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LETTERATURA: “Le porte della notte” di Amir Valle – Edizioni Anordest

15 Luglio 2013

di Francesco Improta

Con Le Porte della Notte di Amir Valle, edizioni Anordest inaugura una nuova collana, criminal brain, in cui, come si legge nella quarta di copertina, vengono narrati casi realmente avvenuti nei quartieri più malfamati dell’Avana negli ultimi vent’anni.

La storia in questione – lo conferma la data posta in calce al romanzo – risale alla fine del secolo scorso (1998) e affronta una delle piaghe peggiori del nostro tempo, la pedofilia spesso contrabbandata sotto l’etichetta, già di per sé disdicevole e vergo ­gnosa, di turismo sessuale così diffuso nell’America centrale e meridionale. La vicenda ha inizio con il ritrovamento nelle acque antistanti la baia dell’Avana del corpo di un bambino, apparentemente annegato ma in realtà violentato e ucciso prima di essere gettato a mare: questo è infatti il risultato dell’autopsia del medico legale. Il caso viene affidato al tenente Alain Bec, che ha alle spalle una serie impressionante di casi risolti, un uomo professionalmente qualificato, dotato d’intuito e di logica stringente ma pieno di pregiudizi nei confronti dei negri da lui paragonati a scara ­faggi, eppure dinanzi alla bara del ragazzino di colore, al dolore disperato della madre e “alla monotonia quasi letargica dei pianti soffocati” ritrova un barlume di umanità e pensa che “neppure ai negri doveva toccare in sorte la morte di un bambino”. In quella piccola cappella dove il tanfo dei fiori delle corone si mescola al sudore dei presenti e il lutto, che si avverte tangibile nelle grida isteriche della madre, si spalma come pece sulle pareti, c’è dolore autentico, sospeso nell’aria, quel dolore che ac ­compagnerà il tenente nelle sue indagini e il lettore nella sua lettura spalancando dinanzi a loro le porte della notte o meglio di una discesa agli inferi.

Anche se è il tenente che cerca di sbrogliare una matassa, che si complica sempre di più con la scomparsa di altri bambini, per lo più ritardati in quanto più facilmente manipolabili, la vera protagonista del libro è L’Avana con il caldo umido e appiccicoso, con il sole inchiodato al centro del cielo, con le sue spiagge di sabbia finissima ma anche con le macerie che spuntano agli angoli delle strade come delle erbacce, con le crepe nei muri e le strutture metalliche vecchie e ossidate, con i casamenti, costruiti all’interno delle splendide ville coloniali, dove i negri vivono pigiati gli uni sugli altri senza disporre neppure di servizi igienici. Né bisogna dimenticare le orde di bambini che, come cavallette, perlustrano la città in cerca di turisti cui chiedere l’elemosina o un po’ di cibo; bambini abbandonati a se stessi o affidati a vecchi nonni perché i geni ­tori, scontenti della loro esistenza o della situazione politica, hanno cercato di rag ­giungere clandestinamente gli Stati Uniti, non a caso viene citato il grande esodo di Mariel avvenuto nel 1980 e non è l’unico riferimento storico che si trova nel libro. Bambini, quindi, più vulnerabili, e per le tare ereditarie e per la mancanza di una famiglia alle spalle, ed esposti quindi ai vizi innominabili di gente depravata e corrotta (quasi sempre turisti) e di coloro che vi lucrano, ruffiani, mandanti o faraone che siano. Moltissimi i personaggi, intervistati dal tenente, che offrono uno spaccato vivido e drammatico di una realtà piena di contraddizioni ereditata dalla dittatura di Battista e consolidata dal regime di Castro, dove come si legge chiaramente la miseria è aumentata e non diminuita perché quando si ripartisce fra tutti, la miseria si moltiplica e non si riduce.

Bellissimi alcuni monologhi che interrompono la lunga trafila delle interviste e conferiscono maggiore vivacità alla narrazione che talvolta scivola, perdendo ritmo verso l’inchiesta giornalistica; si tratta comunque di un’opera importante che scava a fondo in una realtà limacciosa e abietta e che finisce col bruciarti l’anima d’indignazione.

 

 


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Bart