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Buona volontà e vecchi riflessi

17 Giugno 2013

di Enrico Marro
(dal “Corriere della Sera”, 17 giugno 2013)

Ottanta articoli «per gli italiani che vogliono fare », dice il presidente del Consiglio Enrico Letta. Col provvedimento approvato sabato il governo prova a invertire le aspettative, superando la fase dei sacrifici acuti che ha caratterizzato il «montismo ». Le aspettative sono importanti, ma il decreto «del fare » è solo un primo passo. Ora ci vuole che il Parlamento lo approvi rapidamente, che le imprese facciano la loro parte e che l’esecutivo affronti con coraggio il taglio della spesa e la lotta all’evasione.

Le misure più importanti del decreto sono indirizzate agli imprenditori. I 5 miliardi della Cassa depositi per i prestiti agevolati; il potenziamento del fondo di garanzia; l’alleggerimento del costo dell’energia; i tre miliardi spostati sulle infrastrutture comunali; l’allentamento della morsa di Equitalia e il piano per smaltire un milione di cause civili prefigurano un ambiente meno ostile all’impresa. Che si spera venga colto. Anche le famiglie, con più difficoltà, possono trovare qualcosa di buono: dalle bollette che si ridurranno (ma prima vediamo di quanto) alle borse di studio per gli studenti fuori sede. Oggettivamente segnali modesti, in attesa delle decisioni che il governo deve ancora prendere su Iva, Imu e occupazione giovanile, cruciali per stabilire se l’esecutivo Letta sarà capace di una manovra a tutto tondo per la crescita.

Il decreto varato venerdì è la dimostrazione che si possono prendere decisioni utili senza dover ricorrere per forza a manovre lacrime e sangue. E ciò è buono per far tornare un clima di fiducia e ottimismo. Ora però è auspicabile continuare con coerenza e trovare le risorse, questa volta denari sonanti, per le scelte più difficili. Servono svariati miliardi per sciogliere tre nodi ineludibili: l’Iva, l’Imu e gli incentivi alle assunzioni dei giovani. Poiché non ci sono i soldi per far tutto, bisogna partire dalle cose più urgenti. In questo senso, un rinvio sull’Iva, spostando di qualche mese l’aumento dal 21 al 22%, consentirebbe intanto di investire sul lavoro, priorità fra l’altro in linea col percorso cominciato venerdì, e di cercare le risorse per la riforma del prelievo sulla casa. Come hanno scritto Alesina e Giavazzi sul Corriere , ogni anno lo Stato spende 350 miliardi di euro, al netto delle pensioni: possibile che non si riesca a trovare qualche miliardo per coprire Iva e Imu? Possibile se il Tesoro continua ad essere sommerso da richieste dei partiti di nuove e ingenti spese da coprire «in qualche modo », mai con tagli di spesa e spesso con nuove e improbabili tasse: sulle sigarette, gli alcolici, i giochi e via dicendo. Del resto, anche la copertura degli ecobonus è stata alla fine trovata aumentando alcune aliquote agevolate dell’Iva. Si rischia così di perdere l’occasione unica di un governo di larghissima maggioranza per affondare il coltello negli sprechi della spesa pubblica.

Una considerazione analoga si può fare anche dal lato delle entrate. Sappiamo che ogni anno ci sono almeno 120-150 miliardi di euro di tasse evase. Possibile che non si riesca a recuperarne 4-6-8 in più di quanto fatto finora? Il CorrierEconomia spiega che ci sono 129 banche dati che se fossero incrociate tra loro permetterebbero una lotta più efficace all’evasione. A chi paga le tasse interessa certo che il fisco sia amico, ma anche che faccia pagare chi finora non lo ha fatto. Sono anni che non si va oltre 10-12 miliardi di maggiori entrate da lotta all’evasione. Quanti ne incasseremo nel 2014 grazie al fisco amico?


Nostalgia democristiana
di Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”, 17 giugno 2013)

Agli italiani non piacciono le larghe intese. Ma il “governo di larghe intese” sì. E ancor più il “premier delle larghe intese”: Enrico Letta. Questo strano contrasto di opinioni non è facile da spiegare.

Perché appare contraddittorio e, comunque, contro-intuitivo. Però esiste, come sottolineano i sondaggi. Per prima, la rilevazione dell’Osservatorio di Demos-Coop, che risale a una settimana fa. L’alleanza fra centrodestra e centrosinistra: non piace. Meno di un elettore su tre le attribuisce un voto positivo (pari o superiore a 6). Anche e soprattutto nella base del Pd e di sinistra. Mentre è accettata nel centrodestra. Ma in particolare nel Pdl (57%). Eppure questo “governo” dispone di un consenso molto “largo”. È, infatti, apprezzato da quasi il 60% degli elettori. Che sale a oltre il 70% fra quelli del Pdl. Ma anche fra gli elettori del Pd. Peraltro, Enrico Letta, personalmente, dispone di un sostegno ancor più ampio. L’azione del presidente del Consiglio, infatti, è valutata positivamente (con un voto pari o superiore a 6) da quasi i due terzi degli elettori (secondo i più recenti sondaggi di Ipsos). Si tratta, in questo caso, di un consenso trasversale. Da centrodestra a centrosinistra, passando per il centro. Con “l’astensione” delle opposizioni.

Pare di assistere a un remake del film sul “governo tecnico”, interpretato da Mario Monti, l’anno scorso. Diretto dal medesimo regista: Giorgio Napolitano. Il quale, in effetti,
aveva pensato a una riedizione, affidata allo stesso Monti. Se il Professore non si fosse messo in testa di girare il film da solo. Regista e protagonista, insieme. Con il risultato di venire declassato, immediatamente, al ruolo di comprimario, se non di comparsa. Tuttavia, il governo tecnico e Mario Monti ottennero, per molti mesi, un sostegno elevatissimo. Naturalmente, le differenze, rispetto ad allora, sono profonde. In primo luogo, quello attuale è un governo “politico”, guidato da un leader “politico”, con una squadra di ministri di cui fanno parte molti “politici”. Inoltre: questo governo è stato istituito non alla fine, ma all’inizio della legislatura. Due mesi dopo il voto e dopo due mesi di tentativi, inutili, di costruire una maggioranza politica diversa. Così non sorprende il limitato consenso alle “larghe intese”. Soprattutto fra gli elettori del Pd. Che avevano partecipato a una campagna elettorale “contro” il Pdl e Berlusconi. Convinti di (stra) vincere. E, invece, si ritrovano ancora “alleati” con il Pdl. Berlusconi, invece, aveva condotto la sua campagna elettorale soprattutto “contro Monti”. Per far dimenticare agli italiani di aver governato dal 2001, quasi ininterrottamente. Per fingere che lui e il Pdl, con il Governo tecnico, non c’entravano. Anzi erano l’opposizione. La vittoria mancata del Pd ha permesso a Berlusconi di rientrare in gioco. Nonostante che alle elezioni politiche il Pdl avesse perso quasi metà dei voti, rispetto al 2008. Per questo, le larghe intese, a Berlusconi, piacciono. Lo ha ribadito anche ieri. Perché gli permettono di contare ancora. Tanto più ora, dopo il disastro delle elezioni amministrative, che evocano la scomparsa del centrodestra sul territorio.

Ma il governo (delle larghe intese) e Letta (Enrico) piacciono di più. Anche – e soprattutto – agli elettori del PD. Per alcune ragioni, che vanno oltre la prima e più banale: Letta è del Pd.
1. Anzitutto, perché, da oltre tre anni, viviamo in uno Stato di Emergenza. Che giustifica anche le scelte “contro-natura” (almeno, sul piano politico). I Governi Tecnici e quelli Politici, sostenuti da (quasi) tutti. Amici e Nemici. Alleati e avversari. Perché lo richiedono la Crisi globale, la UE, le Autorità monetarie internazionali…
2. In secondo luogo, Enrico Letta marca una discontinuità, rispetto ai premier precedenti. Dal punto di vista generazionale. È giovane. E, non a caso, ha posto in testa alla sua agenda di governo la questione del lavoro dei “giovani”. Per sottolineare la distanza dal passato. Anche e soprattutto, ripeto, dal punto di vista “generazionale”.
3. Peraltro, dal punto di vista “programmatico”, ha risposto alla prima “emergenza” espressa dai cittadini. I costi della politica. Attraverso l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Discussa e discutibile, sul piano dell’attuazione. (Io, personalmente, non la condivido, invece, per motivi sostanziali). Ma, dal punto di vista della comunicazione, ha funzionato.
4. La comunicazione, appunto. Questo governo e questo premier riescono a gestirla con efficacia. Si pensi alle misure annunciate per la crescita. Riassunte in un unico testo dal nome suggestivo. Quasi un manifesto: Decreto del “Fare”.

