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Caso Ablyazov: quattro funzionari rischiano il posto

15 Luglio 2013

di Redazione
(da “Libero”, 15 luglio 2013)

La storia dell’espulsione di Alma Shalabayeya, moglie del dissidente kazako Andrian Yelemessov, rischia di travolgere l’esecutivo. A ben guardare, però, più che il ministero dell’Interno Angelino Alfano, sono i funzionari che si sono occupati materialmente della vicenda ad essere sulla graticola e a rischiare il posto. D’altronde Enrico Letta è stato chiaro: “Chi ha sbagliato deve pagare”, ha dichiarato. Premesso che Emma Bonino non poteva agire altrimenti, poiché non competente sulle espulsioni, come rivela il  Corriere della Sera, sono sempre più consistenti le indicazioni secondo le quali nemmeno Alfano fosse al corrente della vicenda.

I 4 funzionari sotto ‘preocesso’ – Intanto il fascicolo è passato nelle mani del capo della Polizia Alessandro Pansa, che ha il compito di accertare le eventuali responsabilità della catena di comando. Il giallo dell’espulsione della Shalabayeya dovrebbe essere definitivamente risolto tra un paio di giorni. A rischiare il posto sono il capo di gabinetto del ministro dell’Interno, Giuseppe Procaccini, che incontrò l’amabsciatore kazako e diede il via al blitz nella villletta di Casal Palocco. Nella stessa situazione si trova Alessandro Valeri, responsabile segreteria di Pansa. Sotto la lente d’ingrandimento c’è poi il comportamento del questore di Roma Fulvio Della Rocca e, infine, il funzionario che materialmente ha apposto la firma sul decreto d’espulsione.

Alfano: “Lo seppi dalla Bonino” – Il 27 maggio Procaccini, dopo aver ricevuto la richiesta d’arresto da parte dell’ambasciatore kazako, affida il caso al prefetto Valeri. Ad Alfano, riferiscono fonti del ministero dell’Interno, fu detto che si trattava, genericamente, di un latitante. Tesi sostenuta dallo stesso Alfano che, da giorni, ribadisce come “fu Emma Bonino ad informarmi dell’avvenuta espulsione della signora Shalabayeva e io chiesi subito chiarimenti a Pansa”, che a sua volta, a danno compiuto (cioè il 3 giugno), sollecita una relazione del questore. La posizione più delicata è proprio quella del questore Della Rocca, a cui viene contestata la gestione dell’intera operazione, accusa da cui si difende affermando mettendo sul piatto alcune note dell’Interpol che evidenziano come sulla testa di Ablyazov pendesse una mandato di cattura internazionale.

Perché poteva non sapere – A scagionare Alfano è, indirettamente, lo stesso Valeri, a cui come detto fu affidata da Pansa l’intera pratica, che spiega come la procedura sia partita dal Gabinetto del ministro dell’Interno, per cui non necessariamente Alfano ne fosse al corrente. Insomma, l’intera catena di comando che ha portato all’espulsione della Shalabayeya rischia di saltare. Dal canto suo, Alfano si dice sereno: “Io ho chiesto una relazione in tempi rapidissimi al capo della Polizia â— ha spiegato ieri Alfano ai collaboratori â— e in base a quella ricostruzione dei fatti agirò. Voglio parlare con le decisioni”. E ha concluso: “Appena informato – assicura Alfano – ho compiuto i passi necessari per avere la certezza che la signora fosse al sicuro. Il nostro scopo è farla tornare in Italia”.


Caso Kazakistan, l’Unione Sarda: “Incontro Berlusconi-Nazarbayev in Sardegna”
di Luca Pisapia
(da “il Fatto Quotidiano”, 15 luglio 2013)

Tra la villa di Casal Palocco, periferia sud di Roma, dove è stata prelevata Alma Shalabayeva, e i grattacieli di Astana, la nuova capitale del Kazakistan costruita dal nulla dal dittatore Nazarbayev, spunta la zona nordorientale della Sardegna. E in particolare la marina di Puntaldìa, porto turistico di lusso del paese di San Teodoro, dove Nazarbayev ha passato alcuni giorni di vacanza a inizio luglio. Il possibile collegamento con Silvio Berlusconi, la cui magione di Villa Certosa dista meno di 30 km in linea d’aria è spontaneo. E se fonti vicine all’ex presidente del Consiglio sostengono che il contatto tra i due non sia mai avvenuto,  lUnione Sarda oggi in edicola racconta però di un vero e proprio blitz effettuato in elicottero da Villa Certosa a Puntaldìa il 6 luglio da parte di Silvio Berlusconi per un incontro riservatissimo di un paio d’ore con Nazarbayev. Palazzo Grazioli ha immediatamente smentito la ricostruzione: “Sabato scorso, 6 luglio, contrariamente a quanto riporta stamani un quotidiano sardo, citato a sua volta da agenzie di stampa, il presidente Berlusconi si è trattenuto tutto il giorno nella sua residenza di Arcore. In nessun altro giorno il presidente Berlusconi si è recato in Sardegna e non ha mai incontrato il presidente Nazarbayev durante il suo soggiorno in Italia”.
Tuttavia l’Unione Sarda, affidandosi a fonti “sicure”, racconta la cosa con dovizia di particolari. E  se l’incontro c’è stato, sembra molto difficile che Berlusconi e Nazarbayev abbiano discusso di qualcosa di diverso dalla ‘rendition’ che rischia di minare la composizione dell’attuale governo, andando a interessare in particolare il ruolo del ministro degli Interni Alfano. Se l’incontro fosse invece solo una suggestione giornalistica, è bene comunque sottolineare come il dittatore kazako in questi giorni abbia soggiornato in affitto nella villa del comprensorio H2O di proprietà del commercialista Enzo Maria Simonelli: milanese molto vicino a Berlusconi, con diverse cariche nel gruppo Fininvest e in Mondadori, e attuale revisore dei conti della Lega Calcio che il fido Galliani non più di qualche mese fa aveva proposto come capo della Lega in quota Milan. La villa dove ha soggiornato Nazarbayev, 200 metri quadri da mille e una notte con annesso giardino e accesso al mare, da dove raggiungere il panfilo da 80 metri di sua proprietà, è stata disegnata dall’architetto Gamondi, altro uomo di fiducia di Berlusconi e progettista di Villa Certosa.
E proprio all’interno della villa di proprietà di Enzo Maria Simonelli, in questi giorni protetta da una specie di esercito privato, racconta l’Unione Sarda, sarebbe atterrato in tutta segretezza l’elicottero di Berlusconi, per un colloquio faccia a faccia cui non hanno partecipato nemmeno i collaboratori più fidati dell’ex premier. E se è vero che diverse aziende italiane, a partire dall’Eni, hanno interessi economici in Kazakistan, e tutti i recenti presidenti del Consiglio, da Prodi a D’Alema a Monti hanno avuto a che fare con il dittatore kazako, è altresì noto come le relazioni d’affari e i rapporti personali tra Nazarbayev e Berlusconi siano sempre stati particolarmente stretti. Come quando Berlusconi elogiò il 92% di consensi del dittatore descrivendolo come “un consenso che non può che fondarsi sui fatti”, e invitando tutti a “andare in vacanza in Kazakistan”.  E adesso è stato Nazarbayev a fare le vacanze in Sardegna.

Parla Serpico: “In America se sei marcio ti premiano. Il sistema si autopreserva”
di Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano”, 15 luglio 2013)

La sua ultima battaglia è contro un costruttore che vuole “distruggere un’oasi e tagliare i miei alberi” nel suo rifugio di Hudson River Town, due ore a nord di New York. La più recente conquista è la cittadinanza italiana che aspettava da una vita. A 77 anni, l’uomo che ha cambiato la storia della polizia americana rivendica quelle origini che l’hanno reso chi è: “Da bambino le suore storpiavano il mio nome, mi chiamavano Francis e io l’odiavo. Ora non potrà farlo più nessuno. Io sono Francesco Serpico”. E quello sciovinismo che, assieme all’intransigenza, lo definisce, emerge di continuo: mentre ricorda la sua lotta contro la corruzione, la pallottola in faccia e il film in cui Al Pacino lo interpreta, Serpico vola con la memoria a Mirigliano, il suo paese natale in Campania, recita tratti interi della Divina Commedia e canta per una decina di minuti in napoletano stretto.

Vuol dire così tanto, per Francesco Serpico, stringere nelle mani il passaporto italiano?
Significa tutto: ora sono completo. Rivolevo indietro il mio nome, la mia cultura. Mio padre era un artigiano, cuciva scarpe. E mia madre era un’artista: l’hanno ereditato dalla madre terra. Anche io sono un prodotto del mio Paese. La mia anima è italiana, ed è lì che voglio tornare a vivere.

Sa già dove?
Mi piacciono le cose semplici. Cerco un posto tranquillo dove camminare, mangiare un’insalata e del pesce in una vecchia trattoria e scrivere le mie memorie. Anche se non riesco mai a cominciare: sono troppo impegnato a vivere la mia vita, non voglio perdere tempo.

Eppure è stata l’America a renderla un eroe celebrato in tutto il mondo.
Ah sì? Pensi che il museo della polizia di New York si è rifiutato di esporre il mio distintivo: mi disprezzano ancora per quello che ho fatto. Significa una cosa sola: che non è cambiato nulla. Mi dicono che in Italia i giovani agenti sanno chi sono e cos’ho fatto. Negli Usa non è così: la Nypd cerca di sradicare la mia figura dalla sua storia.

E perché?
Ho rotto una macchina da soldi perfettamente oliata. E non parliamo di qualche dollaro. Un capitano ha dichiarato: “Se non fosse per quel figlio di puttana di Serpico oggi sarei milionario”. Mi accusano di aver buttato un sasso negli ingranaggi, di aver rovinato l’immagine del mio Paese per aver esposto il giro di mazzette. Ma quelli che parlano così sono parte del problema. Sono gli stessi che mangiano grazie alla corruzione. Sa chi è Bob Leuci?

Il detective ritratto nel film “Il principe della città”, che fa arrestare i colleghi corrotti?
Ecco, l’hanno fatto passare per un eroe. Invece è uno schifoso. Era invischiato anche lui e poi si è pentito per salvarsi, raccogliendo prove contro gli altri poliziotti. È un voltagabbana che cerca sempre di associarsi a me, come se fossimo la stessa cosa. Invece io non ho mai accettato un dollaro sporco in vita mia. E il distretto, dopo che ha collaborato, l’ha tenuto lì per altri vent’anni. Oggi prende una pensione di Stato e insegna all’accademia. Un suo studente se n’è andato dicendo: “Non ho niente da imparare da uno come lei”. Questa è l’America. Se sei marcio, ti premiano. E’ il sistema che si autopreserva.

È proprio convinto che in Italia la situazione sia migliore?
È quello che mi chiedono tutti, e so benissimo che l’immoralità regna anche lì. Ma c’è una grande differenza: voi state cercando di mandare in galera l’ex premier. Non avete paura di investigare, non importa quanto in alto si arrivi.

Però le leggi ad personam di Silvio Berlusconi sarebbero improbabili in America.
I difetti sono diversi, ma se Berlusconi ha tutti questi scudi è anche perché è un miliardario che usa i suoi soldi per comprarsi l’immunità. Io dico: il potere corrompe, il potere totale corrompe totalmente. Sta alla gente riprendersi il comando.

Tolto il Cavaliere, rimangono condannati in Parlamento e regalini ai mafiosi negli ultimi decreti.
Gli italiani infatti hanno bisogno di una rivoluzione francese. Devono combattere questi criminali che si sentono intoccabili, che delinquono dai vertici riparandosi dietro i propri ruoli: che siano cardinali o capi di Stato e di governo. E chi si sente impotente sbaglia di grosso: togliere una goccia alla volta dal mare può sembrare inutile, ma se smetti, affoghi. Per cambiare il mondo basta una piccola cosa: fare il proprio lavoro, qualunque esso sia, onestamente. Come ho fatto io.

Lei per aver semplicemente fatto il suo lavoro vive da quarant’anni con frammenti di proiettile in testa.
E sa cosa dicono? “Serpico era mezzo pazzo anche prima che gli sparassero in faccia”. Intaccare la credibilità di chi non si fa comprare è una pratica diffusa per screditare i nemici. Un altro metodo che funziona sempre coinvolge le donne. Mi avevano avvertito: “Ti fregheranno con una lady”: io già m’immaginavo scene degne di James Bond, con la pistola nascosta nel reggicalze.

Invece?
Una signora con cui avevo da poco una relazione si è fatta mettere incinta, dicendomi che prendeva la pillola. Mi ha trascinato molto pubblicamente in tribunale, ha preteso soldi per vent’anni e soprattutto non mi ha lasciato crescere mio figlio, che è diventato come la madre. La gente non ha senso della morale. Eppure è con la moralità che viene il coraggio per le missioni impossibili.

Da dove si parte per cambiare?
Dalla scuola, fulcro di ogni problema, almeno in America. Qui ti insegnano a essere popolare e conformista, invece che ad apprezzare la propria diversità e a essere indipendente.

Lei che è sempre andato controcorrente da chi ha incassato solidarietà?
Non certo dai colleghi. Però ero molto rispettato dai mafiosi: “Non abbiamo niente contro di te, non sei una faccia di merda come gli altri”, mi dicevano. L’onore, in questo lavoro, contava e conta. E poi la mafia, senza l’aiuto dello Stato, non sopravviverebbe mai. Ma questo in Italia lo sapete benissimo. Io ricevo ancora centinaia di lettere da cops di tutto il mondo che mi chiedono consigli. Lo stesso succede tra i militari in Iraq e Afghanistan: alcuni stanno portando avanti un’ “operazione-Serpico” per fare emergere la verità. Si deve sapere perché li hanno mandati lì e quello che davvero succede in quei posti.

E che consigli dà, lei, all’onesto che si trova in una situazione simile alla sua?
Primo: devi essere certo di sapere come stanno davvero le cose, nel dettaglio. Secondo: non ti fidare di nessuno e non confidarti con la gente sbagliata. Terzo: registra tutto, raccogli prove. La ricerca della verità è dolorosa ma paga.

Cosa pensa di Snowden e Assange? Eroi anche loro o traditori?
Julian Assange, Edward Snowden e Bradley Manning, il soldato che per primo ha rivelato notizie a Wikileaks e che oggi è in prigione, sono i Serpico dell’era di Internet. Se vogliamo la democrazia bisogna che sia la gente a decidere, e per farlo deve essere informata. Cosa c’è di più fondamentale che la trasparenza? E perché l’osteggiano tutti? Se i cittadini del mondo mettessero insieme le forze potrebbero smettere di avere paura.

Paura di cosa?
Dei propri leader, per esempio. Quando i governi temono i popoli, si ha la libertà. Oggi, in America come in molti Paesi del mondo, è il contrario.

Eppure proprio gli Stati Uniti hanno fatto della libertà la loro bandiera.
Dicono che Lincoln si liberò della schiavitù, ma non è così. Sulla carta, certo, sì. Ma qui da noi continuano a schedare le persone per via della propria razza, a tracciarne i profili: ancora oggi ti arrestano solo perché sei nero. A NY, l’anno scorso, circa 70 mila persone sono state fermate e perquisite perché di colore. E l’agente di polizia non ha scelta: se si rifiuta lo accusano d’insubordinazione, se lo fa diventa parte del sistema.

Una nazione così razzista avrebbe eletto un presidente afroamericano?
Io non voto da vent’anni, perché non ho ancora trovato un solo politico pulito. Si comportano come se la gente fosse stupida, e a volte, purtroppo, l’ignoranza c’è. Mi viene in mente Joe Tramboli, un poliziotto che arrestò colleghi così marci da sniffare la cocaina appena sequestrata sul cofano dell’auto di pattuglia. E che ora è finito nel dimenticatoio. Nel 1994 scrissi a Bill Clinton chiedendogli tre cose: di conferire a Joe la medaglia del presidente, di formare una commissione permanente che vigilasse sulla polizia corrotta e di insegnare nelle accademie i risultati di questi studi.

Cosa le ha risposto?
“Caro Franco, che piacere. Condivido le sue preoccupazioni, apprezzo i consigli, ho comunicato ai miei collaboratori la candidatura di Joe, arrivederci e grazie”. Ma chi, se non il presidente, decide a chi assegnare la medaglia del presidente? Certi gesti simbolici darebbero a molte persone perbene la forza di fare la cosa giusta, invece Clinton ha sbolognato la faccenda fregandosene alla grande.

A lei, oltre a una medaglia, è stato dedicato il film di Sidney Lumet che porta il suo nome. Difficile che la gente la dimentichi.
Pensi che non sono riuscito a vedere il film per trent’anni. Un po’ perché non volevo rivivere quel periodo: l’ostracismo, la frustrazione, lo schifo. Avevo bisogno di una trasfusione di sangue e nessuno me l’ha donato. E poi perché c’erano cose inesatte: nel film, Al Pacino ha le mani incastrate nella porta e viene colpito in faccia. Io invece ho sparato allo spacciatore che ha sparato a me! E poi lo scassinatore che mi aggredisce era bianco: Hollywood l’ha reso nero, perché sono razzisti pure lì.

Cosa vuole che si sappia, in futuro, di Francesco Serpico?
Sono un essere umano. Che prende questa responsabilità molto seriamente.


Se ogni giorno penso a Leo Ferrè
di Andrea Satta
(da “l’Unità”, 15 luglio 2013)

Venti anni fa moriva Leo Ferrè. Aveva gli stessi anni di Berlusconi oggi. L’ho atteso spesso seduto sulla banchina di un porto, ho confuso le vele delle navi con gli striscioni della rivolta, il fumo dei piroscafi con il segnale della lotta, le antenne della tv hanno trasmesso poco la sua musica. Ho visto in fondo alla mia stanza mia mamma che seduta sulla poltrona mi guardava e io neonato non sapevo leggere il suo amore eppure lo ingoiavo, ho sentito le urla degli esuli spagnoli, in fuga dagli orrori del Caudillo, ho visto un Papa voltarsi dall’altra parte. Una volta sono andato davanti al cancello della sua campagna a staccare una foglia di vite e ancora la custodisco fra i miei pentagrammi. Si potrebbe parlare di una vecchia Citroen, di sigarette, di focacce ripiene di tutto, di una costa bretone, di marinai che tornano all’alba, di mare a Ostenda, di un corpo vestito di rosso che si muove e straripa dalla voglia. Si potrebbe vedere in fondo a un bicchiere l’amicizia più vera e un Richard che non sa decidersi a chiudere con la notte.
Si potrebbe rinunciare a Dio e alla Legge, si potrebbe capire che l’anarchia è amore e che quelli che si battono fino alla fine, quelli che ci credono, quelli che scendono in piazza, quelli che non sanno mai farsi veramente i conti, quelli che si stringono l’uno con l’altro e che restano in piedi, sono loro, proprio gli anarchici. Si potrebbe vivere disegnando, camminando, spremendo la vita come un grappolo d’uva e custodire l’odore e non curarsi della convenzione. Si potrebbe amare l’arte come l’arte e la vita come la vita e non sostare a lungo nei luoghi di benpensanti, nelle anticamere e negli antibagni. Si potrebbe dare appuntamento ad un amico fra diecimila anni, in un altro mondo, nel nostro mondo, quello che abbiamo in testa.

Si potrebbe non smettere di tramare per domattina, di guardare la Luna come una complice, come una consapevole testimone, come una lampada sapiente. Si potrebbe andare a Parigi e ascoltare solo le sue canzoni nelle cuffie, incontrare straccioni che impastano versi e clochard che ruminano allegorie, inciampare in Verlaine, in Rimbaud, in Reutbeuf o in uno straniero che guarda la Senna e si chiede perché tutta quell’acqua dolce prima o poi saprà di sale. E salutare un battello carico di ragazze in festa che mischiano le risa col frastuono delle onde.
Si potrebbero dare delle note alle foglie dei tigli, vivere un amore da vecchi come adolescenti, aspettare l’uscita di scuola e fuggire nei prati, si potrebbe vivere ogni giorno il palpito di un seno rotondo. Si potrebbe essere accusati di essere sfaccendati acchiappanuvole e non avere tempo che per immaginare. Non c’è giorno che io non abbia pensato a Leo Ferré.


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Bart