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Cassazione, un anno per ascoltare la telefonata del giudice Esposito

28 Agosto 2013

Poi uno dice che la giustizia in Italia è lenta. Adesso viene fuori che per ascoltare i 34 minuti della telefonata tra il giudice Antonio Esposito e il giornalista del Mattino, Antonio Manzo, la procura generale della Cassazione potrebbe impiegare anche un anno. Il procuratore generale, Gianfranco Ciani, dovrebbe essere così rigoroso e quasi maniacale nel ricostruire ogni minimo passaggio del colloquio che ha portato allo scoop di Manzo, pubblicato il 6 agosto sull’edizione cartacea del quotidiano napoletano, da arrivare a emettere un verdetto alla fine dell’estate prossima, praticamente a oltre 12 mesi di distanza dalla data della sentenza che ha condannato Silvio Berlusconi (la Corte d’appello ci mise di meno, undici mesi, per ribadire la condanna al Cav sui diritti Mediaset). E quasi alla soglia della pensione del magistrato al centro delle polemiche, considerato che ha 72 anni e potrebbe anche decidere, prima o poi, di appendere la toga e ritirarsi a vita privata.

Il caso – Perché i fatti sono che al Cavaliere, il primo agosto, è stata inflitta una condanna a 4 anni per frode fiscale nell’ambito del processo sui diritti tv. Il dispositivo è stato letto in Aula dal giudice Esposito in persona, presidente della sezione feriale della Cassazione composta da altri quattro “Ermellini”, meno loquaci dell’ex pretore di Sapri. Il quale, si è poi scoperto, non ha mai nutrito particolare simpatia per Berlusconi, ma questo poteva perfino essere un dettaglio trascurabile se non fosse stato accompagnato da plateali dichiarazioni (celebre quella riportata da Stefano Lorenzetto riguardo a una cena a Verona in cui fu praticamente anticipata la condanna di Wanna Marchi), che poco si addicono al lavoro di giudizio super partes di un alto magistrato. Per questo ha destato ancora più scalpore l’intervista che, qualche giorno più tardi, a sentenza ancora “calda”, il togato ha concesso all’inviato del Mattino. Titolo: “Berlusconi condannato perché sapeva, non perché non poteva non sapere”. Con ampi passaggi sia tecnici, sia intervallati da «vabbuò » partenopei, che hanno fatto gridare allo scandalo specie nella risposta a domanda diretta sui motivi della condanna al leader Pdl. «Tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva, tu non potevi non sapere perché Tizio, Caio e Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. Un po’ diverso dal non poteva non sapere ». Frasi giudicate «gravi e senza precedenti » dai legali del Cav ma stigmatizzate anche dal presidente della Suprema Corte, Giorgio Santacroce, il quale aveva subito convocato “a rapporto” il giudice “chiacchierone”. Dal canto suo, l’ex pretore di Sapri con una passione per i film di Franco Nero ha smentito tutto, ha annunciato querele e definito l’intervista «manipolata » e cambiata in corsa.

Ma poiché anche il Csm ha aperto un fascicolo (la prima Commissione si riunirà il 5 settembre) e c’è in discussione la professionalità di un alto magistrato che parla di motivazioni prima ancora che siano depositate, è arrivata la mossa della procura generale andata alla sede del Mattino per acquisire il nastro con la registrazione e la voce di Esposito «intercettata ». Ora la bobina sarà ascoltata nella sua versione integrale dall’avvocato generale dello Stato, Umberto Apice, a cui Ciani ha affidato la fase pre-istruttoria. Poi lo stesso Pg farà le sue valutazioni e, forse, passeranno mesi per conoscere la sorte della toga al centro delle polemiche, che a sua volta ha chiesto al Csm di essere tutelato dai continui attacchi.

In quei 34 minuti, che il collega Manzo ha prudentemente registrato, c’è più volte la parola “motivazioni”, che tanto ha fatto infuriare i legali del Cav. L’intervista, inoltre, verte solo sulla sentenza Mediaset. Tant’è che in più di un passaggio Esposito fa esplicito riferimento alla specifica vicenda processuale di Berlusconi. A un certo punto il magistrato spiega: «Nelle motivazioni andremo a dire ». E più avanti puntualizza: «Questo al limite scriveremo nella sentenza ». Dichiarazioni che sono oggetto delle verifiche da parte della prima commissione del Csm, presieduta da Annibale Marini, incaricata, fra l’altro, di verificare se esistano gli estremi per un trasferimento d’ufficio di Esposito per incompatibilità ambientale chiesto dai membri laici del Pdl.

Il tutto mentre il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, fa sapere sul possibile avvio dell’azione disciplinare a carico del presidente della sezione feriale della Cassazione, di attendere ulteriori elementi. Il Guardasigilli, infatti, non ha ancora avuto la relazione degli ispettori, incaricati di approfondire il caso lo scorso 9 agosto, dopo l’informativa inviata a via Arenula dal presidente della Suprema Corte, Santacroce. Sia il ministro che il procuratore generale Ciani sono titolari dell’azione disciplinare, partita solo in fase embrionale e come atto dovuto. Se le indagini sul nastro saranno lunghe e molto accurate, si riparlerà di Esposito, e delle sue eventuali violazioni, tra molti mesi.


Un’altra Esposito per Berlusconi: la nipote del giudice di Cassazione
di Franco Bechis
(da “Libero”, 28 agosto 2013)

Questa mattina sono stati depositati alla presidenza della giunta per le elezioni del Senato, i pareri pro veritate di giuristi e costituzionalisti per la difesa di Silvio Berlusconi riguardo il nodo della sua decadenza da senatore. I pareri, a quanto si apprende, sarebbero sei e sono accompagnati da una breve lettera firmata da Silvio Berlusconi dove si annuncia anche il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo contro l’applicazione della legge Monti-Severino.

Ma, come scrive Franco Bechis, su Libero in edicola 28 agosto, con questo ricorso i legali si troveranno di fronte ancora una volta un giudice Esposito.

Andreana Esposito, napoletana, classe 1966, professore aggregato di diritto europeo e sistema penale alla facoltà di giurisprudenza alla seconda università di Napoli, componente dell’ufficio studi della Corte Costituzionale, e nipote di Antonio Esposito, il presidente della sezione feriale della Cassazione che ha condannato Berlusconi, è nell’elenco dei giudici ad hoc italiani applicati per il 2013 proprio alla Corte europea dei diritti umani. Lo è interrottamente dal 2010, quando Gianni Letta (all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio) si battè come un leone per farle avere questo incarico di consolazione. Lo stesso Letta, che aveva ottimi rapporti con il padre di Andreana, l’ex procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, aveva fatto inserire la giovane giurista (che dal 2004 al 2006 aveva già collaborato con il governo Berlusconi) nella terna di candidati italiani a sostituire a Strasburgo Vladimiro Zagrebelski. La sua nomina sembrava cosa quasi fatta, quando dal Vaticano partì una lettera indirizzata a Letta, al governo e ai membri italiani dell’assemblea del consiglio di Europa, in cui si manifestava forte disappunto per la scelta della Esposito, accusata di avere espresso in alcuni scritti posizioni assai radicali su valori sensibili per la Chiesa (come la bioetica e il diritto di famiglia)”.

Finì che alla prova del voto dell’assemblea del Consiglio di Europa la professoressa Andreana fu terza su tre, e il giudice italiano eletto (ed attuale vicepresidente della Corte) fu Guido Raimondi. La giovane Esposito fu però subito inserita nella lista dei giudici ad hoc che di tanto in tanto venivano applicati alle cause della Corte, e l’anno successivo divenne pure membro del comitato europeo per la prevenzione della tortura presso il Consiglio di Europa (vi resterà fino al 2015). Andreana dunque a Strasburgo è ormai di casa, e non è fatto improbabile che ancora una volta la vicenda giudiziaria di Berlusconi possa incocciare in un membro della famiglia Esposito.

Non cambierà poi tanto, perché anche se dall’Italia ogni anno piovono ricorsi sulla Corte di Strasburgo, la regola costante e che quasi nessuno trovi soddisfazione. E anche nei rarissimi casi in cui questa arrivi, non è che cambi radicalmente la vita dei ricorrenti: basti pensare che il povero Bettino Craxi riuscì ad avere riconosciute le sue ragioni, e la Corte bacchettò l’Italia per non avergli assicurato un giusto processo. In quel caso furono per altro respinti due dei tre motivi di ricorso, e pure la richiesta di un risarcimento danni, perché la Corte stabilì che bastava ed avanzava la soddisfazione morale per l’unica decisione favorevole. Ecco, questo è un punto chiave: la Corte europea dei diritti dell’uomo non ribalta sentenze nazionali, in rarissimi casi stabilisce condanne politiche e morali dello Stato portato in giudizio e qualche risarcimento assai contenuto al ricorrente (nella maggiore parte dei casi inferiore ai 10 mila euro). Ma non accade quasi mai: nel 2012 su 128.100 ricorsi che arrivavano da tutta Europa, hanno trovato parziale soddisfazione solo 1.093 casi. Per l’Italia non sono stati bocciati solo 63 ricorsi, e solo in 36 di questi è stata ravvisata una violazione della convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ma anche in questi casi si tratta di accoglimenti parziali dei ricorsi, con risarcimenti concessi poco più che simbolici. L’unico sostanzioso (10 milioni di euro più centomila di risarcimento spese) è stato ottenuto dalla società Europa 7 e dall’imprenditore Francescantonio Di Stefano il 7 giugno 2012. Sostanzialmente si trattava di un doppio ricorso proprio contro Berlusconi, nella sua qualità di imprenditore (Europa 7 lamentava di non avere avuto la frequenza tv per colpa di Rete 4) e di presidente del Consiglio. Ma anche quei 10 milioni Di Stefano li ha ottenuti per il rotto della cuffia: la Corte ha respinto quasi tutti i motivi del suo ricorso, dichiarandoli irricevibili, e sull’unico accolto che ha dato origine al risarcimento, i giudici si sono spaccati: 8 favorevoli e 7 contrari, con tanto di pubblicazione in allegato dei motivi di dissenso.

