Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Brunetta. Lettera aperta a Letta, ‘in Italia non c’è lo stato di diritto’

20 Settembre 2013

di Redazione
(da “Free news on line”, 20 settembre 2013)

“Caro presidente Letta, caro Enrico, ieri hai detto come fosse un atto di fede: ‘In Italia lo stato di diritto funziona’. Ancora: ‘Siamo in uno stato di diritto, non ci sono persecuzioni (traduco: Berlusconi non è perseguitato)’. Sii più prudente. Queste parole perentorie si scontrano con la realtà e il buon senso. Sono anzi proprio false, se permetti”. È quanto scrive Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera dei deputati, in una lettera aperta al presidente del Consiglio, Enrico Letta.

“Ti consiglio la lettura di un volume del ‘Mulino’ uscito in primavera dal titolo ‘La qualità della democrazia in Italia’. Secondo gli autori, coordinati dal professor Leonardo Morlino, i dati oggettivi fanno emergere come la malagiustizia italiana incida pesantemente sulla ‘qualità della democrazia in Italia’, rivelandola ‘non in linea con gli standard internazionali di rule of law (stato di diritto, ndr)’. Analisi scientifica, non giudizio politico di Forza Italia. Questa giustizia nuoce alla democrazia”.

“Numerose sentenze della Corte europea dei Diritti dell’Uomo ‘stabiliscono l’esistenza di una violazione commessa dallo Stato italiano contro il diritto a un giusto processo’. Ok, presidente Letta?”.

“Studiosi non certo berlusconiani affermano: non c’è solo la lentezza dei processi, ma ‘la politicizzazione della magistratura, in particolare delle grandi sedi di Milano, Roma, Napoli e Palermo’ a far emergere figure di magistrati caratterizzate ‘da un mix di impunità, mediatizzazione estrema e politicizzazione senza simili nel mondo occidentale (…) visibilità mediatica e personalizzazione’. Ripeto: impunità, mediatizzazione, politicizzazione senza simili nel mondo occidentale! Altro che Stato di diritto. Ed è questo che determina una ‘fiducia comparativamente bassa (rispetto all’area Ocse) dei cittadini’ nei confronti delle toghe”.

“La critica, in particolare della professoressa Daniela Piana, si appunta sul ‘sistema di governo della magistratura (che) non alloca incentivi e sanzioni, vincoli e opportunità’, il tutto in un contesto ‘di uno sbilanciamento eccessivo in favore dell’indipendenza, senza che ad essa corrispondano meccanismi di controllo organizzativo interno”.

“La diagnosi finale degli studiosi è grave: ‘Una democrazia nella quale la funzione giudiziaria si trova ad avere un’agenda estremamente ampia e un raggio di azione che lambisce i limiti della politica non può non rischiare di perdere in legittimità’. E’ ufficiale, è un dato di scienza: la magistratura italiana è politicizzata. Dille di smettere, presidente Letta!”, conclude Brunetta.


“Alle elezioni Berlusconi stravincerà”
Stefano Zurlo intervista Piero Ostellino
(da “il Giornale”, 20 settembre m2013)

«Ho parlato con un magistrato del penale di altissimo livello ».
E che le ha detto?
Piero Ostellino, ex direttore del Corriere della Sera, saggista, autore di numerosi libri, non si fa pregare: «Lui ha letto la sentenza della Cassazione con attenzione e mi ha spiegato che non si capisce perché abbiano condannato il Cavaliere ».
Non è chiaro?
«No ci sono le prove. L’Italia è zeppa di imprenditori, grandi imprenditori, che potevano non sapere, lui invece non poteva non sapere ».
Allora il videomessaggio del Cavaliere la convince?
«Un attimo. Ha ragione nel denunciare questi vent’anni di processi, accuse, avvisi di garanzia e tutto il resto. L’obbligatorietà dell’azione penale contro Berlusconi, e glielo dice uno che non vota il Cavaliere e osserva la vita del Palazzo con distacco, è scattata quando è sceso in politica. Mi pare non ci siano dubbi. Sul piano umano ha ragione ».
E su quello politico?
«Io, fossi stato al suo posto, avrei parlato prima e in Parlamento ».
Perché?
«Per denunciare le ragioni per cui non si riesce a riformare questo Paese. Per dare un nome alle corporazioni che bloccano lo sviluppo e ci tengono incatenati ad un modello ormai superato ».
Il videomessaggio arriva tardi?
«Certo. Se a fermare il cambiamento sono stati i partitini, come dice lui, i Casini e company, perché a suo tempo non ha parlato chiaro davanti alle Camere? ».
Oggi ripropone Forza Italia.
«Forza Italia è un po’ il sogno della gioventù, il fulgore dell’origine, l’inizio spumeggiante ».
Operazione nostalgia?
«Molta ».
Allora è troppo tardi per il Cavaliere?
«No, non ho detto questo. Berlusconi stravincerà alle prossime elezioni ».
Addirittura?
«Sì. Perché i voti glieli porterà direttamente la sinistra che è burocratica, è reazionaria, guarda con sospetto gli imprenditori, come insegna il caso dell’Ilva, ed è alleata della magistratura ».
Berlusconi è ossessionato dalla magistratura.
«Ma lei li ha letti i documenti di Magistratura democratica? Lì sono scritte cose incredibili: questi magistrati hanno teorizzato l’avanzata dei diritti dei ceti più deboli e la trasformazione in chiave progressista della nostra società, insomma gli stessi slogan con cui il vecchio Pci ha cercato in tutti i modi dal 45 in poi di far diventare l’Italia una fotocopia della Germania Est. Questi giudici hanno affermato nei loro documenti che in un’aula di tribunale un lavoratore vale più di un imprenditore: inquietante. Il cittadino Piero Ostellino si sente in pericolo davanti ad affermazioni di questo tenore ».
La sentenza che condanna la Fininvest a pagare 500 milioni a De Benedetti per la vicenda Mondadori?
«È una porcata. Il Lodo Mondadori fu un accordo e De Benedetti ne fu soddisfatto ».
E dov’è la porcata?
«La magistratura ha ripagato De Benedetti che sui suoi giornali le ha sempre dato ragione e dà sempre del delinquente al Cavaliere, qualunque cosa faccia o dica ».
Le sue sono affermazioni pesantissime.
«Ma sono la verità ».
Dunque, Berlusconi ha di nuovo ragione?
«Se ha commesso un errore è di aver appiattito la questione giustizia sui suoi problemi. Lo capisco, però lui è un politico, dovrebbe, anzi doveva andare oltre. Ha promesso il cambiamento e il cambiamento non è arrivato ».
Chi ci porterà fuori dalla crisi?
«Monti era stato chiamato per risolvere i problemi che Berlusconi non aveva affrontato e invece ha massacrato il Paese. Il suo è stato il peggior governo del dopoguerra, un diluvio di tasse ».
L’Italia era sul ciglio del baratro: il Professore che poteva fare?
«E me lo chiede? Ridurre le spese, o meglio la spesa della macchina statale che è costosissima, e poi tagliare le tasse per far ripartire il Paese. Naturalmente ha fatto il contrario e ci metteremo vent’anni per riprenderci. Novantaduemila contribuenti spariti nel nulla, perché non hanno più redditi da denunciare, migliaia di imprese chiuse, i suicidi degli industriali. Un disastro. Peraltro questa valanga di tasse era stata impostata già da Tremonti che se non erro era il ministro dell’economia nel governo del Cavaliere ».
Letta?
«È la fotocopia del governo precedente. Non riesce a tagliare di un centesimo la spesa pubblica, che continua a salire insieme al debito pubblico, e allora per recuperare un miliardo si aumenta l’Iva di un punto. Così i consumi già depressi si deprimeranno ancora di più. Geniale in un momento drammatico come questo ».
Aspettiamo sempre la rivoluzione liberale?
«Le rivoluzioni si fanno e non si annunciano. Comunque, Berlusconi continuerà a fare politica come prima. Questo tema dell’agibilità non ha alcun senso: lui è il leader del centrodestra e continuerà ad esserlo. Dentro o fuori dal Parlamento. Almeno finché questo Paese resterà libero ».


