“Grandi Manovre”

di Filippo Sacchi
[da “al cinema col lapis”, Mondadori, 1958]  

Quei teneri colori che ancora infreddoliti sotto gli inclementi equinozi, le primavere non riescono più a versare nei glicini e nei rododendri, ce li portò l’anno scorso per primo René Clair nei va ­ghissimi, incantevoli pastelli delle sue Grandi manovre. Dalla im ­magine d’apertura, la strada deserta di una intatta cittadina set ­tecentesca della provincia francese nella nitida luce del primo mattino, a quella di chiusura, la partenza del reggimento di dra ­goni che nelle loro festose uniformi sfilano caracollando per la città trascinandosi dietro una scia di ondeggianti criniere e di sguardi innamorati, il film è come una galleria di quadri, un ma ­gico album del tempo che fu. Ancora una volta è chiaro quello che si vide quando nel Fiume Jean Renoir affrontò il colore: che il grande regista è sempre più forte del mezzo meccanico, e riesce a imporgli la sua visione e la sua volontà. Così René Clair in Grandi manovre. Si direbbe che, docilmente, obbiettivi emulsioni pellicole si sensibilizzino anche questa volta per soddisfare le esi ­genze della sua retina, per dare al mondo le tinte della sua fantasia.
Naturalmente René Clair non ha fatto un film soltanto per mo ­strarci graziosi quadretti di genere, ma per raccontarci una storia. Storia d’amore e di costumi provinciali del principio di secolo, con un po’ della vena posciadesca dei nonni, e l’ombra di malinconia che serbano nel ricordo gli incontri mancati e gli amori non com ­piuti. In seguito a una scommessa di mensa, Armando tenentino dei dragoni che spazza tutti i cuori della guarnigione si impegna con gli amici di ridurre al suo piacere, entro i ventisei giorni che mancano alla partenza per le grandi manovre, una signora che ver ­rà estratta a sorte. Il capriccio del caso, deliziosamente manovrato nel film da un seguito di contrattempi, cade sopra una donna bel ­la, gentile, e appena dolcemente fanée, una parigina da poco arri ­vata nella città a dirigere un negozio di mode, e che un tempera ­mento serio e appassionato, reso sensibile da prove e delusioni, fa molto diversa dalle altre dame e damigelle della città, abituale pre ­da dei baldi dragoni.
Qui comincia il gioco dell’amore e del caso. A mano a mano ero preso nel ridente indovinello, mi chiedevo: ma che è questo? Dove ho sentito queste maliziose schermaglie, respirato quest’aria impertinente e romantica? Una scommessa sulla virtù di una don ­na; il tranello galante ordito freddamente senza nessuna parteci ­pazione del cuore; lo spensierato dongiovanni che preso nelle sue stesse reti cade innamorato di colei che intendeva ingannare… ma perbacco, ci siamo, è De Musset: Il ne faut jurer de rien. Non bi ­sogna mai giurare niente in amore. E come dice il Valentino della commedia, quando alla fine cade ai piedi della candida e irresisti ­bile Cecilia:     « La cosa più ragionevole del mondo è sragionare d’amore ».
Quello che in Grandi manovre cambia tutto e a poco a poco tra ­sformerà l’elegante avventura in doloroso conflitto, portandolo da ultimo non già ai lieti nodi d’Imene ma alla straziante tristezza dell’addio, è che la donna, Maria Luisa, si rifiuta di sragionare. Dapprima resiste, anche un po’ per lealtà verso un corteggiatore a cui non ha detto di sì, ma non ha neppure detto di no. Però è vinta, e una sera, nel vortice di un valzer, non riesce a nasconder ­lo. Pure qualcosa le impedisce di abbandonarsi a questo amore. Ogni giorno, nel piccolo mondo cittadino, voci, sussurri, ambigue risate le riportano le passate prodezze di Armando. Egli non se ne fa più nulla della sua stupida bravata e della scommessa. Perché ama finalmente di un amore vero. Tremante, umiliato balbetta ora a lei quelle parole di passione, tante volte sospirate con fatuo ci ­nismo. Purtroppo le parole di prima non sono morte,   circolano ormai attaccate alla sua leggenda di piccolo seduttore, si mettono contro di lui. Egli giura a Maria Luisa che è diventato un altro uomo. Questo contrappunto amoroso è condotto da Clair con una suprema finezza. Sua è sempre stata l’arte di intrecciare sentimento a ironia, ma mai era arrivato ad osare quello che osa qui: di tocca ­re, attraverso la farsa, le corde di una ardente emozione. E vero che da capo a fondo. Michèle Morgan risponde meravigliosamen ­te alle sollecitazioni della parte: per esempio la sequenza dopo il duello, quando si accorge che Felice è in chiesa, e subito pensando Armando ferito, immemore di riguardi e convenienze, si precipita a casa di lui. E quegli ultimi stupendi primi piani nei quali Clair cava tutto ciò che si può cavare di fiero, struggente e patetico dal volto di una donna disperatamente innamorata e disperatamente decisa a cancellare il suo amore.
Perché alla fine accade l’inevitabile: la donna viene a sapere della oltraggiosa scommessa. Questo è il colpo di grazia. E adesso ripensate bene agli occhi di Maria Luisa quando, ritta dietro al finestrino della carrozza, fissa Armando, Armando supplice e bal ­bettante, mentre, dalla porta della taverna dove si è tenuto il cini ­co festino, arriva l’insultante schiamazzo degli ufficiali avvinazzati. Cosa c’era nella luce di quelle due pupille sbarrate? C’era un ferale riflesso: un pensiero di morte. Nel film, come René Clair lo aveva concepito e girato, Maria Luisa va a casa e si asfissia. Quando alla fine si vede la cameriera spalancare la finestra, mentre nella strada al suono allegro delle fanfare sfila il reggimento che lascia la città, è per soccorrere la padrona, riversa oramai nel sonno della morte. Ma quella finestra aperta è scorta anche da Armando, che cavalca alla testa del plotone, e per un sinistro equivoco egli lo interpreta come un segno, come una cauta, blanda, futura promessa di per ­dono: e questa era l’ultima struggente vibrazione patetica del film. Poi il finale parve ai produttori troppo tragico, forse troppo in contrasto con la galante cornice ottocentesca, e insistettero perché Clair lo modificasse. Credevano, i poverini, di farla franca e in ­vece non si sono accorti che quei terribili primi piani di Michèle Morgan sarebbero rimasti ancora là ad accusarli e a denunciare la loro artistica vigliaccheria.
Non mi si creda incontentabile se dico che Gérard Philippe mi ha disilluso. L’ho trovato per la prima volta monotono. E, sia det ­to di passaggio, nuoce questa volta all’aureola del personaggio sco ­prire che, in calzoni da cavallo, egli non mostra di possedere le gambe perfette che noi, maschi di tutte le latitudini, tante volte costretti a subire svantaggiosamente il suo confronto, avevamo il diritto di esigere da lui…

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