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Caso Napolitano. Il pesce puzza

31 Luglio 2012

Vi dico il perché.
Prima di tutto partiamo dall’articolo di Eugenio Scalfari, il quale, difendendo il capo dello Stato, a conclusione scrive:

“C’è stato in questo caso un’infrazione estremamente grave da parte di una Procura della Repubblica per ignoranza delle norme. Escludo la malafede, ma l’ignoranza delle norme per chi maneggia professionalmente argomenti di estrema delicatezza non è cosa trascurabile.
Resta in piedi e mi addolora che alcune persone alle quali sono legato da profonda amicizia e stima abbiano sempre taciuto su questo aspetto della questione mentre sono larghi di incoraggiamenti a proseguire nell’accertamento della verità. L’incoraggiamento è anche il mio ma dopo venti anni dall’inizio di quell’inchiesta e dopo otto anni dal madornale errore di aver mandato all’ergastolo un innocente francamente dubito molto sulle capacità professionali di arrivare al desiderato accertamento della verità.”

Da cui si evince che a Scalfari non interessa affatto sapere se Napolitano abbia cercato di interferire nelle indagini della procura di Palermo. Se fosse accaduto a Berlusconi di trovarsi nella stessa condizione, è sicuro come è sicuro che il sangue circola nelle nostre vene, che Scalfari avrebbe scritto tutt’altro articolo, e vi dico che cosa avrebbe scritto: che la verità viene avanti a tutto, anche alle prerogative del capo dello Stato, se vi si sospetti un comportamento illecito.

Oggi Scalfari invece si guarda bene dall’usare la ragione, si arrampica sugli specchi e le spara grosse come e più di una montagna.
Infatti, non contento di distinguersi nella difesa in ginocchioni del capo dello Stato, se ne viene a dire una balordaggine che non aiuta sicuramente chi è impegnato a cercare la verità su di una vicenda che ha già rivelato che altissime cariche dello Stato sono venute a patti con la mafia. Scrive che “francamente dubito molto sulle capacità professionali di arrivare al desiderato accertamento della verità.”

Che ha tutti i connotati di un auspicio. Ecco perché il pesce ha preso a puzzare.

Una persona che veramente voglia arrivare alla verità non può scrivere a questo modo, ambiguo e pericoloso per le Istituzioni. Deve parlare chiaro e adoperarsi strenuamente per incoraggiare la ricerca della verità, a cui hanno diritto non solo i familiari delle vittime delle stragi, ma tutti i cittadini.
I cittadini vogliono liberarsi, e liberarsi in fretta, di tutti coloro che ricoprendo alte funzioni nello Stato, ostacolano la ricerca della verità su un periodo così buio della storia patria.

Dunque, Scalfari cambi registro, o altrimenti lo si potrà inserire nella lunga lista di coloro a cui fa più piacere che della questione non si parli più e si provveda al più presto a sprofondarla nel magma dei tanti misteri della nostra Repubblica.

Ma il pesce puzza anche perché due giornali, dei quali sono fedele lettore, ossia Libero e il Giornale, fanno di tutto per delegittimare il lavoro dei loro colleghi del Fatto Quotidiano.

Belpietro e Sallusti in particolare, mentre si scagliano con veemenza contro Monti, dimenticano che il capo dello Stato potrebbe essere coinvolto in una faccenda assai sgradevole, quale può essere l’eventuale interferenza sui lavori della magistratura.

La politica errata di Monti, che detesto perché è il risultato di una patente incapacità ad analizzare la crisi (a differenza di quanto sta facendo Mario Draghi), non è niente rispetto ad un eventuale illecito commesso dal capo dello Stato.
Perché tanto Libero che il Giornale ci passano sopra, ed anzi attaccano il Fatto Quotidiano?

Tutto ciò ha dell’incredibile, e quando ci troviamo di fronte a comportamenti che vanno contro la ragione, bisogna stare in guardia, e pensare che l’affaire è tanto mai grosso che molti non hanno il coraggio di affrontarlo.
Onore dunque ai giornalisti del Fatto Quotidiano.

Una dimostrazione che viene incontro a questa mia supposizione l’ho avuta a riguardo di un mio commento inviato a Libero sull’articolo di Giampaolo Pansa, in cui svolgevo un mio sintetico ragionamento sulla morte di Loris D’Ambrosio e sulle eventualità responsabilità del capo dello Stato nella vicenda.
Tale commento, datato a ieri l’altro, fino alle 00,12 di stamani non era ancora apparso, e presuppongo che non apparirà.

Il motivo?
Semplice: il mio ragionamento è ineccepibile: se Napolitano non autorizza la pubblicazione delle sue due telefonate con Mancino, è evidente che esse contengono qualcosa di imbarazzante e forse anche di illecito. La difesa incauta delle sue prerogative (non esercitata in un analogo caso del 2009) è non solo pretestuosa ma tutta a suo svanataggio.

Sono sicuro che se Napolitano avesse autorizzato tali pubblicazioni, Loris D’Ambrosio non sarebbe morto di crepacuore, vedendosi rovesciata su di lui tutta la responsabilità di un comportamento del Quirinale assai discutibile, di cui forse non ha avuto tutta quella colpa che si cerca di attribuirgli.

Cosa se ne deve concludere? Che destra e sinistra non fanno il loro dovere nei confronti dei cittadini e, come lascia intendere l’articolo di Scalfari e il disinteresse dei giornali anche di destra, tutti si augurano che la vicenda finisca seppellita, come i morti di mafia, sotto una montagna di cemento e scompaia dalla storia della nostra Repubblica.

Ahimè: le ombre che da tempo avvolgono la nostra democrazia, si vanno oscurando ogni giorno di più, e si allarga il cerchio delle complicità e dei silenzi, nel tentativo di isolare i pochi che desiderano arrivare a scoprire la verità, ossia i nomi e i cognomi di coloro che si resero e si rendono responsabili di tanta lordura.


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Bart