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La Repubblica e Il Fatto, Zagrebelski e Scalfari: quello che Ezio Mauro non dice

25 Agosto 2012

di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 25 agosto 2012)

Mica facile salvare capra e cavoli, anzi  Zagre  eScalfari. Ieri  Ezio Mauro  ha provato, con abilità dialettica e qualche maligna allusione al  Fatto, a mettere d’accordo gl’illustri litiganti di  Repubblica:  il fondatore Eugenio Scalfari e il presidente emerito della Consulta  Gustavo Zagrebelsky. Ma, a nostro modesto avviso, ci è riuscito solo in parte. Perché ha dovuto sacrificare un bel po’ di quell’“obbligo alla verità” e al “giornalismo” a cui si è richiamato.

1. Duello a uno
“Il caso della trattativa Stato-mafia e del contrasto tra la Procura di Palermo e il Quirinale… La manovra contro il Quirinale…”.  Non c’è mai stato alcun “contrasto” tra Procura e Quirinale, né tantomeno alcuna “manovra” contro il  Colle. Anzi, tutto il contrario. La Procura ha chiesto e ottenuto dal Gip di intercettare  Nicola Mancino, applicando la legge e scoprendo poi che Mancino parlava col consigliere giuridico di Napolitano,  Loris D’Ambrosio, e con lo stesso Napolitano.  E’ statoNapolitano  ad attaccare la Procura di Palermo, accusandola di aver leso sue presunte prerogative costituzionali e trascinandola dinanzi alla Consulta.

2. Nessun attacco
“L’indagine è meritoria, come dicevo due mesi fa. Ma oggi – aggiungo – chi la ostacola? La Procura l’ha conclusa con le richieste di rinvio a giudizio, in piena libertà, com’è giusto, ora tocca al Gip decidere sugli indagati eccellenti. E allora? È un falso palese dire che si vuole bloccare il lavoro di Palermo, anzi è un inganno ai cittadini in buona fede”.  Quindi i 130mila e più cittadini  (compresi Zagrebelsky,  Barbara Spinelli  e altri editorialisti di  Repubblica) che hanno firmato l’appello del  Fatto  a favore dei pm siciliani sono stati ingannati: la Procura di Palermo ha potuto indagare “in piena libertà” e quel che è accaduto dopo non ha alcun riflesso sul processo, che ormai è in mano al Gup (non al Gip) e che proseguirà serenamente senza intoppi. Le cose non stanno così. Contro l’indagine “meritoria”, Scalfari ha scritto parole di fuoco, accusando i pm che l’hanno condotta di ogni sorta di “abusi”, “illegalità”, “scarsa professionalità” e soprattutto di non aver combinato nulla in vent’anni di lotta alla mafia (“Ci sarebbero da esaminare i risultati delle inchieste che da vent’anni si svolgono a Palermo e Caltanissetta e che finora hanno dato assai magri risultati”). Inoltre, dalle telefonate fra Mancino e D’Ambrosio risulta che D’Ambrosio – che diceva di agire in nome e per conto, anzi su disposizione del “Presidente” Napolitano – si dava da fare per neutralizzare l’inchiesta di Palermo tramite il Pg della Cassazione e il procuratore antimafia  Grasso. E solo il diniego di Grasso a quelle pressioni ha consentito che l’inchiesta si chiudesse “in piena libertà”. Non lo diciamo noi: l’hanno scritto su  Repubblica  Attilio Bolzoni  e  Salvo Palazzolo  (“D’Ambrosio seguiva l’inchiesta sulla trattativa, sperava in un ‘coordinamento’ che di fatto sfilasse ogni potere d’indagine ai pm siciliani e ragionava sul da farsi con Mancino… Le telefonate intercettate stanno scoprendo un eccessivo attivismo al Quirinale sulla delicata inchiesta di Palermo e sfiorano più di una volta il nome di Napolitano”). Inoltre Mauro dimentica che, appena chiusa l’indagine, il  Colle  ha trascinato la Procura alla Consulta tramite l’Avvocatura dello Stato con accuse gravissime. E i pm  Messineo  e  Di Matteo  si son visti aprire dal Pg della Cassazione (lo stesso attivato da Napolitano e D’Ambrosio) un fascicolo disciplinare. Lo scorso anno  Berlusconi  trascinò alla Consulta il Tribunale di Milano che pretendeva di giudicarlo per il caso Ruby, anziché passare la palla al Tribunale dei ministri (anzi alla  Camera, che avrebbe negato l’autorizzazione a procedere), in quanto Ruby era la nipote di  Mubarak  e il reato era ministeriale.

