di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 18 agosto 2012)
Non vorrei che la abbondante e dedicata campagna sulla scor ta di Fini, sulle sue abitudini vacanziere, sulla infinita pac chianeria sua e della compagnia di giro che lo attornia e gli si lega al collo come una delle famigerate cravatte rosa che gli pendono troppo lunghe sulla figura, met tesse in ombra la infinita stupidità politi ca del suo comportamento pubblico e la scarsa dignità repubblicana del modo che ha scelto per rivestire un ruolo, quello di presidente della Camera, che ebbe in passato una qualche importanza.
Ero con trario alla sua cacciata, allo spirito di rissa con il quale Berlusconi e il gruppone degli ex An risposero alle sue provocazioni, e avevo ragione io senza se e senza ma, visto come sono andate poi le cose. Ma il punto non è questo. Cosa fatta capo ha, anche quando sia una cosa senza capo né coda. Dopo l’uscita di Casini dal centrodestra nel 2008, con la formazione del Pdl, locu pletato dopo la vittoria elettorale di una presidenza d’assemblea che è anche una tribuna politica di prim’ordine, Fini ave va occupato una posizione, non dirò con vincente, ma realistica e anche interessan te. In pratica: ho cinquantasei anni, sono l’altro leader dopo Berlusconi, per la suc cessione devo emendarmi ulteriormente delle mie origini ideologiche e partitanti tutto sommato impalatabili per la maggio ranza degli italiani, siedo su un tronetto istituzionale in cui fare un po’ di trasversalismo politico e culturale è quasi ovvio, dunque parlo di una destra moderna, tem pero e modero qualche eccesso del Cavaliere, mi comporto leal mente verso la politica e l’uomo che mi ha tiratofuori dall’angolo, ma costruisco un discorso indi pendente e insieme compatibile con la situazione in cui mi trovo. Gli argomenti erano abborraccia ti, ma il controcanto, come lo chia mava il Cav, un suo senso ce l’ave va. Poteva alla lunga risultare uti le al blocco di forze al quale Fini apparteneva inestricabilmente, poteva aiutare tutti e lui per pri mo arricchendo la destra modera ta di una nuova prospettiva.
Come è universalmente noto, il tutto finì a schifìo, anche perché le polemiche bisogna saperle go vernare con sapienza, e Fini è un piccolo mossiere della politica troppo ignorante per capirne la vera natura. Che ti fa, il leaderissi mo, dopo la caduta? Tutto quel che è necessario per avvalorare i sospetti dell’elettorato di centro destra: una politica generica di slealtà, di resa alle ragioni degli avversari, di simbolica e grotte sca dedizione a un centrismo pen dolare senza fascino e senza idee. Anche quelli come me che pensa vano come significativa o almeno accettabile la sua posizione pri ma della rottura con lo schiera mento di appartenenza, hanno dovuto riconoscere che l’uomo non ha la stoffa per tenere un di scorso credibile, che il suo unico problema è la rielezione in Parla mento, la continuità di rito della sua posizione nel palazzo politi co, e nulla più. Diventato un classico né carne né pesce, Fini non ha ottenuto, né non poteva ottenerlo, alcun rico noscimento serio e sincero nel mercato del consenso e dell’opi nione. È rimasto solo con un pu gno di simpatici e meno simpati ci marrazzoni, un piccolo capoap parato vincolato a una logica mi nuscola di risentimenti e di proce dure di salvezza personale e di gruppo, ridicolmente applaudito e blandito a sinistra e al centro, finché spremuto come un limone è stato relegato al ruolo di perso naggio disutile e ridondante. Ber lusconi ha a modo suo, anche nel la disfatta, scritto un pezzo, anco ra un pezzo, di storia del Paese, va rando il governo Monti- Napolita no e g overnando finora con accor tezza la propria scelta. Fini è rima sto seduto tra due sedie, e ha bat tuto comicamente il sedere sulle fisime del cosiddetto terzo polo, come è inevitabile quando man chino passione vera per la batta glia e capacità di assorbirne il sen so e il dolore. Che disastro, che prova di grettezza e inconcluden za. Più grave ancora, la scelta di rannicchiarsi, con o senza scorta, in una presidenza della Camera ridotta a vuoto contenitore di pic colo privilegio istituzionale, con una straordinaria capacità di mentire, smentirsi, fazioseggia re. Doveva dimettersi per quella storia del cognato, così aveva pro messo, e non lo ha fatto quando è venuto a sapere, incontrovertibil mente, che la casa di Montecarlo lasciata al partito gli era stata svenduta come a un famiglio qualsiasi, chissà se a sua insapu ta. Doveva dimettersi quando era venuto il momento di mostrare un po’ di fuoco nella pancia, co struire qualcosa in proprio dopo aver sperperato il patrimonio pre cedente come un bambino vizia to. Non lo ha fatto, rischiare è un verbo che non conosce, ha piega to invece la funzione istituziona le a un disegno di sopravvivenza personale senza babbo né mam ma, e ora si avvia alla consacrazio ne finale di un triste declino, con la scortona di Orbetello e senza un brandello di popolo che possa anche solo minimamente e lonta namente credere in lui. Un’im mersione che è anche un vero ca polavoro.