Vale la pena di addentrarsi nelle clamorose bocciature della Corte: negli ultimi due anni a parte avere riconosciuto a qualche cittadino risarcimenti di mille o duemila euro a integrazione della legge Pinto per la durata eccessiva dei loro processi, da Strasburgo sono arrivati solo schiaffi in faccia ai poveri ricorrenti italiani. L’unico ad avere messo parzialmente in crisi quei giudici è stato il boss dei boss della mafia, Totò Riina. I giudici europei hanno bocciato infatti quasi integralmente il suo ricorso contro il 41 bis. Però hanno sospeso il giudizio e si sono presi tempo per riflettere se avere messo una telecamera nel wc della cella di Riina per riprendere anche i suoi bisogni, sia compatibile o meno con i diritti umani…


Perché pacificazione
di Piero Ostellino
(da “il Foglio”, 27 agosto 2013)

L’obbligatorietà dell’azione penale genera mostri; il più colossale, e vergognoso, dei quali – che ha, di fatto, trasformato la nostra Repubblica in una Repubblichetta delle banane nelle mani di caudilli in toga – è la distinzione, che una parte della magistratura fa, quando apre un fascicolo su qualcuno, fra “chi non sapeva”, che è ontologicamente non colpevole (innocente in se stesso), e chi “non poteva non sapere”, che è teoricamente colpevole (per deduzione accusatoria). E’ con la (legittima) autonomia e indipendenza di cui giustamente gode – ma anche, diciamolo, con discrezionalità e arbitrarietà spesso extra legem e contro ogni senso comune – di propendere per l’una o per l’altra delle due interpretazioni che essa tiene sotto permanente ricatto chiunque ed esercita il suo dominio sul paese. La politica, a sua volta, per viltà e quieto vivere, ha abdicato alle proprie funzioni.

D’altra parte, non saremmo il paese che siamo se la parte della magistratura politicamente radicale e impegnata non godesse di certe complicità fra gli stessi soggetti ricattabili. Diciamola, allora, tutta. Tangentopoli e Mani pulite non sono state (solo) l’auspicabile lavacro di un paese allora devastato dalla diffusa corruzione, ma (anche, e soprattutto), al riparo della legalità, un golpe, il sovvertimento di ogni ordine costituzionale, legale e politico razionale. Il “controllo di legalità”, che qualcuno, adesso, vorrebbe addirittura assegnare alla magistratura inquirente, è il modo col quale ogni regime illiberale tiene sotto il proprio tallone la propria popolazione e sovrintende ad ogni zona grigia nei comportamenti regolati dalla moralità individuale e da principi etici universalmente riconosciuti nei paesi di più matura democrazia liberale. Il controllo di legalità sarebbe l’ultimo passo verso il totalitarismo di un cammino già da tempo in corso.

Come ha scritto Guido Carli, un ex presidente della Confindustria (!), nelle sue memorie,il mondo degli affari aveva compensato l’ingresso dell’Italia nella Comunità europea, e l’apertura del suo mercato alla concorrenza esterna, con la complicità col mondo della politica e la diffusione della corruzione; di fatto, le tangenti avevano cancellato il mercato interno e ogni possibilità di corretta concorrenza. Con Tangentopoli e Mani pulite, la magistratura aveva cercato di fare piazza pulita del malcostume imperante ma – per le ambizioni politiche, o la vanità, di alcuni dei suoi stessi esponenti – ne era stata, a sua volta, coinvolta e politicamente inquinata. Non c’era alcun uomo d’affari che, per la natura stessa delle sue attività, non avesse qualcosa da nascondere al principio di legalità. Chiunque, perciò, avrebbe potuto finire nella rete di Mani pulite e potrebbe ancora cadere sotto la mannaia del “non poteva non sapere”. Dipendeva (dipende) unicamente dall’obbligatorietà dell’azione penale e dal conseguente incontrollato potere discrezionale, leggi arbitrarietà, di cui la magistratura disponeva e dispone. Né ne era esente alcun partito politico, come avrebbe detto Bettino Craxi in un memorabile discorso alla Camera nel 1993. Ma nessuno gli aveva dato retta; Dc e Pci avevano pensato di potersene tenere fuori e di guadagnarci persino in reputazione e voti; Craxi sarebbe morto in esilio, cui l’aveva condannato l’accusa, peraltro da lui stesso confessata in Parlamento (!), che “non poteva non sapere”; il Partito socialista, con tutti gli altri, era stato spazzato via a vantaggio di uno solo, il Pci, che avrebbe cambiato nome per la bisogna e per opportunismo, ma non avrebbe mai vinto le elezioni, né riflettuto su se stesso e la propria storia.

Nacque, così, tacitamente una sorta di pactum sceleris fra il mondo dell’informazione – di proprietà di quello degli affari non sempre esente da qualche peccato, piccolo o grande che fosse – e la parte della magistratura interessata a sovvertire gli equilibri politici esistenti e a portare al governo il Partito comunista che ne era rimasto fuori per i suoi rapporti con l’Unione sovietica dalla quale aveva ricevuto sostegno finanziario, peraltro senza che a nessun magistrato fosse mai venuto neppure in mente di aprire un relativo fascicolo sul caso. “Voi – dissero i media a magistrati ormai più interessati a cogliere e a mettere a frutto la portata sovvertitrice dell’alleanza che veniva loro proposta e ad accrescere il proprio potere che ad amministrare la giustizia – tenete fuori da Mani pulite i nostri editori e noi vi aiutiamo a mettere le mani, e a far fuori, i loro concorrenti e ad attribuire tutta la responsabilità della corruzione alla politica; fidatevi, sosterremo la vostra azione”. Fu ciò che puntualmente avvenne.

Dietro la parvenza di un’informazione “civile”, e legalitaria, si consumò la condanna dello stato di diritto, si realizzò la trasformazione dell’Italia in un paese nelle mani di una magistratura inquirente e di un sistema informativo che ignoravano l’Habeas corpus e istruivano processi e comminavano condanne sulle pagine dei giornali prima che a farlo fossero i tribunali. I giornalisti che si occupavano di vicende giudiziarie diventarono il megafono delle procure e, dalla santificazione di un uomo ambiguo come Antonio Di Pietro, acquistarono, a loro volta, un potere di pressione nei confronti dei loro stessi direttori. La cui permanenza al proprio posto, da quel momento, sarebbe dipesa dal grado del loro rispetto del pactum sceleris e dallo spazio dato a scandali e ruberie senza, però, che se ne spiegassero le ragioni intrinseche alla estensione dei poteri pubblici, come, in realtà, era. Spuntarono i direttori di professione, uomini d’ordine – che passavano, indipendentemente dalla loro linea politica, da una testata all’altra, come i questori passano da una città all’altra col compito di evitare disordini – per i quali la linea editoriale era quella fissata dal pactum sceleris.

Il giornalismo entrò in coma e, poco per volta, morì per carenza di pensiero; forse, per la natura dei rapporti di produzione capitalistici, direbbe Marx, non era mai stato libero e indipendente come qualche anima candida aveva preteso fosse; ma, almeno, fino a quel momento, aveva conservato una accettabile funzione informatrice e, in se stessa, liberatoria e una parvenza di dignità rispetto a quello dei paesi di socialismo reale. Di questo ha via via assunto la funzione, invece di darle, di nascondere ai lettori le informazioni e le idee non gradite al regime, mantenendoli in uno stato di permanente ignoranza e soggezione. Ad esso sta progressivamente assomigliando sempre più, senza che nessuno, né editori, né giornalisti mostri di accorgersene e di preoccuparsi. E, poi, si dice – senza aggiungere a quali, ad evitare anche solo di alludere al pactum sceleris – che gli italiani sarebbero incapaci di mantenere fede ai patti.


Imu e agibilità politica, chi rischia è la sinistra
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 28 agosto 2013)

Piero Ostellino, ex direttore del Corriere della Sera, liberale di razza e gran conoscitore delle cose italiane, in un articolo pubblicato ieri dal Foglio di Giuliano Ferrara (che oggi vi riproponiamo), racconta con coraggio e lucidità quel «patto scellerato » tra magistrati, sinistra e giornali che per oltre vent’anni ha cercato di impedire l’affermazione di quel mondo liberale intercettato nelle urne da Silvio Berlusconi.

Penso che se un serio e schivo intellettuale, non certo a caccia di facile pubblicità, abbia sentito il dovere di uscire allo scoperto con tanta forza, vuole proprio dire che per le nostre libertà siamo a un passo dal punto di non ritorno. E il fatto che lo sfogo debba essere ospitato da un giornale diverso da quello per cui Ostellino lavora come opinionista, il Corriere della sera, significa che una libertà, quella di opinione, l’abbiamo già persa.

Non ho nessuna idea su cosa farà Silvio Berlusconi nelle prossime ore. Immagino che si muoverà per difendere come meglio riterrà le libertà sue e nostre, quelle di cui parla Ostellino. I falchi del Pdl hanno fatto capire che questa volta non si scherza col fuoco delle promesse generiche, le colombe stanno cercando di vedere se è possibile chiudere il cerchio.

Come andrà a finire lo sapremo nelle prossime ore, ma trovo che sia invece decisivo sapere al più presto che cosa farà la sinistra. Cioè capire se l’Italia può ancora ritenersi una Repubblica parlamentare o se quel «patto sciagurato » ci ha già proiettato in un regime giudiziario che ha come unico scopo fare fuori i nemici. Non è Berlusconi, ma sono Epifani e Letta che devono decidere cosa fare. Cioè se rompere quel patto di alleanza-sudditanza con la magistratura e decidere liberamente e serenamente in Parlamento il da farsi nel rispetto di tutti o se invece comportarsi da killer su mandato di altri banditi.

Devono decidere se rispettare i patti fatti col Pdl e con gli italiani di togliere l’Imu o ammettere che l’impegno preso all’insediamento del governo era solo uno stratagemma sulla pelle degli italiani per insediarsi a Palazzo Chigi. Sì, è vero. Sono ore decisive, ma per la sinistra, non per Silvio Berlusconi e il Pdl.


Le troppe leggi rimaste vuote
di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 28 agosto 2013)

Due anni fa il governo Berlusconi decise d’investire sui prestiti d’onore agli studenti. Ottima idea, ottima iniziativa. Scopriamo adesso che fin qui ne hanno fruito in 597, quando negli Usa sono 39 milioni gli ex studenti che stanno saldando il loro prestito d’onore. Insomma l’ennesima promessa tradita, anche se il tradimento non fa mai notizia. La notizia sta sempre nell’annuncio, nel messaggio che accompagna l’ultima lieta novella normativa. Come l’abolizione del precariato nella pubblica amministrazione, decisa ieri dal governo Letta; e speriamo che sia vero. Altrimenti inciamperemmo su un’altra legge-manifesto: le «grida in forma di legge » su cui levava l’indice, già nel 1979, il Rapporto Giannini. A chi convengono? Perché restano orfane di ogni applicazione? E come mai alle nostre latitudini fioccano come la grandine?

A occhio e croce, questo fenomeno si manifesta in due sembianze. In primo luogo, le leggi fatte apposta per non funzionare. Fra cui s’inscrive, per l’appunto, la disciplina sui prestiti d’onore: un misero fondo di 19 milioni, un tasso d’interesse che scatta il primo giorno dopo il prestito (anziché dopo la laurea), e che fa schizzare la rata a mille euro al mese. Ovvio che non ci sia poi la fila agli sportelli. In secondo luogo, le leggi che reclamano ulteriori adempimenti normativi, per esprimere tutti i propri effetti. E se l’adempimento non viene mai adempiuto? Amen, la legge rimarrà una pia intenzione, una nuvola di parole mute.

Questi corpi celesti solcano da tempo il nostro orizzonte giuridico. Celebre il caso della vecchia legge sulla Protezione civile, inoperante perché priva del suo regolamento esecutivo. Da qui ritardi e disfunzioni nei soccorsi, quando nel novembre 1980 un terremoto devastò l’Irpinia; da qui un messaggio televisivo di Pertini, con parole di fuoco nei confronti del governo per la sua omissione normativa. Ma sta di fatto che negli ultimi anni gli episodi si moltiplicano, sicché l’eccezione è ormai diventata regola. Durante il gabinetto Berlusconi, per esempio, fu annunciata in pompa magna la riforma Gelmini dell’università, la cui efficacia dipendeva tuttavia da un centinaio di regolamenti futuri. Mentre il gabinetto Monti concluse la propria esperienza lasciando ai posteri 490 norme da rendere pienamente vincolanti, con regolamenti o con atti amministrativi.

Ma per quale ragione la politica italiana ha trasformato ogni legge in un inganno? Semplice: perché è incapace di decidere, e allora finge di produrre decisioni. Disegna acrobazie verbali, sciorina commi incomprensibili, che volano come coriandoli nel Carnevale del diritto. Oppure pratica l’arte del rinvio, confezionando norme che restano altrettanti corpi senza gambe, fin quando non interverrà la disciplina d’attuazione. D’altronde le leggi in quarantena possono ben rivelarsi utili dal punto di vista dei partiti. Nel 1945, dopo la guerra, in Norvegia conservatori e laburisti bisticciavano circa il mantenimento della legge sul controllo dei prezzi: i primi volevano abrogarla, i secondi no. Finì che la legge rimase in vigore, però soltanto sulla carta, giacché non venne più applicata; e così entrambi i partiti cantarono vittoria davanti al proprio elettorato.

Mezzucci, espedienti da magliaro. Ma in questo gioco illusionistico siamo noi i maestri, mica i norvegesi. Sicché, quando vi folgora l’annuncio dell’ultima rivoluzione normativa, mentre vi buca i timpani il coro contrapposto dei detrattori e degli entusiasti, sappiate che non è il caso di scaldarsi. In Italia la legge non è sempre una cosa seria.


Berlusconi finito? No, ha festeggiato i suoi primi 20 anni
di Giampiero Mughini
(da “Libero”, 28 agosto 2013)

Non ho davvero una boccia di vetro per leggervi se il prossimo 9 settembre Silvio Berlusconi verrà fatto decadere da senatore al punto da diventare bersaglio possibile di un qualche esuberante pm; se da questo ne andrà in frantumi il «governo di larghe intese », come pure minaccia la buona parte del gruppo dirigente del Pdl; se sì o no Giorgio Napolitano fortissimamente vorrà un «governo di scopo » la cui durata e la cui irradiazione simbolica saranno comunque risicatissime; se andremo a una rissosissima campagna elettorale di tutti contro tutti, in cui lo stesso Berlusconi farà da elemento di richiamo e da regista nemmeno tanto dietro le quinte dello schieramento di centro-destra; se un Pdl così conciato (o così attrezzato) non arriverà addirittura a vincere le elezioni e papparsi quell’indecente premio di maggioranza alla Camera di cui attualmente gode il Pd, ed è strano che il Pd sputi a tal punto sul piatto su cui mangia; se in queste condizioni Berlusconi e la sua aura (nei confronti di chi lo odia come un «delinquente » e di chi lo ama come uno capace di camminare sulle acque) non è destinata a durare per un’altra e seppure furibonda stagione politica.

E invece alla caduta del governo presieduto da Berlusconi, perché rimpiazzato nel novembre 2011, dal governo «tecnico » presieduto da Mario Monti, io avevo creduto che Berlusconi e il berlusconismo erano giunti al capolinea dopo una storia durata poco meno di vent’anni. Finita la quale, sarebbe venuto il momento di vagliare quella storia come a distanza, di scansare con un gesto brusco i fanatici dell’antiberlusconismo ma anche quelli del filoberlusconismo più adorante, e dunque di capire il più a fondo possibile perché quell’imprenditore milanese di gran successo aveva stravinto le elezioni politiche del 1994 cui si era apprestato in fretta e furia, perché ne ha vinte poi altre due e ogni volta portandosi interamente sulle spalle il fardello dell’azione politicamente vittoriosa. E soprattutto capire perché il «berlusconismo » è divenuto il marchio di un’epoca, dai secondi anni Novanta sino ai nostri giorni. Ne sta scrivendo uno che non è né antiberlusconiano né filoberlusconiano, e che di articoli su di lui non ne ha scritti quasi, laddove scriverei volentierissimo un libro sul «berlusconismo » come fenomeno storico-politico traente di un intero periodo della storia italiana. Un libro così non esiste nelle nostre librerie.

I pamphlet – Esistono dei pamphlet aggressivi, alcuni dei quali brillanti e ben documentati, che dipingono il berlusconismo come una sorta di ondata del male che a un certo punto s’è abbattuta sul nostro Paese. Vale probabilmente per il berlusconismo quello che è valso per il fascismo italiano, morto e sepolto il 25 aprile 1945. Ci vollero più o meno vent’anni perché uscissero in Italia i primi libri che studiavano e raccontavano per intero il fascismo, i libri che Renzo De Felice cominciò a pubblicare nel 1965. Libri in cui il grande storico rietino cercava di capire il perché delle vittorie politiche di Benito Mussolini. Studiava il fascismo e studiava la debolezza dell’antifascismo. Perché questo è il punto cruciale. Il berlusconismo emerge dritto dritto da Tangentopoli e dalla distruzione che vi era stata compiuta della classe politica che pure aveva guidato e modellato la Ricostruzione democratica del Paese.

Giù dalla torre – Buttati giù a furia di processi i democristiani, i socialisti, i liberali, i socialdemocratici, i repubblicani, che cosa restava sulla piazza? Restava l’ex partito comunista in cui erano affluiti di corsa cattolici e socialisti in mal di identità, un paio di partitini che ancora si inorgoglivano del dirsi comunisti, quei «bravi ragazzi » dei Verdi. Questo a sinistra. E tutti quelli che dal 1946 al 1994 non avevano votato a sinistra, avevano anzi dato la maggioranza politica ai partiti distrutti da Tangentopoli, che avrebbero fatto questi milioni e milioni di elettori che costituivano la maggioranza del corpo democratico del Paese? Badate bene, che cosa avrebbero fatto in un Paese dove dall’oggi al domani è stato instaurato il bipolarismo, o voti bianco o voti nero, Il bianco c’era, la «gioiosa macchina da guerra » capeggiata da Achille Occhetto. Il nero non c’era né da vicino né da lontano. Macerie. E qui si accampa il capolavoro politico di Berlusconi. Innanzitutto perché lui ci crede al fatto di opporre i pugni alla «gioiosa macchina da guerra », e poi perché riesce a mettere assieme i voti di due gruppi politici quanto di più lontani l’uno dall’altro. Gli ex missini di An (gente che se ne fa un vanto dell’identità nazionale della centralità dello Stato), e i furibondi «padani » della Lega, gente che vorrebbe prendere a calci metà dell’Italia da Roma in sotto (Gianfranco Miglio diceva che non andava mai in vacanza a sud di Firenze, perché gli faceva male alla salute). Una combinazione che non sarebbe durata a lungo, ma che i voti li aveva assicurati.

Perché una tale riuscita del Berlusconi politico? Perché era o appariva un uomo novus. Imprenditore di gran successo che aveva cominciato dal basso. L’inventore della televisione commerciale, di una televisione dove comparivano trasmissioni e silhouettes inimmaginabili nella compassata televisione di Stato, a cominciare da quella magnifica «Drive in » contro cui tuonano oggi alcuni imbecilli di professione. L’uomo che aveva capito che a giostrare le sorti di una grande e popolarissima squadra di calcio, il Milan, ne hai una gigantesca ricaduta di popolarità. L’uomo che non aveva fatto gavetta nei partiti e nella politica, non lo sapeva bene che cosa era accaduto e quando ai sette fratelli Cervi, ma che proprio da questo traeva un ulteriore punto di forza: il provenire dalle battaglie della vita e dell’economia e non dai cerimoniali di partito. E poi c’era che Berlusconi era ricco, ricco sfondato. Agli italiani questo piace molto. A me Flavio Briatore sta simpatico perché è intelligente, ma sono un’eccezione. Ai più Briatore sta simpatico perché è ricco sfondato, e questo è il motivo per cui l’ex ministro diessino Giovanna Melandri ci andava ospite d’estate. (E poi non ultima ragione c’era la persona Silvio Berlusconi. Vent’anni fa, prima della sua «ascesa » in politica, l’ho frequentato per motivi professionali. Era la simpatia ma anche il garbo fatto persona, e glielo leggevi negli occhi che aveva già capito prima che tu parlassi. Da allora non l’ho mai più visto.)

Imprenditore di successo, e dunque un itinerario che non è tenero e che non ama i teneri: nella sua bellissima biografia del Giovanni Agnelli fondatore della Fiat, il professor Valerio Castronovo scrive che a norma del codice l’Agnelli dei suoi debutti imprenditoriali andava ammanettato. La televisione commerciale, e dunque il saliscendi dei miliardi in rosso dei suoi bilanci, e dunque la necessità che la politica del governo non ti sia avversa, ed è un bel pasticcio quando il capo del governo e il capo (reale) della televisione commerciale sono la stessa persona.

Capo indiscusso – Un partito che senza di lui non esisterebbe, e dunque un partito semi-inesistente nel senso che in quel partito ciascuno dipende dalla Totale Approvazione del Capo. Una ricchezza illimitata e dunque non sempre facile da gestire massmediaticamente: ricordo come fosse ieri la faccia rattristata del mio amico Jas Gavronski (in quel momento capo delle relazioni pubbliche di Berlusconi) quando sulla platea del «Maurizio Costanzo show » Berlusconi se la cavò male nel dire perché di ville in Sardegna ne aveva ben sette. Le ragazze, anzi un certo tipo di ragazze, anzi un certo e ripetuto cerimoniale conviviale a furia di barzellette e di regali in bigiotterria così e così. Quello che io chiamo il reato di sbraco.