Bene, anzi male: anche allora l’inchiesta era già stata conclusa “in piena libertà” e spettava al Gip prendere le sue decisioni. Eppure  Repubblica  polemizzò giustamente col  Cavaliere  e col centrodestra, accusandoli di attaccare, isolare e delegittimare i magistrati milanesi. Evidentemente perché è difficile per un magistrato celebrare un processo “in piena libertà” sapendo di aver contro il governo e il Parlamento (caso Ruby), e a maggior ragione sapendo di avere contro il governo, il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il Pg della Cassazione, un pezzo del Csm, l’Avvocatura dello Stato e la grande stampa (caso trattativa). Infatti non il  Fatto, ma Zagrebelsky, ha scritto che, senza volerlo, Napolitano col suo conflitto è divenuto il “perno di un’operazione di discredito, isolamento morale e intimidazione di  magistrati  che operano per portare luce su ciò che, in base a sentenze definitive, possiamo considerare la ‘trattativa’ tra uomini delle istituzioni e uomini della mafia”.

3. Improprio a chi?
“Il comportamento dei consiglieri di Napolitano secondo quelle telefonate è imprudente e improprio perché sembrano consigliare più il testimone Mancino che il Presidente”.  Già, ma siccome i consiglieri (che poi sono uno soltanto: D’Ambrosio, poi scomparso) confidano a Mancino di agire su ordine del “Presidente”, che poi firma una lettera ufficiale ma segreta al  Pg della Cassazione, ne dovrebbe derivare che “imprudente e improprio” non è il consigliere che obbedisce agli ordini, ma il Presidente che li dà.

4. La fuga che non c’è
“Il Presidente non ritiene che i testi delle sue conversazioni private debbano essere divulgati, a tutela delle sue prerogative più che del caso specifico”.  Intanto, nessuno li ha divulgati: la Procura li ha segretati e non se n’è saputo nulla. Quindi la prerogativa della riservatezza, ove mai esistesse, non sarebbe stata violata da nessuno. Il caso però vuole, come ha spiegato e rispiegato  Franco Cordero  su  Repubblica, che quella prerogativa non esista. Nessuna norma costituzionale o procedurale vieta di intercettare né direttamente, né tantomeno indirettamente il capo dello Stato. E’ vietato soltanto processarlo per gli “atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla  Costituzione”: e infatti nessuno l’ha neppure indagato. Ma lo dice lo stesso Mauro che quelle tra Mancino e Napolitano sono “conversazioni private”: dunque non rientrano nell’esercizio delle  funzioni presidenziali. Dunque i magistrati potevano benissimo intercettarle, sul telefono di Mancino. Ma avrebbero potuto intercettarle anche su quello del Presidente se, per assurdo, avessero sospettato un Presidente della Repubblica di reati commessi al di fuori dell’esercizio delle funzioni (puta caso: bancarotta, omicidio, traffico di droga o di armi).

5. Il buco che non c’è
“(Napolitano) solleva un conflitto di attribuzione su un ‘buco’ normativo: può il Capo dello Stato essere intercettato, sia pure indirettamente?”.  Abbiamo già spiegato, sulla scia di Cordero, che non esiste alcun  buco normativo: il costituente e il legislatore non hanno proibito di indagare sul Capo dello Stato per fatti estranei alle sue funzioni non per una dimenticanza, ma perché convinti che sia giusto così. Ma paradossalmente quel “buco” normativo lo nega anche Napolitano. Il quale, sollevando il conflitto contro la Procura di Palermo, sostiene che la norma che vieta le sue intercettazioni indirette, la loro valutazione da parte dei pm, il loro esame in contraddittorio fra le parti davanti al gip, esista eccome e la  Procura di Palermo  l’abbia violata. Nel decreto del 16 luglio, accusa i pm di “lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione”.

6. Intercettata la Merkel?
“Sollevo una questione di semplice buon senso repubblicano… Il lavoro del Presidente della Repubblica, fuori dagli impegni istituzionali solenni e pubblici, è in gran parte fatto di colloqui, incontri, conversazioni (anche telefoniche)… E’ interesse di Napolitano (posto che non si parla in alcun modo di reati) o è interesse della Repubblica che queste conversazioni non vengano divulgate? Secondo me è interesse di tutti, con buona pace di chi allude senza alcuna sostanza a misteriosi segreti da proteggere, già esclusi da tutti gli inquirenti. Facciamo un’ipotesi astratta, di scuola. Quante telefonate avrà dovuto fare il Capo dello Stato nelle due settimane che hanno preceduto le dimissioni di Berlusconi da  palazzo Chigi? Quante conversazioni avrà avuto, quando le cancellerie europee non parlavano più con il governo, i mercati impazzivano, il Paese era allo sbando senza una guida esecutiva e molti di noi temevano il colpo di coda del  Caimano? Se quelle conversazioni – che hanno necessariamente preceduto e preparato l’epilogo istituzionale di vent’anni di berlusconismo – fossero diventate pubbliche, quell’esito sarebbe stato più facile o sarebbe al contrario precipitato nelle polemiche di parte più infuocate, fino a rivelarsi impossibile?”.
A parte il fatto che, ripetiamo, le due telefonate Mancino-Napolitano non sono state divulgate, ancora una volta lo dice Mauro stesso: conversazioni nell’ambito del “lavoro del Presidente… fuori dagli impegni istituzionali solenni e pubblici”. La risposta è nella  Costituzione: fuori dall’esercizio delle funzioni, il Presidente è un cittadino come gli altri. E non è affatto una minaccia, anzi è una garanzia per i cittadini e per la democrazia tutta il fatto che il  capo dello Stato  sappia di poter essere intercettato dalla magistratura: così sa in partenza che un giorno potrebbe dover rispondere di quel che fa e dice, e starà molto attento ad attenersi a uno stile e a un contegno consoni all’alta carica che ricopre.

Male non fare, paura non avere. Non abbiamo sempre detto, citando i paesi anglosassoni (negli Usa tutti i colloqui del Presidente vengono addirittura registrati), che le istituzioni sono “case di vetro” sottoposte alla massima trasparenza? Perché questo, improvvisamente, non dovrebbe valere per il  Quirinale? Se per caso fossero stati legittimamente intercettati colloqui del Presidente relativi all’ultima crisi di governo che ha portato alla fine del terzo governo Berlusconi, noi non troveremmo nulla di scandaloso che fossero resi noti: anzi se, come Napolitano ha sempre assicurato, si è attenuto scrupolosamente al dettato costituzionale, sarebbe suo interesse dimostrare che le cose stanno davvero così e che abbiamo almeno un politico che dice in privato le stesse cose che dice in pubblico. L’obiezione è nota: e se il Presidente affronta temi di sicurezza nazionale, insomma segreti di Stato? Ma intanto le intercettazioni non avvengono a opera dello Spirito Santo: per essere intercettati bisogna essere sospettati di un reato o parlare con qualcuno coinvolto in un reato. Dunque si può tranquillamente parlare con la  Merkel  e con  Hollande  senza essere ascoltati (da un pm, almeno). Qui però Napolitano non parlava con Hollande o Merkel, ma con  Mancino: e sarebbe stato sommamente incauto a trattare questioni di Stato al telefono, peggio ancora con un privato cittadino (qual è Mancino, per giunta coinvolto nel caso trattativa).

Peraltro lo stesso problema si pone per i membri del governo: quanti segreti trattano il presidente del Consiglio, i  ministri dell’Interno, della Difesa e degli Esteri che oltretutto, a differenza del Capo dello Stato, sono responsabili dei loro atti? Eppure nessuno di essi è coperto da alcuna immunità, in quanto membro del governo (salvo che sia parlamentare). Tranne  Monti  (senatore a vita), tutti i ministri dell’attuale governo sono intercettabili, indirettamente e anche direttamente, e le eventuali intercettazioni, quando cade il segreto, possono essere divulgate. Tutti i giornali,  Repubblica  in testa, hanno diffuso fiumi di “conversazioni private” dell’ex premier indirettamente intercettate (direttamente non si poteva, lui è deputato). E non abbiamo cambiato idea, noi: era giusto pubblicarle, perché avevano, anche quelle sulla sua vita sessuale, un rilievo pubblico.

7. Diversamente concordi
Su un punto Mauro ha ragione:  “Fare di ogni erba un fascio”  e dire che  “destra e sinistra sono uguali”  è qualunquismo. Ma se chi ha difeso il  diritto-dovere  della stampa di diffondere conversazioni private e in certi casi prive di rilevanza penale, ma di enorme interesse pubblico, quando c’era di mezzo  Berlusconi, oggi sostiene il contrario solo perché la voce intercettata è quella di Napolitano, beh, la tentazione di fare di ogni erba un fascio e dire “tutti uguali” sorge spontanea.

8. Diversamente alti
Può darsi che in quella che Mauro recinta come  “la nostra metà del campo (che noi chiamiamo sinistra)”, “il campo ‘democratico’”  (tutti gli altri sono totalitari), si siano infiltrate in nome dell’antiberlusconismo  “forze, linguaggi comportamenti e pulsioni oggettivamente di destra”. Direbbe  Troisi: “Mo’ me lo segno”. Ma è un po’ ingeneroso, oltreché falso, affermare che per costoro  “Berlusconi non è mai stato il vero avversario, ma semplicemente lo strumento per suonare la propria musica”. In questi vent’anni han fatto molto più male a Berlusconi avversari irriducibili non di sinistra come  Montanelli,  Sartori  e  l’Economist  che la sinistra politica e giornalistica, troppo impegnata nelle libagioni bicamerali da cui non s’è mai riavuta (non sto a ricordare chi fu il primo a raccontare in tv i rapporti fra Berlusconi e la mafia e tra  Schifani  e alcuni tipetti poi condannati per mafia, e l’atteggiamento assunto nelle due circostanze da  Repubblica). Quanto a chi “canzonava il Cavaliere in un linguaggio da  Bagaglino, con un ‘calandrinismo’ che rompeva la cornice drammatica in cui stava avvenendo quella prova di forza, deridendo i nomi (incolpevoli, almeno loro) delle persone, scherzando coi loro difetti fisici”, ullallà, che seriosità. Suvvia, Ezio, un po’ di satira non ha mai fatto male a nessuno. E per trovare chi deride i nomi (te lo dice un  Travaglio) o i difetti fisici, non c’è bisogno di scomodare “la destra peggiore” del “Borghese  degli anni più torvi”: bastano le vignette di  Forattini  su  Repubblica  (Fanfani  basso,  Andreotti  gobbo e  Spadolini  grasso); i migliori spettacoli di  Benigni  su  Ferrara  ciccione e Berlusconi nano; e le strepitose collezioni delCuore  diretto da  Michele Serra, coniatore di definizioni memorabili come “Bottino Craxi”, “Craxitustra”, “Mario Seni”, la Dc “Grande Troia”, i politici con “la faccia come il culo”, fino al “nano ridens” e al “fratello scemo”. Comunque giuriamo solennemente che in futuro ci atterremo al più rigoroso  politically correct  stile  Repubblica: mai più nani e Cainani, solo verticalmente svantaggiati e diversamente alti.


Ecco perchè la cancelliera Merkel va fermata
di Davide Giacalone
(da “Il Tempo”, 25 agosto 2012)

Il capo del governo greco ha incontrato il capo della politica europea, garantendo che la Grecia rispetterà gli impegni,  che saranno colmati sia il deficit di bilancio che quello di credibilità, ma chiedendo che le autorità dell’Unione consentano al suo Paese un po’ di respiro, affinché il risanamento non somigli troppo ad un azzeramento della popolazione. Il premier greco si chiama Antonin Saramas, ed è stato eletto dai greci, sebbene con non poche titubanze e dolori. Il capo della politica europea si chiama Angela Merkel (l’incontro, infatti, è avvenuto a Berlino), ricopre una funzione che non esiste ed è stata eletta dai tedeschi, ovvero da una frazione del popolo europeo. Chi non vede il problema non è in grado di ragionare sul futuro dell’Unione. Chi non parte da questa anomalia non riuscirà a dare alcun contributo per la sopravvivenza dell’euro e dell’Ue. Il giorno precedenge il capo dell’Unione (sempre lei) aveva incontrato il presidente della Repubblica francese, rappresentante di un Paese che della grandeur e della sovranità ne fece delle malattie, al punto da rivendicare per sé una forza militare atomica esterna e autonoma rispetto alla Nato. Franí§ois Hollande non ha trovato lo spazio per una posizione autonoma, non ha interpretato il ruolo di contrappeso, cui molti europei, italiani compresi, guarderebbero con simpatia, ma preoccupato per le banche francesi e per l’eventualità di ritrovarsi esposto al tiro a segno con cui sono stati martoriati altri (noi compresi), ha accettato un ruolo subalterno rispetto a chi ha preso la guida dell’Unione. La signora Merkel. Si dirà: il governo tedesco non ha praticato nessun abuso, ha una posizione forte, dovuta a riforme del mercato interno già fatte (dal governo precedente, socialdemocratico) e una disciplina di bilancio che gli altri farebbero bene a imitare. Sono un ammiratore del rigore tedesco, mi piacerebbe averne molto anche in Italia, invidio la capacità riformista della loro sinistra, ma quella tesi è una forzatura, un pregiudizio. La signora Merkel, in realtà, si è trovata ad avere la posizione facile di chi difende un trattato, istituivo della moneta unica, fatto male, affrettato proprio per favorire i tedeschi e la loro riunificazione, e concepito per fronteggiare le epidemie inflattive (secondo la dottrina della loro banca centrale), mentre attualmente abbiamo a che fare con il flagello recessivo. Quel vantaggio politico si è trasformato, grazie alla crisi del debito e agli attacchi speculativi, a loro volta incentivati dai difetti strutturali dell’euro, in un vantaggio economico, perché i tedeschi si finanziano gratis, anche grazie al fatto che paghiamo noi (con altri) il conto di quella differenza. Quel differenziale dei tassi d’interesse si traduce in un vantaggio competitivo per le imprese tedesche, che praticano, di fatto, concorrenza sleale nei confronti di altri europei (i cui governi sono stati meno capaci). Messe le cose in questo modo, è difficile credere che l’euro e l’Ue possano sopravvivere in una simile condizione. Non lo capisce, la signora Merkel? Credo che lo veda bene, ma anche sotto una luce diversa: tutto questo favorisce la crescita dell’egemonia tedesca. Non solo è un male, ma lo è anche per i tedeschi. I leaders politici che, per la Germania, hanno lavorato alla nascita di questa Unione l’hanno fatto perché sapevano bene che era il solo ambito politico ed economico che avrebbe consentito l’unificazione, senza scatenarne i pericoli. E’ l’Unione l’alveo nel quale la Germania può prosperare, nella sicurezza. Mentre, con la signora Merkel, l’unione è divenuta l’ambito sul quale la Germania domina. Ed è pericoloso. Per i tedeschi dell’ovest il contesto e le finalità erano e sono chiarissime. Ma la signora Merkel viene da un mondo diverso, e la storia sta prendendosi una micidiale licenza poetica: l’est comunista è crollato senza che l’ovest democratico abbia mai voluto (giustamente) far pagare un prezzo in termini di sovranità e potere, anzi liberandoli da un potere dispotico, ma dall’est è venuta una corrente politica che ragiona d’Europa in termini di dominio e non d’unione. Saramas si è regolato di conseguenza, ma non era da meno il nostro Mario Monti, quando diceva: sono il più tedesco degli economisti italiani, e questo ha contato nella mia nomina. Questo non significa affatto sostenere che i tedeschi hanno tutti i torti, perché, al contrario, hanno molte ragioni. Ma il guasto, micidiale, sta in quella constatazione fatta all’inizio di questa riflessione: in assenza d’istituzioni europee forti, dotate di legittimazione democratica, la crisi ha consentito una surroga, propiziata dalla forza di bilancio. Chi conosce la storia europea sa che fa poca differenza fra lo schioppo, il cannone, la bomba o lo spread, quel che conta è capire se è in atto un disegno egemonico. Nel qual caso è bene interromperlo. Come dice Mario Draghi: anche facendo appello alla fantasia e a ogni costo.


di David Carretta
(da “il Foglio”, 25 agosto 2012)

Bruxelles. L’annunciata tempesta di agosto non c’è stata e nei corridoi comunitari si respira aria di ottimismo grazie alla promessa della Banca centrale europea di fare quanto è necessario per salvare l’euro. I comitati tecnici della Bce sono al lavoro sul nuovo programma di acquisti di bond, che dovrebbe essere lanciato dal Consiglio direttivo il 6 settembre. In un’intervista all’Irish Times, il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha confermato l’alleanza tra Mario Draghi e Angela Merkel per stabilizzare la zona euro: “Alcuni dicono che la Bce stia violando il suo mandato. Io non la penso così”. Ma Lady Spread rimane pericolosamente volatile e – secondo gli analisti – le montagne russe continueranno almeno fino a metà settembre, quando la Corte costituzionale tedesca annuncerà la sua decisione sul Fondo salva stati. Il Meccanismo europeo di stabilità, con la sua potenza di fuoco da 500 miliardi, è un tassello fondamentale del grand bargain Draghi-Merkel. Gli investitori attendono i dettagli del Grande scambio tra Francoforte e Berlino, che prevede – tra l’altro – acquisti congiunti di bond da parte della Bce e del Fondo salva-stati. Ma sanno anche che il grand bargain è fragile. Due anonimi banchieri centrali hanno detto a Bloomberg che Draghi potrebbe aspettare la Corte di Karlsruhe, rinviando di un mese l’annuncio del nuovo programma necessario a soccorrere Madrid e Roma. E i vertici bilaterali dei prossimi giorni, in cui si decideranno le sorti di Grecia, Spagna e Italia e del futuro della zona euro, vengono guardati con nervosismo.

A Berlino il premier greco, Antonis Samaras, non ha ottenuto da Merkel quel che chiede fin dalla sua elezione: due anni in più per il programma di austerità. Oggi a Parigi otterrà da Franí§ois Hollande solo un po’ più di benevolenza retorica. Ma le concessioni alla Grecia non ci saranno prima del 2013: solo quando Atene avrà dimostrato la sua capacità di implementare le riforme, i leader della zona euro si mostreranno più indulgenti. Se invece continuerà con l’immobilismo, la Grecia è destinata a diventare la vittima sacrificale sull’altare del grand bargain. Un’uscita di Atene dall’euro “è gestibile”, anche se “costosa”, ha spiegato il membro tedesco del board della Bce, Jörg Asmussen, l’uomo di collegamento tra Merkel e Draghi.

Le indiscrezioni dell’Independent sulle pressioni di Barack Obama per rinviare la Grexit a dopo le presidenziali americane lo conferma: la cancelliera è pronta a mollare la Grecia, in cambio di maggiore benevolenza dell’opinione tedesca sugli altri fronti della crisi, a cominciare da Spagna e Italia.
Malgrado le smentite, la richiesta formale di aiuti da parte di Madrid è questione di settimane. Alcune fonti spagnole hanno rivelato a Reuters che sono iniziate le discussioni tecniche per attivare il Fondo salva stati, anche se il vero obiettivo è di ottenere l’intervento della Bce. La prossima settimana, il premier Mariano Rajoy vedrà il presidente del Consiglio, Herman Van Rompuy, e quello francese Hollande. Ma l’incontro decisivo sarà quello del 6 settembre alla Moncloa con Merkel. Lo stesso Van Rompuy volerà a Berlino e Parigi il 4 e 5 settembre. Nel frattempo, anche Mario Monti avrà avuto un bilaterale (il 29 agosto) con la cancelliera. L’Italia si metterà in scia, aspettando di vedere i primi risultati del bailout della Spagna, prima di decidere se chiedere aiuto. Per ora le agenzie di rating spingono in quella direzione. In un rapporto speciale, Fitch ha spiegato che gli acquisti congiunti di bond “probabilmente saranno credit positive” e permetteranno di “allentare la pressione sui rating sovrani nella zona euro”.

Ipotesi referendum sulla futura Ue
Anche l’autunno sarà caldo per il grand bargain. Tra ottobre e dicembre si scalderanno le trattative sull’integrazione politica della zona euro, chiesta da Merkel in cambio di maggiore solidarietà: più si andrà lontani nel grande balzo dell’Unione bancaria, fiscale, economica e politica, più la Germania farà concessioni. L’ostilità della Francia a cedere la propria sovranità di bilancio costituisce il principale ostacolo a un accordo a dicembre. Ma c’è un’altra grande incognita, tutta tedesca. “A un certo punto potremmo avere bisogno di un referendum” per trasferire “parti considerevoli della nostra sovranità all’Ue”, ha spiegato Schäuble. “Quel giorno dovremo condurre una grossa campagna e sono fiducioso che abbiamo una buona possibilità che andrà bene. I tedeschi in generale sono molto pro europei”. Insomma, la crisi della zona euro non è destinata a finire con l’acquisto di qualche Btp e Bonos.


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Bart