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LETTERATURA: Horror uteri, Yod e castrazione simbolica

18 Giugno 2013

di Maria Antonietta Pinna
(anche qui)

La vagina è la porta che conduce all’utero. Nella fantasia misogina dei padri della Chiesa esso è sinonimo di un mondo claustrofobico, da incubo che rimanda secondo la teoria di Grof, alla seconda matrice perinatale: “Precipitazione nel cosmo e impossibilità di uscita”[1]. Attiene alle esperienze che hanno inizio con le contrazioni uterine prima che la cervice dell’utero si apra. Avvengono cambiamenti chimici sfavorevoli che creano sofferenza e minaccia mortale. Il campo visivo è buio e sinistro, foriero di torture fisiche ed emotive. L’utero propone così un mondo disumanizzato, animato dal mostruoso e dal grottesco. La sofferenza fisica ed emotiva trova la sua massima espressione nella rappresentazione dell’inferno e del mondo sotterraneo oppressivo, con una natura degradata, contaminata e pericolosa. Ci sono ambienti lilithiani, paludi, corsi d’acqua maleodoranti, alberi diabolici carichi di velenosi frutti, regioni ghiacciate o infuocate, fiumi di sangue. Demoni armati di forconi, lance e pugnali torturano. Si può essere bolliti in un calderone, stritolati, gelati in luoghi incredibilmente freddi. Le emozioni sono negative: paura, sensazione di caos, disperazione, colpevolezza. Figure archetipiche colme di sarcastico voracismo simboleggiano la dannazione eterna e i tormenti di Sisifo ed Issione[2].

L’utero da sempre dunque è un membro famelico, dotato di vita autonoma, indomabile, emotivo, irrazionale, sinistro, «un’Africa fecondissima di mille mostri, tanto diversi dall’umana natura quanto i serpenti, gli elefanti, i leoni e simili sono diversi dagli uomini ». In poche parole una fucina di mostri, sottoposta agli influssi della notturna Trivia, infernaccio ov’entra ed esce il diavol maladetto. Nella oscura e putrida umidità uterina si aggirano “cose” deformi, animali abnormi, “portenti strabocchevoli” [3]. Se l’inferno era “loco orrido e tenebroso che mai si empie né si satolla”, l’utero coincide col luogo dannato perché “non si sazia mai”.

Per Michelangelo Biondo tre sono le cose insaziabili: l’inferno, la terra avida d’acqua e la donna, palude del male, membro mordente senza denti:
Oh membro maledetto! Membro disgraziato! Membro famelico!membro ruina dell’uomo! Membro albergo de puzza e di veneno! membro fondamento de disonore! Membro somma malizia! Membro mordente e senza denti! membro caverna di nostri guai! Membro fosso senza fondo, disposto a sola lussuria! Membro che d’ogni nostro mal gode e del ben si attrista! Membro gravissimo nostro morbo! Membro finalmente ultima nostra ruina e perpetua morte![4].

Le profondità intestinali e uterine, “porcile di Venere”, caveau di tesori appetibili ma insidiosi, “fontana di seicento calamità”[5], rimandano allo stomaco. Esso è vaso, caverna di trasformazioni, antro dell’alchimista dove avviene il contatto con le forze della profondità e si realizza il teme della discesa agli inferi, del divoramento. Lo sciamanesimo collega ad un livello profondo lo stomaco e ginocchio, parte della gamba, simbolo di orgoglio, potenza sessuale, equilibrio, colonna portante del corpo. «La sensazione di essere divorati ed escreti è frequente tanto nel repertorio infernale quanto nell’esperienza psichedelica »[6]. Gli dei malvagi e i demoni spesso divorano le loro vittime. Set, fratello cattivo di Osiride è il “Maiale distruttore” o “Divoratore di Milioni di Anni”. Egli inghiotte le anime che non superano il giudizio divino[7]. L’arte di Bosch ha reso visibile il divorante attraverso un repertorio fantastico-simbolico da viaggio allucinante. «Il passaggio tra il mondo materiale e i regni del mondo ultraterreno può assumere molte forme differenti. Alcuni sistemi di credenze descrivono la transizione da un livello a un altro come una sequenza di drastici cambiamenti della coscienza che comportano il progressivo abbandono dell’organizzazione dell’esperienza caratteristica del mondo fenomenico apparentemente costante e stabile, e l’accettazione di modi di coscienza meno strutturati e meno prevedibili. Più spesso questo passaggio è rappresentato in modo concreto: l’ingresso in una fenditura della terra, in un pertugio dei monti, un cratere vulcanico o una porta… rappresentazioni simboliche di stati mentali insoliti. L’inizio del viaggio spirituale è spesso simbolizzato anche da una galleria, una ciminiera, un abisso o dalla bocca spalancata di un mostro gigantesco: il Leviatano, il drago »[8].

Le mutilazioni genitali simbolizzano la perdita del potere. La religione provvede così a svuotare simbolicamente la donna degli organi sessuali, in modo che possa essere “accettata” e santificata. Un esempio fra tutte la Madonna, la donna che partorisce senza perforazione d’imene, sempiterna vergine che non conosce l’impurità dell’orgasmo e della penetrazione del potente fallo.
Anche per l’uomo la castrazione è il simbolo della privazione del potere.
Infatti il taglio dei testicoli è direttamente collegato con la simbologia della testa, casa del raziocinio e delle capacità decisionali. Lo spiccare il capo dal busto implica castrazione. Essa, rievoca l’episodio biblico di Oloferne e Giuditta[9] e il mito di Saturno[10].

La testa è la parte principale del corpo umano, sede del pensiero e dell’anima secondo universali tradizioni popolari. Essa «ha un potere generatore: è convinzione diffusa nell’antichità, infatti, che il liquido seminale discenda dal cervello passando per il midollo spinale: numerose sono le nascite dalla testa ricorrenti nei miti primitivi dell’India, della Grecia e del Giappone ».
Atena dagli occhi lampeggianti e dall’inseparabile nottola o civetta, nasce già in armi dalla testa di Zeus dopo che questi aveva divorato la madre Metide.
Milton rappresenta il peccato nell’atto di uscire in armi dalla testa di Satana, certo sull’esempio di Atena, dea della conoscenza, che viene così assimilata al peccato. Altre nascite avvengono dalla bocca, dall’orecchio, dal naso. La fede nel potere generatore della testa è sicuramente all’origine dell’hermes greco che riunisce testa e fallo in quanto organi vitali, e ispira altre associazioni analoghe »[11]. L’erma greca, colonna rettangolare sormontata da una testa, è la sintesi capo-membro virile come congetturato da Plutarco e Macrobio.[12]
La decollazione è sinonimo di riduzione all’impotenza ma anche di privazione di vita. Nel libro dei sogni di Artemidoro sognare di perdere la testa equivale a perdite negli affari o morte.
I popoli antichi privavano i cadaveri del capo quando volevano impedire loro di nuocere ai vivi. Si decollavano anche statue e immagini per distruggerne la magia, anche se questo non sempre è possibile, infatti talvolta la testa staccata dal corpo conserva la vita e comincia a profetare. Le creature acefale di miti e leggende appartengono in genere al mondo ctonio[13].

Testa e genitali sono l’incarnazione del potere. Decollazione ed evirazione sono dunque tentativi di dominare il mondo e la natura.
Ogni parte del corpo, con arte sopraffina, stringe la congiura della sensualità contro lo spirito, utilizza come arma la bellezza e riceve l’amore impudico, scuotendo la logica della Ragione e della fede. Non è possibile sfuggirgli, perché fa parte dell’uomo, non si può colpirlo né distruggerlo senza causare la morte. La Chiesa sceglie di accanirsi sulla materia per la salvezza dell’anima. Già nel 1811 ne Le Istituzioni di Metafisica di Francesco Soave, regio professore, l’anima è definita ancora «sostanza che in noi pensa… pura, semplice, indivisibile e immortale »[14].
La morte terrena della carne labile e transeunte diventa una questione di poca importanza di fronte alla salvezza dell’anima. E se gli inquisitori esaminavano il corpo alla ricerca del segno lasciato dal diavolo, sotto forma di cicatrice o di neo, oggi l’occhio dello Yod misogino veglia sulla sessualità dei suoi figli imponendo innaturali castità. Il ruolo delle serve di Dio è quello della passiva rassegnazione che non consente loro neppure la possibilità di dire messa in un universo concentrazionario dominato dagli uomini. L’uomo invece può fare carriera. La rinuncia almeno nelle apparenze alla sessualità trova il suo surrogato nell’esercizio del potere. La donna è la chiave, strumento, passepartout per aprire nuovi mondi, ma uno strumento è sempre nelle mani di qualcuno, il dito che lo guida, lo Yod, è l’elemento attivo, fallico e maschile che muove, dirige il mondo, impugna la chiave e decide, comanda e impera. Dio è maschio, col pugno chiuso e il dito indice puntato, così cielo e terra girano interminatamente, contrapponendosi, spirito e materia, materia e spirito, con esigenze diverse, nel ciclo dei tempi. Le donne sono la vita e la morte, l’inizio e la fine, eppure le chiavi del Regno vengono scandalosamente consegnate a Pietro, espressione antropomorfica della grande Montagna, un uomo naturalmente, che come ringraziamento rinnega vigliaccamente il suo stesso Dio. «In verità ti dico, tu mi rinnegherai tre volte… »[15].

NOTE

[1] Le matrici perinatali sono quattro: MPB I: “Universo amniotico”, si riferisce alle impressioni intrauterine prima dell’inizio del parto; MPB II, “Precipitazione nel cosmo e impossibilità di uscita”, in cui si sommano le esperienze contraddittorie date dalle contrazioni uterine prima che la cervice dell’utero si apra- Da un lato le contrazioni spingono ad uscire, dall’altro la cervice chiusa lo impedisce, creando un senso di chiusura claustrofobica ed esperienze di angoscia e prigionia. MPB III, “Lotta di morte e rinascita”, riflette le esperienze lungo il canale del parto. MPB IV, “Morte e rinascita”, indica separazione dal corpo materno, S. Grof, La mente olotropica, Red, Como, 2007, p 36.

[2] Ivi, pp. 36-59.

[3] Antonio Vallisnieri, citato da P. Camporesi, Il governo del corpo, Garzanti, Milano, 1995, pp. 156, 157.

[4] Ivi, p. 158.

[5] Ivi,p. 156; «Dal sangue mestruo delle donne putrefatto è cosa malagevole che no nscano rospi, perché le donne sovente ne generano in corpo con i figli. Celio Aureliano e Plateario, così li chiamano, rospi, ranocchie e lucertole, e simili animali, e le donne salernitane anticamente nel principio della concettione, e massime in quel tempo, che il parto comincia a vivificarsi, si sforzano di ammazzare il detto animle con succo d’apio e di porro », Della magia naturale del signor Giovan Battista Della Porta Napolitano, in Napoli, appresso Antonio Bulifon, 1677, pp. 41, 42.

[6] S. e C. Grof, Oltre la soglia, l’inconscio proiettato nell’eternità, arte immaginazione, Red Edizioni, Como, 1988, p. 110.

[7] Ivi, p. 114.

[8] Ivi, p. 96.

[9] «Fermatasi presso il divano di lui, disse in cuor suo: -Signore, Dio d’ogni potenza, guarda propizio in quest’ora all’opera delle mie mani per l’esaltazione di Gerusalemme. È venuto il momento di pensare alla tua eredità e di far riuscire il mio piano per la rovina dei nemici che sono insorti contro di noi-. Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: «Dammi forza, Signore Dio d’Israele, in questo momento ». E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa. Ne fece rotolare il corpo giù dal giaciglio e strappò via le cortine dai sostegni. Poco dopo uscì e consegnò la testa di Oloferne alla sua ancella, la quale la mise nella bisaccia dei viveri e uscirono tutt’e due, secondo il loro uso, per la preghiera; attraversarono il campo, fecero un giro nella valle, poi salirono sul monte verso Betulia e giunsero alle porte della città », (Giuditta 13, 4-10).

[10] Saturno raggiunse il potere evirando e detronizzando il padre Urano. Gli venne predetto che sarebbe stato a sua volta detronizzato da uno dei suoi figli, perciò li divorava appena nati. Opi, moglie di Saturno, riesce a salvare Giove, nascondendolo nell’Isola di Creta, dove venne allevato dalle ninfe. Giove esautorerà il padre diventando il re degli Dei. Grof, definisce “Principio di Saturno”, una matrice perinatale, “senza via d’uscita”, legata alla prima fase clinica del parto in cui l’armonia originaria della vita del feto subisce una crisi. Il feto, sottoposto alle contrazioni uterine mentre l’utero non è ancora dilatato, subisce sensazioni contraddittorie di aggressione da parte di forze sconosciute e demoniache, con impressioni di discesa verso un mondo sotterraneo e infernale, il regno della morte.

[11] W. Deonna, Il simbolismo dell’occhio, Boringhieri, Torino, 2008, p. 7.

[12] Si veda ivi, p. 27.

[13] Ivi, p. 8.

[14] «Per anima noi intendiamo quella sostanza che in noi pensa. Difficil cosa sarebbe l’annoverare tutte le diverse opinioni, che intorno alla natura dall’anima prodotte furono dagli Antichi. I Caldei secondo Moshemio … la riputavano una specie di fuoco; Euripide un etere sottilissimo; Anassimandro, Anassimene, Diogene, Archelao, giusta Gassendo… la credetter formata di aria,onde è pure il greco termine Πνευμα (pneuma) spirito o fiato, a cui corrispondono anche in latino anima, e spiritus; Crizia la giudicava formata dal sangue; Zenone Eleate dell’equabile temperie del caldo e delfreddo, del secco e dell’umido; gli Stoici parte con Zenone Cizico e Possidonio la dicean riposta in quel caldo spirito per cui respiriamo, e ci muoviamo; e parte con Crisippo eApollodoro la consideravano come una porzione di quella sostanza ignea, che credean diffusa in tutto il mondo e che chiamavano anima mondana. Tutti questi sebbene chi per un verso, e chi per altro la rappresentassero sotto forma corporea; nondimeno la riguardavano come cosa distinta dal rimanente dell’uman corpo. Leucippo all’incontro, Democrito, Eraclito, Epicuro, e gli altri loro seguaci la tolser del tutto, non riconoscendo nel mondo altro che gli atomi, o le parti indivisibili della materia, dal cui fortuito concorso disser formata ogni cosa. Né da lor fu dissimile Dicearco già discepolo di Aristotele, il qual secondo Cicerone… fa dire aun certo Ferecrate, che l’anima è un nome vano, e che altro in noi non esiste che il corpo: assurdità che fu poi ripetuta audacemente anche nei tempi a noi più vicini da Hobbes, Tolando, Dowel, Maubet, la Metrie, e da tutta l’altra torma de’ Materialisti… Ora che l’anima sia una sostanza affatto diversa dal corpo e dalla materia, cioè una sostanza pura, semplice indivisibile, e perciò anche di sua natura immortale (F. Soave, Istituzioni di Metafisica di Francesco Soave, Dalla Tipografia Virgiliana, Mantova, 1811, pp. 14-16).

[15] U. Grancelli, Il simbolo nella vita di Gesù, Casa Editrice Europa, Verona, 1947, pp. 67, 68.
http://issuu.com/sulromanzo/docs/sul_romanzo_anno_3_n_3_giu_2013


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