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Caro Grillo, i cittadini devono poter ‘licenziare’ i parlamentari

4 Marzo 2013

di Fabrizio Tonello
(da “il Fatto Quotidiano”, 4 marzo 2013)

Caro Grillo, hai a che fare con delle vecchie volpi del potere, cerchiamo di non farci infinocchiare. Dico “farci” perché un italiano su quattro ha votato per te e senza il Movimento 5 stelle non si può fare nessuna maggioranza, quindi oggi hai delle responsabilità verso tutti gli italiani, responsabilità che fino al 25 febbraio non avevi.

Un modo per farsi infinocchiare è mettere all’ordine del giorno delle questioni irrilevanti, per di più impossibili da risolvere in tempi brevi come l’articolo 67 della Costituzione, quello che vieta il “vincolo di mandato” per deputati e senatori. Capisco che tu possa essere preoccupato della compattezza del gruppo parlamentare e dei tentativi di far cambiare casacca agli eletti del Movimento ma il vincolo di mandato non c’entra: è un principio che si trova in tutte le costituzioni dal 1791, quando i francesi fecero la loro costituzione scrivendo “I rappresentanti nominati in un dipartimento non saranno rappresentanti di un particolare dipartimento ma della Nazione intera e non si potrà dare loro alcun mandato” (cioè istruzioni vincolanti).

Il senso di questa clausola è che, nel dibattito parlamentare, ogni deputato o senatore deve essere libero di formarsi la propria opinione, senza essere obbligato a difendere gli interessi di Messina (se è stato eletto lì) o di un leader che lo ha messo in lista (come i soldatini di Berlusconi che votarono che Ruby era la nipote di Mubarak, forse la pagina più vergognosa nella storia del parlamento repubblicano dal 1946 ad oggi).

Ciò di cui la democrazia italiana ha bisogno, invece, è la possibilità di revoca degli eletti, un meccanismo simile a quello americano del recall. Gli elettori non sono contenti del comportamento del loro deputato? Si fa una petizione per revocargli il mandato e si vota, nella circoscrizione dove è stato eletto, per verificare se la maggioranza dei cittadini è d’accordo oppure no. Secondo il costituzionalista Michele Ainis, che ne ha scritto qualche mese fa sulla Stampa, “la funzione del recall è quella di utilizzare uno strumento di democrazia diretta per rendere più autorevole la democrazia rappresentativa. La democrazia rappresentativa, quella delegata, quella dei consiglieri regionali, dei parlamentari, diventa più autorevole se chi si trova a esercitare un ruolo di potere deve poi risponderne e renderne conto. […] Il recall è questo, nel senso che mi consente di revocarti se io che ti ho eletto ritengo che tu sia – o sia diventato – immeritevole rispetto a quella carica”.

Come ho scritto nel mio recente libretto sulle elezioni, ovviamente il recall richiede alcune condizioni per evitare abusi: in primo luogo, non può essere ammesso già all’indomani del voto perché altrimenti le campagne elettorali diventerebbero permanenti. Si potrebbe stabilire un lasso temporale minimo, per esempio un anno, prima di poter utilizzare questo istituto.  In secondo luogo, la richiesta deve provenire da una frazione significativa del corpo elettorale, supponiamo il 10% degli aventi diritto al voto.  Infine, si dovrebbe applicare soltanto a parlamentari eletti in collegi uninominali, perché la revoca del mandato in un collegio elettorale plurinominale potrebbe alterare il gioco democratico.
Questo, in realtà, non è un problema insuperabile: sarebbe sufficiente stabilire che il recall del deputato Rossi non farebbe scattare una nuova elezione generale aperta a qualsiasi risultato: la possibilità di far decadere il deputato attraverso una consultazione popolare nella circoscrizione (che potrebbe anche rispondere negativamente e mantenerlo in carica) sarebbe legata alla clausola che il suo successore sarebbe il primo dei non eletti dello stesso partito. Questa è una riforma che si potrebbe fare senza modificare la Costituzione e quindi potrebbe essere attuata in tempi brevi.

Sarebbe molto meglio, però, fare una nuova legge elettorale che si basi su collegi uninominali, rafforzando il legame tra gli eletti e il territorio. Anche questo, però, è un terreno minato e le vecchie volpi della politica, caro Grillo, ti aspettano al varco per fregarti. Ne riparleremo domani.


Pera: i leader di Pd e Pdl non hanno scelta traggano le conseguenze dall’esito del voto
intervista a cura di Antonio Manzo
(da “Il Mattino”, 4 marzo 2013)

FERRARA. «Sono molto preoccupato per la cri ­si politica ed istituzionale del Paese. Ma quel che più mi inquieta, in una riflessione sullo stato dell’Italia, è che la crisi la pagherà in ma ­niera dura il Mezzogiorno. Non ci sarà più spazio per il recupero di un dualismo territo ­riale perché ad allargare il divario ci penserà la crisi, con un Paese dove la pesante difficol ­tà economica potrebbe far germinare egoi ­smi territoriali ancor più forti di quelli dei pri ­mi anni ’90, quando nacque la Lega ».

Marcello Pera, presidente emerito del Se ­nato, è uno dei «compagni » di viaggio istitu ­zionali del Cavaliere negli anni di maggiore fulgore del berlusconismo. E’ nella cattedrale di Ferrara, venuto a rendere omaggio al suo amico arcivescovo, monsignor Luigi Negri. La Messa è appena finita, si defluisce molto lentamente verso l’uscita. «Scusi, lei è Maxcel ­lo     Pera di Silvio Berlusconi? » gli dice una si ­gnora che 1’awicina. Pera, con invidiabile aplomb, replica. «Signora, la ringrazio del sa ­luto ma mi basta Marcello Pera… ». E quando la signora, forzista della prima ora, «assolve » in chiesa il Cavaliere del bunga-bunga, Pera non si scompone: «Però certe cose avrebbe potuto evitarle… ».

Presidente Pera, vede possibilità di dialoghi politici all’orizzonte?

«Sono molto preoccupato perché il voto si rispetta ma nel contempo bisogna rispettare anche chi ti ha votato ».

Si riferisce al Movimento Cinque Stelle?

«Mi riferisco alle maggiori forze politiche che debbono attuare una strategia, non tattica, di dialogo costruttivo ».

Chi lo frena?

«Pd e Pdl, ancora non hanno analizzato e metabolizzato il risultato elettorale. Bersani e Berlusconi lo facessero e tirassero le conseguenze ».

Che giudizio dà delle ultime esternazioni del Capo dello Stato in Germania?

«Il presidente Napolitano ha fatto benissimo, è l’unico punto di equilibrio di garanzia istituzionale »

Sia quando ha replicato a muso duro al leader Spd tedesco che quando ha riconosciuto Grillo?

«Certamente. Perché alla Germania ha ricordato il valore democratico del risultato elettorale chiedendo reciprocità di rispetto, al di là dei coloriti aggettivi sui personaggi in questione. E poi credo che abbia aperto un canale di comunicazione diplomatica ed istituzionale con il rappresentante del Movimento Cinque Stelle, con un ampio riconoscimento anche per l’esito elettorale ».

Credeva che i risultati elettorali fossero cosi premianti per il M5S?

«Credo che i partiti maggiori facciano bene ad analizzare le ragioni di una crisi profonda del concetto di partecipazione democratica. Cioè, il ripristino di canali di comunicazione diretta tra cittadini e istituzioni, altrimenti il parlamentarismo, come valore costituzionale, va in crisi ».

Cosa consiglia a Pd e Pdl?

«Sono in una fase di studio profondo. Nelle prossime settimane andrò negli Stati Uniti. Ma credo che a Bersani e Berlusconi spetti tirare le somme per il risultato ottenuto ». Torniamo all’Italia, al rapporto nord-sud. «Il nord, con il gancio dell’Europa riuscirà a sopravvivere alla crisi anche per le diverse condizioni economiche di partenze ed una rete di reddito nella cittadinanza molto più protettiva ».

Il   sud, invece…

«Il sud, invece, rischia in maniera pesante. Non sarà più solo un problema di geografia o di economia. Si rischia di dividere l’animo del Paese, la coesione nazionale che si fonda sì su Pii e dati macroeconomici ma si misura soprattutto su un sentimento unitario, laddove la sofferenza dell’uno viene raccolta dall’altro e viceversa. Ho paura dell’Italia divisa dalla crisi ».

Lei è autore di un saggio sull’Europa insieme all’aUora cardinale Ratzinger. Cosa l’ha colpita di più in questi giorni?

«Il rigore dell’uomo, il pensiero dello studioso e soprattutto la dimostrazione di come la fede debba essere presente nella società. La posta in gioco è molto alta per l’umanità. Stiamo rincorrendo un sogno luciferino impossibile: diventare Dio o sostituire Dio con la nostra sola ragione. Non ce la faremo mai, nello sforzo di essere padroni di noi, potremmo distruggere noi stessi ».


Il governo Prodi non cadde a causa della compravendita di De Gregorio, qui.


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Bart