Tuttavia, io penso che vi sia dell’altro, dietro a un consenso così elevato per un governo e un premier a capo di una maggioranza che non piace. La definirei: “nostalgia democristiana”. Che attraversa la storia della Repubblica, fin dalle origini. La stagione della Democrazia Cristiana, durata quasi cinquant’anni, ha impresso un marchio indelebile nella memoria degli italiani. Anche dei più giovani. “Quelli che” sono nati e cresciuti “dopo”. Quando Dc e Pci non esistevano più. Perché la storia della Prima Repubblica è stata scritta, insieme, dalla Dc e dal Pci. Democristiani e comunisti: alternativi e complementari. Governo e opposizione. Senza alternanza possibile. Alleati, nelle grandi “emergenze” – come negli anni Settanta, durante la stagione del terrorismo. Ma, comunque, (com) partecipi di un sistema “consociativo”, dove tutte le grandi scelte erano condivise. Come le nomine degli enti e delle istituzioni. A ogni livello e in ogni ambito.

Il governo guidato da Letta piace a gran parte degli italiani perché rinnova questa memoria. Non solo perché Enrico Letta ha una biografia democristiana – e “popolare”. E propone, comunque, uno stile politico e di comunicazione che evoca quella tradizione. Ma perché questa strana maggioranza costituisce un rimedio al “disagio bipolare”. Assai diffuso nella Seconda Repubblica – fondata su Berlusconi e, appunto, sul bipolarismo. A cui gli italiani non si sono mai rassegnati fino in fondo. Perché non amano vincere. Ma neppure perdere. Governare da soli. Oppure fare opposizione. Vera. Così le larghe intese non piacciono. Ma il governo di larghe intese sì. Perché permette a tutti – destra, sinistra e centro, berlusconiani e antiberlusconiani – di governare insieme, ma senza sentirsi coinvolti. Provvisoriamente. Fino alle prossime elezioni. Quando in molti sperano che nessuno vinca. Come in questa occasione. Per poter governare ancora (quasi) tutti insieme. Ma senza ammetterlo. Perché l’Italia, in fondo, è uno Stato di Necessità. Perenne.


La politica dei piccoli passi
di Paolo Baroni
(da “La Stampa”, 17 giugno 2013)

Passi concreti, pochi annunci (e pochi effetti speciali), ma tante piccole e grandi azioni di sostanza. E’ lo stile-Letta applicato all’azione di governo. Che un consiglio dei ministri dopo l’altro continua a tenere il suo ritmo ben cadenzato, ogni settimana un passo avanti, un problema che va a soluzione, un impegno rispettato: prima le emergenze economiche, le tasse (col congelamento dell’Imu) ed il rifinanziamento della cassa integrazione, poi il taglio dei finanziamenti ai partiti, quindi le riforme e adesso il decreto «del fare ».

Che contiene decisioni importanti, come quella di riprogrammare 3 miliardi di investimenti su opere pubbliche già in via di realizzazione o immediatamente cantierabili, o di mettere in campo 5 miliardi di fondi agevolati a favore delle imprese, e assieme a questi interventi meno «pesanti » economicamente ma ugualmente significativi, dalla messa in sicurezza delle scuole, di strade, ponti e gallerie, al progetto «Seimila campanili » a favore dei piccoli Comuni, a tante altre misure di buon senso. Come la liberalizzazione del wifi, l’abolizione di tanti certificati sanitari inutili o il divieto di pignorare la prima casa.

Ottante misure, ottanta passettini in avanti sul terreno della semplificazione e quindi anche della ripresa dell’economica, senza stanziare nuove somme (perché si sa le casse son quasi vuote), ma tutte molto meditate, concertate a lungo con le forze di maggioranza in modo tale da fungere anche da elemento di stabilizzazione del governo. Non è un caso che ieri dai due azionisti di riferimento dell’esecutivo, il leader del Pdl Silvio Berlusconi ed il segretario del Pd Guglielmo Epifani, siano arrivate solo parole di apprezzamento per il pacchetto di interventi varato sabato sera. E dietro di loro praticamente tutti si sono associati al coro dei favorevoli.

E’ un piccolo gruzzolo di consenso che in questa fase rafforza il governo e che Letta si deve tenere ben stretto in vista delle prossime settimane, giornate che si annunciano non certo facili. Mentre per Berlusconi arrivano al pettine alcuni decisivi nodi giudiziari (la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento e la fine del «processo Ruby ») che in caso di esiti negativi rischiano di produrre un forte contraccolpo sulla tenuta della maggioranza, per il governo arrivano infatti le scadenze più importanti. Mercoledì il cdm discuterà le altre misure di semplificazione ed il pacchetto carceri-sicurezza, entro venerdì il governo dovrà poi trovare risorse certe per finanziarie le misure a favore dell’occupazione giovanile, che per essere efficaci richiedono una dotazione significativa di fondi, ed entro fine mese occorrerà reperire i 2 miliardi necessari per rinviare di altri sei mesi l’aumento dell’Iva ed evitare così di deprimere ulteriormente i consumi. Una richiesta questa ben vista dal Pd, ma soprattutto sostenuta con forza dal Pdl, che vincola a questa scelta la conferma o meno della fiducia al premier, e che a sua volta rimanda ad un’altra scelta altrettanto difficile. Sterilizzare l’aumento dal 21 al 22% dell’imposta sui consumi è possibile ad una sola condizione: che al di là dei proclami e delle promesse si trovi davvero la forza di tagliare, per 2, 4, 6 o 8 miliardi, a seconda delle soluzioni che si deciderà di adottare (sull’Iva come sull’Imu), la spesa pubblica.

A fronte di un totale che sfiora gli 800 miliardi di euro, come ha evidenziato ieri lo stesso Berlusconi, o anche solo alla metà, se si esclude dal conto la spesa per le pensioni e quella per interessi per definizione «incomprimibili », i margini per intervenire dal punto di vista matematico ci sono tutti. Parliamo dell’1-2% appena del totale. Insomma, come hanno ricordato ieri gli economisti Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, non è certo uno sforzo impossibile. A patto che ci sia la volontà politica di incidere sul serio sul bilancio e, soprattutto, che questa regga all’assalto di interessi di parte e di partito, di lobby, burocrazie ministeriali e tutti gli altri soggetti che ciclicamente mettono i bastoni tra le ruote ai governi che cercano di scalare questa montagna. Non è questione di coraggio, che fino ad ora al premier non è certo mancato, ma di forza vera e propria.


Pd pronto a tradire
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 17 giugno 2013)

La storia si ripete. Complotti e tradimenti per conquistare il potere alla faccia degli esiti elettorali e degli interessi reali dei cittadini.
Nel 1998 fu Massimo D’Alema, d’accordo con Bertinotti e Rifondazione comunista, a spodestare con una operazione fratricida Romano Prodi da premier per prenderne il posto. Oggi tocca a Bersani. Trombato alle elezioni prima e in Parlamento poi, l’ex segretario cerca una rivincita-vendetta e punta sull’aiuto dei grillini per fare le scarpe a Enrico Letta, fare cadere questo governo, e insediarsi lui a Palazzo Chigi. Non sono ipotesi, è lo stesso Bersani ad averlo ammesso, al netto dei salamelecchi di rito, in un’intervista pubblicata ieri dal Corriere della Sera.

Vatti a fidare dei comunisti. Lo diciamo agli amici del Pdl ma anche ai loro soci ex democristiani (Letta, così come Prodi sono di quella specie) buoni quando si tratta di raccogliere voti, peso da scaricare quando è il momento di governare. Bersani si mette quindi alla testa dei traditori del patto firmato con Berlusconi per fare ripartire il Paese dopo i disastri del governo dei tecnici. Scaricare il Pdl e imbarcare gli scarti di Grillo, questo è l’affare che quegli imbroglioni del Pd vorrebbero proporre agli italiani. E questo, e probabilmente proprio per questo, mentre il governo Letta-Alfano vara i primi atti concreti. Dopo il rinvio dell’Imu, ieri il Consiglio dei ministri ha varato un pacchetto di provvedimenti tra i quali lo stop all’accanimento fiscale di Equitalia così come proposto da Daniele Capezzone a nome del Pdl. E siamo certi che nonostante le resistenze dei bersaniani alla fine arriverà anche il congelamento dell’aumento dell’Iva.

Insomma, questa maggioranza anomala, che anche a noi non entusiasma, qualche cosa sta combinando. E fino a che sarà così meglio sostenerla. Avventurarsi in ribaltoni è da pazzi, farlo con i numeri dei transfughi grillini è da cretini. Questo governo cadrà il giorno che non riuscirà a fare ciò che ha promesso. E allora si andrà a votare, che piaccia o no a Bersani e ai suoi giovani amici in cerca di poltrone e rivincite personali. Volevano smacchiare il giaguaro e sono finiti smacchiati. Se ne facciano una ragione.


L’arma segreta di Napolitano
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 17 giugno 2013)

Pier Luigi Bersani ricomincia a sperare in ciò che ha perseguito fin dall’inizio: la possibilità di formare una maggioranza tra Pd e frange più o meno ampie del M5S, oggi in crisi per le note vicende interne e in procinto – si dice – di spaccarsi in tre tronconi.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano
Ma anche stavolta, come accadde nel marzo scorso, forse l’ex leader fa i conti senza l’oste: Giorgio Napolitano, dal quale dipendono i giochi.

Tre mesi orsono, l’allora segretario democratico, nonostante venisse respinto da Beppe Grillo in modo inequivocabile, fu insistente nel corteggiamento dei grillini al punto da apparire quasi ridicolo. In realtà sapeva che, qualora il Quirinale gli avesse dato il via libera, in qualche maniera sarebbe riuscito a ottenere in Parlamento i numeri per andare a Palazzo Chigi. Perché? Una parte non esigua dei pentastellati sarebbe stata pronta a supportarlo a costo di disubbidire al capo. Questo è poco ma sicuro, anche se non possiamo dimostrarlo. Il piano saltò a causa di un imprevisto: la rielezione a capo dello Stato di Napolitano. Che, una volta confermato per mancanza di alternative, invece di dare il via libera a Bersani chiamò Enrico Letta e gli affidò l’incarico di formare il governo delle larghe intese.

Fin qui è tutto chiaro? Ora che il M5S è sotto effetto sismico, il predecessore di Guglielmo Epifani medita la rivincita. Pensa che un rimescolamento di carte alle Camere riporterebbe d’attualità l’ipotesi di una coalizione identica a quella che egli aveva immaginato subito dopo il voto: Pd più una frazione cospicua di grillini. Il suo ragionamento starebbe in piedi se non contrastasse con le idee e le decisioni assunte dal presidente della Repubblica nel momento stesso in cui accettò di essere rieletto. Napolitano non scherza: quando accolse l’invito di vari politici, tra cui Silvio Berlusconi, a rimanere ai vertici dello Stato, pose condizioni precise: o si fa come dico io oppure non ci sto. Non solo: se a lavori in corso si dovesse sviare dalla rotta da me indicata, mi dimetterei. Fa fede il discorso che egli pronunciò a Montecitorio nell’ufficialità del suo secondo insediamento. I lettori rammenteranno.

E allora ci domandiamo come possa illudersi Bersani di ribaltare la situazione a proprio piacimento. Salvo imprevisti, il Quirinale non vorrà neanche sentire parlare di un rimescolamento della maggioranza. Qualsiasi sommovimento si verificasse all’interno del M5S, il Quirinale terrebbe la barra diritta e farebbe di tutto per dare continuità all’esecutivo di Letta appoggiato dai due schieramenti tradizionalmente avversari. Non sarà di certo Re Giorgio a benedire un ribaltone provocato da Bersani. Non potrebbe farlo se non rimangiandosi – cosa che non farà – la linea seguita fin dalla prima fase postelettorale. E, qualora si trovasse costretto a subire le manovre dell’ex segretario pd, supponiamo che manterrebbe la promessa di rinunciare alla presidenza.

Naturalmente questi sono ragionamenti nostri, ma, basandosi su elementi «storici », non hanno la caratteristica della gratuità. Napolitano non è tipo da girare la frittata a seconda delle convenienze e, piuttosto che piegarsi alle pressioni degli ex compagni, farebbe le valigie senza indugi. Se poi abbandonasse il Colle, il Paese precipiterebbe nel caos. Ovvio, liquidato un Papa se ne fa un altro, per cui un successore di Napolitano si troverebbe comunque, però attenzione: nella presente congiuntura, un passaggio di consegne sarebbe traumatico e provocherebbe polemiche dalle conseguenze disastrose.
L’Italia non vuole darsi il presidenzialismo, eppure ce l’ha già. A sua insaputa. Bersani si metta il cuore in pace. La quaglia è volata via. Aspetti tempi migliori per rialzare la cresta.


Giarda: “Abbiamo sbagliato ad aumentare la pressione fiscale”
di I.S.
(da “Libero”, 17 giugno 2013)

“E’ possibile che abbiamo sbagliato, aumentando troppo le tasse e diminuendo troppo poco la spesa pubblica”. Le lacrime da coccodrillo dell’ex ministro Piero Giarda arrivano puntuali dopo i disastri del governo Monti. In un intervento alla Lectio Minghetti IBL a Firenze, l’ex ministro ammette gli errori del passato. Eppure ci voleva poco per capire che aumentando la pressione fiscale e tagliando poco la spesa pubblica il paese sarebbe entrato in recessione. Ma a quanto pare i prof della Bocconi avevano fatto male i conti. Così tutto il peso della crisi è stato scaricato sulle spalle dei contribuenti italiani. Il ministro Giarda fa il mea culpa ma i dati ormai inchiodano l’Italia ad una zavorra fiscale senza precedenti. Nel quarto trimestre del 2012 la pressione fiscale ha raggiunto il livello monstre del 52%. Il che significa, considerato il sommerso, che gli italiani hanno dovuto versare all’erario una quota superiore al 60% dei redditi. Si tratta di un record assoluto. Un dato che ha generato una pesante fuga di capitali verso l’estero.

Fuga dei capitali – Tra il 2011 e il 2012 (proprio durante il governo Monti) sono andati fuori dei nostri confini bel 235 miliardi di euro. La stima è del Fondo monetario internazionale e il Prof non può smentire. Una valanga di denaro che però non ha invaso la Svizzera, come è accaduto spesso in passato. Pure i Paperoni italiani, infatti, stanno dirottando i capitali verso la Città-Stato asiatica come Singapore. Intanto mentre Giarda chiede scusa gli italiani continuano a pagare. A pesare di più sulle tasche è stata l’ultima rata dell’Imu, che da sola, grazie al conguaglio finale con le aliquote maggiorate dai Comuni, ha prodotto un flusso di risorse verso l’erario di 13,5 miliardi. A questi vanno aggiunte le altre sprangate fiscali che Monti&co. ci hanno lasciato in eredità.

Scuse tardive – La mazzata arriverà, ancora una volta, sotto Natale. Oltre all’Iva, che senza interventi legislativi, balzerà dal 21 al 22% dal 1 luglio, il peso maggiore arriverà però dalla tassazione sulla casa, in barba alle promesse elettorali di tutte le formazione politiche, che prevedevano la riduzione o l’abolizione delle patrimoniali sulle abitazioni. Se Letta non trova una soluzione a settembre gli italiani torneranno a pagare la tassa sugli immobili voluta fortemente dal Loden. Poi a completare il quadro c’è la Tares, che, tanto per essere chiari, peserà più dell’Imu sulla prima casa. Il balzello si paga in tre rate (maggio, settembre e dicembre) e in media costerà ai contribuenti 305 euro a fronte dei 225 euro medi dell’imposta sull’abitazione. Insomma Giarda può pure dire “abbiamo sbagliato”. Ma i danni, quelli alle tasche degli italiani, ormai sono irreparabili. Grazie Prof. (I.S)


Sartori: “La Kyenge non sa l’italiano, non può fare il ministro”
di I. S.
(da “Libero”, 17 giugno 2013)

Giovanni Sartori, storico politologo antiCav sul Corriere della Sera questa volta bastona e non poco il ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge. Il Prof Sartori dedica al ministro di colore un editoriale al veleno. Sartori apre dicendo che Letta ha scelto male il ministro dell’Integrazione. “Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di integrazione, di ius soli e correlativamente di ius sanguinis?”. Difficile, secondo lui che la Kyenge possa capirne qualcosa di questi temi. Ma la stoccata al veleno di Sartori non finisce qui. Il politologo va oltre e bacchetta il ministro colpevole di non aver letto il suo libro Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei, come se conoscere i suoi saggi voglia dire automaticamente condividerli. E si lamenta che la sua proposta sulla residenza permanente sia stata “ignorata da tutti”.

Lezione d’Italiano – Poi Sartori dà anche una lezione di “italiano” alla Kyenge. Secondo il Prof a quanto pare il ministro non conosce bene la nostra lingua. Così il politologo, polemicamente le spiega cosa significa il termine “meticcio”: “La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese meticcio. Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l’Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava moglie e buoi dei paesi tuoi. E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini integrati”.

La Kyenge non è integrata – E dopo la lezione d’Italiano Sartori conclude con uno sfottò ancora più esplicito e accusa la Kyenge di non conoscere bene la storia e soprattutto di ignorare il fatto che l’integrazione tra etnie diverse non ha mai funzionato. Così Sartori attacca: “Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell’Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l’arrivo delle Compagnie occidentali? All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall’India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l’uno contro l’altro”. Sartori anche in chiusura non ha esaurito la scorta di veleno e chiude con una sentenza sul ministro: “Più disintegrati di così si muore”. Ma non dite che il Corriere è un gionale razzista. (I.S)


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Bart