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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: La casa delle sostituzioni

5 Marzo 2013

di Giovanni Mariotti

(lo scrittore lucchese Giovanni Mariotti, che vive a Milano, con il suo ultimo romanzo “Il bene che viene dai morti” ha vinto il premio Bagutta 2012).

Prima parte

Vivere, si sa, è viaggiare nel tempo: a piccoli passi, di minuto in minuto, da un secondo al successivo; un po’ assorti, alla maniera di quei bambini che camminano sui marciapiedi, spostando i piedi di mattonella in mattonella.

Attenti a non calpestare le linee.

Sino a un momento prima il mio corpo era rannicchiato nel solito angolo di divano, in una stanza in ombra, le tapparelle abbassate. Qualcuno disse: “Ah”. Era una voce che veniva dalla strada; da un mondo che non mi riguardava.

Sicuramente c’era ancora vita, da qualche parte; ma di altri… di estranei.

Ignoro se fossi stato io ad allontanarmi dal mondo, o il mondo ad allontanarsi da me. Era accaduto a poco a poco, in mondo insensibile.

 

Immerso nella penombra, indeciso fra sonno e veglia, lasciai sfilare via un bel po’ di secoli.

Quando aprii gli occhi, mi trovai davanti a un chiosco a forma di esagono, sovrastato da una banderuola di latta con la scritta:

                                                                                                                   DOGANA

Su un display lessi ora e data.

                                                                                                                 O3.00   pm  

                                                                                                 24 DICEMBRE 3000

“Mi può mostrare i documenti?” chiese il doganiere, e arrossì, come un attore che abbia sbagliato battuta.

Non aveva certo l’aria di pubblico ufficiale: era un vecchio alto, dai jeans strappati, con uno di quei berretti a visiera in uso ai miei tempi nelle Stazioni di Servizio.

 

Provai un po’ di stupore, forse perché pensavo che le frontiere non esistessero più.

Non so se l’uomo avesse captato il mio moto di sorpresa, o se i pensieri che mi attraversavano tracciassero, come le deflagrazioni di certe particelle, traiettorie luminose nella sua mente…

Sorrise, restituendomi i documenti.

“Esistere è troppo; diciamo che quasi esistono. Hanno più che altro una funzione decorativa; però conservano anche un valore psicologico, seppure tenue. I viaggi sono diventati troppo facili; senza queste installazioni, sparse un po’ dappertutto, la gente sarebbe portata a credere che i suoi spostamenti, nello spazio o nel tempo, non siano reali. Le dogane rappresentano una conferma, che un po’ li rassicura, e un po’ li allarma, come se, varcandole, stessero contravvenendo a un tabù arcaico, che ignoravano. Al momento di fermarsi davanti a un doganiere molti viaggiatori presentano una lieve accelerazione del battito cardiaco, che i nostri strumenti consentono di rilevare. È il suo caso.”

Eppure mi sentivo stranamente quieto.

Chiesi: ‘Dov’è la città?’

‘Questa è la città’ rispose.

L’erba era alta e non si vedevano edifici, oltre il chiosco.

‘La Città è dappertutto’ aggiunse; ‘consulti i dizionari: constaterà che Città è sinonimo di Universo’.

E con un gesto circolare abbracciò la pianura vuota e la conca del cielo sopra di noi, ancora più grande di quanto lo ricordassi. Da quando non uscivo di casa (ne era passato, di tempo), il cielo cui mi ero abituato era una fascia d’azzurro striato da scie di aerei, larga quattro o cinque metri, quanto la strada di periferia su cui il mio appartamento si affacciava.

 

Così mite, il clima, che pensai: sembra aprile.

Ma il display diceva: Dicembre; mi chiesi se non fossi finito nell’emisfero australe.

‘Un inverno dolcissimo’ azzardai.

“Siamo riusciti a condizionare la biosfera” fu la risposta.

L’annuncio, che mi parve considerevole, fu comunicato in tono sobrio, esente da sfumature vanagloriose.

 

Un trascolorare dell’erba annunciò l’arrivo di una di quelle folatine di vento tiepido che impedivano al clima di raffreddarsi.

“L’umanità ha periodicamente bisogno di un nuovo inizio”, spiegò il mio interlocutore; ‘l’ultimo ha avuto luogo trecento anni fa, quando, per evitare inquinamento e rovina dell’ambiente, gli uomini decisero di mettere casa nelle viscere del pianeta e destinare la superficie a parco, a solarium, nonché a zoo e giardino botanico, dove acclimatare piante e animali superstiti. Le case sono laggiù sotto. Siamo tornati alle caverne, come ai tempi di Lascaux e Altamira; ma il comfort è migliorato.”

Alcuni leoni sazi e annoiati e il transito di un branco di elefanti mi fecero pensare: Africa…; ma quando chiesi: ‘Dove siamo?’ l’uomo col berretto puntò il dito verso l’orizzonte: ‘Là continua a scorrere un vecchio fiume dal nome  pseudocinese, il Po’ disse; poi ruotò il braccio di centottanta gradi: ‘e là sorgeva Milano, la città dove, a giudicare dai suoi documenti, lei è vissuto sino a poco tempo fa.’

 

Lo stupore non m’impedì di ricordare che mancavo di una sistemazione.

‘Cerco un posto per dormire. Non un grande albergo.   Pensione… locanda… agriturismo… qualsiasi cosa va bene.   Purché non troppo cara.’

L’uomo scosse la testa: ‘Non ci sono alberghi, ma gli abitanti sono felici di ospitare i viaggiatori”.

 

Sino a quel momento avevo considerato l’aspetto finanziario con la noncuranza che mi era abituale. Non ero mai stato ricco, ma avevo sempre pensato: ‘Vivo in un’epoca e in un paese dove di fame non si muore”. Le circostanze  avevano confermato il mio assioma, almeno sino a quel momento.

Improvviso, il dubbio mi trafisse che la mia Carta di credito non fosse accettata.

Frugai nelle tasche con l’intenzione di mostrarla.

L’uomo scosse la testa: ‘Non c’è ragione che lei si preoccupi: da alcuni secoli abbiamo imparato a fare a meno della cosa che chiamavate denaro. La sua visita era attesa e abbiamo già provveduto all’alloggio.   I viaggiatori che arrivano da altre epoche sono i benvenuti. ‘

E indicò un sentiero sterrato che si perdeva nella pianura, come un filo caduto su un tappeto da una cesta da lavoro.

Quando vi poggiai il piede, il viottolo slittò in avanti con una vibrazione leggera.

Ritrovato l’equilibrio, mi voltai a guardare.   Bruscamente rimpicciolita, la Dogana faceva pensare a un giocattolo colorato a forma di giostra, e il doganiere agitava il berretto a visiera in segno di saluto.

Quando guardai una seconda volta, sia il doganiere, sia il chiosco erano spariti.

 

Guardavo il paesaggio, in piedi sul sentiero che scivolava in avanti dolcemente. Qua e là, su una panchina verde, uno o due vecchi si offrivano al tepore di un giorno senza nubi. Il piacere di quei bagni di sole e aria mi fecero pensare alle brevi estati della Scandinavia… a un Nord immaginato, anche se mi era mancata l’occasione di visitarlo.

Di tanto in tanto un bambino invisibile trascinava un aquilone che ora saliva e ora scendeva sino a sparire tra l’erba alta come quella delle savane.

Constatai quanto la natura fosse rifiorita da quando gli uomini si erano insediati nel sottosuolo. Liberati dalla fastidiosa coabitazione con l’uomo, alberi e animali avevano raddoppiato o triplicato la taglia.

Come negli acquarelli del tintore austriaco Aloys Zötl, vedevo convivere e mescolarsi esemplari di flore e faune che nella mia epoca appartenevano a climi e a continenti diversi.

Mi superarono gazzelle alte come giraffe.

 

All’improvviso ebbi l’impressione che un’eclisse fosse sopravvenuta. Come un lenzuolo, l’ombra avanzò sino a ricoprirmi. La stradina campestre adattata a tapis roulant si era trasformata in una ripida scala mobile che puntava verso il basso. Nere sponde di terriccio ne soffocavano il ronzio.

Più avanti, mutata l’acustica, la discesa proseguì fra pareti di roccia vibrante, superando una serie di bivî. Partendo da quelle diramazioni altri tunnel si perdevano nelle tenebre.

La catabasi  mi sembrò interminabile.

Guardavo indietro e in alto dal fondo della trincea in cui sprofondavo; ma la luce del giorno era sparita da tempo; solo, di tanto in tanto, ai lati della scala mobile, un orto sotterraneo illuminato faceva pensare a un deposito di strani strumenti musicali: c’erano zucche panciute, grossi baccelli sospesi a intrichi di filamenti, sedani alti e cianotici.

 

Una voce femminile, che mi fece pensare alle Sirene, tanto era armoniosa e insinuante, risuonò sotto la volta della galleria, annunciando l’arrivo a destinazione.

Voci del genere esistevano già nella mia epoca di provenienza; si erano introdotte nella vita degli uomini con naturalezza, senza destare stupore. Fornivano informazioni, davano consigli, impartivano ordini; erano sensuali ma senza corpo, create da sintetizzatori vocali.

Venni depositato su un pianerottolo dove un vecchio e una vecchia mi aspettavano. Entrambi alti, specie l’uomo: tanto che, per incrociarne lo sguardo, fui costretto a piegare indietro la testa; cosa che, per mancanza di abitudine, mi fece sorridere. Nel mondo da cui provenivo la mia statura era superiore alla media.

L’uomo giunse le mani alla maniera di un monaco e s’inchinò in segno di saluto, bisbigliando un nome complicato.

Malinconia e gentilezza, ma povera di calore…   la bontà triste e delicata che nasce da un’imparziale compassione per tutte le creature… e ironia, anche: questo credetti di leggere in quel sorriso di benvenuto appeso nell’aria,   a una quota di almeno mezzo metro superiore alla mia.

Volli mettere alla prova il mio intuito.

‘Lei è buddista?’ azzardai.

Sembrò sorpreso: ‘Perché me lo chiede? Il buddismo è una religione, vero?’

‘In certo modo, sì’.

Scosse la testa: ‘Non ho una religione. E non penso di essere qualcosa in particolare’.

Dall’osservazione dell’uomo e della sua compagna ebbi la conferma di una sensazione che già mi aveva sfiorato durante l’incontro col doganiere.

La conformazione di quei Futuri non differiva troppo dalla nostra, eppure avevo l’impressione di avere a che fare con esseri di un’altra specie: come statura, un po’ più alti dei miei contemporanei; ma soprattutto spogli delle caratteristiche che, in epoche passate, avevano fatto delle fisionomie umane uno spettacolo ricco d’interesse.

Erano come alberi d’inverno: senza foglie, assiderati.

Devitakizzati: quella parola terribile, che ai miei tempi usava in odontoiatria, mi aveva sempre impressionato.

Mancavano nei loro sguardi quei lampi che sono soliti illuminare come flashes scorci di paesaggi interiori e costituiscono il primo motore del fenomeno (fondamentale per la società così come la conoscevo, con i suoi incantatori e i suoi incantati) chiamato seduzione.

Veniva da chiedersi se avessero mai provato un momento di vera gioia.

Bastava guardare il loro sorriso, inerpicato lassù.

Avevo sempre saputo che dal modo di sorridere si riconosceva la vera natura, il fondo triste dell’anima.

 

Mi figurai che l’Evoluzione avesse atrofizzato, in quegli individui, la zona del cervello dov’era insediata l’aggressività.

Molti uomini della mia epoca si erano cimentati in una delle imprese più vane: anticipare il futuro; per lo più si trattava futuri bellicosi; nessuno, per quanto mi risultava, aveva immaginato il mondo civile, addolcito, desolato in cui in cui stavo scivolando.

Tuttavia, a ripensarci, mi parve che anche nel mondo dov’ero vissuto fosse presente qua e là, fra le convulsioni di un’umanità che non voleva rinunciare all’antica, in fondo amata barbarie… a quell’eredità feroce senza la quale persino i pensieri sembravano privi di profondità… qualche segno di una nuova, albeggiante mitezza.

Forse io stesso, nel mio piccolo, ero stato uno di quei segni.

 

Ai miei ospiti attribuii un’età non troppo lontana dalla mia; forse addirittura superiore di qualche anno.

Lei era rosea, e stranamente pingue. Quando le strinsi la mano abbassò gli occhi e avvampò: reazione che mi sembrò incongrua, in quella che giudicavo una quasi ottuagenaria.

‘Come stai?’ le chiese l’uomo.

‘Bene’ rispose la donna, e fu come se la sollecitudine di lui la irritasse; ‘non occuparti di me… non è gentile verso il nostro ospite… Lo scusi’ aggiunse, rivolta nella mia direzione.

‘Sì, certo… mi scusi’ disse l’uomo.

Lunghe e ossute, le sue dita indugiarono ancora un istante sulla fronte e tra le ciocche grigie della compagna,

‘Però sei sudata’ disse; ‘un sudore diaccio’.

‘Sto bene’ ripeté la donna.

Mentre li seguivo all’interno, feci in tempo a leggere la scritta a lato della porta:

 

CASA DELLE SOSTITUZIONI

 

Qual era il significato di quella dicitura enigmatica?

Cosa sostituiva cosa?

Chi sostituiva chi?

Quella domanda mi attraversò, senza tuttavia indurmi a chiedere spiegazioni, mentre seguivo l’uomo e la donna nella loro dimora sotterranea.

 

Ci trovavamo in un atrio spazioso. Le volte erano di roccia, le pareti di metallo zigrinato. Nei vasi, piante che attribuii alla vasta e assortita famiglia delle Esotiche.

Entrò un androide con un vassoio. La donna spiegò: ‘Le abbiamo preparato un spuntino. Di sicuro avrà fame, dopo un così lungo viaggio’.

Il robot dispose davanti a me una corona di piccoli piatti.
Erano radici, tuberi, bulbi, rizomi. Mentirei se dicessi di avere apprezzato quegli strani cibi, dai colori pallidi e dai sapori delicati e sfuggenti; ma nemmeno mi dispiacquero. Immaginai che provenissero da orti sotterranei.
Mangiarli era come ingoiare ombra.
Li lodai, come si usa. La donna si schermì: ‘Non so se siano davvero buoni; a me piacciono perché mi ricordano l’infanzia.’
‘Sono sapori antichi’ commentò l’uomo; ‘appartengono alla tradizione di questa terra, che un tempo si chiamava Lombardia.’
‘Ho trascorso in Lombardia la maggior parte della mia vita’ mormorai, ‘ma confesso che mi erano sconosciuti’.   Aggiunsi: ‘La parola tradizione è spesso ingannevole. Nel mondo da cui provengo mangiavamo il pomo d’oro e la patata, che i francesi chiamavano pomo di terra; a tal punto erano comuni nelle cucine da farci dimenticare che si trattava di ingredienti esotici, arrivati da un altro continente.’
 

La donna si girò nella mia direzione: ‘Che ne pensa di quello che ha visto sinora? è diverso da quello che ha lasciato?’

‘Abbastanza’ risposi: ‘il mio mondo era affollato, il vostro sembra vuoto… quasi vuoto. Questa l’impressione che ho avuto.’

‘Vuoto?’ intervenne l’uomo;   ‘ne è sicuro? Siamo sessanta milioni, sparsi nelle viscere del pianeta: numero che a molti sembra esagerato.’

‘Ai miei tempi’ dissi ‘eravamo alcuni miliardi, e in certe parti del globo la popolazione continuava a crescere.’

‘Miliardi’ fece eco a voce bassa; ‘come potevate vivere? dove trovavate le risorse?’

‘Vivevamo’ dissi; ‘certo molti erano costretti a combattere ogni giorno con la miseria e la fame e di tanto in tanto scoppiava una guerra’.

‘Guerra…   miseria’ ripeté l’uomo: ‘conosco l’esistenza di queste metafore, che ricorrono nella letteratura antica. Col tempo sono cadute in disuso. Non ne conosciamo il significato, che d’altronde non ci interessa.’

‘Si trattava non di metafore, ma di fenomeni piuttosto reali’ osservai:   ‘guerra era il contrario di pace e miseria di ricchezza.’

‘Pace e ricchezza sono parole non meno sconvenienti di guerra e miseria. Senza le une non esisterebbero neanche le altre.’

 

‘Il mio mondo non solo era affollato’, osservai, più per interrompere il silenzio che era sopravvenuto che per il desiderio di fornire notizie sul mondo da cui provenivo. ‘era anche simultaneo.   Tutti facevano la stessa cosa nello stesso momento.   Per esempio, d’estate si spostavano in certe località marine. Si trattava di vere e proprie migrazioni… anche se statiche, a tratti. Il gran numero di persone che si spostavano impediva di procedere speditamente.’

‘Nel nostro mondo le cose vanno in modo diverso’ puntualizzò l’uomo: ‘ognuno vive a modo suo e attende a cose apparentemente irrilevanti che, per qualche misteriosa ragione, destano il suo interesse.   Essere come gli altri, fare quello che fanno gli altri ci sembrerebbe superfluo.   Non per questo ci sforziamo di essere originali: ognuno va dove la sua strada lo porta e nota cose che forse gli altri non hanno notato.   A queste ripensiamo prima della fine.   Secondo un’antica tradizione, inconsapevolmente le traiettorie del nostro corpo nello spazio e nel tempo disegnano le linee di un volto diverso da tutti gli altri.   Volto che retrospettivamente è la nostra identità… la cosa che siamo diventati.’

‘Tradizione che anch’io conosco’, dissi, ‘ma ignoro se corrisponda al vero.   Guardando indietro, ai viaggi del mio corpo nello spazio e nel tempo, non vedo che un ghirigoro senza capo né coda.’

‘Forse si tratta di un’anamorfosi’ suggerì; ‘quel garbuglio si trasformerebbe in un quadro bellissimo, se lei potesse osservarlo con uno strumento ottico appropriato.’

‘Sarà… e lei?’
‘Io cosa?’
‘Nei suoi viaggi riesce a vedere il suo volto… o almeno un abbozzo?’

‘Alcuni si muovono accompagnati da questa speranza, ma neanche noi disponiamo dello strumento adatto’ ammise, rassegnato.

 

Continuava a rimuginare su quanto avevo detto: ‘Questo pianeta non è dei più grandi.   Per miliardi di persone non ci sono mai stati né spazio né risorse sufficienti. Difficile capire come gli esseri umani abbiano potuto comportarsi in modo così dissennato.’

Abbozzai una spiegazione: ‘Si diceva che l’Essere cui veniva attribuito il merito, o il demerito, della Creazione avesse invitato il primo uomo e la prima donna a crescere e a moltiplicarsi. Raccomandazione appropriata, visto che a quel tempo gli esseri umani erano due su tutto il pianeta; ma in seguito certi tradizionalisti sostennero che l’invito aveva una validità permanente, e questo benché gli uomini fossero ormai miliardi. Nella maggior parte dei casi i bambini nascevano a causa di impulsi saltuari giustificati   dalla parola amore.’

L’uomo arrossì: ‘Altra parola antica, il cui significato si è perduto’.

‘Non si trattava di una brutta parola,  anche  se qualche volta se ne abusava”. Feci una pausa: ‘Davvero lei non sa cosa sia l’amore?’

Tagliò corto: ‘Non lo so’.

Mi parve che gli sguardi teneri e solleciti rivolti alla donna contraddicessero la sua affermazione.

Senza dubbio, pensai, fingeva di ignorare il significato di certe parole perché condannate dalle Buone Maniere.

 

Molte cose mi incuriosivano, del mondo in cui ero capitato.

‘E voi come vi comportate?’ chiesi.

‘A che proposito?’

 ‘Per quanto riguarda la procreazione’.

L’uomo sembrò stupito: ‘Nella maniera più semplice: fissiamo le caratteristiche dei nascituri… in genere due… nella maggior parte dei casi un maschio e una femmina. L’obiettivo è non alterare l’equilibrio della popolazione e dei sessi. Poi chiediamo l’autorizzazione a procreare. Il resto è compito dei nostri laboratori.’

 

Un’altra cosa avevo notato, e la dissi: ‘Durante il tragitto che mi ha portato sin qui ho visto vecchi e anche bambini. Ma non ho visto adulti… giovani adulti, voglio dire.’

L’uomo scosse la testa: ‘I giovani hanno altro da fare. Viaggiano. Visitano lontane galassie. Qualcuno di loro spera ancora di incontrare altri esseri viventi. Ma non è mai accaduto. Siamo soli nell’Universo. Quando sono stanchi e un po’ delusi tornano su questo pianeta, che noi chiamiamo Casa. Per loro il tempo dei viaggi è finito.’

Il tono si era fatto malinconico.

‘Anche lei è stato un viaggiatore, suppongo’.

Più che una domanda era una constatazione: la pelle dell’uomo dell’uomo era segnato da graffi e cicatrici e dalle ustioni violette di soli sconosciuti.

‘Certo’ rispose: ‘ho viaggiato, e non poco.’

Per la prima volta accennava a un’esperienza personale. Seppure lieve, ma inattesa, credetti di sorprendere nella sua voce una sfumatura vanitosa.

Continuò: ‘Ho visitato centinaia… migliaia di pianeti e di asteroidi dove nessuno aveva mai messo piede.   Ero insaziabile.   Ricordo cieli con decine di lune, repentini bagni di luce, la lunga corrosione di certi tramonti.   Gli anni passavano e uno di quei giorni sognai l’erba.   Era alta e bagnata e accarezzava me che correvo. Come quando, da ragazzo, mi trascinavo dietro un aquilone, sentivo il suo pizzicore sulle gambe nude.   Dopo quel sogno continuai a viaggiare, ma la stanchezza cresceva.   Finché un giorno decisi di tornare.’

Lo interruppi: ‘Succede a tutti… di essere stanchi, voglio dire. Specie alla nostra età’.

Lo dissi a voce bassa, timidamente.   Mentre parlavo mi aveva assalito la paura di avere commesso una gaffe che i vecchi commettono spesso: quella di attribuire la propria età a persone più giovani. Non potevo escludere che i lunghi viaggi e gli strani climi di altre galassie avessero fatto invecchiare il mio ospite precocemente.

‘Lei quanti anni ha?’ mi chiese.

‘Settanta’ risposi, arrossendo; per prudenza mi ero tolto quattro anni.

‘Io duecentocinquanta’ disse l’uomo sorridendo ‘e mia moglie duecento.’

 

‘Se vuole”,   proseguì dopo una pausa, ‘sarei felice di mostrarle qualche immagine dei miei viaggi.’

Annuii, ma la donna intervenne per dissuaderlo: ‘Senza dubbio il nostro ospite sarà stanco; forse preferisce riposare. Che fretta c’è?   Gliele mostrerai uno dei prossimi giorni.’

‘Gliene mostrerò solo qualcuna, in modo che possa farsi un’idea’ insisté l’uomo, con un’ostinazione in cui mi riconobbi; la donna storse la bocca in segno di scontentezza, ma già le immagini avevano preso a scorrere su uno schermo.

‘Qui siamo alla periferia della costellazione  della Lucertola… qui in piena Chioma di Berenice, nel punto più fitto… qui nel Tucano…”.

I nomi delle costellazioni conservavano un’eco, una suggestione per me; quello che vedevo molto meno.   Conoscevo già quei paesaggi, pur non avendo viaggiato tra gli astri (ai miei tempi si muovevano i primi timidi passi).   Erano il Deserto: di sabbia, di ciottoli, di massi dalle strane forme.   Non differiva dai deserti terrestri, le cui immagini mi erano familiari.

All’inizio avevo guardato con attenzione, ma presto fui sopraffatto dalla noia.   Sentii il sonno spargersi nelle membra, la testa ciondolare. Quando il mento si appoggiò sul petto, la rialzai di scatto, fingendo attenzione.

A venire in mio soccorso fu la donna.

‘Ora basta’ disse al marito, che prontamente obbedì, un po’ corrucciato.   Senza dubbio si era reso conto che le sue emozioni, i suoi ricordi non potevano essere condivisi.   Lo stesso accadeva a me, nel mondo da cui provenivo, quando, già vecchio, raccontavo il mio passato e, raccontandolo, capivo che si trattava di una povera cosa, priva di qualsiasi interesse per chi mi ascoltava.

 

‘Venga’, disse la donna: ‘le faccio vedere la camera’.

In fondo a una lunga caverna varcammo una soglia.

‘Nessuno la disturberà’, disse la donna. ‘La casa è isolata. Non ce ne sono altre, per chilometri e chilometri di roccia; né la disturberanno i rumori in superficie. Il chiasso delle iene. Di notte urlano disperate, ma qui siamo a mille metri di profondità.’

Mi mostrò un letto, un tavolo, uno scaffale con pochi libri, la toilette…

‘La cena è fra tre ore’ disse, congedandosi.

Rimasto solo udii il silenzio, compatto come la roccia. Mai udito un silenzio così: non in città, e nemmeno in campagna, dove avevo vissuto sino a vent’anni. La campagna era fragorosa, con i suoi grilli, le piogge, le tramontane, il grattare degli unghioli dei topi sugli embrici, gli scrosci d’acqua piovana nelle cisterne…

Aprendo un armadio fui investito da un profumo di lavanda uguale a quello custodito negli armadi della mia infanzia. Solo che noi non dicevamo lavanda; a Pedona, il paese dov’ero cresciuto, quello era il profumo dello spigo. In fondo all’armadio, tra le lenzuola, trovai un piccolo mazzo di rametti secchi tenuti stretti alle estremità da due cordicelle annodate.

La forma era quella di un fuso.

 

Il corridoio era vuoto.

Nessuno mi aveva autorizzato a esplorare quel sotterraneo; ma ero curioso. Mi lasciai guidare da un rumore di acqua e da un puzzo di uovo marcio. Lo stesso di certe stazioni termali.

Una veranda si affacciava su una cascata di acqua solforosa che ribolliva. Da una ringhiera mi sporsi su quel fragore… su un bulicame domestico che si sforzava di apparire selvaggio. L’acqua si frangeva fra le pietre di una piccola gola. Guardavo nell’aria spruzzi leggeri, trasparenti come tulle.

Di fianco a me, nella roccia,  una piccola porta dai vetri opachi. Pensai a un ripostiglio, ma un baluginio mi incuriosì.

Benché fosse (lo sapevo) il 24 dicembre, sino a quel momento non avevo visto segni del Natale. Convinto, com’ero sempre stato, che prima o poi le religioni si sarebbero estinte, mi ero adattato facilmente all’idea che la più importante tra le feste cristiane fosse caduta in disuso; e invece, nella grotta naturale che mi si parò davanti, qualcuno aveva allestito un Presepio. Festoni di lucine colorate ciondolavano fra stalattiti e stalagmiti. C’erano, come in ogni Presepio, montagne dirupate, prati di borraccina, viottoli, neve finta, angeli, uomini e donne di tutte le razze; più qualche robot; e pozzanghere dove nuotavano pesci senza colore.

A un primo sguardo non percepii nessuna differenza sostanziale tra quel Presepio e gli altri che ricordavo. Mi sembrò strano che una Società così mutata non avesse piegato alle sue esigenze l’antica narrazione.

Cambiai idea quando, addentrandomi in una selva di stalagmiti trasparenti, vidi, in un angolo, quello che è il clou di ogni Presepio: la Natività. Sotto gli sguardi mansueti del bue e dell’asino non c’era UN Bambino, ce n’erano DUE: nudi, paffuti, benedicenti. Guardando meglio, constatai che si trattava di un maschio e di una femmina.

Per la prima volta dopo il mio arrivo provavo vero stupore. Da cosa derivava quella variante: da un Vangelo apocrifo, scoperto nel fattempo in qualche grotta o monastero? o dalla teologia, che di tanto in tanto innovava? rifletteva le dottrine di una setta? o una devozione diffusa?

Sopra i due gemelli, angeli disposti a ghirlanda erano impigliati fra le stalattiti come uccelli in un roccolo.

 

Nei Presepi che ricordavo il Bambino aveva accanto Maria; poco distante, di solito pensieroso, Giuseppe. La luce irradiata dal nuovo nato ne illuminava i visi. Se non mi accorsi subito della loro assenza fu per la perplessità in cui versavo.

Li riconobbi più tardi – come si rintraccia in mezzo alla gente un amico perduto di vista – in una coppia fuori scena, appena sfiorata da un riverbero. Si stavano allontanando e mi volgevano le spalle; ma, sul punto di scomparire, Maria girava la testa per un ultimo sguardo. Quel movimento mi ricordò il Salve Regina: illos tuos misericordes oculos in non converte.

Via via che mi assuefacevo al digradare della luce ne vedevo distintamente il viso rugoso, il corpo rinsecchito, i capelli bianchi macchiati di henné.   Maria era una vecchia; e Giuseppe, ancora più vecchio, incerto sulle lunghe gambe come su due trampoli da cui avrebbe potuto precipitare in ogni momento, la teneva per mano.

Tornai nella mia camera con un vago senso di colpa: come se, abusando dell’ospitalità, avessi sorpreso qualcosa di molto intimo.

 

Cenammo in superficie, nella Specola. Un ascensore velocissimo ci aveva trasportato mille metri più su, in un abitacolo di vetro fra l’erba. L’assenza di inquinamento luminoso permetteva di scorgere sopra di noi la fascia nebbiosa della Via Lattea.

A poco distanza, un riflettore discreto illuminava pochi mattoni: senza dubbio quanto restava di un’antica cascina lombarda.

Di tanto in tanto ricevevamo la visita di un animale. Immobile al di là dei vetri, osservava per un po’ noi che ci nutrivamo: atto elementare, che in certo modo ci accomunava a lui, anche se il nostro stile era più educato e trattenuto di quello delle fiere; poi se ne andava lento e dignitoso, oppure di corsa, a seconda della specie cui apparteneva.

I cibi mi sembrarono squisiti, anche se un po’ insipidi al primo assaggio. Non mi sorprese che una sorta di pudore avesse finito per impregnare anche l’arte di cucinare.

Molte le cose che avrei voluto chiedere, ma la conversazione languiva. Mi sembrò che i miei ospiti fossero   sopraffatti da altri pensieri; a un certo punto la donna emise un piccolo gemito.

‘È arrivato il momento?’ disse l’uomo.

‘Non credo… non ancora’ disse la donna; ‘però   vorrei distendermi. Scendo, ma tu resta qui, a intrattenere il nostro ospite.’

‘Preferirei venire con te’ disse l’uomo; poi, rivolto verso di me: ‘Mi scusi, ma non sono tranquillo. In questi giorni mia moglie  non sta troppo bene”.

‘Una cosa grave?’.

‘No, niente di grave. Una cosa normale, naturale. Ma deve riguardarsi.’

‘Non si dia pensiero’ dissi. ‘Scendo anch’io. Sono stanco. È stata una giornata faticosa.’

Dopotutto era la verità.

Appena raggiunta la mia camera mi sdraiai sul letto e caddi in un sonno profondo. Sognai di essere in un altro letto… nel mio. Già tutto mi appariva rassicurante e consueto quando un grido improvviso perforò il silenzio. Cercai la peretta della luce e non la trovai. Ci volle un po’ perché ricordassi la mia distratta deriva nel tempo e la camera dove mi ero addormentato. Il grido continuava a ripercuotersi nelle circonvoluzioni del cervello. Un po’ smarrito. mi chiesi se nelle segrete di quel sotterraneo, in apparenza abitato da persone miti, si praticasse la tortura.

Al primo grido di terrore, che mi aveva svegliato, ne seguì un altro. Poi fu la volta di un concerto di vagiti. Non c’erano dubbi: si trattava di bambini. Bambini piccolissimi; probabilmente appena nati. Accesi la luce e guardai l’orologio. Segnava mezzanotte.

                                                         Seconda parte

Ne La macchina del tempo di H. G. Wells un uomo che ha viaggiato nel tempo torna alla propria epoca portando con se un fiore raccolto in un lontano futuro.

Fu, immagino, colpa di quel fiore, di cui serbavo il ricordo, se prima di riaddormentarmi commisi un piccolo furto. Per tutto il giorno mi aveva angustiato il sospetto che il mio viaggio non fosse reale. Mettiamo, dicevo a me stesso, che sia destinato a svegliarmi, da qui a poco, nella mia epoca d’appartenenza: così diversa da quest’altra, che non conosce né guerra, né miseria, né inverno; in mezzo a ogni sorta di iniquità; in un paese, l’Italia, in cui mi sto scoprendo straniero ogni giorno di più…

Per dissipare il dubbio che il mio viaggio fosse un sogno, una finzione inconsistente, c’era un solo modo: portare qualcosa con me, indietro, nel 2012.

Ricordai che, durante la perlustrazione della camera, avevo scoperto in fondo a un armadio pochi rametti secchi di lavanda, profumatissimi, legati tra loro così da imitare la forma di un fuso. Mi alzai; recuperai quell’oggetto, che in certo modo rappresentava (ma solo per me) un trait d’union tra un’infanzia lontana e un lontano futuro; tornato a letto, lo strinsi nella mano destra, con tanta forza che cominciò a sbriciolarsi.

Mi riaddormentai.

Al momento del risveglio (risveglio in un altro sogno?) mi trovai a Milano, nella mia camera.

Schiusi lentamente la mano.

Era vuota, ma, quando odorai il palmo, le narici furono investite da un sentore penetrante di spigo.

Dal mio viaggio avevo portato indietro un profumo, nient’altro.

 

Credevo che tutto fosse finito; che il vecchio con l’aspetto di monaco buddista e di globetrotter, la vecchia gravida, il Presepio con due Gesù, uno maschio e uno femmina, la Specola nascosta fra l’erba facessero parte di un sogno ormai alle mie spalle; impossibile da decifrare.

Mi sbagliavo.

La notte successiva mi trovai di nuovo in quell’eremo sotterraneo e l’uomo e la donna mi aspettavano sulla soglia.

Riferirò solo una piccola parte delle molte parole che scambiammo, quella volta e le altre che seguirono. Le nostre conversazioni, che toccarono gli argomenti più svariati, mi fecero capire qualcosa di più del mondo in cui ero ero stato proiettato.

 

Il vecchio arrossì.

‘Vorrei rivolgerle una domanda che spero non giudicherà indelicata: da quale secolo arriva?’

‘Sono un uomo del XX secolo’ dissi ‘, ma la mia vita si è prolungata, per una piccola parte, nel XXI.’

‘Ho letto un libro che parlava della sua epoca, ma molte cose mi sono risultate incomprensibili; per esempio, non ho capito a cosa servissero quelli che voi chiamavate media… insomma la televisione, i giornali, le reti elettroniche: tutte cose cui, se non sbaglio, attribuivate grande importanza.’

‘Servivano a diffondere informazioni… o almeno era questa la versione ufficiale, vera solo parzialmente. In realtà, parlando di certi personaggi, producevano un bene che dai miei contemporanei era molto apprezzato: la Fama.’

‘Conosciamo anche noi l’esistenza della Fama, sebbene riguardi soprattutto il passato. Sappiamo che Omero e Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone erano personaggi famosi. Ne parliamo poco, perché molte delle loro azioni sono giudicate riprovevoli.’

‘Lei parla della Fama a lungo termine, ma diverso era il tipo di Fama promosso dai media: durava poco e prescindeva dai meriti e dai demeriti del personaggio. Nel mio mondo le Fame a breve erano il settore più dinamico e brillante; le altre venivano lasciate a se stesse e nella maggior parte dei casi finivano nel purgatorio dell’oblio o in quello dell’indifferenza. Ai media si potevano muovere molte critiche…’; feci una pausa: non senza stupore, nella casa non avevo visto né televisione né giornali; ‘… tuttavia mi chiedo come possiate farne a meno. Insomma, come possiate vivere senza notizie.   Per noi erano  come una droga.”

L’uomo sorrise: ‘Lo stile di vita che abbiamo adottato non si presta alla produzione di quella merce, di cui voi eravate avidi. A parte i fatti di carattere strettamente personale, le notizie sono poche. Viviamo isolati, anche se qualche volta ci incontriamo, sulle panchine che l’Amministrazione Pubblica ha provveduto a disseminare in superficie. Quanto accade in un anno non basterebbe a riempire più di due o tre pagine. Nel caso che succeda qualcosa di grave… per esempio una catastrofe naturale, piccola o grande… ce lo comunichiamo attraverso la posta elettronica, che è sopravvissuta; e se esiste il bisogno e la possibilità di intervenire, interveniamo.’

Dissi: ‘Ai miei tempi si credeva che la stampa, la televisione e Internet fossero necessari per garantire la libera manifestazione delle opinioni. Si trattava di una libertà importante, perché i miei contemporanei avevano opinioni su ogni sorta di cose. Anch’io ne ho avute un discreto numero. Quanto ai politici, il loro mestiere li obbligava ad averle su tutto’.

Scosse la testa: ‘Non saranno valse granché, immagino. Anche lei si sarà accorto che la complessità è una caratteristica della maggior parte degli argomenti. Questo dovrebbe scoraggiare la produzione sovrabbondante di opinioni. In ogni caso, se qualcuno è attraversato da un pensiero che ritiene rilevante (il che, almeno in linea di principio, non può essere escluso) troverà modo di comunicarlo alle persone che incontra o ai suoi corrispondenti. Quel pensiero farà la sua strada e, se era giusto e davvero nuovo, ne produrrà altri, prima o poi. Accade quasi sempre così.’ Fece una pausa: ‘Credo che i nostri Legislatori si siano comportati saggiamente scoraggiando le attività giornalistiche. Se i media esistessero ancora, esisterebbero anche le notizie. Verrebbero prodotte artificialmente, per le esigenze del mestiere o per apparire. Nelle nostre vite inoculerebbero il germe del disordine e nei pensieri la confusione.’

La donna ascoltava in silenzio. Stava lavorando a una cuffia per neonato, graziosissima; un’altra cuffia, di colore diverso, era già pronta, in una cesta ai suoi piedi.

Il viso si era addolcito. Mi sembrò ringiovanita, quasi bella.

 

Chiesi chi fossero i ‘Legislatori’ di cui l’uomo aveva fatto menzione.

‘Non ne conosciamo i nomi’ rispose; ‘si racconta che abbiano rinunciato a un’identità personale per non esporsi ai pericoli della vanità; si dice anche che siano vissuti in un periodo oscuro e sanguinoso, durato alcuni secoli, e che fossero i migliori e i più gentili tra gli uomini.’

Rammentai che la stessa cosa si diceva, con le stesse parole, dei grandi Maestri cinesi, come Confucio e Lao-tzu.

Continuò: ‘A parte l’aggettivo oscuro, che è di rigore, del tempo in cui vissero i Legislatori ignoriamo tutto.   Furono loro a prescrivere che venisse cancellato dalle Tavole cronologiche e dal computo degli anni.   Pensavano che il racconto di vicende crudeli e confuse fosse inutile e pericoloso perché assuefaceva l’uomo all’insensatezza. A detta di alcuni, l’Epoca Cancellata si concluse con la cosiddetta Grande Distruzione, in cui perì la maggior parte dell’umanità. Questo spiegherebbe come il nodo della sovrappopolazione si sia a un certo punto sciolto da solo. Con i residui delle antiche conoscenze e di altre nuove i sopravvissuti costruirono, nelle viscere della terra, questo mondo riparato. Dall’essere poche le nostre leggi traggono la loro forza: nessuno osa trasgredirle. Disponiamo di macchine leggere come il pensiero che ci trasportano dove vogliamo. Due cose importanti insegniamo ai nostri figli: la gentilezza e il pudore dei sentimenti. A volte viviamo da soli e a volte in coppia. Per lo scioglimento delle coppie i nostri Legislatori hanno fissato riti contenuti in uno dei Libri delle Scritture Canoniche: il Galateo degli Addii.’

 

Viaggiare, tanto nel tempo quanto nello spazio, non serve solo a conoscere altre abitudini e altri paesaggi, ma anche a considerare in maniera più nitida il mondo che ci è familiare.   Guardare la mia epoca da una distanza di mille anni mi permetteva di chiarire pensieri che esistevano già dentro di me, sia pure in forma embrionale e confusa.

Quando l’uomo mi chiese: ‘Quali erano le conoscenze che ritenevate più importanti per la vita? e quali insegnamenti venivano impartiti nelle scuole?’, risposi: ‘Nelle scuole si insegnava un po’ di tutto, dalla letteratura ai numeri agli animali, e anche certe lingue che non si parlavano più da secoli. Soltanto chi le insegnava credeva che quelle materie fossero davvero importanti. Anche se non sempre espressa chiaramente, si stava diffondendo la convinzione che esistesse una sola disciplina davvero importante.’

‘Quale?’

‘Il marketing, cioè l’arte di vendere e di vendersi. Il principale strumento del marketing erano i sondaggi. Anche se la cosa non veniva ufficialmente riconosciuta, credo che gli autori di sondaggi fossero le figure intellettuali più influenti del mondo in cui sono vissuto. Chi intraprendeva una carriera politica, chi fondava un giornale, o produceva un film, o lanciava una linea di intimo, ricorreva ai loro servigi.   Come un tempo si erano studiati Dio o il moto dei pianeti o i numeri o le malattie, nella mia epoca si studiavano principalmente i gusti e le opinioni degli altri.   Erano la cosa più importante. Indicavano cosa fare o non fare.’

L’uomo aveva ascoltato con attenzione. ‘Mi chiedo’ disse ‘se questo non inducesse a sminuire i gusti e le inclinazioni personali.’

Annuii: ‘Proprio così. Accadeva di incontrare personaggi che si erano resi responsabili di trasmissioni o di libri stupidi e volgari, anche se a volte di grande successo.   Con sorpresa si scopriva che erano intelligenti, abbastanza colti, capaci di sottigliezze. Si erano degradati per andare incontro alle supposte attese e inclinazioni del pubblico. Disprezzavano le proprie qualità naturali, che ritenevano un superfluo intralcio.’

 

Non so su quale arco di tempo le nostre conversazioni si siano distribuite: forse tre, forse sei mesi, non di più; poi cessarono.

L’ultima volta che li vidi, l’uomo e la sua compagna erano in partenza per le Terme.

Arrivando, ebbi l’impressione che mi stessero aspettando e che fossero contenti della mia puntualità. Non indossavano più semplici tuniche, ma quelli che mi sembrarono abiti da viaggio abbastanza giovanili: abbigliamento sportivo che li faceva apparire, vecchi com’erano, un po’ patetici.

Salimmo nella Specola, dove consumammo un pasto veloce.

Al momento del commiato, credetti di cogliere nella loro voce un’incrinatura. Mi chiesi cosa potesse esserci di così emozionante in una vacanza termale. Non capii… non potevo capire; tuttavia i loro sguardi mi trasmisero la sensazione che non ci saremmo rivisti mai più. Pensai alle molte cose che avrei voluto ancora chiedere; per esempio, al significato della scritta enigmatica che campeggiava a lato della porta: Casa delle Sostituzioni.

Ho continuato a frequentare quel mondo; sono tornato in quella casa (ora la abita una nuova coppia); mi sono seduto in superficie, sulle panchine verdi e, vecchio anch’io, ho chiacchierato a lungo con i vecchi seduti a prendere il sole.

A questo punto credo di avere capito. Tutto ha finito per combaciare: lo strano Presepio, la vacanza termale, la targa con la scritta Casa delle Sostituzioni

Il pensiero che, una notte di Natale, mi portò così lontano (i pensieri, si sa, sono un mezzo di locomozione meraviglioso, anche se hanno il difetto di trasportarci dove vogliono loro) senza dubbio era nato dall’accumulo di anni alle mie spalle.

La procreazione, che nelle epoche naturali era compito dei giovani, nel bizzarro universo dell’Ultima Era (così, civettando un po’ vanitosamente con la Fine, la chiamano i Futuri… e così la chiamo anch’io) è riservata ai vecchi. Soluzione resa possibile dai progressi della Scienza: l’età delle donne, qualunque sia, non è più un impedimento alla generazione, e i tecnici dei laboratori sono in grado di stabilire senza errore numero e sesso dei nascituri.

Già nella mia epoca d’origine erano presenti alcuni presupposti, sia scientifici, sia sociali, di un tale sviluppo: timidamente si cominciava a manipolare ovuli e spermatozoi nelle provette; l’età delle primipare era cresciuta; la nascita di un figlio veniva considerata, da ragazze e ragazzi, un intralcio alle carriere e agli stili di vita.

In quest’altro mondo, di cui ormai posso considerarmi un habitué, i giovani sono stati esentati dalle servitù della riproduzione. Hanno il compito di viaggiare, di esplorare arditamente l’universo, di lasciare un segno del loro passaggio su pianeti sconosciuti. Solo chi, stanco di costellazioni, ha compiuto i duecento anni, viene autorizzato a procreare.

Ho parlato di procreazione, ma la parola usata nel modulo con cui l’autorizzazione viene richiesta è un’altra: SOSTITUZIONE. I vecchi chiedono di essere sostituiti dai nuovi nati, in modo da mantenere inalterato il numero degli abitanti del pianeta. Decidere di procreare significa dunque decidere di MORIRE. Per l’esecuzione del programma l’Amministrazione Pubblica mette a disposizione strutture apposite, chiamate Case delle Sostituzioni.

A sei mesi dalla nascita gli infanti verranno prelevati e trasportati in certi kinderheim dove saranno accuditi, con imparzialità ed efficienza, da androidi programmarti per la puericultura. Come a Sparta, la legge li destina crescere tutti insieme sotto l’ala della comunità; ma, invece di essere educati alla guerra, vengono educati alla gentilezza e al riserbo.

A quel punto, riordinata la casa, anche noi vecchi ce ne andiamo. Da tempo è stato prenotato a nostro nome un soggiorno in certi stabilimenti che hanno le caratteristiche dei nostri alberghi a cinque stelle. Lì, tra cene di gala, danze, giochi di società, bagni, narcotici, massaggi orientali, trascorriamo gli ultimi giorni, prima che un’iniezione durante il sonno ci somministri una Morte impercettibile.

Quegli stabilimenti sono chiamati Le Terme.

 

Ogni mattina mi risveglio a Milano, non riportando più dai miei viaggi notturni nemmeno un profumo di spigo.

Ancora prima di alzarmi dal letto accendo la televisione e ascolto le notizie, che sono tante, tantissime.   Parlano di un mondo affollato, di crolli della Borsa, di fame, di guerre, di attentati, di catastrofi; oppure riferiscono parole vuote già ascoltate mille volte, che allagano la mia mente ormai diventata inerte.

Può accadere allora che i pensieri mi trascinino verso un mondo che non è il mio. Mondo rado, quasi vuoto; senza vere disparità sociali, se non inafferrabili; esente da grandi emozioni, sia individuali, sia collettive; senza guerre; senza religioni; senza poesia (se non vogliano chiamare poesia il sentimento tenue e desolato che nasce dalla coscienza di essere destinati a finire e si posa, come una cipria, su tutte le cose); senza denaro, che non esiste più.

Mondo ragionevole e un po’ triste, dove non è detto che amerei vivere, ma che in certo modo mi somiglia.

In cui mi riconosco.


Letto 1870 volte.


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Bart