Un leader vulnerabile. Vulnerabilissimo. Solo che ancora l’altro ieri questo leader ha sfiorato la vittoria politica nell’andare contro un Pd favoritissimo dai pronostici. Torniamo al punto cruciale. La storia del «berlusconismo » è intrecciata anima e corpo con la storia dell’«antiberlusconismo », con la sua inconsistenza di fondo, col suo annaspare tra i rottami della cultura politica della sinistra, col suo non saper parlare alla gran parte dell’elettorato italiano, ai tantissimi e tantissimi che non ne vogliono sapere di votare una forza politica che ce l’ha nel Dna di «far piangere i ricchi ». Tanto è vero che uno come Massimo D’Alema non la finisce di dire che il candidato migliore della sinistra a capo del governo è uno che somiglia a Berlusconi, o comunque quello che gli somiglia di più. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi. È o non è questo il massimo elogio possibile del «berlusconismo »?


La storia del patto indecente tra giornali e magistrati
di Filippo Facci
(da “Libero”, 28 agosto 2013)

Beh, è interessante che anche un signore come Piero Ostellino – un ex direttore del Corriere della Sera, insomma non il primo scemo che passa – abbia messo nero su bianco quello che definisce «un pactum sceleris fra il mondo dell’informazione e la parte della magistratura interessata a sovvertire gli equilibri politici esistenti ». Ostellino l’ha scritto ieri su Il Foglio e partiva essenzialmente dal periodo di Mani pulite, quando il patto, cioè, secondo lui, sarebbe stato più o meno questo: «Voi – dissero i media a magistrati – tenete fuori da Mani pulite i nostri editori e noi vi aiutiamo a mettere le mani, e a far fuori, i loro concorrenti e ad attribuire tutta la responsabilità della corruzione alla politica ». Partendo da questo, dice Ostellino arrivando così all’oggi, «si realizzò la trasformazione dell’Italia in un Paese nelle mani di una magistratura inquirente e di un sistema informativo che ignoravano l’Habeas corpus e istruivano processi e comminavano condanne sulle pagine dei giornali prima ancora che a farlo fossero i tribunali ». Poi Ostellino parla di un patto dei direttori, ma per ora fermiamoci qui.

Sommersi e salvati – Anche perché, messa così, dar torto a Ostellino è davvero difficile. Nella prima parte di Mani pulite, la parzialità della magistratura nei confronti di certi grandi imprenditori e proprietari di mass media (Agnelli e Romiti, De Benedetti, ma attenzione, da principio anche Berlusconi) è riscontrabile non tanto da singoli atti giudiziari bensì dalla loro assenza. Sulla Fiat e sulla responsabilità dei vertici (Agnelli ma soprattutto Romiti) c’è tutta una letteratura probatoria pubblicata e stra-pubblicata: «Sono stati i magistrati di Mani Pulite a suggerire a Romiti di scrivere la lettera-articolo sul Corriere della Sera nella quale il 24 aprile 1993 si rivolge agli industriali invitandoli a collaborare con i giudici »: questo, per esempio, lo si legge in «Storia segreta del capitalismo italiano » (Longanesi, prefazione di Ferruccio de Bortoli) tutti i cronisti dell’epoca restano convinti, a tutt’oggi, che fu questo a evitargli l’arresto: al pari di un discorso pro-giudici pronunciato da Agnelli il 17 aprile 1993 al Teatro la Fenice di Venezia. Dopodiché il procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli, disse che «i legali della Fiat hanno espresso disponibilità a collaborare ». Nei fatti, successivamente, a Romiti fu concesso di presentarsi come semplice teste e di produrre un semplice memorialetto difensivo: ciò che non fu assolutamente permesso, ad esempio, a un Raul Gardini. Romiti, per contro, non fu arrestato neppure quando si appurerà che proprio in quei giorni aveva fatto bruciare delle carte: «A Vaduz (Liechtenstein, ndr) dovevano scegliere chi doveva attribuirsi i fatti… hanno deciso di distruggere tutto il resto del conto Sacisa, in modo da dare ai magistrati qualche informazione per farla contenta e chiudere il conto con la Procura… ritengo che tutto ciò sia stato coordinato e disposto da Romiti, in quanto fu lo stesso Romiti che dette ordine in tal senso ». Questo l’avrebbe messo a verbale un manager Fiat, Antonio Mosconi. Tuttavia la maggior parte dei giornali scrisse della deposizione di Romiti definendola «una svolta »: da far impallidire il filo-berlusconismo del Tg4. La Fiat, in ogni caso, fu messa sotto torchio, sì: ma anni dopo, e dalla magistratura di Torino. Così come fu la magistratura di Roma, sfuggevolmente, a mandare Carlo De Benedetti agli arresti domiciliari in data 30 novembre 1993. A Milano, invece, De Benedetti – proprietario del gruppo Repubblica-Espresso – si presentò in Procura una domenica, il 16 maggio, con un memoriale lunghissimo nel quale sosteneva che la sua Olivetti era stata sistematicamente concussa dalle Poste italiane. «De Benedetti », scriverà Di Pietro in un suo memoriale difensivo, «si presentò spontaneamente ». E tutti a crederci. Non manca una certa letteratura anche su di un Silvio Berlusconi lasciato miracolosamente stare dai magistrati di Milano almeno fino alla fine del 1993 – quando, ricordiamo, i suoi telegiornali sostenevano Mani pulite a spada tratta – il che è stato ammesso e documentato anche dai suoi più feroci detrattori di oggi. Ma non è certo a Berlusconi che Ostellino si riferiva nel suo articolo.

Poi c’è il discorso dei direttori di giornale e dei giornali, cioè, che appartenevano ai succitati imprenditori. Ai tempi, nel 1992, si mormorava che i direttori si telefonassero per concordare spazi e titoli comuni: un pool di vertice, in pratica. Si stupirono in molti, diversi anni dopo, quando Piero Sansonetti, condirettore de l’Unità nel 1992-1993, raccontò che era tutto vero: «Nel biennio 1992-1993 nacque un’alleanza di ferro tra quattro giornali italiani: il Corriere, la Stampa, l’Unità e Repubblica. Il direttore de l’Unità era Walter Veltroni, alla Stampa c’era Ezio Mauro, il caporedattore di Repubblica era Antonio Polito.

Titoli concordati – Tra i quattro giornali si stabilì un vero e proprio patto di consultazione che li rendeva fortissimi: ci si sentiva due o tre volte al giorno, si concordavano le campagne, le notizie, i titoli. Il punto di riferimento di tutti era Paolo Mieli ». Paolo Mieli ed Ezio Mauro non hanno confermato, ma Antonio Polito sì: «Le cose funzionavano pressoché come dice Sansonetti… il governo perse in pochi mesi una decina di ministri che si dimettevano subito, appena ricevuto l’avviso di garanzia, anche per via delle nostre campagne di stampa. Abbiamo interpretato e indirizzato l’opinione pubblica. Facemmo quel patto proprio perché il nostro peso era enorme… Quella scelta di federarsi fra giornali non fu buona, non la rifarei. Ma lo dico oggi ».

In effetti stiamo parlando di roba di vent’anni fa. Che cos’è cambiato, da allora? Molte cose, compreso un diluvio di intercettazioni che ai tempi non c’era, e che oggi, troppo spesso, si accompagna a procedimenti che poi non reggono il vaglio dei processi. Quelli dei tribunali, almeno: i processi imbastiti sui giornali funzionano ora come allora.


Decadenza del Cav: il “Lodo Violante” convince giornali e mezza sinistra E si apre una strada per Silvio
di Redazione
(da “Libero”, 28 agosto 2013)

E’ il giorno dell’ Imu, si tratta ad oltranza per trovare un accordo che salvi le larghe intese ma nonostante il tema più caldo sia quello della tassa sulla casa, gli azzurri non lasciano l’altro nodo da sbrogliare: quello della decadenza del Cav da senatore. Ad aprire un varco a favore dell’ex premier, è stato l’ex presidente della Camera Luciano Violante che, in un’intervista al Corriere, ha detto che il ricorso della legge Severino alla Corte Costituzionale sarebbe legittimo. “La Corte Costituzionale ha ritenuto che il procedimento davanti alla Giunta è di carattere giurisdizionale. Quindi la Giunta, se ritenesse che ci fossero i presupposti, potrebbe sollevare l’eccezione davanti alla Corte. Ma questa non sarebbe dilazione; sarebbe applicazione della Costituzione”.

Il ruolo di Napolitano – Le frasi di Violante, che hanno acceso il dibattito tra i democratici e su cui il Pd sta dividendosi da giorni, sono l’indizio (o la prova?) che Napolitano ha deciso di lanciare un paracadute a Berlusconi mandando avanti Violante. Il disegno è questo: il Cav chiede che la Giunta presenti ricorso alla Corte Costituzionale contro contro la legge Severino (che impone la decadenza del Cav dal Parlamento). Questa mattina, infatti, sono stati depositati alla presidenza della giunta per le elezioni del Senato, i pareri pro veritate di giuristi e costituzionalisti per la difesa di Silvio Berlusconi . I pareri, a quanto si apprende, sarebbero sei e sono accompagnati da una breve lettera firmata da Silvio Berlusconi dove si annuncia anche il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo contro l’applicazione della legge Monti-Severino. Dunque, dicevamo, la Giunta ricorre alla Consulta contro la Severino il Senato ne prende atto e rinvia il voto sulla decadenza in attesa del pronunciamento della Consulta.

La commutazione della pena – Passano così dei mesi, sicuramente la decisione della Corte Costituzionale non arriverà prima di ottobre, quando è attesa la decisione della Corte d’Appello sull’interdizione dai pubblici uffici. E a questo punto Napolitano potrebbe commutare solo la pena accessoria. Il Cavaliere potrebbe ancora una volta guardare al Colle non più per la grazia ma per una possibile commutazione della pena. E, sarebbe questo il ragionamento degli azzurri, se il capo dello Stato decide di commutare la pena dell’interdizione come potrebbe il Senato esprimersi contro una scelta del presidente della Repubblica anche se in riferimento a un’altra legge? Insomma, la giunta del Senato a questo punto non potrebbe più votare contro il Cavalere se nel frattempo il Colle è intervenuto per restituirgli, attraverso la commutazione della pena, l’agibilità politica.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart