di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica
(da “il Giornale”, 25 ottobre 2012)
Caro Michele Santoro, scusaci il tu. Ma sei l’unica speranza rimasta per avere una risposta da Gianfranco Fini alle domande che Il Giornale, e recentemente anche Il Fatto Quotidiano, hanno posto invano al presidente della Camera. Ci affidiamo a te, che non guardi in faccia a nessuno, per fissare negli occhi il tuo ospite di stasera a Servizio Pubblico e chiedergli finalmente una versione precisa e completa sulla casa di Montecarlo.
La nostra è una semplice richiesta, il conduttore sei tu. Tuo il gioco, tue le regole, tua la decisione di come utilizzare il tempo con Fini, che sulla vicenda che vede coinvolti i suoi affetti è stato fino a oggi a dir poco omertoso e contraddittorio. In passato hai dato ampio spazio alla vicenda di Montecarlo approfittando di Italo Bocchino e Valter Lavitola, ma adesso che l’Espresso inchioda definitivamente i Tulliani ai loro rapporti off-shore, forse è il caso di chiedere all’uomo che aveva promesso le dimissioni, di spiegare in contraddittorio perché non lo ha ancora fatto. Per questo ci permettiamo di suggerirti qualche domanda da porgergli stasera durante la tua trasmissione.
1) Come tutti anche lei ha letto le ulti me novità pubblicate dal settima nale L’Espresso. Le sembra normale che il passaporto della sua compagna Elisabet ta Tulliani sia stato spedito via fax ( nel pe riodo antecedente la vendita della casa di An) dall’imprenditore latitante France sco Corallo al broker James Walfenzao, l’uomo che subito dopo perfezionò l’ac quisto dell’immobile di Boulevard Prin cesse Charlotte con una società off-shore dei Caraibi?
2) Non le appare sospetto che via fax, sempre da Corallo e sempre verso Walfenzao, vi è la prova anche che suo co gnato Giancarlo, poco prima della famo sa compravendita con Walfenzao, ha co stituito una società off-shore nell’isola di Saint Lucia aprendo anche un conto cor rente in quel paradiso fiscale?
3) Nel 2008, lo ha detto lei nei suoi pri mi «chiarimenti », suo cognato indi viduò la casa ereditata da Alleanza nazio nale nel Principato di Monaco. Poi, chis sà come, individuò anche un acquirente dall’altra parte del mondo, nello stato di Saint Lucia, interessato ad acquistarla at traverso società anonime costituite ad hoc.Quindi,chissà come,allafine c’è an dato a vivere proprio lui domiciliando le sue bollette all’indirizzo monegasco di Walfenzao. Suo cognato come ha potuto organizzare la trattativa dentro il partito senza il suo interessamento?
4) Ora che c’è la prova dei rapporti tra i suoi familiari e Walfenzao (emer si grazie al sequestro della guardia di fi nanza a casa Corallo su mandato della procura di Milano che indaga su Ponzelli ni e lo stesso Corallo) come spiega la gene si di questa relazione? In altre parole chi ha presentato Elisabetta e Giancarlo a Co rallo, imprenditore del gioco come a lei noto assai vicino a persone a lei molto vici ne?
5) Le chiediamo ciò perché lei stesso, nel 2004, è stato in vacanza poco di stante da Santa Lucia, nell’isola di Saint Marteen, «regno » di Francesco Corallo nel cui ristorante lei è stato immortalato a pranzo con altri notabili dell’ex An. Pro prio per fugare definitivamente ogni dub bio può escludere che il «gancio » tra i Tul liani e Corallo siate stati Lei o il suo brac cio destro, l’onorevole di Fli Checchino Proietti, beneficiario anni dopo di finan ziamenti proprio da Corallo?
6) Le sue ondivaghe dichiarazioni, converrà, non hanno certo dira mato le ombre su di lei e sulla carica isti tuzionale che ricopre. In due anni di po lemiche per l’ affaire immobiliare, inve ce di spiegare, ha preferito lamentarsi di un’asserita campagna di delegittimazio ne che le si è scatenata contro. Perché in vece non ha mai sentito l’esigenza di ri spondere con chiarezza agli italiani su ogni punto della delicata questione sol levata dal Giornale e recentemente rilan ciata da Fatto Quotidiano e L’Espresso? Nasconde qualcosa? Protegge qualcu no?
7) Lei continua a ripetere, come un mantra, che la procura di Roma ha sancito che non vi sono profili penali in questa vicenda. E dietro a questa afferma zione si nasconde poco coraggiosamente. Ora, senza entrare nel merito dell’inchie sta a dir poco discutibile che l’ha vista usci re di scena senza mai essere stato interro gato e dopo essersi ritrovato indagato per un solo giorno (quello della richiesta d’ar chiviazione) nella vicenda in sé ci sono pro fili morali e politici giganteschi che lei snobba. A cominciare dall’aver lasciato che un suo parente stretto gestisse nel pro prio interesse affari con beni di proprietà del partito ereditati con un vincolo d’utiliz zo a finalità politiche, e non certo facendo ci guadagnare le casse di An. Fosse anche solo questa la contestazione, non crede di dovere delle spiegazioni a chi per tanti an ni ha militato sotto la sua leadership?
8) C’è un fatto specifico su cui lei non si è mai espresso, facendo sbilan ciare incautamente pro domo sua alcuni adepti di Fli: la famosa cucina Scavolini. Le sembrerà una cosa da poco, ma non lo è: un deputato del suo partito (presumia mo da lei imbeccato, altrimenti come avrebbe potuto saperlo?) disse che la sto ria della cucina comprata a Roma e porta ta a Montecarlo, raccontata dal Giorna le, era una panzana e che sì, venne com prata una cucina, ma si trovava a centina ia di chilometri dal Principato. Le foto e la planimetria della casa «occupata » da Tulliani dimostrarono il contrario. Di fronte all’evidenza ammette finalmente di aver accompagnato Elisabetta al mobi lificio sull’Aurelia per scegliere la Scavo lini, come riferito da un impiegato del ne gozio?
9) La sua compagna Elisabetta Tullia ni risulta aver avuto un ruolo molto attivo almeno nelle prime fasi della ri strutturazione dell’appartamento. Ne parlano espressamente l’ambasciatore italiano a Monaco Mistretta e ancor più un famoso costruttore monegasco, Lucia no Garzelli, che aveva cominciato a occu parsi dei lavori nella casa proprio su insi stenza del diplomatico. Lei però ha detto di aver saputo che Giancarlo viveva in quella casa «qualche tempo dopo la ven dita » proprio da Elisabetta. Ma i lavori so no ovviamente precedenti al trasloco di suo cognato. E dunque, ha mentito lei agli italiani o la sua compagna a lei?
10) Poche settimane fa, sempre su que sta rete, Lei è stato ospite di Lilli Gruber in contemporanea al ritrovamen to di una lettera di Valter Lavitola a Berlu sconi, relativa al documento di Saint Lu cia che identificava in Tulliani il proprie tario delle off-shore e quindi della casa di Montecarlo. In uno slancio di entusia smo lei ha esteso i dubbi sulla genuinità dell’acquisizione di quel singolo docu mento del governo di Saint Lucia all’inte ra inchiesta giornalistica. Nella foga ha anche sostenuto di aver avuto informazio ni dai servizi segreti sull’ affaire Montecar lo. Posto che Lei per legge, ovviamente, non poteva averli, può dirci con quale agente segreto è entrato in confidenza?
Napolitano si accorge delle soffiate del Csm al partito “Repubblica”
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 25 ottobre 2012)
Roma – Che fine ha fatto «la riservatezza » che il Csm dovrebbe sempre «rigorosamente osservare »? E la «regola di non interferire nel libero dibattito parlamentare », dove è stata dimenticata? A Giorgio Napolitano quella velina che qualche consigliere ha recapitato a Repubblica non è proprio piaciuta.
Quel presunto parere negativo di Palazzo de’ Marescialli sul ddl anticorruzione infatti era una mezza patacca, era «solo una bozza che né la commissione nè il plenum avevano esaminato », eppure è stata fatta circolare perché influenzasse la valutazione delle Camere. È stata pure avallata, il giorno dopo, dal vicepresidente Michele Vietti: «Non è una stroncatura, è un giudizio favorevole con alcune critiche ». Male. Malissimo. Si tratta, spiega il presidente, di un episodio grave, perché non solo «è lesivo del prestigio » del Consiglio superiore ma si presta a «dannose strumentalizzazioni ».
«Deluso e amareggiato », Napolitano ha messo nero su bianco la sua rabbia in una lettera datata 22 ottobre e letta ieri davanti al plenum dallo stesso Vietti. Il capo dello Stato, che ha voluto mettere agli atti «il forte disagio e il rammarico » per la fuga di notizie, ricorda che già nel 2008 aveva dovuto «deplorare la violazione, in fase istruttoria, di quella regola di riservatezza che andrebbe rigorosamente osservata da tutti i componenti del Csm e delle sue commissioni nel corso della preparazione e discussione di atti impegnativi e di particolare delicatezza ».
Parole al vento, come dimostrano chiaramente le anticipazioni «pubblicate su un importante quotidiano » su una bozza di parere che non era stata affrontata «né tantomeno approvata » dal Consiglio superiore. Lo strappo è profondo. «Quello che è avvenuto nei giorni scorsi » non si limita a colpire «il prestigio » dell’organo di autogoverno della magistratura e dare la stura a dietrologie e a «speculazioni ». Addirittura, secondo Napolitano, mette in crisi «l’importante istituto del parere », cioè la facoltà del Csm di fornire delle opinioni sui provvedimenti di legge che riguardano l’ordinamento giudiziario.
Insomma, per fornire della valutazioni, spiega in sostanza il presidente della Repubblica, bisogna riuscire a rimanere lucidi e distaccati. «Io stesso – racconta – ho più volte nel corso degli anni difeso questo istituto da arbitrarie contestazioni. Però i pareri devono sempre essere espressi in termini e tempi rispettosi della sovranità del Parlamento, non interferendo nella fase culminante del libero confronto parlamentare ». Napolitano non sopporterà altri sconfinamenti. «Confido che il Consiglio vorrà condividere questo richiamo e questo impegno ».
Asciutto, quasi contrito il commento di Vietti, dopo aver letto la lettera: «Credo che le parole del presidente della Repubblica siano così chiare e nette che non meritino un’ulteriore chiosa e che al Csm non resti che prenderne atto ». Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo Pdl al Senato, si dice «grato » a Napolitano. «Confidiamo anche noi che l’organo di autogoverno della magistratura tenga conto del monito e si astenga dall’alimentare strumentalizzazioni mediatiche con il deposito in edicola di pareri fantasma ». Applaude anche l’Unione della camere penali: «Speriamo che finiscano le indebite pressioni sull’iter legislativo. Perché il Csm non si occupa piuttosto dei tempi dei processi e degli errori dei magistrati? ».
Trattativa Stato-mafia, Mancino chiede il giudizio del tribunale dei ministri
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 24 ottobre 2012)
Dopo la richiesta di stralcio della sua posizione per mancanza di “connessione” con quelle degli altri imputati, l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, attraverso i suoi legali, ha depositato al gupPiergiorio Morosini, davanti al quale si terrà l’udienza preliminare del procedimento sullatrattativa Stato-mafia, una istanza con cui si chiede di trasmettere gli atti al tribunale dei ministri.
Secondo l’ex politico Dc, imputato del reato di falsa testimonianza, il gup dovrebbe dichiararsi incompetente a decidere e inviare il fascicolo al tribunale dei ministri, competente in quanto all’epoca della presunta trattativa Mancino era ministro dell’Interno. Sulla richiesta, probabilmente, il gup si pronuncerà il 29 ottobre, data in cui avrà inizio l’udienza sulla trattativa. Nel procedimento sono coinvolti, oltre a Mancino, i vertici del Ros di quegli anni: il generale Mario Mori, l’ex comandanteAntonio Subranni e l’ex capitano Giuseppe De Donno che nel 1992 avrebbero avviato il dialogo con Cosa nostra tramite Vito Ciancimino. E ancora i capimafia Bernardo Provenzano, Totò Riina, Luca Bagarella, Giovanni Brusca e Antonino Cinà e Massimo Ciancimino, figlio di don Vito. Nella lista anche l’ex ministro dc Calogero Mannino e il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri. L’uno, accusato di avere dato input alla trattativa perché temeva di essere ucciso, l’altro perché si sarebbe proposto come intermediario con i clan dopo l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima.
Le accuse per quelli che vengono ritenuti i principali protagonisti del patto, che parte delle istituzioni avrebbero stretto con Cosa nostra per fare cessare le stragi, sono diverse: minaccia a corpo politico dello Stato per i boss, i carabinieri, Dell’Utri e Mannino. Concorso in associazione mafiosa e calunnia all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro per Ciancimino jr e falsa testimonianza perMancino.
L’addio di Berlusconi
Per amore dell’Italia si possono fare pazzie e cose sagge. Diciotto anni fa sono entrato in campo, una follia non priva di saggezza: ora preferisco fare un passo indietro per le stesse ragioni d’amore che mi spinsero a muovermi allora. Non ripresenterò la mia candidatura a Premier ma rimango a fianco dei più giovani che debbono giocare e fare gol. Ho ancora buoni muscoli e un po’ di testa, ma quel che mi spetta è dare consigli, offrire memoria, raccontare e giudicare senza intrusività
Con elezioni primarie aperte nel Popolo della Libertà sapremo entro dicembre chi sarà il mio successore, dopo una competizione serena e libera tra personalità diverse e idee diverse cementate da valori comuni. Il movimento fisserà la data in tempi ravvicinati (io suggerisco quella del 16 dicembre), saranno gli italiani che credono nell’individuo e nei suoi diritti naturali, nella libertà politica e civile di fronte allo Stato, ad aprire democraticamente una pagina nuova di una storia nuova, quella che abbiamo fatto insieme, uomini e donne, dal gennaio del 1994 ad oggi.
Lo faranno con un’investitura dal basso nella quale ciascuno potrà riconoscere non solo i suoi sogni, come in passato, e le sue emozioni, ma anche e soprattutto le proprie scelte razionali, la rappresentanza di idee e interessi politici e sociali decisivi per riformare e cambiare un paese in crisi, ma straordinario per intelligenza e sensibilità alla storia, che ce la può fare, che può tornare a vincere la sua battaglia europea e occidentale contro le ambizioni smodate degli altri e contro i propri vizi. Siamo stati chiamati spregiativamente populisti e antipolitici della prima ora.
Siamo stati in effetti sostenitori di un’idea di alternanza alla guida dello Stato sostenuta dal voto popolare conquistato con la persuasione che crea consenso. Abbiamo costruito un’Italia in cui non si regna per virtù lobbistica e mediatica o per aver vinto un concorso in magistratura o nella pubblica amministrazione. Questa riforma ‘populista’ è la più importante nella storia dei centocinquant’anni dell’unità del Paese, ci ha fatto uscire da uno stato di sudditanza alla politica dei partiti e delle nomenclature immutabili e ha creato le premesse per una nuova fiducia nella Repubblica.
Sono personalmente fiero e cosciente dei limiti della mia opera e dell’opera collettiva che abbiamo intrapreso, per avere realizzato la riforma delle riforme rendendo viva, palpitante ed emozionante la partecipazione alla vita pubblica dei cittadini. Questo non poteva che avere un prezzo, la deriva verso ideologismi e sentimenti di avversione personale, verso denigrazioni e delegittimazioni faziose che non hanno fatto il bene dell’Italia. Ma da questa sindrome infine rivelatasi paralizzante siamo infine usciti con la scelta responsabile, fatta giusto un anno fa con molta sofferenza ma con altrettanta consapevolezza, di affidare la guida provvisoria del paese, in attesa delle elezioni politiche, al senatore e tecnico Mario Monti, espressione di un Paese che non ha mai voluto partecipare alla caccia alle streghe.
Il presidente del Consiglio e i suoi collaboratori hanno fatto quel che hanno potuto, cioè molto, nella situazione istituzionale, parlamentare e politica interna, e nelle condizioni europee e mondiali in cui la nostra economia e la nostra società hanno dovuto affrontare la grande crisi finanziaria da debito. Sono stati commessi errori, alcuni riparabili a partire dalle correzioni alla legge di stabilità e ad alcune misure fiscali sbagliate, ma la direzione riformatrice e liberale e’ stata sostanzialmente chiara. E con il procedere dei fatti l’Italia si e’ messa all’opera per arginare con senso di responsabilità e coraggio le velleità neocoloniali che alcuni circoli europei coltivano a proposito di una ristrutturazione dei poteri nazionali nell’Unione Europea. Il nostro futuro è in una Unione più solida e interdipendente, in un libero mercato e in un libero commercio illuminato da regole comuni che vanno al di là dei confini nazionali, in una riaffermazione di sovranità che è tutt’uno con la sua ordinata condivisione secondo regole di parità e di equità fra nazioni e popoli. Tutto questo non può essere disperso.
La continuità con lo sforzo riformatore cominciato diciotto anni fa è in pericolo serio. Una coalizione di sinistra che vuole tornare indietro alle logiche di centralizzazione pianificatrice che hanno prodotto la montagna del debito pubblico e l’esplosione del paese corporativo e pigro che conosciamo, chiede di governare con uno stuolo di professionisti di partito educati e formati nelle vecchie ideologie egualitarie, solidariste e collettiviste del Novecento. Sta al Popolo della Libertà, al segretario Angelino Alfano, e a una generazione giovane che riproduca il miracolo del 1994, dare una seria e impegnativa battaglia per fermare questa deriva.
Berlusconi si ritira. Sotto a chi tocca
di Maurizio Belpietro
da “Libero”, 25 ottobre 2012)
Quando quindici giorni fa, intervistato da me su Libero, Silvio Berlusconi dichiarò di essere pronto a fare un passo indietro pur di consentire l’alleanza di tutti i moderati, av versari politici e commentatori ironizzarono, ritenendo che l’annuncio fosse l’ultimo gio co di prestigio del grande biscazziere. Per i suoi nemici, il Cavaliere era solo alla ricer ca di un modo per ritornare protagonista, non certo della strada per uscire di scena. Qualcuno scrisse di un grande bluff, i più dimostrarono scetticismo.
Ora però giunge la conferma, nero su bianco, di ciò che il leader del centrodestra aveva espresso nell’intervista. Non si tratta di frasi sfuggite durante un botta e risposta. La nota di ieri in cui Berlusconi annuncia il ritiro della sua candidatura a premier per il Pdl appare piuttosto il testamento politico del capo carismatico dei moderati, la paro la fine di una storia iniziata a sorpresa di ciotto anni fa con la discesa in campo con tro la gioiosa macchina da guerra di Achil le Occhetto. L’ex premier cede il passo ai giovani e ritaglia per sé il ruolo del con sigliere cui spetta «di offrire memoria, raccontare e giudicare senza intrusività ». Così, in un solo giorno, per la politica ita liana cambia tutto e giochi che appari vano chiusi, con un Bersani che già si sentiva padrone di Palazzo Chigi, si ria prono. Il Cavaliere, rinunciando a sfidare il centrosinistra, apre alle primarie del centrodestra e offre la possibilità di scegliere in tempi rapidi, cioè a di cembre, una nuova leadership. Per l’area moderata, che fino a ieri i sondaggi descri vevano in grande affanno e addirittura die tro al movimento di Beppe Grillo, è l’occa sione per riconquistare il consenso dei tanti che l’hanno abbandonata. Se infatti ancora oggi resiste uno zoccolo duro di fedelissimi di Berlusconi, che come dice Renato Man- nheimer sono pronti a votarlo e sostenerlo a qualunque costo, è innegabile che vi sia un numero rilevante di italiani che, pur de testando la sinistra, non è intenzionato a mettere ancora una volta la crocetta sul no me dell’ex premier.
Piuttosto questi elettori si dicono pronti a restare a casa il giorno delle elezioni, con segnandosi a un ruolo di irrilevanza nella scelta del leader cui affidare il Paese. Fino a ieri, proprio grazie a questo fattore, cioè al cinquanta per cento di aventi diritto che non intendevano votare, Bersani e Vendola venivano accreditati della vittoria e il Mo vimento cinque stelle di un secondo posto. Ma adesso? Ora che Berlusconi si fa da par te che cosa succederà? L’alibi usato per non accordarsi con il Pdl da Pier Ferdinan do Casini, da Luca Montezemolo e dai molti altri movimenti che si dicono alter nativi alla sinistra, non c’è più. L’ostacolo che impediva al leader centrista e all’ex presidente di Confindustria di unirsi al centrodestra è stato rimosso e oggi, se si vuole, si può fare il grande rassemblement dei moderati.
In un giorno solo è dunque saltato il tap po. Le discussioni sull’uscita dal Popolo della libertà dell’ala destra rappresentata dagli ex An, la rottamazione dei dirigenti da troppo tempo alla guida del partito, la fon dazione di un nuovo movimento da parte delle amazzoni del Cavaliere e, perché no, anche la rifondazione dello stesso Pdl – ar gomenti che hanno occupato le pagine dei giornali per mesi, soppiantando quelli ri guardanti le tasse e le misure per rilanciare l’economia – improvvisamente appaiono chiacchiere, prediche inutili. Qui non c’è bisogno di nuovi contenitori e di sigle ori ginali per convincere l’elettore: qui occorre trovare in fretta una nuova leadership. Un programma da contrapporre alla gioiosa macchina da guerra di Bersani e Vendola.
Con Berlusconi fuori dai giochi, senza delfini o pasionarie, tutto è riconsegnato nelle mani degli elettori, i quali, per la pri ma volta da quando è nato il centrodestra così come lo conosciamo, avranno la pos sibilità di scegliere a chi affidare i propri de stini. Così, decidendo di uscire dalla scena, Berlusconi la occupa. Con un passo indie tro, per la sesta volta sfida la sinistra e per la quarta potrebbe batterla. Andandosene, li mitando il proprio ruolo a quello di con sigliere, il Cavaliere può infatti far vincere le idee di chi punta alla modernizzazione del Paese e non affida alle lobby e alle toghe la conduzione dell’Italia.
Berlusconi, nella lettera in cui annuncia il ritiro della sua candidatura, traccia anche un bilancio della sua azione politica, rico noscendo i limiti della sua opera, ma riven dicando con fierezza i suoi meriti. Tutto ciò, dice, non poteva non avere un prezzo, ovvero «la deriva verso ideologismi e sen timenti di avversione personale, verso de nigrazioni e delegittimazioni faziose che non hanno fatto il bene dell’Italia ». Con il Cavaliere è inevitabile che se ne vadano an che i denigratori e gli odiatori di professio ne. Orfani di Berlusconi, non sapranno più a chi dare la colpa e finalmente gli italiani potranno scoprire che proprio su lor signo ri grava gran parte della responsabilità. An che questo è un merito dell’uomo che la scia.
Berlusconi. La mossa giusta per il nuovo inizio
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 25 ottobre 2012)
Non ricandidandosi a Palazzo Chigi e aprendo alle elezioni primarie nel Pdl, Berlusconi hamostratounasag- gezza che non era immaginata dai suoi interessati laudatores e da quel – li che urlavano «armiamoci e partite » correndo a testa bassa ma senza vedere il muro in arrivo sul cranio. Berlusconi ha dimostrato di essere anni luce lontano dalle Sturmtruppen che lo volevano gettare su un campo di battaglia mina to. Non si manda alla sconfitta per un calcolo di bottega e poltrona un uomo che ha rappresen tato vent’anni di storia italiana. Si volta pagina. E il capitolo della narrazione lo gira Berlusconi con una dichiarazione finalmente solenne e un contropiede che ha lasciato con un palmo di naso quelli più realisti del re.
Da questo momento cominciaun’altraparti- ta in due tempi: 1. le elezioni primarie nel cen trosinistra e nel centrodestra; 2. il voto naziona- leelacorsaperla premiership tra candidati che emergono da una selezione democratica. Fin ché le primarie erano un solitario a carte del Pd e dei suoi alleati, al copione mancava l’emozio ne dello scontro tra opposti, ma con il turning point scritto da Berlusconi il film comincia ad avere una trama interessante.
Da una parte abbiamo il duello tra Bersani e Renzi e dall’altra quello tra Alfano e altri conten denti che cominciano a emergere. Sarà una sfi da vera, visto che in campo ci sarà anche il sinda co di Roma Gianni Alemanno. Quello di Berlu sconi è un passo avanti perché ora sarà possibi le tracciare un nuovo inizio per il centrodestra e lapoliticaitaliana. Tutti quelli che avevano l’ali bi del Cavaliere nero devono giocare in bianco. Se i partiti in extremis trovano un buon accordo sulla legge elettorale, la parola cooptazione sa rà sostituita da competizione. A quel punto, chiuso il berlusconismo, l’antiberlusconismo sarà un residuato bellico. A sinistra ma anche al centro do ve chi sta fermo ora rischia 1 ‘ aut oliqui – dazione. La già vecchia nomenklatura postco munista da ieri è una testimonianza giurassica, perduta nell’iperspazio dei)’ariti senza un per. Proverà a riciclarsi e a resistere, ma il gesto del Cavaliere ha messo in moto un processo inarre stabile. Berlusconi ha superato se stesso.
Antimafia, verità vietata sulla trattativa con i boss
di Pierangelo Maurizio
(da “Libero”, 25 ottobre 2012)
Vietato sapere. Vietato conosce re alcunché che non sia la vulgata sulla trattativa Stato-mafia. Chi sperava che dalla riunione di ieri della Commissio ne Antimafia avremmo saputo qualco sa in più sulla disperata lettera scritta dal pm di Firenze Gabriele Chelazzi – poche ore prima di morire nella notte tra il 16 e il 17 aprile 2003 (infarto) -, ri ponga ogni speranza. Chelazzi è il ma gistrato che dieci anni fa aveva scoper to quasi tutto sul cedimento al ricatto mafioso avvenuto mentre a Palazzo Chigi c’era Ciampi, Scalfaro era sul Colle e scoppiavano le bombe di Cosa nostra nell’estate del’93. In due pagine dal tono e dal contenuto drammatici il pm denunciava l’isolamento dai colle ghi, gli ostacoli in una delle indagini più sconvolgenti.
Nella seduta convocata in tutta fret ta ieri dal presidente Beppe Pisani! – per sentire l’attuale procuratore di Fi renze Giuseppe Quattrocchi e due so stituti pm della Dda – non solo si è de ciso di ignorare la richiesta dei familia ri delle vittime affinché la lettera sia desegretata e resa pubblica. Il capo gruppo del Pd, Laura Garavini, ha chiesto la cacciata di Amedeo Labboc- cetta, deputato Pdl e membro dell’An timafia, colpevole di aver trovato la let tera negli archivi della Commissione e di averne diffusi alcuni stralci.
Labboccetta lede «l’autorevolezza della Commissione », ha detto in aper tura di audizione Laura Garavini: «Pre sidente, credo che non sia più ammis sibile la presenza del collega tra noi… ». La capogruppo amabilmente ha an che ricordato che chi rivela atti segreti è «penalmente perseguibile », con una pena prevista – ha precisato – da sei mesi a tre anni di carcere. Insomma la lettera secretata in Commissione Anti mafia da 9 anni, ma che di segreto non ha nulla, deve restare segreta per gli italiani.
«Forse abbiamo toccato un nervo scoperto della sinistra », replica Ame deo Labbocetta: «Io non credo che il Partito democratico voglia seguire in questa cavalcata la Garavini. Quel do cumento va divulgato. Tutti lo devono conoscere. Mi meraviglio che il presi dente Pisanu non lo abbia ancora fat to. Spero che lo faccia nelle prossime ore ».
Chelazzi nel suo atto d’accusa scri ve: «Sempre eufemisticamente, non credo che sia mai accaduto che un ma gistrato sia stato “costretto” a lavorare da solo (con tutti i rischi del caso, da quello di sbagliare a quello di esporre “la pelle” a eventualità non propria mente gratificanti) su una vicenda di questa portata ». Rievoca lo «scettici smo » dei colleghi, la diffidenza in cui si mescolavano «in percentuali variabili approssimazione di conoscenza, su perficialità e scetticismo… »; ha parole di fuoco per i co-assegnatari del proce dimento.
In un anno e mezzo di indagini e di lavoro massacrante, Chelazzi aveva ri costruito buona parte del mosaico.
Che, negli ultimi mesi dell’esecutivo Amato e sotto l’esecutivo Ciampi, go verni di centro-sinistra, con la benedi zione del presidente Scalfaro si era de ciso di «mandare un segnale positivo di distensione » lasciando decadere il carcere duro per centinaia di mafiosi, tra una bomba e l’altra. Il 24 settembre 2002 – per dire – si trovò davanti alla versione, non vera e evidentemente concordata, dell’ex guardasigilli, Gio vanni Conso: «In particolare la strage di Firenze mi convinse nel modo più assoluto della necessità di mantenere fermo il 4Ibis (il carcere duro, ndr) e di rinnovare i decreti… », disse l’ex mini stro. Chelazzi gli mostrò le carte che lo smentivano. Conso seminò nel verba le una serie di «ne prendo atto ». Dieci anni fa.
«Se avessimo conosciuto questa let tera, forse le cose in questi anni sareb bero andate in modo diverso », dice Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione familiari delle vitti me di via Georgofili: «Con il segreto ap – posto anche sulla lettera intima di un magistrato disperato vogliono conti nuare a nascondere la verità sulle stra gi al Paese ».
È stato preveggente, Chelazzi. Dopo la sua morte l’indagine è stata archi viata. Per le bombe del ’93 (dieci morti, decine di feriti) sono stati condannati solo i mandanti e gli esecutori mafio si.