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Caso Napolitano. Il silenzio di Mancino e la morte di D’Ambrosio

26 Agosto 2012

A questi due temi ho già fatto cenno nei miei articoli precedenti, ma oggi voglio metterli al centro della riflessione, per controbattere coloro che ancora una volta cercano di coprire le responsabilità del presidente della Repubblica.

Scalfari ha suonato oggi la ritirata con una noticina che, aderendo all’editoriale di Ezio Mauro, si riempie anch’essa di ambivalenza se non addirittura di nullismo.

Sallusti, invece, scrive che non c’è nulla di male se lo Stato intese negli anni 1992 e 1993 trattare con la mafia per risparmiare vite umane:

“lo Sta ­to giustamente trattò con la mafia – come si fa abi ­tualmente con i rapinatori barricati in banca o in caso di sequestri di persona – per bloccare le stra ­gi e chi lo fece meriterebbe un encomio (in breve tempo tutti i boss, a partire da Riina, vennero ar ­restati, la violenza finì e il carcere duro venne ad ­dirittura potenziato).”

Dimentica però, Sallusti, di ricordare che nel 1978, quando le Br rapirono Aldo Moro e avevano seminato per l’Italia sangue e terrore, intimidendo, ferendo ed uccidendo personalità e politici che rappresentavano gangli vitali dello Stato, nessuno pensò di addivenire ad una trattativa con le Br per porre fine al terrore e allo spargimento di sangue. La decisione, come è noto (alla quale si oppose il solo Craxi), fu che lo Stato non poteva trattare con delinquenti e assassini.

Dunque fu una decisione di principio, valida come precedente per coloro che nel tempo avvenire si fossero trovati nella medesima situazione.
Perciò, quanto meno sarebbe stato opportuno, se non addirittura doveroso, che il mutamento di posizione rispetto al 1978 avvenuto nel 1992 (nel 1981 per la trattativa del sequestro Cirillo – sempre ad opera delle Br –  si mosse solo la Dc) fosse stato reso pubblico, come lo fu quello del 1978, in modo che i cittadini fossero informati che lo Stato d’ora in poi avrebbe potuto anche trattare con delinquenti ed assassini che lo ricattassero.

Invece si è fatto tutto in segreto e con la complicità delle massime cariche dello Stato, le quali osarono vergognosamente mantenere il silenzio anche quando di quelle stragi degli anni 1992 e 1993 era accusato l’odiato nemico politico Silvio Berlusconi.
Insomma, la verità sulle ragioni di questo mutamento a 360 gradi deve essere conosciuta dai cittadini.
Infatti: non erano vittime umane anche quelle che le Br mietevano negli anni di piombo?
Perché dunque il mutamento?

Ma la vicenda che riguarda il processo in corso a Palermo per arrivare alla verità è sì un tassello rilevante per individuare coloro che si resero responsabili in tutta segretezza di una specie di complicità con gli interessi mafiosi, ma non è l’unico. Vi si inserisce con una rilevanza che si cerca da molte parti di disconoscere la parte che l’attuale capo di Stato ha avuto nel tentare di favorire la posizione di un indagato eccellente, quale l’ex presidente del Senato Nicola Mancino.

Ho già scritto che, a mio avviso, i fatti finora emersi lasciano intendere che Napolitano ha commesso qualcosa di “scottante” (parola del senatore Luigi Li Gotti) almeno politicamente, se non anche penalmente. I pm, che sono in possesso delle due telefonate dirette tra Napolitano e Mancino, ancora segrete, sostengono che nel contenuto non vi è nulla di penalmente rilevante. Ci credo, ma mi permetto di procrastinare il mio giudizio a quando e se il detto contenuto sarà reso di pubblico dominio, sospettando (credo di averne il diritto) che in quelle telefonate si possa invece configurare perfino il reato di interferenza nell’azione giudiziaria in corso.

Ora veniamo al punto. Con questa premessa. Il silenzio prolungato di Napolitano è già un elemento da valutare a suo carico. Sono convinto che se quelle telefonate fossero innocenti, egli si sarebbe premurato di farne conoscere il contenuto, ponendo fine così ad una querelle che danneggia l’Istituzione che rappresenta, e che è la più alta dello Stato. Lasciar correre del tempo senza che siano sbaragliati i forti sospetti che gravano sull’operato del Colle, è già di per sé un’ulteriore colpevole responsabilità di Napolitano.

Il ricorso alla Consulta, inoltre, appare, almeno a me, un mero espediente per guadagnare tempo, visto che la Corte costituzionale, se ammetterà il 13 settembre il ricorso, pronuncerà la sentenza nella prossima primavera, quando ormai il settennato di Napolitano è al lumicino o è scaduto, come accadde al presidente Cossiga.

A dare forza a questa mia ipotesi sta il fatto che non è possibile che tanto Napolitano quanto l’Avvocatura dello Stato, non conoscessero che sul tema la Consulta aveva già deciso, e in modo molto esplicito, nel 2004, pronunciandosi contro un analogo ricorso dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Di seguito i punti più salienti della sentenza n. 154 del 26 maggio 2004 (scusate la lunga, ma necessaria, citazione):

6.–  Nemmeno può condividersi, sul piano sostanziale, la tesi secondo cui anche gli atti extrafunzionali, o almeno tutte le dichiarazioni non afferenti esclusivamente alla sfera privata, del Presidente della Repubblica dovrebbero ritenersi coperti da irresponsabilità, a garanzia della completa indipendenza dell’alto ufficio da interferenze di altri poteri, o in forza della impossibilità di distinguere, in relazione alle esternazioni, il munus dalla persona fisica.
É appena il caso di precisare che non viene qui in considerazione il diverso e discusso problema degli eventuali limiti alla procedibilità di giudizi (in particolare penali) nei confronti della persona fisica del Capo dello Stato durante il mandato, limiti che, se anche sussistessero, non varrebbero, appunto, se non fino alla cessazione della carica. Qui si discute invece dei limiti della responsabilità, che come tali valgono allo stesso modo sia durante il mandato presidenziale, sia, per gli atti compiuti durante il mandato, dopo la sua scadenza.
A questo riguardo, quale che sia la definizione più o meno ampia che si accolga delle funzioni del Presidente, quale che sia il rapporto che si debba ritenere esistente fra l’irresponsabilità di cui all’art. 90 della Costituzione e la responsabilità ministeriale di cui all’art. 89, e, ancora, quale che sia la ricostruzione che si adotti in relazione ai limiti della cosiddetta facoltà di esternazione non formale del Capo dello Stato, una cosa è fuori discussione: l’art. 90 della Costituzione sancisce la irresponsabilità del Presidente – salve le ipotesi estreme dell’alto tradimento e dell’attentato alla Costituzione – solo per gli “atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”.
É dunque necessario tenere ferma la distinzione fra atti e dichiarazioni inerenti all’esercizio delle funzioni, e atti e dichiarazioni che, per non essere esplicazione di tali funzioni, restano addebitabili, ove forieri di responsabilità, alla persona fisica del titolare della carica, che conserva la sua soggettività e la sua sfera di rapporti giuridici, senza confondersi con l’organo che pro tempore impersona.
Si può riconoscere che operare la distinzione, nell’ambito delle “esternazioni”, fra quelle riconducibili all’esercizio delle funzioni presidenziali e quelle ad esse estranee può risultare, in fatto, più difficile di quanto non sia distinguere nel campo dei comportamenti o degli atti materiali, o anche di quanto non sia distinguere fra opinioni “funzionali” ed “extrafunzionali” espresse dai membri di un’assemblea rappresentativa, che si differenzia dagli individui che ne fanno parte, laddove nel caso del Presidente l’organo è impersonato dallo stesso individuo: ma l’eventuale maggiore difficoltà della distinzione non toglie che essa sia necessaria.
Quando dunque la Corte di cassazione, nelle pronunce impugnate, stabilisce i principi di diritto secondo cui l’immunità del Presidente della Repubblica riguarda solo gli atti che costituiscono esercizio delle funzioni presidenziali e le dichiarazioni strumentali o accessorie rispetto a tale esercizio, coglie correttamente la portata dell’art. 90 della Costituzione e non reca lesione alle prerogative del Presidente.

Anche la possibilità che nell’ambito dell’esercizio delle funzioni possano rientrare, in determinate ipotesi, attività o dichiarazioni intese a difendere l’istituzione presidenziale non può mai tradursi automaticamente in una estensione della immunità a dichiarazioni extrafunzionali per la sola circostanza che esse siano volte a difendere la persona fisica del titolare della carica e, come tali, possano indirettamente influire sul suo prestigio o sulla sua “legittimazione” politica.”

E questa è la conclusione:

a)  dichiara che spetta all’autorità giudiziaria, investita di controversie sulla responsabilità del Presidente della Repubblica in relazione a dichiarazioni da lui rese durante il mandato, accertare se le dichiarazioni medesime costituiscano esercizio delle funzioni, o siano strumentali ed accessorie ad una funzione presidenziale, e solo in caso di accertamento positivo ritenerle coperte dalla immunità del Presidente della Repubblica, di cui all’art. 90 della Costituzione”

Dunque Napolitano, pur conoscendo il precedente, al fine di guadagnare tempo ha creato un grosso problema istituzionale, come ha fatto notare proprio colui che la sentenza 154 firmò in qualità di presidente della Consulta, Gustavo Zagrebelsky. Infatti, per compiacerlo (cosa che non mi auguro, poiché sarebbe scandaloso) la Consulta dovrebbe rimangiarsi quanto già sentenziato nel 2004, oppure confermarlo, mettendo Napolitano in una imbarazzante situazione avendo egli duramente accusato la procura di Palermo di aver violato le leggi e dunque le sue prerogative.

La conferma delle motivazioni presenti nella sentenza n. 154 del 26 maggio 2004 significherebbe perciò per Napolitano, quantomeno politicamente, la fine del suo settennato, non potendo rimanere al suo posto chi ha sferrato un attacco così spietato nei confronti di chi sta facendo di tutto per arrivare alla   verità su accadimenti che hanno recato disdoro alle Istituzioni.

Insomma, Napolitano con il suo ricorso si è infilato in un vero e proprio cul de sac, dal quale ne uscirà con le ossa rotte.
Infatti, anche una eventuale sentenza resa in suo favore dalla Consulta provocherebbe uno scandalo senza pari e ancora più inquietante delle stesse dimissioni di Napolitano.
Se la Consulta, invece, come è auspicabile e come si augura anche la insigne giurista Carlassare (“Data la sua precedente sen ­tenza e date le norme, mi sembra difficile che possa ac ­cogliere gli argomenti del ­l’Avvocatura dello Stato, do ­vendo decidere sulla base del diritto. Ma resta l’imbarazzo, trattandosi di un Presidente da tutti stimato, che ha sem ­pre cercato di fare l’interesse comune, visto che la questio ­ne, come sempre da noi, è posta in termini di contrap ­posizione. Ma qui si discute di istituzioni, non di persone”), darà ragione alla procura di Palermo, è sperabile che il contenuto delle due telefonate intrattenute da Napolitano con Mancino siano rese pubbliche (lo esige il rispetto verso i cittadini, che non devono nutrire dubbi di nessun tipo sull’integrità della Istituzione che rappresenta la Nazione), e dunque sapremo se Napolitano si è reso colpevole di qualcosa almeno politicamente “scottante”.

Questa dunque è la premessa. Ma ci sono due fatti che rafforzano la tesi della colpevolezza di Napolitano, e riguardano il silenzio finora mantenuto dal principale interlocutore di Napolitano, Nicola Mancino, e le cause della morte del consigliere giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio.

Cominciamo dal silenzio di Mancino, il quale a La7 il 17 luglio (vedere anche qui) si limita a parlare di una lettera scritta a Napolitano, ma non riferisce sul contenuto delle due telefonate che hanno messo in difficoltà Napolitano sul quale si sono addensati forti dubbi che egli abbia in qualche modo inteso intervenire in suo favore, essendo Mancino indagato per falsa testimonianza dalla procura di Palermo.

Che cosa farebbe un normale cittadino il quale leggesse che il suo interlocutore diretto è incolpato ingiustamente di avergli promesso cose imbarazzanti, e per questo sta passando momenti istituzionalmente delicati, con una campagna che si fa sempre più stringente e soffocante?
Un cittadino normale andrebbe da un giornalista, non si limiterebbe a parlare di una lettera scritta a Napolitano, ma rivelerebbe semplicemente anche il preciso contenuto delle due telefonate, ponendo fine alle illazioni e stabilendo la verità. E si batterebbe per questa verità.

E se ciò non accadesse, come infatti finora non è accaduto? Che cosa potrebbe significare? Una cosa sola: che Mancino non parla del contenuto delle due telefonate perché per difendere Napolitano dovrebbe dire il falso, compromettendo ancora di più la sua già traballante posizione giudiziaria.
Questo, lo suggerisce la logica, e inviterei gli autorevoli giornalisti che si sono contrapposti di prendere in considerazione anche il silenzio di Nicola Mancino sul punto e domandargli del perché, visto che Mancino afferma incredibilmente (alimentando più di un sospetto) di averle fatte ma di non ricordarne il contenuto (anche qui).

Il secondo fatto riguarda le ragioni della morte per crepacuore del consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, come hanno diagnosticato i medici.
Napolitano ha dato la colpa al giornale “il Fatto Quotidiano”, a mio avviso con una spregiudicatezza e una frettolosità che richiamano alla memoria l’uomo che osannò l’invasione sovietica dell’Ungheria, causa di molte morti innocenti.
In realtà non può essere così.

D’Ambrosio è morto giacché si è reso conto che la sua fedeltà a Napolitano lo aveva fatto cadere in una situazione incresciosa e tale da ledere la sua reputazione di magistrato integerrimo.
Non vi è dubbio, infatti, che dalle telefonate tra D’Ambrosio e Mancino, il primo appare essere il tramite tra Napolitano e Mancino. Non è assolutamente pensabile che D’Ambrosio abbia detto ciò che ha detto, chiamando più volte in ballo Napolitano, inventandoselo di sana pianta.
Se così fosse stato, Napolitano, invece di solidarizzare con lui, lo avrebbe cacciato e avrebbe rinnegato il contenuto delle sue inventate elucubrazioni. Non lo ha fatto. Perché? Perché D’Ambrosio non avrebbe accettato il licenziamento e avrebbe confermato il contenuto delle sue numerose telefonate con Mancino, ossia che Napolitano era al corrente ed era il suggeritore di ciò che egli diceva a Mancino.

Al di là della fredda solidarietà, Napolitano non ha avuto il coraggio di prendersi in prima persona la responsabilità di ciò che D’Ambrosio andava dicendo a Mancino e lo ha lasciato solo di fronte a giornalisti (si veda di recente l’editoriale di Ezio Mauro: “Ho già detto, e ripetuto, che il comportamento dei consiglieri di Napolitano secondo quelle telefonate è imprudente e improprio”) i quali hanno cercato di tenere il Colle lontano dalla vicenda e hanno indirizzato le colpe solo sul suo consigliere.
Questa incresciosa ed ingiusta situazione, e il rendersi conto di aver agito ingenuamente mettendo a repentaglio la sua fama di magistrato integerrimo, hanno provocato la morte del consigliere giuridico di Napolitano.

Così stanno le cose, a mio avviso, e mi piacerebbe che qualcuno più bravo di me provasse a contestare i miei ragionamenti.


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