ammonta l’alleggerimento delle tasse sul lavoro. Enrico Letta era d’accordo. Ma per garantire quelle risorse, Saccomanni gli ha presentato l’ipotesi di aumentare l’Iva di due punti: dal 21 al 23%. Ed il taglio del costo del lavoro è rinviato. Da Ottawa il premier assicura: «Sono convinto che Confindustria e sindacati faranno parte di un lavoro comune: ci siamo parlati e ci parleremo prima della legge di Stabilità ». E garantisce: «la legge di Stabilità sarà il passaggio chiave: il momento in cui chiameremo la coalizione ad assumersi gli impegni per il futuro, per tutto il 2014 ».

Il presidente del Consiglio, però, rientrerà in Italia a cinque giorni di distanza dall’aumento di un punto dell’aliquota Iva. Saccomanni lo vuole; così come dà per scontato la seconda rata dell’Imu (o delle misure che garantiscono lo stesso gettito). Il Pdl non vuole né l’Iva né l’Imu. «Le coperture per scongiurarli sono molteplici e le abbiamo presentate a Letta », sottolinea Renato Schifani. All’Economia, però, le coperture indicate da Brunetta non verrebbero prese in seria considerazione.

Ed è per queste ragioni che Letta cerca di abbassare i toni della polemica rimandando l’intero capitolo fiscale alla legge di Stabilità. Ne consegue che prima del 15 ottobre, il governo dovrà indicare con uno o più decreti legge come recuperare i 6 miliardi che mancano all’appello quest’anno e – in aggiunta a questi – gli 8 miliardi necessari a garantire il rispetto degli impegni per il 2014. Cuneo fiscale e Imu compresi. In attesa, «Facite Ammuina ».


La Corte europea dei diritti dell’uomo: no al carcere per i giornalisti
di Nico Di Giuseppe
(da “il Giornale”, 24 settembre 2013)

Condannare un giornalista alla prigione è una violazione della libertà d’espressione, salvo casi eccezionali come incitamento alla violenza o diffusione di discorsi razzisti.
A stabilirlo, ancora una volta, è la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza in cui dà ragione a Maurizio Belpietro, direttore di Libero, condannato a quattro anni dalla Corte d’Appello di Milano.

Belpietro fu condannato per diffamazione a quattro anni di carcere, poi sospesi, per aver pubblicato, nel novembre 2004, un articolo firmato da Raffaele Iannuzzi dal titolo “Mafia, 13 anni di scontri tra pm e carabinieri”, ritenuto diffamatorio nei confronti dei magistrati Giancarlo Caselli e Guido Lo Forte. I giudici di Strasburgo nella sentenza spiegano che una pena cos ì severa rappresenti una violazione del diritto alla libertà d’espressione del direttore di Libero. La Corte sottolinea infatti che Belpietro venne condannato dalla Corte d’Appello di Milano non solo a risarcire Lo Forte e Caselli per un totale di 110 mila euro, ma fu anche condannato a quattro anni di prigione.

Secondo la Corte è questa parte della condanna, anche se poi sospesa, a costituire una violazione della libertà d’espressione. La Corte infatti ritiene che, nonostante spetti alla giurisdizione interna fissare le pene, la prigione per un reato commesso a mezzo stampa è quasi sempre incompatibile con la libertà d’espressione dei giornalisti, garantita dall’articolo 10 della convenzione europea dei diritti umani. Insomma, per i giudici di Strasburgo, nonostante l’articolo di Iannuzzi sia stato giustamente considerato diffamatorio, esso non rientra in quei casi eccezionali per cui può essere prevista la prigione. Strasburgo ha condannato l’Italia per aver violato il diritto alla libertà d’espressione di Belpietro. Per questa ragione, lo Stato dovrà versare al direttore di Libero 10mila euro per danni morali e 5mila per le spese processuali.


Senza tagli alla spesa bene le dimissioni
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 24 settembre 2013)

Può apparire singolare che mentre il Presidente del Consiglio Enrico Letta denuncia nell’instabilità politica la causa dello sforamento del tetto del 3 per cento imposto dall’Europa, il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni minacci le dimissioni, e quindi l’instabilità politica, per ammonire i partiti della maggioranza a non chiedere l’abolizione dell’aumento dell’Iva dopo aver ottenuto l’abolizione dell’Imu. La contraddizione di Saccomanni è evidente.

Ma la responsabilità di questa contraddizione non dipende dal Ministro dell’Economia che è entrato nel governo di Enrico Letta abbandonando la direzione generale della Banca d’Italia nella convinzione di dover svolgere il ruolo di strenuo sostenitore della linea del rigore nella tenuta dei conti pubblici. La vera responsabilità è di chi non lo ha avvertito, all’atto del conferimento dell’incarico (ed il riferimento non è solo all’inquilino di Palazzo Chigi ma anche a quello del Quirinale) che la linea del rigore non si difende con la sola logica dei numeri ma anche con la logica della politica. Se il problema della difesa del tetto del 3 per cento fosse solo numerico non ci sarebbe bisogno di un Ministro dell’Economia e neppure di un governo.

Basterebbe un qualsiasi contabile e la matematica sarebbe salva. Il problema, invece ed anche se Saccomanni fa finta di non saperlo, è politico. Perché non nasce dalla rigidità asettica dei numeri ma dalle cause politiche che rendono così rigidi i numeri stessi. E, quindi, per essere risolto non può non trovare che una risposta politica. In questa luce la questione non è più quella che Saccomanni vuole far credere della contrapposizione della linea del rigore rispetto alla linea dello sforamento. E neppure quella della fedeltà o meno agli impegni assunti con l’Europa. Ma diventa la questione del perché mai non ci possa essere una strada alternativa a quella secondo cui la pressione fiscale è e deve rimanere intoccabile. La risposta a questo interrogativo non riguarda i conti ma la politica.

Alla base della convinzione c’è l’assioma, condiviso o semplicemente accettato o subito, che la spesa ed i meccanismi che la producono e la fanno crescere progressivamente anno dopo anno, non possa essere comunque toccata. E che, di conseguenza, se si deve affrontare una emergenza di qualsiasi tipo ( anche quella della riduzione di una imposta per dare respiro al paese) si debba necessariamente operare sul versante delle entrate.

Non si sa se Saccomanni condivida o subisca il tabù della intangibilità della spesa pubblica. Si sa, però, che lo considera il presupposto immodificabile di qualsiasi strategia di politica economica. Senza prendere neppure in considerazione l’ipotesi che solo affrancandosi da questo tabù, frutto non solo di convinzioni ideologiche ma anche e soprattutto degli interessi delle caste e delle corporazioni che paralizzano il paese, si possa tentare di mantenere gli impegni internazionali senza aggravare la recessione che minaccia di uccidere il paese. Nessuno chiede a Saccomanni di tagliare la spesa sociale (anche se la razionalizzazione delle spese avrebbe come effetto di migliorare i servizi).

Tanto meno di tornare ai tagli lineari di Giulio Tremonti. Ma sarebbe così impossibile puntare sui risparmi selettivi non imposti dall’alto ma realizzati in piena autonomia dai singoli centri di spesa? Perché non provarci? Un segnale, comunque, Saccomanni lo dovrebbe dare. Altrimenti è meglio che si dimetta. Che di rigoristi del partito delle tasse ce ne sono già troppi in circolazione!


Letto 2080 volte.


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Bart