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Caso Napolitano. Fuori le due telefonate e vediamo chi fa il furbo

25 Agosto 2012

Per i cittadini che aspirano a vedere realizzata in Italia una politica nuova e pulita, questa del caso Napolitano è una grande occasione da non sprecare.

Se ne sono lette di tutti i colori. Arrampicate sugli specchi da scompisciarsi a forza di ridere. Stamani abbiamo dovuto sorbirci il peana di Giuliano Ferrara in favore dell’editoriale di ieri di Ezio Mauro, che come ho cercato di dimostrare è pieno di stupidaggini e di contraddizioni (si veda anche Travaglio, qui).

Giuliano Ferrara – così battagliero nella difesa di Napolitano – molto probabilmente punta a diventare senatore a vita, per la qual cosa vale la pena, secondo lui, di cadere nel ridicolo, oppure come alternativa passare nel battaglione di Repubblica che ha dimostrato di reggere ogni clima politico, sapendosi muovere tra i camerini del retroscena. Insomma, essere benvoluti da Repubblica significa assicurarsi una lunga vita.

Solo che, a competere con quel laticlavio, c’è nientepopodimenoche il santone di Repubblica, Barbapapà, ovvero Eugenio Scalfari. Farcela contro di lui è impresa titanica. Da qui lo sforzo di Ferrara di difendere Napolitano a più non posso, ventre a terra, accada quel che accada, fino addirittura ad accendere una candelina sull’immagine del direttore attuale di Repubblica, Ezio Mauro, diventato per Ferrara campione dell’oggettività e del buon senso.

Ora è tempo però che sul caso Napolitano gli italiani esigano con forza di conoscere la verità, prima che il torto prevalga sul diritto e prima che l’inciucio la vinca sulla trasparenza.
Più questa manfrina durerà nel tempo, più assisteremo ad uno scadimento del giornalismo che davvero può non avere precedenti di tale gravità.
Si scrive per ottundere, si offende in difesa del falso. È davvero così? Dal mio punto di vista: sì.

Un giornalismo tanto deteriore quale quello esibito in queste settimane da Scalfari, Mauro, Ferrara, e vari costituzionalisti imbellettati, non v’è dubbio che la storia lo porterà ad esempio di quanto ambizione, servilismo, viltà, invidia possano rischiare di ridurre ai minimi termini i valori dell’uomo.

Sul caso Napolitano la verità non deve essere cercata, è già palese, scritta in nero su una bianca lastra di marmo.
La verità l’ha detta un uomo che ha pagato per questo con la propria vita, morto per crepacuore, Loris D’Ambrosio. Il quale le cose che ha detto a Mancino non le ha dette (ma chi può davvero credere che abbia fatto tutto da solo, inventandosi la partecipazione ai fatti di Napolitano?) perché gli andava di dirlo e basta. Le ha dette perché a suffragare ciò che diceva c’era il sostegno di Napolitano.

La prova sta nel fatto che, rese pubbliche le telefonate di D’Ambrosio, Napolitano non ha licenziato il suo segretario giuridico, anzi gli ha espresso tutta la sua solidarietà. Con ciò, sembra che Napolitano abbia fatto tanto, ma per D’Ambrosio è stato molto poco. D’Ambrosio non aveva bisogno di una oscura e anodina solidarietà, ma che l’uomo del Colle si assumesse tutta la responsabilità di ciò che gli era stato fatto dire nelle conversazioni con Mancino.

Qui ritrovo nell’uomo Napolitano colui che esultò nel 1956 per lo sterminio degli ungheresi da parte dell’Unione Sovietica, i quali si erano permessi di rivoltarsi al Paese che con Stalin, Breznev e compagni aveva creato in terra il paradiso tanto vagheggiato nei secoli.
Cinismo ossia. Nessun interesse diverso da quello che in quel momento si considera machiavellicamente il fine da conseguire.

Si può andare avanti così? Si può sperare di ricostruire da capo una politica che ha scavato profondi abissi tra sé e il popolo, quando non riusciamo a liberarci di un dubbio atroce, ed anzi troviamo penne cosiddette illustri, prone a difendere un segreto inquietante che lambisce la massima carica dello Stato?

Si cerca di confondere le idee anche sostenendo che il momento attuale, con la crisi che attanaglia ogni giorno la vita reale dei cittadini, non consente di perdere il nostro tempo a porsi domande sul caso Napolitano, che andrebbe, secondo costoro, accantonato se non dimenticato.
Tesi criminale, che uccide non solo la democrazia ma lo stesso Stato rettosi a fatica su gambe già mollicce sin dai suoi esordi.
Vogliamo conservare un gigante d’argilla o nel momento in cui ci prefiggiamo di costruire uno Stato migliore e più forte, abbiamo per ciò stesso l’obbligo di estirpare il marcio che ci consuma?

Non si costruisce uno Stato migliore e più forte, se non sgombriamo, oggi e subito, i gravi sospetti che lambiscono il Quirinale, sospetti che inducono a ritenere con basi piuttosto solide che il nostro capo dello Stato abbia tentato di intervenire in favore di un indagato eccellente, quale l’ex presidente del Senato Nicola Mancino. Il cui silenzio almeno fino ad oggi – non dimentichiamolo – la dice lunga su ciò che si vuole nascondere.

Se le due telefonate fossero state innocenti tanto Napolitano che Mancino avrebbero fatto a gara per svelarne il contenuto. E soprattutto Mancino, il quale è il vero responsabile di questo increscioso e inquietante incidente. Non credete anche voi che sarebbe intervenuto, e subito, per difendere Napolitano dai sospetti?
Ma non può farlo. Poiché dovrebbe dire il falso, aggravando così la sua posizione già fin troppo compromessa.
Se Mancino si decidesse a parlare dovrebbe dire perciò la verità. Ma questa verità tarda ad uscire dalla sua bocca giacché è una verità “scottante”.

Ma ora lasciamo da parte i vari Mauro, Scalfari, Ferrara e i numerosi prosseneti, e – cosa che si sono rifiutati di fare – usiamolo noi cittadini il cervello e ragioniamo secondo la logica dei fatti. E, come ho cercato di dimostrare più sopra e nei miei precedenti articoli, la logica dei fatti ha già scritto la verità a caratteri nerissimi su una lastra di marmo bianco.

Ossia: Napolitano nelle due telefonate con Mancino non si è discostato dai contenuti già ascoltati nelle intercettazioni tra il suo segretario politico Loris D’Ambrosio, morto di crepacuore, e Nicola Mancino.
Tutto ciò che D’Ambrosio ha detto a Mancino non può non aver costituito anche il contenuto delle due telefonate di Napolitano con lo stesso Mancino.
E questo contenuto, anche se non penalmente rilevante, lo è però politicamente, giacché non è ammissibile che un capo di Stato intrattenga ben due telefonate con un indagato eccellente, già conoscendo di che cosa quest’ultimo gli avrebbe parlato.

Personalmente non ho dubbi, e nella mia vita non ho mai incontrato un caso tanto semplice e lampante.
Tanto è vero che se sbagliassi, sarei pronto a chiedere scusa a Napolitano e ai miei lettori. Ma non sbaglio, rafforzato dai silenzi dei due interlocutori, ossia Mancino e Napolitano, e dalle cause della morte di D’Ambrosio, da ricercarsi nel tentativo palese di additarlo in sostanza come il solo responsabile dell’accaduto (ciò che va contro la storia personale di questo integerrimo magistrato).

La mia rabbia è al colmo; il mio disgusto trabocca, il mio ripudio di un’Italia e di un giornalismo così fatti è assoluto.
Dirmi indignato è troppo poco.
Ecco perché ho scritto che questa del caso Napolitano è una grande occasione di verità.

Chi avrà il coraggio e lo spirito di servizio non intaccati da viltà  e opportunismi, faccia uscire il contenuto delle due telefonate tra Napolitano e Mancino. Non solo potremo conoscere come sono andate le cose e se Napolitano, come lascia intendere il suo consigliere D’Ambrosio, ha cercato di favorire in qualche modo l’indagato Mancino, ma scopriremo e smaschereremo qualcosa di più.
Sapremo distinguere tra chi ha scritto sul caso come un’ipocrita al servizio dei potenti e chi si è battuto per i cittadini e lo Stato in difesa della verità.

Nel momento in cui pensiamo ad un’Italia migliore, più pulita e più forte, un qualche eroe (non esagero a chiamarlo così) deve sentire il dovere morale e storico di costruire una barriera di fuoco che lasci al di là coloro che, su questa vicenda, si sono dimostrati degli azzeccagarbugli e degli indegni, sacrificando la verità ad un interesse superiore che non esiste e che si sono inventati per puro profitto, di qualunque natura esso sia.
A costoro dichiaro sin d’ora il mio disprezzo, augurandomi che la nemesi storica li tormenti fino al termine dei loro giorni.

Infine a Napolitano una domanda: la Consulta da lei chiamata in causa si pronuncerà con sentenza probabilmente nella primavera prossima, perciò fra circa 6/7 mesi. Le sembra di comportarsi bene lasciando che per tutto questo lungo tempo l’alta carica che ricopre sia lambita dal sospetto di aver tentato di favorire un indagato?
Io credo di no. Pensi solo al fatto che se nei suoi panni si fosse trovato Silvio Berlusconi sarebbe stato amplissimo ed assordante il grido di coloro che ne avrebbero richiesto le immediate dimissioni.

Altri: Travaglio qui, Ingroia qui, Pansa qui. Intervista di Truzzi alla giurista  Carlassare qui.


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