Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Caro Manzo, ora tocca a lei

29 Agosto 2013

Ieri abbiamo saputo da Libero – e non dai giornaloni di regime, ovviamente – che la procura generale della cassazione si prende almeno un anno di tempo per ascoltare il nastro dell’intervista rilasciata al giornalista del Mattino, Antonio Manzo, dal giudice Antonio Esposito, andato a sbattere contro probabili violazioni della deontologia professionale.

Ormai lo sanno anche i sassi che la sentenza pronunciata da Esposito contro Berlusconi è viziata dal fumus persecutionis e che il magistrato avrebbe dovuto estraniarsi dal giudizio. Sorgono dubbi anche sul fatto che egli sia stato scelto apposta a presiedere il collegio giudicante, essendo conosciute le sue antipatie nei confronti del leader del centrodestra. Il sospetto è lecito, poiché Esposito si è mostrato un giudice chiacchierone più della Perpetua manzoniana, e ad ogni occasione buona non si è mai risparmiato il gusto di far intendere di quale potere fosse titolare. Chi sa quale soddisfazione deve aver provato nel condannare la televenditrice Wanna Marchi, confermando la sua illecita anticipazione in occasione di un pranzo conviviale. Avrà pensato: Quei commensali si saranno convinti di quanto potere passa per le mie mani.
Un potere di vita e di morte. Così è stato anche per Berlusconi, coronando con la sentenza di condanna una vanteria vendicativa esibita pubblicamente, come ha confermato un attore serio e insospettabile quale è Franco Nero.

Ci rendiamo conto che la vita di Berlusconi è stata messa in mano ad un magistrato siffatto? Già questo la dice lunga sulle connivenze antiberlusconiane presenti non solo nelle basse sfere della magistratura.

Non vi è dubbio che una procura generale scrupolosa e severa avrebbe provveduto immediatamente ad ascoltare il nastro (della durata contenuta di 34 minuti), onde rendersi conto se un cittadino abbia subito una condanna a seguito di presunte violazioni plurime commesse da un presidente di sezione che varie testimonianze concordano nel definire assai poco ortodosso e viziato da chiara parzialità nei confronti dell’imputato. Essendo in gioco il prestigio della magistratura, l’urgenza della trattazione sarebbe stata compresa e giustificata, assai di più che se si trattasse della scadenza dei termini di prescrizione. Invece questo interesse supremo non viene neppure considerato. Si apre la procedura perché non sarebbe possibile fare altrimenti, però la si infilza nelle maglie ossidate di una calendarizzazione ad libitum, che nessuno può mettere in discussione. Una vergogna. Una delle tante che ci esibisce con strafottenza questo potere diventato mostruoso e terrificante.

Vedremo se il capo dello Stato si muoverà per fare rispettare la giustizia e per tagliare il nodo gordiano delle camarille e delle commistioni tra politica e magistratura. Però sappiamo che non lo farà. Lui stesso ne ha beneficiato allorché la consulta, per nascondere il contenuto delle sue telefonate con Mancino, ha  esteso i casi (che sono invece elencati in costituzione in modo tassativo) in cui applicare l’immunità dell’inquilino del colle.

E allora: come fermare questo mostro che tutto ingoia e sempre di più si fa insaziabile? Alcuni cittadini hanno la possibilità di tagliare la testa al drago. Due li nominai qualche giorno fa: Francesco Pontone per i pasticci combinati dalla terza carica dello Stato, Gianfranco Fini; e Antonio Ingroia a riguardo del contenuto “scottante” delle telefonate intercorse tra Napolitano e Mancino sull’argomento della trattativa tra lo Stato e la mafia.

I due non si sono ancora resi conto del servizio che potrebbero offrire alla democrazia e alla trasparenza della contorta e inquinata macchina dello Stato. Tacciono, sordi al dovere civico. Paura? Convenienza? Opportunismo? Vigliaccheria? Difficile dare una risposta. L’unica possibile resta quella di una loro insensibilità al bene comune.

Veniamo ad Antonio Esposito. Il tempo che la procura generale si è preso è più che sospetto, e lascia capire che si ha paura che il contenuto dell’intervista possa configurare un reato tale che sarebbe assai difficile continuare a sostenere che la sentenza di condanna emessa dal giudice Esposito sia ormai definitiva e immodificabile. Si ha paura di mettere l’opinione pubblica di fronte ad una prova schiacciante di quanto molti cittadini già sospettano: ossia, che la magistratura non distribuisce giustizia, ma favori, alla stregua di una qualunque massoneria, ma con poteri assai più forti e invasivi.

Ne discenderebbe che lo Stato è inquinato da una potente consorteria e avviluppato, a mo’ di prigioniero, dentro l’inestricabile rete nella quale è stato catturato.
Sarebbe un motivo più che sufficiente per scatenare una rivoluzione nelle urne.

Se vi è anche un semplice barlume di timore che una cosa simile stia accadendo, come vi si può rimediare? Allo stesso modo in cui dovrebbero agire Pontone e Ingroia: chiamando al dovere civico i cittadini o il cittadino che può tagliare il nodo gordiano. Falliti Pontone e Ingroia, almeno per ora, per mancanza di fede o di coraggio, la storica opportunità è passata ora nelle mani di un altro cittadino, e questa volta si tratta di un rappresentante della stampa, ossia di una delle attività rigorosamente difese dalla costituzione, che non permette che ne sia violata la libertà.

Antonio Manzo sa che cosa gli ha detto il giudice Esposito. Sa anche che la procura generale deve avere fatto dei suoi calcoli di convenienza e di opportunità se ha deciso di prendersi una cotale e ingiustificato lasso di tempo. I motivi per alimentare sospetti inquietanti ci sono tutti.

La libera stampa, rappresentata in questa vicenda da Antonio Manzo (e anche dal suo direttore), può restarsene in silenzio ed acconsentire ad un tale scempio della giustizia? Non può. E dunque Antonio Manzo faccia ciò che non hanno fatto finora Ingroia e Pontone. Pubblichi in qualche modo, sul suo giornale o altrove, il testo integrale della telefonata e lasci così che i cittadini verifichino ciò che è accaduto senza l’intermediazione sospetta di terze parti.

Si ricordi Manzo che lui, a differenza di Ingroia e di Pontone, è un giornalista, tenuto a manifestare coi fatti il rispetto della verità e della libertà.

P.S. Credo che il più accreditato successore di Napolitano sia da ieri Luciano Violante. Mi sbaglio?


Letto 2042 volte.


2 Comments

  1. Commento by zarina — 29 Agosto 2013 @ 15:08

    E’ curioso   il comportamento del giornale e del giornalista,   cui va comunque   riconosciuto il merito di avere acceso la miccia. Ma   che senso ha lasciare il lavoro a metà:   pubblicassero integralmente o, ,meglio,   divulgassero l’audio della registrazione originale   in modo   da far conoscere subito   la verità ai   lettori e ai   cittadini che potrebbero così farsi una idea e giudicare. In fin dei conti si tratta di una intervista rilasciatsa in piena libertà   e consapevolezza delle possibile conseguenze da un   funzionario pubblico   non ad un sacerdote tenuto al segreto della confessione, ma ad un giornalista la cui missione, come risaputo,   è quella di INFORMARE la gente.
    E allora   Antonio Manzo, non ci   deluda !

  2. Commento by Giuseppe — 29 Agosto 2013 @ 16:28

    Giusta la riflessione di Zarina, ma credo che sia il giornalista che il suo direttore facciano orecchio da mercante.
    Invece, chi è pronto a scommettere che se la registrazione avesse riguardato il Berlusca, con qualche sua incauta affermazione – ancorchè priva di rilevanza penale – a quest’ora sarebbe giè stata diffusa integralmente dai quotidiani di regime e tradotta in dieci lingue?

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart