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Caso Napolitano. Sfacciata la difesa di Scalfari

19 Agosto 2012

In questi giorni ho letto più che scritto, consapevole dell’impossibilità ormai di cambiare questa Italia, giunta ad un livello di depravazione inimmaginabile, nonostante che avvisaglie in tal senso non siano mai mancate.

Ma nemmeno a Nostradamus sarebbe stato possibile prevedere – faccio solo due esempi eclatanti – che il presidente della Camera potesse impunemente fare tutti quei disastri personali e istituzionali che ho denunciato via via che accadevano senza che il medesimo sentisse il bisogno di abbandonare la sua carica (la terza in ordine di importanza) per preservarla da un contagio vizioso e umiliante per la Nazione e senza che il capo dello Stato intervenisse a salvaguardia del prestigio dell’Istituzione; oppure che il capo dello Stato si concedesse ad un indagato per falsa testimonianza come Nicola Mancino per soccorrerlo in qualche modo, come risulta dalle dichiarazioni rilasciate dal defunto Loris D’Ambrosio a Nicola Mancino, e a suo favore si schierassero addirittura fior di costituzionalisti tutti in fregola al solo pensiero di servire il capo dello Stato, al modo che di solito accadeva e accade nelle monarchie assolute o nelle dittature di ogni colore.

Uno dei più inginocchiati a difesa di Napolitano è senza dubbio Eugenio Scalfari che anche oggi spreca tempo e parole in una riflessione senza senso, giacché, gira e rigira, non si domanda, e non si è mai domandato, se sia un diritto dei cittadini sapere se il loro capo di Stato abbia tenuto un comportamento deplorevole, anzi grave ove fosse dimostrato da quelle sue due telefonate con Mancino che egli abbia cercato di intervenire in suo favore.

Scalfari avrebbe dovuto prendere lezioni da Vittorio Feltri, il quale, senza tanti preamboli, ha semplicemente scritto qualche giorno fa che per porre fine ad ogni illazione e sciogliere tutti i dubbi sul comportamento di Napolitano (un comportamento – aggiungo io – già colpevole per il motivo che non si dà udienza ad un indagato che implora un intervento a suo favore) bastava e basta fare una cosa molto semplice: autorizzare la pubblicazione di quelle due telefonate sospette.

È una tesi inappuntabile. Per questo motivo: che qualunque decisione esca dalla Consulta, non vi è dubbio che il cittadino abbia il diritto di sapere la verità.
Guai ad invocare, su queste faccende molto tristi e molto trite, la ragion di Stato. Chi lo fa o lo facesse sarebbe da ricoverare. La ragion di Stato non può essere invocata per due telefonate che, se collegate alle dichiarazioni di D’Ambrosio intercettate, non potrebbero avere nessun alto e segreto contenuto, ma parole molto terra terra, quali possono essere quelle consolatorie che una persona indirizza ad un’altra per rassicurarla di un suo interessamento.

Scelga Scalfari se vuole battersi per difendere molto probabilmente una telefonata di questo infimo livello, oppure se vuole battersi affinché i cittadini conoscano la verità, ossia sappiano se il loro capo di Stato si sia macchiato di questo ingiustificabile disonore.
Non c’è, ahimè, per Scalfari, una terza via.

Napolitano, se è vero che rappresenta il vertice dello Stato, è anche vero che deve stare al di sopra di ogni sospetto, altrimenti non sarebbe altro che l’anello più vistoso e fondante di quella che, con giusto dispregio, il popolo definisce la casta, segnalandone privilegi, arroganze e corruttele. Distruggere quelle due telefonate con Mancino senza che i cittadini ne apprendano il contenuto, significherebbe né più né meno che ricoprire la figura istituzionale del capo dello Stato di infamanti sospetti e, aggiungo io, pure a malincuore, di meschinità.


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Bart