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Trattativa, Rita Borsellino: “La mossa del Colle è uno schiaffo a me e all’Italia”

18 Luglio 2012

di Alex Corlazzoli
(da “il Fatto Quotidiano”, 18 luglio 2012)

“Mi sento schiaffeggiata da questa notizia”.  Rita Borsellino, sorella di Paolo, europarlamentare, ripete queste sei parole seduta nella sua casa al mare, a Trabia, dove il pomeriggio del 19 luglio venne a sapere della strage di  via D’Amelio. Le ha pronunciate la prima volta l’altroieri in una libreria a pochi passi dalla storica focacceria di San Francesco, appena saputo che il  Quirinale aveva sollevato un conflitto di attribuzioni alla Consulta  contro la Procura di Palermo. E non torna indietro. Rincara la dose. Non porge l’altra guancia. Come quando alla vigilia del Natale 2007, alla notizia dell’istruttoria sollecitata dallo stesso  Giorgio Napolitano  per un’eventuale  concessione della grazia all’ex funzionario del Sisde  Bruno Contrada, si oppose senza se e senza ma. Quella volta Napolitano la chiamò al telefono e non fu certo una conversazione tranquilla. “La sensazione di essere stati schiaffeggiati credo l’abbiano provata tutti gli italiani. Non ce l’aspettavamo dal Capo dello Stato una presa di posizione così netta e grave nei confronti della Procura di Palermo, nel momento in cui quest’ultima sta cercando di fare chiarezza tra depistaggi e sentenze indotte. A pochi giorni dall’anniversario della strage, ci viene detto che delle intercettazioni tra Mancino e il Presidente la gente non deve sapere nulla. Ma tutti quanti abbiamo il diritto di conoscere tutto ciò che può servire a scoprire la verità. Siamo stanchi di sentire solo i non so e i non ricordo. Quando abbiamo gli elementi concreti è giusto che siano messi a disposizione. Io voglio sapere se Mancino è una persona che effettivamente sta facendo un doppio gioco. Se i magistrati abbiano violato la legge sull’immunità del Capo dello Stato o no questo dovrà essere stabilito. Intanto mi ritrovo sul piatto della bilancia la Presidenza della Repubblica che dice che ciò che è accaduto non è lecito, ma anche la Procura di Palermo che afferma il contrario. Come persona alla ricerca della verità, come famigliare, ma soprattutto come cittadina, mi sento offesa.  E’ come se mi fosse stato detto: certe cose non le puoi e non le devi sapere. E io non lo posso accettare”.

È un caso che il decreto del Presidente della Repubblica sia arrivato a pochi giorni dalle celebrazioni del ventesimo anniversario della strage di via D’Amelio?
Ci sono delle ragioni di opportunità. Non penso che gli avvisi di garanzia debbano essere sospesi in funzione dei momenti. La giustizia deve fare il suo corso, ma credo che tirare fuori un argomento così controverso nella circostanza in cui tutti quanti avrebbero dovuto concentrarsi sulla necessità di fare chiarezza in  occasione del ventennale della strage, sia stato inopportuno. O forse si è voluto contribuire proprio così.

Il 19 luglio arriverà come ogni anno il messaggio del Capo dello Stato e la sua corona di fiori in via D’Amelio.
Se il Presidente della Repubblica manderà il suo fax di partecipazione sarà sempre accolto con deferenza perché è il capo dello Stato. Ma la richiesta che abbiamo fatto io e mio fratello Salvatore al sindaco di Palermo è chiara: non rifiutiamo i fiori della Presidenza della Repubblica, del Consiglio o della Regione, ma chiediamo che via D’Amelio quest’anno sia un luogo dove viene ricordata la vita. I simboli della morte come possono essere le corone, siano depositati in un altro luogo . Noi vogliamo ricordare la vita di  Paolo Borsellino. Vogliamo che lì dove ci sono dei dubbi che investono le istituzioni non ci siano simboli che le rappresentano. Paolo diceva che le istituzioni sono sacre. Possono essere discutibili gli uomini. Mio fratello era un uomo di quelle istituzioni sacre. Purtroppo oggi abbiamo troppi elementi per confermare quello che lui diceva: ci sono state persone che in quelle istituzioni hanno tradito. Non vogliamo correre il rischio che i simboli si possano confondere con le persone, perché ancor oggi non sappiamo chi sono i traditori”.


