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Dal caso Brancher una lezione

27 Giugno 2010

Brancher dovrebbe chiedere al pm Eugenio Fusco di fissare la nuova udienza non a fine luglio, ma al massimo entro una settimana e presentarsi regolarmente (apprendo qui una notizia dell’ultim’ora, secondo la quale Brancher ha deciso di presentarsi all’udienza del 5 luglio. Spero che la notizia sia confermata). Come è noto doveva presentarsi ieri e non lo ha fatto, invocando il legittimo impedimento.

I lettori sanno che io difendo questo governo e sostengo Berlusconi poiché lo considero l’uomo che può modernizzare il nostro Stato. La sinistra non vuole farlo, né sarebbe capace. Dunque, gli italiani che vogliono uno Stato al passo coi tempi, possono contare solo su di lui. A volte mi trovo a chiudere gli occhi di fronte a certe dichiarazioni del presidente del Consiglio, un po’ fuori misura. Lo faccio perché è il risultato finale che mi interessa: la modernizzazione dello Stato, che passa anche per il tramite delle riforme costituzionali.

Ma ci sono dei limiti, e questi limiti non si possono valicare. O cade tutto il castello.
Marco Cavallotti, direttore di Legno Storto, mi ha fatto notare che la dichiarazione di Napolitano circa la mancanza di motivazioni da parte del ministro Aldo Brancher per invocare il legittimo impedimento, rappresenta un violazione dei suoi limiti costituzionali. È vero, è molto grave, e lo so bene, avendo già fatto notare ciò in vari articoli, l’ultimo dei quali trovate qui. È del 23 giugno e porta il titolo: “Il migliore dei tre è Schifani”.

Però la nota di Napolitano, sia pure esondante, questa volta è stata utile per porre all’attenzione di tutti che del legittimo impedimento può essere fatto un uso distorto. E nel caso Brancher ho motivo di ritenere che sia stato fatto.

Vediamo. L’udienza era già fissata da tempo per ieri, 26 giugno. Qualche giorno prima, il 18 giugno, con sorpresa di tutti, pare anche dell’arciconsigliere Letta, Berlusconi fa nominare ministro senza portafoglio Aldo Brancher, il quale è notoriamente sotto processo, e il premier non poteva non saperlo. Come non poteva non sapere che l’udienza era fissata per il 26 giugno. Cioè di lì a pochi giorni.
Perché allora non aspettare che Brancher si fosse presentato all’udienza, prima di farlo nominare?

Questi interrogativi sono elementari, quasi lapalissiani. Perciò il coinvolgimento di Berlusconi in una manovra poco pulita appare molto credibile. A meno che lo stesso presidente del Consiglio non ci spieghi meglio ciò che è accaduto e che non conosciamo. In ogni caso, sembra difficile rispondere che non c’era la possibilità di attendere dopo l’udienza del 26 giugno. Ci sono otto giorni di differenza, e non sarebbe crollato il mondo. Se, come si legge qui, è stato Bossi a forzargli la mano affinché la nomina ci fosse prima dell’udienza, vuol dire che il trappolone in cui è caduto è stato ordito dal leader della Lega Nord. Il quale oggi fa lo stupito. Ciò gli deve insegnare che ormai anche i tra i suoi e tra i suoi alleati c’è chi vuole scalfirne il carisma. Si difenda, dunque, usando il cervello, il suo, e diffidi di quello degli altri, soprattutto di quelli che fingono di essere suoi fedeli consiglieri. I suoi elettori hanno scelto lui e non i suoi consiglieri o i suoi ministri. Lui ha la responsabilità di non tradirli e di non cadere nei trabocchetti. Altrimenti, altro che carisma. All’interno della maggioranza finirà per diventare l’utile idiota del villaggio. Mi ha fatto piacere leggere l’articolo di Marcello Veneziani dal titolo: “Coraggio Cavaliere: bisogna cambiare la squadra”, qui.

Ma c’è anche un altro rilievo da muovere al governo e in specie a Berlusconi. Oggi c’è bisogno di buoni esempi, per uscire dagli scandali e dal marciume che appestano l’Italia. Si deve imparare a dire di no. Passi se un deputato viene coinvolto in un’indagine e non dà le dimissioni, visto che è giusto rispettare la Costituzione che considera tutti i cittadini innocenti fino a sentenza di condanna definitiva, ma far nominare ministro uno che è già coinvolto in un processo con accuse piuttosto infamanti, beh non è un bell’esempio che si dà da parte di chi vuole rinnovare il Paese: “per giunta promuovere ministro un parlamentare nei guai, non è una buona cosa, soprattutto non è una decisione che l’opinione pubblica possa digerire facilmente.” (ieri Maurizio Belpietro su Libero, con il titolo: “Questo governo è specializzato nel farsi male”).

Fare pulizia potrà anche significare perdere voti nei collegi dove operano le mele marce del Pdl, ma il Pdl ne acquisterà altri. Un partito pulito è oggi invocato, e necessario al Paese come l’ossigeno ai nostri polmoni. Meglio un partito dimagrito ma sano, che un partito grasso e malato.

Tenga a mente Berlusconi che se ci demoralizziamo noi, che lo sosteniamo accanitamente, non ci sarà più alcuna chance per lui. Ci rifletta e non perda tempo. Agisca. Ci dia le riforme e ci dia una politica più pulita.

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Bart