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Caso Napolitano. Ma che cosa ha detto il Presidente?

18 Luglio 2012

Sembra che a pochi interessi sapere che cosa Napolitano abbia detto nel corso delle due telefonate con Nicola Mancino. Si discetta se i pm debbano distruggerle subito senza acquisire il parere delle parti e senza l’autorizzazione del gip o se prima debbano essere seguite queste procedure.

Il caso Napolitano – ormai bisogna chiamarlo così – non è un caso che possa essere esaminato solo sotto il profilo formale. Qualunque cosa deciderà la Consulta, il caso Napolitano necessita di una obbligata risposta da parte di chi ha in custodia il buon ordinamento dello Stato.

Che cosa ha detto Napolitano a Mancino? Perché Napolitano non è intervenuto a difendere le sue prerogative nel 2009 (le intercettazioni che lo riguardano sono ancora custodite presso la procura di Perugia), mentre interviene solo ora, e con un piglio tale da suscitare molti sospetti?

Non sarebbe stato meglio che, nel sollevare tardivamente (rispetto ai fatti del 2009) il conflitto di attribuzioni, avesse riferito lui direttamente ai cittadini il contenuto delle due telefonate? Avrebbe onorato (visto che ci tiene) l’insegnamento di Luigi Einaudi, e al tempo stesso avrebbe nobilitato il suo decreto rendendolo credibile e disinteressato.

Così facendo invece si è autorizzati a pensare che il decreto sia stato emesso per nascondere una verità inquietante, a tal punto da dover costringere, se venisse alla luce, il capo dello Stato a dimettersi.

Che pochi siano interessati a chiedere a Napolitano di dire ai cittadini la verità, la dice lunga sulle sabbie mobili in cui è sprofondata la nostra Repubblica.

In capo a Napolitano pesano ormai in modo sospetto molti dei silenzi tenuti lungo il suo settennato, in primis quello che riguarda il comportamento fuori dai propri ambiti del presidente della Camera Gianfranco Fini, e a ruota quello sulle intercettazioni del presidente del Consiglio date in pasto alla stampa.

Chi è garante della legalità non può avere su di sé sospetti di questa portata. Il suo comportamento dovrebbe essere teso a diradare e a sciogliere i sospetti che lo riguardano per assicurare dignità alla nostra democrazia.
Se i silenzi nascondessero comportamenti molto discutibili e perfino inquinanti, allora si potrebbe anche parlare di attentato alla democrazia, e dunque al nostro Stato repubblicano.

Re Giorgio deve capire che sta sbagliando, e soprattutto sta confondendo la nostra Repubblica con la vecchia monarchia.
Nessuno dei suoi laudatores è autorizzato a permettere tutto ciò.


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Bart