Romanzo Quirinale
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 18 luglio 2012)

Ma che bel coro di corazzieri belanti è diventata la stampa italiana, con l’aggiunta – ci mancherebbe – delle tv a reti unificate. Almeno ai tempi di B. i giornali di sinistra attaccavano il governo, non foss’altro che per il gioco delle parti. Ora invece non muove più foglia che il potere non voglia: tutto va ben madama la marchesa. Anche quando il Presidente della Repubblica si scrive un decreto per chiedere alla Consulta, piena di amici suoi e/o di nominati da lui, di mettere in riga la Procura di Palermo che osa indagare sulle trattative Stato-mafia, incriminare l’amico Mancino e soprattutto rispettare l’art. 268 del Codice di procedura penale che proibisce ai pm di distruggere intercettazioni prima che lo faccia un gip, un giudice terzo, dopo aver sentito le parti. In questa soave corrispondenza di amorosi sensi, grandi esperti del diritto e del rovescio dimenticano la legge, la Costituzione, perforo la decenza e il ridicolo pur di dare ragione al nuovo Re Sole intoccabile, insospettabile, insindacabile, irresponsabile, inascoltabile, ineffabile.

De Siervi. L’ex presidente della Consulta Ugo De Siervo, quello che nel 2010 rinviò la decisione sul legittimo impedimento per non disturbare B. nei giorni della mozione di sfiducia di Fini e della compravendita dei deputati, scrive su La Stampa che “alcune volte le intercettazioni non sono affatto casuali”, come invece la Procura di Palermo definisce quelle di Napolitano captate sul telefono di Mancino. Lo ripete un altro emerito, Cesare Mirabelli: “Non si può usare un’intercettazione indiretta per aggirare il divieto di intercettare il capo dello Stato”. Cioè: i pm di Palermo hanno intercettato Mancino già sapendo che avrebbe chiamato Napolitano per chiedere aiuto contro i pm che indagavano su di lui e che Napolitano, anziché mandarlo a quel paese, si sarebbe amorevolmente adoperato per favorirlo, direttamente e tramite il consigliere D’Ambrosio. De Siervo e Mirabelli devono avere un’opinione piuttosto negativa di Mancino e soprattutto di Napolitano. De Siervo aggiunge che la Procura di Palermo ha fatto “indagini interminabili” (forse dimentica che le inchieste di mafia hanno una durata massima di 2 anni, termine rispettato dai pm) e “avrebbe dovuto trasferire tutta la questione al competente Tribunale dei Ministri”, come B. chiedeva di fare per Ruby nipote di Mubarak. Lo dice pure Stefano Ceccanti del Pd (l’Unità). Forse De Siervo e Ceccanti non sanno che nessuno degli indagati è accusato di reati commessi quand’era ministro e nell’esercizio delle funzioni ministeriali, a meno di ritenere che RiMa, Provenzano, Brusca, Cinà, Ciancimino jr., Dell’Utri e gli altri indagati fossero ministri ai tempi della trattativa. Si dirà: erano ministri Conso e Mancino. Certo, ma non sono indagati per la trattativa, bensì per aver mentito oggi, 20 anni dopo, da pensionati. Urge istituzione del Tribunale degli Ex-Ministri. La Repubblica di Falò. De Siervo: “Le conversazioni riservate del Presidente dovrebbero essere immediatamente eliminate, anche ove casualmente raccolte”. Michele Ainis (Corriere della Sera): “l nastri vanno subito distrutti, senza farli ascoltare alle parti processuali… È difficile accettare che sia un giudice a esprimersi sulla rilevanza stessa dell’intercettazione”. Ministra Paola Severino: “Qualsiasi sia la decisione della Corte sul conflitto di attribuzione, l’importante è mantenere la segretezza intorno al contenuto di telefonate che possano riguardare persone istituzionalmente protette per il ruolo che svolgono” per “evitare che le conversazioni del Presidente possano essere rese pubbliche”. Avvocato Franco Coppi: “La frittata è stata fatta nel momento in cui è stata proposta l’udienza davanti al gip per procedere alla distruzione delle intercettazioni”. Par di sognare.

In Italia – art. 111 della Costi ­tuzione – “il processo penale è regolato dal principio del con ­traddittorio nella formazione del ­la prova”. Anche nell’udienza di ­nanzi al gip per decidere quali in ­tercettazioni distruggere. E una garanzia per tutti, difesa, accusa e parti civili: ciò che per il pm è ir ­rilevante può essere rilevante per un indagato. Perciò non può essere il pm, ma dev’essere il giu ­dice, nel contraddittorio fra le parti, a decidere di distruggere un’intercettazione. Altrimenti l’indagato può essere danneggia ­to e, volendo, far invalidare il pro ­cesso. Non solo: se le parole di Napolitano non possono essere valutate dal giudice perché il Pre ­sidente è insindacabile, quelle di Mancino devono essere valutate eccome, visto che è un privato cittadino, per giunta indagato. In ­vece i garantisti alle vongole vor ­rebbero vietare il contradditto ­rio, imporre ai pm di bruciare tut ­to nel segreto delle loro stanze, senza render conto a nessuno in spregio alla legge e alla Costitu ­zione, e solo per evitare che gli avvocati ascoltino le parole del Presidente e l’opinione pubblica le conosca. Anche loro hanno del Presidente una pessima opinio ­ne, o sanno qualcosa che noi non sappiamo?

Corazzieri-pompieri. Carlo Galli (Repubblica): “Poiché si tratta di una questione difficile, è giusto la ­sciare alla Consulta il compito di de ­cidere”. Massimo Lucianí­ (l’Uni ­tà): “L’inevitabile iniziativa di Napo ­litano serve a prevenire qualunque dubbio futuro”. Valerio Onida (Cor ­riere): “Quella del Quirinale è un’i ­niziativa volta a fare chiarezza… per dire qual è la via corretta da seguire in base alla legge nel rapporto fra i due poteri”. Emanuele Macaluso (Cor ­riere): “Basta con questo battere e ribattere di giuristi. Il Presidente si ri ­mette al giudizio della Corte”. Enri ­co Letta (Pd): “Iniziativa che por ­terà chiarezza ed eviterà in futuro contraddizioni e pericolosi conflitti fra poteri dello Stato”: Per superare l’imbarazzo di sostenere, in coro coi berluscones, l’attacco fron ­tale di Napolitano alla Procura che indaga sulle trattative che costarono la vita a Borsellino e alla scorta nel ’92 e a tanti citta ­dini innocenti nel ’93, il tutto alla vigilia del ventesimo anniversa ­rio di via D’Ameno, i corazzieri di complemento minimizzano il conflitto di attribuzioni come se fosse una disputa accademi ­co-giuridica: che sarà mai, c’è una divergenza di opinioni fra il Colle e la Procura, dovuto a un “vuoto normativo”, ora la Con ­sulta dirà chi ha ragione e tutti vivranno felici e contenti. Eh no, troppo comodo. Intanto, se ci fosse un vuoto o un’imprecisio ­ne normativa, il Quirinale avreb ­be dovuto investire la Consulta con un altro strumento: l’ecce ­zione d’incostituzionalità della norma col buco, non il conflitto di attribuzioni in cui accusa i pm di un illecito gravissimo, da col ­po di Stato: la lesione delle pre ­rogative del Capo dello Stato. E poi: se c’è un vuoto normativo, vuol dire che la Procura di Paler ­mo ha rispettato la legge esisten ­te, non potendo violare una leg ­ge ancora inesistente. E allora di che conflitto stiamo parlando? Codex Napolitaneus. Appren ­diamo da Repubblica che, agli atti del processo in corso a Perugia sulla cricca della Protezione ci ­vile, la Procura di Firenze che av ­viò le indagini intercettò alcune telefonate sull’utenza di Guido Bertolaso che parlava col presi ­dente Napolitano ansioso di ave ­re notizie sulle sorti delle vittime del terremoto de L’Aquila. Tele ­fonate penalmente irrilevanti per tutte le parti, che però non sono state distrutte, anzi sono state addirittura trascritte, depo ­sitate alle parti e poi allegate agli atti del dibattimento, dunque conoscibili da tutti. Ora, per coe ­renza, se la lesione delle prero ­gative presidenziali sì consuma nel momento stesso in cui qual ­cuno ascolta e non distrugge le sue parole intercettate indiretta ­mente, il presidente Napolitano dovrà sollevare conflitto di attri ­buzioni contro le Procure di Fi ­renze e Perugia, e anche di qual ­che gip e giudice di tribunale. In caso contrario crolleranno rovi ­nosamente le ragioni di princi ­pio sbandierate a sostegno del conflitto d’attribuzioni contro i pm di Palermo, che lui giura to ­talmente svincolate dal conte ­nuto delle sue telefonate. E, più che un ricorso alla Consulta, Na ­politano dovrà chiedere un lodo ad personam. Il Lodo Dipende: “Se il Capo dello Stato viene in ­tercettato indirettamente e fa bella figura, le sue conversazio ­ni, anche se irrilevanti per tutti, devono essere conservate e pos ­sibilmente pubblicate in caratte ­ri aurei, acciocché il Cittadino sappia quant’è bravo il suo Pre ­sidente, sempre teso al Bene Su ­premo della Nazione; se, vice ­versa, fa una pessima figura, si di ­strugga tutto immantinente, al ­trimenti per i pm sono cazzi”. Finzioni presidenziali. Nell’an ­sia di compiacere il Re Sole, i co ­razzieri grandi firme si scordano di sciogliere alcuni nodi. Li but ­tiamo lì a futura memoria.

1) L’art. 90 della Costituzione sta ­bilisce che “il Presidente della Re ­pubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue fun ­zioni”, ed è lui stesso a dirci che è anche il caso delle due telefonate con Mancino: altrimenti non sbandiererebbe la sua irrespon ­sabilità ai quattro venti. Ma siamo sicuri che il “prendere a cuore” (D’Ambrosio dixit) le lagnanze di Mancino e il darsi da fare per fa ­vorirlo interferendo in un’indagi ­ne in corso rientri tra le “funzio ­ni” presidenziali? E, di grazia, quale articolo della Costituzione o quale norma dell’ordinamento lo prevede?

2)           L’unica “parte” dell’inchiesta sulla trattativa che può avere inte ­resse alla conservazione dei nastri con la voce di Napolitano è Man ­cino, visto che i pm li han già de ­finiti irrilevanti. Dunque, invece di disturbare la Consulta, perché il Presidente non dice all’amico Mancino di mandare il suo avvo ­cato ad ascoltarli e poi a chiedere al gip di distruggerli? Si rende con ­to, che conferendo tutta quest’ im ­portanza a quelle bobine, si è con ­segnato mani e piedi nelle mani di un indagato per falsa testimonian ­za? Per svincolarsi dall’abbraccio mortale e dissipare il sospetto di ricatti e altre trattative in corso, non c’è che un modo: rendere pubbliche le telefonate.

3)           Napolitano si fa scudo niente ­meno che di Luigi Einaudi, che secondo Repubblica lo avrebbe ad ­dirittura “ispirato” (gli sarà ap ­parso in sogno, nottetempo). E proprio sicuro che Einaudi ap ­prezzerebbe? Sicuro che, se gli avesse telefonato un Mancino per quelle proposte indecenti, Einaudi gli avrebbe dato tanta corda, anziché staccargli il telefo ­no in faccia? Un giorno Einaudi disse: “Non le lotte e le discussioni dovevano impaurire, ma la concordia ignava e le unanimità dei consensi”. Parole che ora suonano come un inammissibile attacco preventi ­vo al Quirinale e ai corazzieri. Che facciamo, spediamo pure Ei ­naudi alla Corte costituzionale?


Chi indebolisce le istituzioni
di Paolo Flores d’Arcais
(da “il Fatto Quotidiano”, 18 luglio 2012)

Domani si commemorano a Palermo i venti anni dall’eccidio di via D’Aurelio, la strage in cui vengono trucidati Paolo Borsellino e gli uomini e donne della sua scorta. La strage con cui la mafia si libera di un uomo delle istituzioni, di un servitore integer ­rimo dello Stato che perciò si oppone a ogni trattativa tra Stato e mafia, trattativa che avvi ­lisce lo Stato davanti a un anti-Stato che si farà ancora più tracotante.

Con che coscienza, domani, si potrà dire nei discorsi ufficiali che lo Stato vuole continuare nell’impegno contro la mafia con l’intransigen ­za che fu di Falcone e Borsellino? Con che co ­scienza si potrà domani riaffermare che lo Stato vuole davvero tutta la verità su quella trattativa ormai accertata, ed evidentemente indecente, se altissimi funzionari coinvolti continuano a negarla, e in ogni accenno di telegiornale viene pudicamente derubricata a “presunta”?

Qui vogliamo prescindere da ogni polemica sulla decisione del Quirinale di aprire un conflitto contro la Procura di Palermo presso la Corte costituzionale. Illustri giuristi hanno già spiegato perché sia improponibile, e altri che non vogliono rinunciare alla logica e al diritto lo faranno nei prossimi giorni. Ma assumiamo co ­me ipotetica del terzo tipo che la mossa di Na ­politano sia giuridicamente difendibile, che co ­sa indebolirebbe di più la credibilità dell’istitu ­zione più alta, la trasparenza su quanto è inter ­corso tra Mancino e il Presidente o la pervicace volontà che tutto resti piombato nel segreto? Lo domandiamo a Michele Ainis, Carlo. Galli, Stefano Folli e Ugo Di Siervo, che sui quattro più diffusi quotidiani del paese (Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 Ore, Stampa) affermavano ieri all’unisono che il problema cruciale è impedire che il Colle sia indebolito come “punto di equi ­librio del sistema”.

Benissimo. Ma è un fatto che Mancino ha par ­lato almeno otto volte col consigliere giuridico di Napolitano, il quale nelle registrazioni affer ­ma costantemente di essersi consultato col Pre ­sidente nell’attivarsi secondo i desiderata del Mancino stesso. D’Ambrosio millantava e il Pre ­sidente era all’oscuro di tutto? O, messo al cor ­rente, ha dato disposizioni che a un molesto Mancino venisse cortesemente messa giù la cornetta? E proprio questo magari si evincereb ­be dalle due telefonate dirette tra Mancino e Napolitano? Non sarebbe meglio, proprio per non indebolire il Colle, una parola chiara del Presidente che ribadisca come, esattamente nella sua funzione di “punto di equilibrio del sistema”, ogni suo discorso con Mancino era ineccepibile, a prova di divulgazione?


Presidente Napolitano, bastava attaccare il telefono
di Domenico Valter Rizzo
(da “il Fatto Quotidiano”, 18 luglio 2012)

Il rispetto per la Costituzione e per il Capo dello Stato sono fuori discussione. Ma è altrettanto fuori discussione che il senatore Nicola Mancino ha avuto un comportamento che ha messo in grave imbarazzo il presidente della Repubblica. Oggi si discute solo dell’iniziativa del Quirinale, che di fatto ripercorre l’analoga iniziativa portata davanti alla Consulta dall’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Si chiede infatti che la Corte Costituzionale limiti l’esercizio del potere giurisdizionale di una Procura della Repubblica in ossequio all’immunità di una carica istituzionale. Certo vi sono sottili differenze, ma di fatto il presidente della Repubblica avvia l’ennesimo scontro tra autorità politica e Magistratura, con la particolarità che, diversamente dal Presidente del Consiglio, il Capo dello Stato è anche presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ovvero l’organo che dell’indipendenza della Magistratura deve essere garante. Questo rende tutta la faccenda assai più pesante.

In questa vicenda vanno, a mio avviso, preliminarmente considerate alcune questioni che lo scontro ha generato. Fatti dei quali nessuno in questi giorni parla.

Il senatore Mancino – tra il novembre del 2011 e l’aprile del 2012 – ha fatto una serie di pressanti telefonate (intercettate legittimamente) al Quirinale, trovando orecchie attente alle sue istanze che miravano di fatto ad esautorare la Procura di Palermo dalle indagini sulla cosiddetta trattativa. Chiedeva in sostanza di essere tirato fuori dai guai. Di questo si tratta e non di altro.

Perché chiamare il Quirinale? Perché Mancino si è permesso un gesto così irrituale e anomalo? Un soggetto coinvolto in un’indagine giudiziaria ha altre sedi per fare valere le proprie ragioni. Non ci si rivolge certo al Colle se non sa di poterlo fare, se non si ha consapevolezza che in quell’altissima sede si può trovare, non dico sostegno ma, quanto meno, una disponibilità e una certa comprensione. Così di fatto è stato. Il consigliere D’Ambrosio ha minuziosamente raccolto i desiderata del senatore Mancino, li ha trasmessi al Capo dello Stato e ha puntualmente riferito al suo interlocutore le risposte del Presidente e le iniziative che si sarebbero portate avanti; ha spiegato, quasi giustificandosi, le difficoltà che si frapponevano rispetto ad un intervento diretto del Presidente, elargendo anche fraterni consigli.

Una prudente attività da parte del Quirinale è stata quindi discretamente svolta, sia verso il Procuratore generale presso la Cassazione, sia presso il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Essendo fuori da ogni dubbio che D’Ambrosio abbia agito e parlato solo tenendosi in stretto contato con il Presidente. Successivamente Mancino addirittura alza il telefono e parla direttamente con Napolitano. La domanda che pongo è semplice. Questi comportamenti e queste attività rientrano nei doveri o nelle prerogative del Capo dello Stato e del Presidente del Csm? Erano esse opportune?

Non credo che vi sarebbe stato alcun caso, se di fronte alle pressanti e anomale richieste del senatore Mancino, oggi accusato di falsa testimonianza, il Colle avesse risposto, sin dalla prima telefonata, che essa era irricevibile, che il Quirinale non era la sede adeguata a porre le questioni che il senatore Mancino avanzava e che il Capo dello Stato tanto meno, poteva attivarsi – direttamente o per interposta persona – per esercitare non dico pressioni, ma neppure mostrare un interessamento che, arrivando dalla Presidenza della Repubblica, assumeva intrinsecamente la caratteristica di una pressione, su vicende che riguardavano il libero esercizio dell’attività giudiziaria. Si sarebbe dovuto rispondere a Mancino che ancor meno poteva il Presidente della Repubblica ricevere lettere e trasmetterle al Procuratore Generale presso la Cassazione, non essendo tale autorevole funzione di ufficio postale, per quel che si conosca, tra i doveri che la Carta Costituzionale assegna al Quirinale.

Sarebbe stato sufficiente dunque non dare udienza a Mancino, rimandare al mittente la sua lettera, non rispondere alle sue chiamate come si fa con un questuante inopportuno e il caso non sarebbe neppure esistito. Ma Mancino ha avuto udienza, attenzione e diciamo anche una certa comprensione per le sue preoccupazioni che, è bene sottolinearlo, non riguardavano un fantomatico coordinamento tra le varie Procure, bensì la concreta preoccupazione di vedersi contestati in sede giudiziaria (come è poi avvenuto) i suoi silenzi su una fase tragica della Storia italiana, che riguarda anche la morte di Paolo Borsellino.

In questi giorni si citano, a mio modesto avviso, a sproposito, le figure di Luigi Einaudi e di Sandro Pertini. Ebbene sono personalmente convinto che entrambi, di fronte a telefonate come quelle di Mancino avrebbero attaccato il telefono, mandando l’interlocutore a farsi benedire. Perché l’attuale inquilino del Quirinale non l’ha fatto?


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1 commento

  1. Commento by viespormama.soup.io — 4 Agosto 2013 @ 03:59

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    Any meal that you eat and drink. After a long dieting
    facts dayworking, many people trying to lose weight?

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