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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

26 Giugno 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Goodbye Mr. Zeus!

Goodbye Mr. Zeus!
Carlo Sarti, 2009
Fotografia Gigi Martinucci
Chiara Muti, Fabio Troiano, Maz Mazzotta, Umberto Bortolani, Mirko Rizzotto, Aldo Sassi, Andrea Lupo, Alessandra Frabetti, Carla Astolfi.

Zeus è il nome di un comune pesciolino rosso. Lo ha battezzato così Alberto (Troiano) dopo che la sua ragazza, Adelaide (Muti), glielo ha “restituito”, delusa di averlo ricevuto in regalo per il proprio compleanno. Con quell’ospite in casa, l’esistenza di Alberto, ragazzo già di suo un po’ scombinato, cambierà radicalmente. Zeus, infatti, è un pesce intelligente, ha un suo modo di “parlare” e sa seguire il “labbiale” delle persone. Fa richieste, dà consigli, sa trasmettere tutta l’insoddisfazione di una vita nella “prigione” del piccolo acquario. Alberto, invece, in prigione ci finisce veramente, proprio a causa della serie di “catastrofi” abbattutasi su di lui a partire da quel compleanno (sequenza iniziale del film), da quella folle rincorsa per arrivare almeno con un ritardo decente all’appuntamento con Adelaide e consegnarle quel ridicolo dono ittico. E siccome il giovane continua a mostrarsi fissato nel suo strano rapporto con Zeus, rischia anche di passare per pazzo. Meno male che i veri disturbati sembrano i signori in camice bianco, i quali dovrebbero prendersi cura di lui. E neanche Adelaide, a ben vedere, è tanto meno “strana” del suo fidanzato. La ragazza pare buona e paziente, capace di passar sopra ai piccoli difetti di Alberto, compreso il suo rapporto col pesciolino ormai inseparabile da lui; in realtà ciò che interessa davvero alla giovane “perfettina” è il proprio dominio sugli uomini. Sotto un orpello di “normalità” si nasconde in lei un’irrefrenabile necessità prescrittiva verso il comportamento degli altri, specie se configurabili come possibili “amori”. Lo spettacolo delle piccole-grandi follie di cui soffrono i protagonisti rimanda alla nostra vita di spettatori, anche noi non così diversi da Alberto né da Adelaide. Il regista, al suo secondo film (Se c’è rimedio perché ti preoccupi? è del 1994), riesce complessivamente a comunicarci un certo disagio, un imbarazzo che proviene dal dover ammettere che sì, tutto sommato, siamo tutti un po’ vittime di una follia del vivere, condizionati dalle gabbie comportamentali che regolano i nostri giorni. E vorremmo anche noi poter esprimere, come fa Zeus, il desiderio di liberarci dalla “prigionia” e soprattutto ottenere, come avviene – vedrete – per il pesciolino rosso, finalmente la libertà. Se dal contenuto passiamo al piano espressivo, la prima metà del film è senz’altro la più riuscita, giacché la dimensione surreale della comicità appare connaturata alle situazioni “normali” che si susseguono con un andamento “spontaneo”; surrealismo che si giova del ritmo anti-noia ottenuto con tagli stretti sul tempo degli spot pubblicitari. Poi, man mano, protraendosi l’elastico della metafora, l’autore (di Sarti sono anche il soggetto e la sceneggiatura) resta come prigioniero della sua stessa invenzione, costretto a seguirne le evoluzioni, in cerca di una fine che ne arrotondi il senso e non lasci lo spettatore sospeso. Ma comunque una garbata ironia c’è e gli attori si fanno apprezzare nel difficile compito di essere “veri” mentre sono vittime di una “finzione” (alienazione) che li possiede.

Ragazzi miei

The Boys Are Back
Scott Hicks, 2009
Fotografia Greg Fraser
Clive Owen, Nicholas McAnulty, George MacKay, Emma Booth, Llaura Fraser, Julia Blake, Chris Haywood, Erik Thomson, Natasha Little, Emma Lung, Steven Robertson.

La seconda moglie di Joe (Owen) muore di cancro e lascia all’uomo il compito non facile di crescere Artie (McAnulty), il loro figlio di 6 anni. Joe, ancora giovane e molto preso dalla professione di giornalista sportivo, affronta la situazione con molto dolore ma senza troppi complessi. Col suo piccolo si scatena in un menage ultradisinvolto. Il disordine invade la casa e non è certo contenta la suocera, la quale appunto lo avverte che, per gestire una famiglia e per educare i figli ci vogliono «struttura, abitudini, sicurezza ». E invece, sul frigo di Joe c’è un cartello che suona pedagogicamente alquanto provocatorio. Dice: «Basta dire di sì ». Artie è un bambino sensibile e intelligente, ha i numeri per trattare col padre da pari a pari, gli trasmette la spensieratezza giocosa che forse non aveva conosciuto prima e però divide con lui anche la sofferenza per la mancanza della donna che li ha lasciati. Si profila la crisi. Come se non bastasse, Joe sente la nostalgia di Harry   (MacKay) , il primogenito avuto con la prima moglie. Lo chiama, lo incontra, lo invita a stare con sé e con Artie. Il ragazzo è nell’adolescenza e chiede esplicitamente un chiarimento al padre, dal quale si è sentito abbandonato. Per risolvere la complessa situazione ci vorrebbe la bachetta magica. E la magia arriva sottoforma di una simpatica biondina (Little), madre di una bimba e separata dal marito. Come finirà? Non state in pensiero, il film è targato Disney e l’attore protagonista partecipa anche in veste di  produttore esecutivo. Owen sembra molto convinto nella parte di padre in sofferenza e anche capace di reagire con una buona dose di ottimismo alle sventure che gli capitano, occasioni molto “moderne” per una revisione culturale circa il modo di concepire la famiglia oggi senza abbandonare i sani princìpi della tradizione. Il film è ambientato in Australia, ma i personagi potrebbe vivere ovunque, almeno nel mondo occidentale. Il regista Hicks (Shine, Sapori e dissapori) non si scompone di fronte alle difficoltà del contenuto e mantiene lubrificata la macchina, evitando la noia del didascalismo incombente e puntando sulla simpatia degli attori, grandi e piccini.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart