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Caso Napolitano. Il silenzio di Nicola Mancino

4 Agosto 2012

Usiamo ancora una volta la ragione. Se io fossi amico di una persona la quale fosse accusata di un illecito e non potesse difendersi perché legata a certi obblighi e a certe prerogative, ed io conoscessi la verità, ossia che è completamente innocente, non vi è dubbio che griderei la verità a tutto il mondo per venire incontro agli impedimenti difensivi del mio amico.
Non solo io agirei così, ma agirebbe così qualunque altro comune mortale, che non esiterebbe un solo minuto a salvare un amico impedito da tanti laccioli a dire direttamente la verità.

Non avrei nessun merito speciale ad agire in questo modo, poiché aiutare il prossimo che si trovi nel giusto e nella verità rientra nel concetto di virtù naturale insita nell’uomo. Chi ne fosse sprovvisto, sarebbe di tutt’altro genere, anzi sarebbe un degenerato, un aborto umano. Sono sicuro che Mancino non appartiene a questa specie dannata, ma sia uomo che ancora si ispira ai principi cristiani, essendo egli cattolico, e quindi non possa consentire, per conoscenza diretta dei fatti, che si accusi di un illecito chi quell’illecito non ha commesso.

Oltre al pm Antonio Ingroia e al presidente Napolitano, infatti, chi sicuramente conosce per filo e per segno ciò che è avvenuto in quelle due telefonate tra Napolitano e Mancino, è proprio quest’ultimo.
Dunque non vi è dubbio che egli sia uno dei tre che conoscono la verità.

Ritenete che un cattolico come Mancino se ne resterebbe in silenzio di fronte ad accuse che montano ogni giorno di più contro Napolitano, se questi fosse innocente?
No, nessuno può ritenerlo, a meno che Mancino abbia una concezione della giustizia e della moralità al limite del diabolico.

Se Mancino tace, perciò, è perché parlando dovrebbe dire la verità, e questa verità rivelerebbe che Napolitano ha commesso un’azione riprovevole tentando di agevolare Mancino, indagato a Palermo per falsa testimonianza.

Invito qualcuno a smentire questo ragionamento, che si aggiunge agli altri che ho fatto nei miei precedenti interventi e a quelli ineccepibili del magistrato Bruno Tinti, il quale risponde da par suo agli azzeccagarbugli dell’Avvocatura dello Stato (qui, e qui).

Sono contento (lo ripeto ancora una volta) che il Fatto Quotidiano non demorda e rintuzzi punto per punto le astruse coperture a favore della distruzione delle intercettazioni che riguardano indirettamente il capo dello Stato.

Nessuna norma, sia essa costituzionale che ordinaria, prevede la distruzione immediata delle intercettazioni che coinvolgono indirettamente il capo dello Stato quando il contenuto delle telefonate non attiene alle funzioni che la Costituzioni attribuisce al capo dello Stato.
In questo caso nessuna ragione di Stato può essere invocata e la verità nei confronti dei cittadini prevale su ogni tentativo di nascondimento.

È curioso quello che il ministro della Giustizia Paola Severino dichiara stamani in un’intervista al Foglio di Giuliano Ferrara:

“Le si chiede allora se in effetti c’è stato un at ­tacco al Quirinale, le si chiede se è lecito intercettare il capo dello stato, come è sta ­to fatto, seppure indirettamente, dai pm di Palermo. E la risposta è chiara: “Le garan ­zie del capo dello stato sono coperte dalla Costituzione. Il presidente della Repubbli ­ca non è penalmente responsabile nell’e ­sercizio delle sue funzioni fatto salvo che per alto tradimento e attentato alla Costitu ­zione, e questo comporta il corollario del ­la sua non intercettabilità. Le ragioni sono ovvie: attraverso i telefoni del Quirinale passano informazioni e segreti che fanno capo esclusivamente ai vertici dello stato, questioni della massima delicatezza come la diplomazia internazionale o le informa ­zioni di intelligence. Per questo il livello di tutela delle garanzie del capo dello stato è doverosa e motivata dalle sue funzioni, ogni polemica al riguardo è certamente inopportuna”.

Il ragionamento fa acqua da tutte le parti, visto che l’ipotesi avanzata dal ministro non può che riguardare l’intercettazione diretta. Questa è la sola che è rigorosamente disciplinata.
Non invece l’intercettazione indiretta, ossia quella che coglie il capo dello Stato in conversazione con un indagato per falsa testimonianza messo sotto controllo dalla magistratura.
Ci troviamo davanti a un caso assolutamente e profondamente diverso.

Quale ragione di Stato o quali, come dice la Severino, “informazioni e segreti che fanno capo esclusivamente ai vertici dello stato, questioni della massima delicatezza come la diplomazia internazionale o le informa ­zioni di intelligence” possono mai passare nella telefonata tra il capo dello Stato e un indagato che chiede che Napolitano intervenga a suo favore nella causa in cui è coinvolto? Supplica che Napolitano sapeva già in anticipo che sarebbe stata fatta, informato dal suo segretario, il defunto Loris D’Ambrosio? Queste non sono affatto le funzioni che la Costituzione affida al nostro capo di Stato!
Cara Severino, anche lei come Scalfari, come tanti costituzionalisti servizievoli, non ha trovato altra via che quella, pietosa, di arrampicarsi sugli specchi.

Più passano i giorni, più Napolitano continua a negarsi ai cittadini con il silenzio, più Mancino si nasconde alla verità, e più i cittadini si sentono autorizzati a pensare che il capo dello Stato ne abbia commessa, ahimè, una di troppo.

Altri articoli: qui, qui, qui.


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Bart