Stabilità, solo da noi fa orrore
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 20 settembre 2013)

Il governo Letta si è appena salvato da una crisi che già ci si interroga sulla prossima. Berlusconi fa capire che la potrebbe aprire sulle tasse, Renzi che la potrebbe aprire per vincere le elezioni, e il premier fa capire che ha capito e che quindi «giocherà all’attacco ». La politica all’italiana è l’opposto del calcio all’italiana: tutti all’attacco, e nessuno che pensa mai a difendere.

Ben diversa è quella tedesca. Nonostante l’incertezza sull’esito del voto di domenica, dal quale nessuno sa che maggioranza parlamentare uscirà, c’è infatti in Germania certezza di stabilità politica: tutti sanno che Angela Merkel sarà per la terza volta Cancelliera, e che la sua politica proseguirà grosso modo immutata.

Questo paradosso meriterebbe una riflessione, soprattutto da parte di chi in Italia lamenta che la stabilità è sì una buona cosa, ma poi non tanto, perché sospende la lotta politica, inceppa l’alternanza, offende i sentimenti identitari degli elettori. C’è invece in Europa un grande Paese dove la gente la pensa diversamente: viva il conflitto e l’identità, ma è più importante ciò che il governo fa, e se lo fa a vantaggio della nazione.
Così se i liberali, attuali alleati della Merkel, resteranno fuori dal Bundestag, la Cdu farà l’alleanza con i suoi avversari socialdemocratici, e sarebbe la terza volta nella storia; d’altro canto la Spd, se pure servisse per vincere, esclude di allearsi con la sinistra della Linke preferendole la Cdu; e nessuno si alleerà mai con il nuovo partito anti euro, qualsiasi sia il suo risultato.
Si può credere che i due maggiori partiti tedeschi siano più indecisi sulle loro radici, meno dotati di un retaggio ideale e culturale, e che per questo accettino di mescolarsi in modi innaturali, a differenza dei nostri, tetragoni, teutonici addirittura nel difendere le loro identità? Difficile: perché i partiti tedeschi esistono da sempre, si chiamano sempre allo stesso modo, e fanno parte delle famiglie politiche europee. Mentre quelli italiani hanno pochi anni di vita, cambiano nome di continuo e in Europa non sanno dove sedersi.

Dunque la peculiarità del sistema politico tedesco deve essere un’altra: e cioè che costringe i partiti a confrontarsi costantemente con il bene comune, e chi non riesce a servirlo paga un prezzo. È la prova che la stabilità, prima ancora che delle leggi elettorali, è frutto di cultura politica. In Germania il premio di maggioranza non c’è, e capita spesso che non ci sia una maggioranza dopo il voto. Ciò non impedisce al nostro sistema, col premio, di essere molto più instabile di quello tedesco.

Capisco che per noi italiani una politica così stabile debba sembrare noiosissima. Basti pensare che i tedeschi chiamano la Merkel mutti , la mamma, per riferirsi a quel suo stile «frugale, sobrio, volutamente sciatto ». Un tipo così da noi non susciterebbe l’interesse di un Signorini o di un Briatore. Ma del resto non si può avere tutto nella vita: si vede che i tedeschi hanno rinunciato a un po’ di divertimento in cambio di un po’ di benessere.


Contro il voto palese sulla decadenza di Silvio Berlusconi
di Luigi Manconi
(da “L’Uffington Post”, 20 settembre 2013)

Va da sé: una sentenza di convalida della Cassazione deve considerarsi definitiva. Anche se, come ogni sentenza, può essere legittimamente criticata e reputata ingiusta da chi consideri altrimenti i fatti e le norme chiamati in causa. E la sentenza sul caso Mediaset è definitiva, e prescrive al suo principale imputato una pena a quattro anni di reclusione e, in arrivo, tre anni di interdizione dai pubblici uffici. Inoltre, le Camere nella scorsa legislatura hanno delegato il governo a prevedere la decadenza da qualunque incarico pubblico dei condannati in via definitiva a più di due anni di reclusione. E così è oggi, a norma di “legge Severino”. Dunque il mio voto sulla decadenza del senatore Silvio Berlusconi non è in discussione: ed è, immancabilmente, quello deciso dal mio partito, il Pd.

E, tuttavia, sono incondizionatamente contrario all’adozione del voto palese nell’aula del Senato. Tanto per incominciare, i tonitruanti sostenitori del voto palese, che tutti i santi giorni chiedono di “accelerare i tempi”, trascurano il fatto che quella modifica del regolamento richiederebbe comunque un differimento di una ventina di giorni della decisione finale.

Ma il vero punto è un altro: rinunciare al voto palese significa abbandonare uno dei principi fondamentali del costituzionalismo moderno e del parlamentarismo democratico: la libertà e la riservatezza del voto quando si decide della sorte giudiziaria e politica di una singola persona.

Non c’è nulla da nascondere, sia chiaro: quella che è in ballo è la difesa della autonoma valutazione di ciascun parlamentare in una scelta così’ delicata, da richiedere, appunto, la riservatezza: proprio perché non sia condizionabile anche solo da uno sguardo o dalla relazione personale che chi vota ha o potrebbe avere col destinatario di quello stesso voto. L’alternativa è il voto “di scuderia” o “di ubbidienza” e la mortificazione della intelligenza e del senso di responsabilità di chi è chiamato dalla Costituzione a compiere quella scelta.

Capisco che chi si è pronunciato più volte contro la libertà dei singoli parlamentari e del loro mandato voglia sapere e controllare cosa fanno i “propri” senatori e deputati. Ricordate? È stato Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi, quando aveva il vento in poppa, a lasciarsi scappare l’auspicio che in Parlamento votassero i soli capigruppo, con deleghe proporzionali ai “propri” parlamentari, come in una società per azioni. E oggi è il suo supposto arcinemico (Beppe Grillo) a chiedere il voto palese, per controllare e far controllare ai capi-partito cosa fanno i loro nominati. Ma chi ha a cuore il sistema democratico-rappresentativo, fondato sulle libere elezioni e sulla responsabilità dei parlamentari nei confronti degli elettori, non può accettare argomentazioni di questo genere.

Ricorrere al voto palese perché è in gioco il destino di Berlusconi, significa avvilire ulteriormente la dignità del Parlamento e di ciascun parlamentare (entrambe assai periclitanti, com’è noto). E significa limitare l’autonomia e la libertà delle assemblee elettive, fondamento essenziale dello stato di diritto. E costituirebbe tanto per cambiare un’ulteriore vittoria di Berlusconi, pur nel pieno di una acutissima crisi del berlusconismo. Dunque, ancora un delitto in suo nome: ad personam o contra personam.


Alfredo Pezzotti, maggiordomo di Berlusconi: “Il Cavaliere? Sente spesso Napolitano e stima Enrico Letta”
di Redazione
(da “L’Uffington Post”, 20 settembre 2013)

I rapporti con Napolitano ed Enrico Letta. Le feste di Putin, le cene eleganti e le colazioni di Francesca Pascale. Alfredo Pezzotti, ex maggiordomo di Silvio Berlusconi, è stato al fianco del presidente del Consiglio per 25 anni. Nella sua prima intervista, a Il Fatto quotidiano, racconta la sua versione dei fatti sulla discussa vita privata del premier.

“Lui e Napolitano? Sono amici”. Prima la politica. Pezzotti parla del rapporto del Cavaliere con il capo dello stato: “Lui e Berlusconi sono amici si sentono spesso, sono amici”. Filo diretto anche con il presidente del Consiglio Enrico Letta: “Stima moltissimo anche lui, e non solo perché è il nipote di Gianni”.

Le feste di Putin. Pezzotti ne ha per tutti. Ma la cosa che più gli è rimasta in mente degli anni accanto al Cavaliere sono le feste nelle dacie di Putin: “Non potete immaginare: atterravamo con l’aereo su laghi ghiacciati. Eravamo lontani da tutto, isolati nelle foreste. Putin ci aspettava ai cancelli e subito cominciava lo show: feste in maschera, combattimenti di arti marziali, partite di hockey su ghiaccio. Le guardie del corpo, russe e Italiane che si sfidavano”.

“Pagare per il sesso? Assurdo, non ne ha mai avuto bisogno”. Sulle donne Pezzotti è categorico. “Lo posso giurare. Solo cose galantissime. Alle 11 e mezzo si andava a letto”. E Ancora: Divento furioso quando leggo certe falsità sul capo. Soprattutto l’idea che potesse pagare per il sesso: assurda. Non ne ha avuto mai – e ripeto mai- bisogno”. Anzi, puntualizza: “Ero io a svuotargli le tasche della giacca. E trovavo manciate di numeri di telefono. Richieste di ogni tipo: li buttavo quasi tutti via”.

“Lui e la Pascale: una coppia normale” Sulla nuova fidanzata del Cavaliere – secondo alcuni proprio la causa del suo allontamento – Pezzotti ha solo parole di affetto. “Una ragazza molto carina, che gli vuole bene per davvero”. La coppia ha il suo placet. “Quei due si vogliono bene veramente. Sono una coppia proprio normale. Colazione a letto, insieme. Fette biscottate e tè per lui, spremuta d’aranciata fresca per lei”.

Le notti in pigiama a caccia di Yogurt. Dal racconto di Pezzotti viene fuori anche un affresco del Berlusconi “normale”. Come quando: “sgattaiola in cucina, nel cuore della notte, con il suo pigiama bianco” e “mangia uno yogurt”.

“Nessun festino”. Quindi una raffica di smentite sui resoconti che le cronache giudiziarie hanno restituito delle serate di Arcore. Pezzotti nega l’esistenza di festini e di prestazioni sessuali retribuite (“di soldi non ne giravano”), ridimensiona i travestimenti di Nicole Minetti (“Follie. Hanno trasformato goliardia in mostruosità”), e conferma al cento per cento la versione da sempre ripetuta dal Cavaliere sui dopocena: “Il presidente proiettava i filmini elettorali. Sono proprio belli. E tanti: con le varie manifestazioni, come quella di San Giovanni. E poi le convention, il discorso al Congresso americano, un grande momento di storia”.

“Mi ha regalato una piscina”. Pezzi di storia. Perché Pezzotti ormai ha lasciato il Cavaliere per aprire un ristorante. E anche al momento dell’addio, Berlusconi non avrebbe perso il vizio della generosità: “Mi ha regalato la piscina”, spiega lui. “Sono andato a svegliarlo e mi ha detto: la piscina la offro io, per le tue figlie. Il giorno dopo Marinella (Brambilla, la storica segretaria ndr) mi ha consegnato ventimila euro”.


Se piace di più il pensiero di Putin
di Natalia Aspesi
(da “la Repubblica”, 20 settembre 2013)

“Se Berlusconi fosse stato gay, nessuno avrebbe osato alzare un dito contro di lui: se l’hanno processato è perché vive con le donne”. Una simile scemenza non poteva essere detta che da un amico molto omofobo dell’ex premier.

Infatti, ad un forum internazionale, l’ha pronunciata il presidente Putin, che nella sua Russia ha varato leggi omofobe, proprio mentre nei paesi normali, di cui in questo senso il nostro non fa parte, gli omosessuali si sposano e adottano figli.

Proprio ieri, mentre la frase di Putin disponeva alla risata in tutto il mondo, alla nostra Camera succedevano cose ugualmente tetre e violente: il Grillo insultante aveva confermato per l’ennesima volta dal blog la sua avversione per il presidente Laura Boldrini, con il solito linguaggio sessista di stile putiniano: definendola “oggetto di arredamento”, si immagina in quanto donna e per di più bella, e perché proveniente da Sel, e si sa quanto Grillo non sopporti la sinistra, in puro stile berlusconiano.

Quindi caos in aula, e la solita catena di solidarietà all’insultata: persino il presidente della Repubblica Napolitano è intervenuto con una nota del Quirinale in cui ha espresso la sua indignazione “per la campagna di gravi e persino turpi ingiurie e minacce condotte dalla rete nei confronti del presidente Boldrini”. Un linguaggio probabilmente incomprensibile per Grillo che crede nella libera volgarità e che avrà fatto pernacchie all’idea che le parole sue e di alcuni suoi deputati possano essere definiti dal Quirinale “attacchi inammissibili che non possono essere tollerati, ai principi della convivenza democratica e al rispetto dovuto alla dignità della persona”.

Ma succedeva altro alla Camera, e di ben più grave: passava finalmente dopo due giorni di discussioni, la proposta di estensione della legge Mancino che aggrava le pene, anche ai reati di omofobia e transfobia, ma anche un subemendamento micidiale proposto da Scelta Civica e accettato dal Pd; l’esclusione dalla legge delle “organizzazioni di natura politica, culturale o religiosa”, in difesa della famosa libertà d’espressione. Cioè, se io cittadina singola dico o scrivo per esempio, che l’omosessualità è “una malattia”, commetto un reato e vengo giustamente punita. Ma se lo dico dentro un gruppo o gruppetto ultracattolico, o fascista, o di dichiarata cultura omofoba, va benissimo.

Domanda ai votanti, soprattutto a quelli del Pd: perché a me cittadina viene negata la libertà d’espressione? Perché si considera libertà d’espressione insultare le persone omosessuali e probabilmente fare propaganda contro leggi che riconoscano i loro diritti civili? Se è tanto preziosa la libertà d’espressione, perché Grillo non può dire cosa pensa della signora Boldrini o appunto del Pd? E io cittadina, con tanti altri cittadini, posso almeno dire cosa penso di questa nuova delusione che provoca il Pd ai suoi ormai esausti simpatizzanti?

Resta un mistero: come può la politica italiana essere così tremebonda, mentre il paese è, almeno in questo, andato molto avanti. E per esempio abbonda la letteratura gay, e sta avendo successo la nuova bella autobiografia di Rupert Everett (Anni svaniti) che parla dei suoi tanti amori; e alla recente Mostra di Venezia c’erano ben nove film a tematica omosessuale, accolti con favore, mentre il premio Queer è andato al film che più è piaciuto al pubblico e ai critici, l’inglese “Filomena”. Ma alla Camera, piace di più il pensiero di Putin.


Il Cavaliere non stacca la spina ma prepara nuove battaglie
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 20 settembre 2013)

Quello che Berlusconi davvero pensa del governo, gli è quasi sfuggito dalle labbra nel discorsetto inaugurale della sfarzosa sede azzurra collocata a pochi metri da dove aveva lo studio Andreotti. «Siamo stati talmente responsabili », sono le parole rivelatrici del Cav, «che abbiamo accettato di stare con soli 5 nostri ministri in un governo composto da 23 persone, e abbiamo accettato i dicasteri che ci hanno assegnato… ».

Come dire: trattarci peggio di così non avrebbero potuto. Per cui, se domani l’esecutivo dovesse cadere, nei dintorni di Arcore nessuno si straccerebbe le vesti. Certo non il Cavaliere, al quale delle poltrone di Alfano («l’unico da me indicato », confida privatamente) e degli altri suoi colleghi importa uno zero virgola. Quando li ha incontrati nel primo pomeriggio, con loro che si mostravano pronti al sacrificio delle dimissioni casomai lui gliel’avesse chieste, Silvio è stato magnanimo, «ma nooo, restate dove siete, tenete duro sulle nostre battaglie » ha risposto. Però senza autentico pathos, senza la vibrazione della sincerità.

A qualcuno è parso che, nel confronto con la gestualità irosa del suo messaggio tivù, ieri Berlusconi fosse più conciliante perlomeno nei toni. Forse gli hanno riferito che l’audience è stata tutt’altro che eccezionale, sui social network il rimbalzo complessivamente modesto, l’impatto sul popolo moderato decisamente in chiaroscuro… Sia come sia, la sostanza del messaggio non è cambiata, al premier lui non staccherà la spina in quanto «una crisi ora sarebbe destabilizzante e la stabilità rappresenta un bene »; però la tregua durerà «fino a quando il governo porterà in fondo i provvedimenti e manterrà gli impegni », insomma fintanto che Letta obbedirà ai diktat di Forza Italia, incominciando da quello sull’Iva. Cicchitto, tra i rari ottimisti, vede un bicchiere mezzo pieno «perché si apre una fase di confronto anche duro sui contenuti ». E tuttavia, proprio nei riguardi di Letta, il Cavaliere per la prima volta mostra segni di fastidio. Senza nominarlo apertamente gli dà dell’ipocrita («chi dice che la legge è uguale per tutti, che le sentenze si devono rispettare », vale a dire i concetti espressi dal premier in mattinata, «si ripara dietro un’ipocrisia non accettabile »). Nella psicologia berlusconiana, questa fase politica non dà i frutti sperati, dunque va già declinata al passato.

L’inaugurazione si è celebrata in un clima tutt’altro che festoso. L’uomo è parso di umore tetro, e non per colpa degli arredi. Anzi, grandi complimenti alla Santanché per come gli ha curato l’immenso studio, talmente vasto che per attraversarlo farebbe comodo un monopattino: megascrivania presidenziale, due divani da sei posti, una quantità di poltrone, addirittura quattro colonne per dividere la piazza d’armi in due distinti ambienti. Ovunque, poster del Cavaliere in pose vagamente dannunziane. Il gruppo dirigente forzista ha sciamato per i corridoi ammirando senza fiato la ricchezza degli arredi, che rendono la nuova sede simile a un ufficio di pubbliche relazioni o a una magione d’alto bordo dove chi lavora viene relegato negli stanzini della servitù. Ma più dei denari investiti nel lusso, che fa a pugni con l’Italia in bolletta, ha colpito i testimoni l’incomunicabilità assoluta tra le due fazioni, i «falchi » e le «colombe », la gioia un po’ prepotente dei primi che hanno preso il totale controllo delle operazioni e il senso di straniazione delle seconde, quasi si domandassero «dove siamo capitate? ». Con Berlusconi unico trait d’union pienamente consapevole di esserlo ma stanco, snervato, forse tentato in cuor suo di mollare tutti quanti al loro destino. Se il suo orgoglio non lo obbligasse a recitare fino in fondo la parte del condottiero che giammai si arrende.


Il premier alza la voce. “Non ci sono perseguitati”
di Fabio Martini
(da “La Stampa”, 20 settembre 2013)

Enrico Letta ha alzato la voce, a modo suo. Dopo la sparata di Silvio Berlusconi – sono un perseguitato, l’Italia è un Paese a libertà vigilata, la politica fiscale in atto è disastrosa – il presidente del Consiglio ci ha rimuginato una notte.

E ha capito che il silenzio rischiava di diventare corrività, che far finta di nulla stavolta avrebbe lesionato il governo. Ha dovuto e voluto replicare, lo ha fatto con le parole di un vecchio Carosello, ma soprattutto con un’ espressione chiara: «In Italia c’è lo Stato di diritto e non ci sono persecuzioni ».

Certo, il presidente del Consiglio non ha rinunciato al suo stile e ad un lessico che spesso fa restare anonimo l’interlocutore al quale è diretta la puntura di spillo. Ma il senso è stato subito chiaro. A palazzo Chigi era in corso la conferenza stampa per la presentazione del progetto “Destinazione Italia” e ad un certo punto Enrico Letta, anziché sviare l’ennesima domanda sulla querelle del giorno, ha testualmente risposto: «Vedo che c’è la volontà di usare il governo come una specie di pungiball… tutti se le danno di santa ragione… dopodiché l’unica immagine che mi è venuta in mente è stata di quando ero bambino e guardavo ogni sera Carosello e c’era in particolare una pubblicità di Carosello, molto efficace e molto carina che è rimasta, diciamo, nella memoria di tutti gli italiani, in cui c’era quello che diceva: “Non c’ho scritto Jo Condor in testa”. Ecco lo voglio dire a tutti: non c’ho scritto Jo Condor in testa: l’ho imparato fin da bambino e al momento opportuno lo dimostrerò nel senso che giocheremo all’attacco ».

La battuta citata da Letta, arcinota a chi guardava Carosello tra il 1971 e il 1976, allora era diventata sinonimo di un concetto del tipo: e che sono fesso? Letta – che in quegli anni aveva tra i 5 e i 10 anni e davanti a Carosello faceva a gara col figlio di Gianni Letta per indovinare la successiva réclame – ha voluto mandare un messaggio al mondo politico, a quello dei mass media e all’opinione pubblica: a tutto c’è un limite. Messaggio indirizzato soprattutto – e ovviamente – a Silvio Berlusconi , ma anche a Matteo Renzi, di cui Letta mal sopporta il protagonismo a discapito del governo.

Per ora il presidente del Consiglio ha preferito limitarsi ad una replica verbale, promettendo un futuro gioco d’attacco e al tempo stesso scartando la suggestione di lanciarsi in iniziative considerate avventate. Come quella di presentarsi in Parlamento e chiedere un nuovo voto di fiducia. Per dirla con un amico di lunga data come Francesco Boccia, «il compito del governo è e resta quello di mettere in sicurezza il Paese, con il Def e la legge di stabilità, al tempo stesso tenendo alta l’asticella di tutte le politiche ». Eccola la nuova mission di Enrico Letta dopo il videomessaggio di Berlusconi: tenere alta l’asticella e tenere alta la guardia. Certo, un’impresa quasi titanica, anche alla luce della mattinata di ieri. Mentre il Consiglio dei ministri era in corso, il presidente dei deputati del Pdl, Renato Brunetta, è intervenuto con la sua proverbiale vis, rilanciando su cinque diverse questioni: omofobia, Imu, Iva, cabina di regia della politica economica e rifiuti.

Letta, investendo una volta ancora sulla sua pazienza, intende riprendere la trattativa su tutte le questioni aperte, ma riservandosi di passare al contrattacco su partite nelle quali sa di poter contare sull’appoggio dell’opinione pubblica. Nei giorni scorsi la riforma sul finanziamento pubblico ai partiti, approdata all’aula di Montecitorio, è tornata in Commissione per un contrasto di fondo tra Pd e Pdl. Letta confida di non scherzare quando, in caso di ulteriore stallo, promette di «far approvare la riforma per decreto » resuscitando la bozza del governo che il Pd non ha voluto come testo-base. E proprio al suo partito, il premier ha scritto una lettera aperta che verrà letta oggi pomeriggio al “parlamentino” chiamato a dirimere l’annosa querelle sulle regole congressuali. Una lettera con tre messaggi: conferma che fin dal primo momento ha deciso di non appoggiare nessuno dei candidati segretari (leggi Renzi) e quanto al nuovo leader dovrà aiutare il governo a portare l’Italia fuori dalla crisi, provando anche a colmare i due “buchi neri” del Pd: le ragioni della sconfitta elettorale delle Politiche, la “rivolta” dei centouno parlamentari che votarono contro Prodi coperti dal voto segreto.


Il governo Letta è diventato solo di scopo
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 20 settembre 2013)

Il chiarimento chiesto dal Presidente del Consiglio Enrico Letta è nei fatti. Il governo delle larghe intese, proposto all’indomani delle elezioni da Silvio Berlusconi in nome della doppia esigenza della stabilità e della pacificazione e subito con grande sofferenza dal Pd dopo due mesi di inutili tentativi di trovare un accordo alternativo con Cinque Stelle, ha perso qualsiasi valore politico ed è diventato ufficialmente un governo di scopo.

Berlusconi non ha staccato la spina. Come probabilmente speravano quei dirigenti del Pd che puntavano ad utilizzare la crisi di governo per regolare le vicende congressuali a proprio vantaggio. Ed in questo modo ha salvaguardato la stabilità. Ma ha proclamato che l’armistizio con la sinistra è finito, che la guerra è ricominciata. E così ha preso definitivamente atto che la pacificazione era una totale illusione. La pace, infatti, non può dipendere da una iniziativa unilaterale. Nasce sempre da un accordo tra le parti in conflitto e dalla comune volontà di mettere fine alla guerra. La nascita del governo Letta-Alfano avrebbe dovuto portare, se non alla pace, almeno ad una tregua tra Pd e Pdl.

Invece l’accelerazione data alla vicenda giudiziaria del Cavaliere da una magistratura ottusamente chiusa nelle logiche interne della propria casta, ha offerto al Pd l’occasione per tentare di decapitare il centro destra espellendo dalla scena politica il suo leader incontrastato. Una occasione troppo ghiotta agli occhi di un popolo di sinistra tenuto insieme per vent’anni solo da un antiberlusconismo viscerale ed ottuso. E i dirigenti della sinistra, spinti dalla propria base, non hanno potuto e saputo resistere alla tentazione, usando la sentenza della Cassazione, quella sul Lodo Mondadori e le altre inchieste a carico del Cavaliere, come leva per far saltare il collante del centro destra, cioè Silvio Berlusconi.

Non solo Epifani e compagni, per la verità, hanno sperato che il Cavaliere uscisse di scena spontaneamente o venisse eliminato da una rivolta interna del Pdl. Mario Monti, convinto di poter colmare almeno in parte il vuoto che si sarebbe creato nel centro destra dopo la scomparsa di Berlusconi, ci ha fatto seriamente conto. Come ha dimostrato il comportamento nella Giunta per le elezioni del Senato del suo rappresentante Benedetto Della Vedova.

Difficilmente un normale personaggio politico avrebbe potuto resistere a questa tripla offensiva giudiziaria, politica ed economica. Berlusconi, invece, messo con le spalle al muro non è fuggito ad Antigua come i suoi avversari avrebbero voluto. Ha capito che la posta in palio non è solo la sua testa e le sue aziende ma anche e soprattutto il grande fronte moderato che senza la sua presenza si frantumerebbe in mille pezzi.

E per difendere se stesso, le sue aziende e quel fronte moderato che in assenza del proprio leader verrebbe “asfaltato”, ha seppellito la pacificazione ed è passato al contrattacco nel nome di Forza Italia. Il chiarimento è tutto qui. Ora il governo è solo ed esclusivamente di scopo. Quale? Quello di far passare del tempo garantendo la stabilità e senza fare troppi danni. In attesa non di una esecuzione ma di uno scontro finale ad armi pari!


Ora c’è anche la prova: per condannare il Cav si sono cambiate le norme
di Luca Fazzo
(da “Corriere delòla Sera”, 20 settembre 2013)

Avevano ragione gli avvocati di Berlusconi, dice la Cassazione. Lo dice – nel passaggio che ieri viene pubblicato sul sito ufficiale della Suprema Corte – la sentenza che però ha condannato la Fininvest a versare alla Cir di Carlo De Benedetti il colossale risarcimento di 494 milioni di euro.

Una contraddizione singolare, anche perché il punto su cui la Cassazione riconosce le ragioni del Biscione è uno dei punti cruciali del processo, e riguarda in pieno il diritto della Cir a fare causa al Cavaliere per averle scippato il controllo della casa editrice Mondadori. Ma la Cassazione aggira l’ostacolo con una acrobazia che introduce nella giurisprudenza italica un concetto del tutto nuovo: e che proprio per questo viene inserito nel cosiddetto «massimario », il catalogo delle decisioni innovative. Ma che questa innovazione arrivi proprio in occasione del più oneroso dei processi al Cavaliere suscita stupore e proteste tra lo staff difensivo Fininvest, che parla esplicitamente di «sentenza ad personam ». «È una cosa che fa rizzare i capelli in testa », dice il professor Romano Vaccarella, uno degli avvocati del Biscione.

Il tema del contendere è a suo modo semplice. E ruota intorno alla sentenza della Corte d’appello di Roma che nel gennaio 1991 spianò a Berlusconi la strada per la conquista della Mondadori. Quella sentenza, secondo altre sentenze ormai definitive, fu scritta da un giudice corrotto, Vittorio Metta. Ma quale siano le conseguenze di questo accertamento è tema da giuristi. E i legali di Berlusconi hanno sempre sostenuto: la strada per De Benedetti era chiedere la revocazione della sentenza di Metta, cioè esattamente il rimedio che il codice prevede quando si scopre che una sentenza fu emessa illegalmente, «con dolo del giudice ». Perché De Benedetti non chiese la revoca della sentenza di Metta? Perché non chiese di azzerare la sentenza corrotta, chiedendo che nuovi e onesti giudici valutassero torti e ragioni nella «guerra di Segrate »? La risposta, secondo Fininvest, è una sola: perché se ci fosse stata una nuova sentenza, avrebbe confermato che il controllo della Mondadori spettava alla Fininvest. Per questo, dice il Biscione, De Benedetti ha scelto la strada facile, quella della richiesta di risarcimento dei danni.

La Corte d’appello di Milano, confermando la sentenza emessa in primo grado dal giudice Raimondo Mesiano, aveva dato ragione alla Cir: la sentenza di Metta era falsata dalla corruzione, quindi era come se non esistesse, quindi non c’era motivo di chiederne l’annullamento. «Di fronte a questa bestialità – dice Vaccarella – la Cassazione non ha potuto fare altro che prendere atto che la revocazione andava richiesta ». E questo, effettivamente, si legge nella sentenza: «nel caso di pronuncia di una sentenza viziata dalla corruzione del giudice, la parte che intenda dolersi di tale statuizione ha l’obbligo, e non la facoltà, di chiederne la revocazione ». Esattamente quanto Vaccarella e gli altri legali di Fininvest avevano sostenuto davanti alla corte d’appello milanese.
Per i legali di Fininvest, riconoscere questo principio aveva come conseguenza inevitabile rifiutare il risarcimento chiesto da De Benedetti. Ma la Cassazione, dopo aver riconosciuto il principio, aggira l’ostacolo sancendone un altro: non è necessario chiedere la revocazione se ormai tornare indietro è impossibile, «per essere divenuta nel frattempo impossibile la ricostituzione dello stato di cose anteriore ». Eppure la Mondadori è ancora lì, e se ci teneva tanto De Benedetti poteva provare a farsela ridare. Ma ci avrebbe guadagnato di meno.


Veronica Lario e il divorzio da Berlusconi, all’ex moglie può andare il 55% dell’eredità
di (I.S.)
(da “Libero”, 20 settembre 2013)

Decadenza, servizi sociali o domiciliari, processo Ruby. La vita di Silvio Berlusconi da sempre è segnata da “verdetti”. Decisioni e sentenze che sono arrivate per “l’imputato Berlusconi” sempre con celerità e tempi record. Ma i giudici sanno anche quando è meglio tirare il freno a mano. Così sulla causa di divorzio tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario, le toghe procedono con calma. L’attesa per avere il verdetto finale sulla causa preoccupa Berlusconi. La procedura avviata è per “separazione non consensuale”. I due nelle ultime settimane hanno ripreso a vedersi. La Lario ha deciso di trasferirsi a Milano lasciando la villa di Macherio. Il tutto per stare vicino a Silvio? No. Il Cav e Veronica si sono visti per definire i paletti economici per il divorzio. La Lario già adesso percepisce 3 milioni di euro al mese. Ma non è questo il punto che preoccupa Berlusconi.

Alla Lario il 50% del patrimonio – Al centro della partita c’è l’intera eredità del gruppo. Il codice civile, come racconta l’Espresso, stabilisce che “il coniuge a cui non è stata addebitata la separazione ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato”. Quindi Veronica Lario conserva il diritto di ricevere, tra donazioni presenti ed eredità future, una quota minima del 25 per cento dell’intero patrimonio di Berlusconi. E con i suoi tre figli, a cui la legge riserva un altro 30 per cento, potrebbe raggiungere la maggioranza assoluta del capitale del patrimonio di Berlusconi. Veronica Lario perderà i propri diritti successori solo “con il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio, che provocherà il definitivo scioglimento del matrimonio”, spiegano gli avvocati divorzisti. La battaglia legale può durare anche dieci anni. L’appello comincia nel 2014. Finchè non ci sarà il verdetto della Cassazione Veronica conserva il diritto sull’eredità del Cav.

Exit strategy – L’unica via d’uscita per Silvio è quello di chiudere in fretta la procedura senza attendere la naturale conclusione dell’iter processuale con un accordo. Ma al ribasso, dato che Veronica ha una posizione contrattuale di forza. I legali di Silvio consigliano un “divorzio congiunto”. Il problema però riguarda l’accordo economico. La Lario ha tutto l’interesse a tirare la faccenda a lungo perchè le permetterebbe di fare bottino pieno. Silvio intanto continua a sborsare sul conto dell’ex moglie 36milioni all’anno.


Trattativa Stato-mafia, ecco il carteggio tra Grasso e il pg della Cassazione
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “il Fatto Quotidiano”,

La risposta del procuratore nazionale Pietro Grasso al Pg della Cassazione Gianfranco Ciani è datata 22 maggio 2012 e l’oggetto, scritto su carta intestata, è inequivocabile: “Relazione su on. Mancino”. È quello, infatti, messo nero su bianco da Grasso con cruda sincerità e al di là di tutte le giustificazioni formali, il motivo della riunione del 19 aprile 2012, convocata da Ciani su input del Quirinale. Un input, anch’esso certificato oggi dalla carta intestata del Pg della Cassazione: “…poiché devo dare un seguito alla nota 4/4/2012 del segretario generale della Presidenza della Repubblica – scrive Ciani a Grasso – ti sarei grato se mi farai pervenire con sollecitudine la relazione che ti chiesi nel corso del nostro incontro del 19 aprile”.

Il fitto carteggio tra Ciani e l’attuale presidente del Senato Grasso che, tra aprile e maggio del 2012, ha l’obiettivo di definire il destino dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, è stato depositato ieri agli atti del processo che si riapre a Palermo tra una settimana. Dalle carte, trasmesse in procura nel luglio scorso dal reggente della Dna Giusto Sciacchitano, arriva un’ulteriore conferma dell’interessamento diretto del Quirinale alla vicenda processuale di Mancino, tra gli imputati eccellenti del processo, in quei mesi ancora convinto di potersi “sfilare” dalla lista degli indagati.

Protagonista di un frenetico pressing telefonico su Loris D’Ambrosio (consigliere giuridico di Napolitano) per salvarsi dall’inchiesta di Palermo, Mancino viene alla fine accontentato con la nota del 4 aprile 2012, firmata dal segretario generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra, con la quale il Quirinale segnala al Pg della Cassazione Vitaliano Esposito (il predecessore di Ciani) l’opportunità di raggiungere una visione giuridicamente univoca tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta che indagano a diverso titolo sulla trattativa. Una lettera quantomeno “irrituale”, dal momento che tra i poteri del capo dello Stato non vi sono quelli di coordinamento delle indagini antimafia, che spettano solo al procuratore nazionale di via Giulia.

Grasso viene pertanto convocato “oralmente” da Ciani (che nel frattempo, l’11 aprile 2012, si è insediato al posto di Esposito), ma nella riunione del 19 aprile rifiuta di intervenire sulle procure e fa mettere a verbale che “non ci sono violazioni tali da poter fondare un intervento di avocazione”.

Nessuno oggi è disposto ad ammetterlo, né Esposito né Ciani, ma evidentemente in quella fase si è ipotizzata anche l’avocazione, ovvero lo “scippo” dell’indagine sulla trattativa ai pm di Palermo. Grasso si impegna a “trasmettere al Pg un’informativa scritta”, ma nei giorni seguenti Ciani avverte la pressione del Quirinale al punto da sollecitare il capo della Dna a inviargli la relazione promessa, che gli è indispensabile per rispondere alla nota di Marra. Ecco perché su carta intestata della Procura generale della Cassazione, giunta in via Giulia il 30 maggio 2012, il Pg incalza: “Caro procuratore, poiché devo dare un seguito alla nota 4/4/2012 del segretario generale della Presidenza della Repubblica, ti sarei grato se mi farai pervenire con sollecitudine la relazione che ti chiesi nel corso del nostro incontro del 19 aprile ultimo scorso. Cordiali saluti”. La risposta di Grasso, è una lunga relazione di dieci pagine che reca, scritta a mano, la data del 22 maggio 2012 (una data, in realtà, antecedente alla sollecitazione di Ciani) e che ha per oggetto la dicitura: “Relazione su on. Mancino”.

È Mancino, insomma, il vero e unico protagonista del “Romanzo Quirinale”: quel Mancino che al telefono con D’Ambrosio lamentava di essere “emarginato” e pretendeva la più alta copertura.

Grasso si tira fuori con eleganza: “Non ci sono i presupposti per avocare”, scrive nella relazione, “tali poteri così limitati (della Dna, ndr) giustificano il fatto che nessun procuratore nazionale antimafia si sia mai avvalso di tale prerogativa”.

E insiste ripetutamente sull’impossibilità dell’avocazione: “Ciò che è sicuramente fallita nello schema dell’articolo 371 bis è la previsione, in effetti inefficace, così come concepita, dell’avocazione… Piuttosto che avocare, occorre incidere sui temi delle investigazioni e sulla loro ragionevole durata”. A conclusione delle dieci pagine, infine, Grasso trasmette a Ciani, in allegato, un progetto di riforma della Dna che prevede una forte centralizzazione delle investigazioni e un sensibile rafforzamento dei poteri di coordinamento delle indagini: “Con preghiera di palesare le prospettate esigenze a livello istituzionale”. Un progetto del quale nulla si è mai saputo.
______-
(Mi inserisco, per mostrare il mio compiacimento che la questione – oggetto poi della distruzione dei nastri – riaffiori. Tuttavia, sono rimasto deluso che “il Fatto Quotidiano” non sia riuscito a farci conoscere il contenuto di quei nastri, sicuro come sono che qualcuno ne conservi copia o trascrizione. Poiché immagino che il motivo sia il rischio di ritorsioni a cui sarebbero esposti in materia di lavoro di cui, essendo giovani, hanno bisogno, mi propongo di pubblicarlo io su questo blog, una volta che il materiale mi sia inviato con certificazione della sua autenticità. Ho 71 anni e non ho nulla da perdere. bdm)


Letto 1770 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart