di Giovanni Grazzini
[da “Il Corriere della Sera”, giovedì 21 marzo 1968]
Copenhagen 20 marzo, notte.
Il regista danese Carl Theodor Dreyer è morto ieri sera in un ospedale di Copenhagen. Aveva settantanove anni.
Si spenge, con Dreyer, la vo ce incontestabilmente più al ta del cinema. Quella che me glio d’ogni altra giustifica l’ambizione del cinema di sposare lo spettacolo all’arte. Si ferma la mano d’un poeta che esprime, con l’immagine, il nodo tragico del Novecento: la lotta della coscienza, lo spazio del la vita morale in un mondo che sembra tendere soltanto al benessere, a scrollarsi di dos so la presenza del sacro. Bloc cata dalla morte, l’opera di Dreyer serba il sigillo dei pro feti, degli stregoni e dei me dici dell’anima. Perché in lui c’è l’uno e l’altro: la severa mi naccia di chi annuncia l’occhio di Dio, il fosco ricordo del sor tilegio, la paziente speranza del taumaturgo laico che vuole aiutare l’umanità a guarire dal pessimismo. Non già prescrivendo la ricetta d’un nuovo misticismo, bensì prospettando le le ragioni d’una condizione drammatica, inerente alla stes sa natura dell’uomo, che nel l’epoca nostra ha raggiunto una tensione angosciosa.
Le grandi inquietudini del secolo sono sublimate, con l’o pera di Dreyer, nella contem plazione di un conflitto fra Bene e Male che, disceso dal le regioni metafisiche nel cuo re dell’uomo, è insolubile fin ché l’individuo, peccando di superbia razionale, pretende di aver cancellato il mistero, la nozione della grazia, il valore sacro della sofferenza. Quan do invece, dice Dreyer, per do minare il destino bisogna ac cettarlo, con tutto il suo peso di arcana ferocia, sforzandosi tuttavia di conoscere le molle segrete che lo determinano, mosse dai gorghi del sangue e dalle tempeste dell’anima. Dun que, dobbiamo scavare gli abis si del sentimento, penetrarne le ragioni più lontane e, forse, eterne: «attingere alle segrete radici del subconscio per fissare intuitivamente la verità poetica del presente ».
E’ per la forza visuale di quest’opera di scandaglio, condotta con una coerenza sinora unica nella storia del cinema, e con esiti artistici che ripa gano il Novecento di molte av venture psicanalitiche, che Dreyer merita il titolo di mae stro. Di robusti richiami al valore del trascendente, o sem plicemente ai frutti dell’intro spezione, il nostro tempo non è avaro. Ma fra tutti coloro che li hanno pronunciati con la macchina da presa Dreyer è l’unico a evitare che perda no di profondità e di durata rispetto all’azione o alla pagi na scritta. Il suo merito gran dissimo sta appunto nel risol vere i temi della problematica morale in motivi plastici, nell’universalizzarli affidandoli al l’eloquenza cosmopolita dell’im magine, nel renderli incisivi e concreti con un’operazione sti listica che rafforza il contenu to spirituale d’una realtà ra refatta.
La vita di Dreyer è la storia di una vocazione, di una passio ne tanto più nobile quanto più si è sviluppata negli anni in cui il cinema si è degradato a fa stosa mercé di consumo. Nato il 3 febbraio 1889 da madre svedese e padre danese, Carl Theodor Dreyer, rimasto orfa no, fu educato a Copenaghen in una rigida atmosfera luterana. Autodidatta, fece vari mestieri, finché nel 1912 entrò nel mondo del cinema, come sceneggiatore d’un romanzo popolare, La fi glia del birraio. Fu l’inizio di una carriera che soltanto nel 1919, dopo altre sceneggiature per la « Nordisk Films », lo avrebbe portato alla regìa con II Presidente: un caso di co scienza narrato in modi melo drammatici, ma in cui Dreyer già mostrò di avere assorbito da Griffith quell’uso dei «primi piani » che sarebbe stato uno dei contrassegni del suo stile.
Seguirono, fra il ’20 e il ’21, i Fogli del libro di Satana (quat tro episodi sul Male attraverso i secoli) e II quarto matrimonio della signora Margherita, ispi rato a una farsa del ‘600; nel ’22, Amarsi l’un l’altro e C’era una volta, nel ’24, Mikael (« De siderio del cuore »); nel 1925, L‘angelo del focolare – il primo successo internazionale – e La fidanzata di Glomsdal. Tutti film che pur riecheggiando Sjöstrom, Stiller, Grifflth, il Kammerspiel, venivano delineando la fisionomia personalissima di un autore attento a combinare elementi realistici e fantastici, il disegno psicologico e la pittura d’ambiente, via via impegnato a liberarsi d’ogni residuo natura listico.
Virtù che trionfarono, nel ’28, nella Passione di Giovanna d’Arco, uno dei pochi capolavo ri assoluti della storia del cine ma e della cultura figurativa del Novecento: dove il processo della Pulzella fu rievocato, sulla base dei verbali degl’epoca, e anche grazie alla potenza espres siva della Falconetti, con stupendo vigore drammatico, su uno sfondo scenografico di nuda purezza.
Venuta l’età del sonoro, sem brò che Dreyer non sapesse adattarsi. Infatti Vampyr, del ’32, un thriller fantastico gre mito di incubi macabri e grotte schi, ebbe scarso successo, e il regista dovette tornare al gior nalismo. Ma rivenne a cantare la gloria del cinema nel ’43, con Dies irae, una leggenda nordica del ‘600 in cui Dreyer, raggiunta la piena maturità artistica, si servì dell’acutissima analisi psicologica e della limpida messin scena per condannare l’intolle ranza e la superstizione, e per affrontare il problema della li bertà e della presenza di Dio: i motivi-guida di tutta l’opera sua.
Dopo un altro scacco com merciale, Due creature (‘45), e alcuni documentari, Dreyer fir mò nel ‘55 il famosissimo Ordet («La parola »), premiato a Ve nezia: una sconcertante, mira bile celebrazione della fede nel soprannaturale, dove la religio ne e le teorie einsteiniane si danno la mano in una prospet tiva formale che spoglia la real tà d’ogni valore caduco. Fatte accoglienze contrastanti a Gertrud (‘64), il mondo del cinema era in attesa del film su Gesù, il massimo sogno di Dreyer, pro gettato fin dal 1931, e per il quale ora soltanto aveva ottenuto i finanziamenti.
Non lo vedremo, e nessuno saprà cosa avremo perduto. Ma quanto ci resta di Dreyer basta al cinema mondiale, alla storia della cultura, al gusto e alla sensibilità, per collocare questo uomo solitario e pudico che vi veva facendo il direttore d’un cinema di Copenaghen, questo nordico in cui rivissero motivi dell’arte fiamminga, la fantasia di Andersen e i turbamenti di Kierkegaard, fra i massimi te stimoni del nostro vivere diffi cile.
Un inadeguato necrologio non rende giustizia a Dreyer, il clas sico dello schermo che è stato per mezzo secolo la risposta dell’Europa a Hollywood. E’ l’emo zione profonda di cui tuttora ci arricchisce il suo lavoro, l’espressività dei volti, la tensione dei rapporti spaziali, il ritmo, la lu ce, la misura del gesto a consa crarne la grandezza e il rim pianto.