Tre benvenuti per Persio

di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 3 febbraio 1969]  

L’editore Zanichelli, appena pubblicato un sontuoso Sant’A ­gostino in carta india e pelle verde degne della Plèiade, pre ­senta anche un buon Persio, sotto la tela scarlatta dei suoi « Poeti di Roma ». Diamogli tre benvenuti, subito.
Primo benvenuto: perché que ­sta traduzione (di Marco Pa ­gliano) è in prosa, dunque molto più utile di parecchi « travestimenti » in volonterosi endecasillabi che l’hanno prece ­duta nella stessa collana: pra ­ticamente inservibili per fare intendere il senso dei classici attraverso le fitte croste dei belletti post-carducciani o para-pascoliani. Questa traduzione attenta e sciolta e col testo a fronte è almeno efficace come quella (eccellente) dovuta ad Augusto Mancini, per Sansoni, almeno vent’anni fa, e spesso assente dalle librerie.
Secondo benvenuto: perché ogni nuova riapparizione di un classico latino « fuori dal Mau ­soleo » torna a farci sperare che un qualche nostro editore si decida finalmente a capire che gli scrittori della Roma classica « sembrano » così lontani dalla nostra sensibilità, perché i no ­stri ginnasi e licei fanno di tut ­to per frapporre tra loro e noi un tampone di metodi didatti ­ci inoperanti e inautentici… Però, avvicinati « sul loro stes ­so terreno », un grosso numero di prosatori e poeti rivelano in ­cantevoli doti di modernità sor ­prendente, vicinissima ai nostri interessi più vivi. Perciò, se in ­vece di lasciarne uscire qualcu ­no di tanto in tanto (dal Mau ­soleo) avaramente e come « di sottobanco », qualche nostro editore si proponesse di darci un equivalente dei Classici Loeb anglo-americani (tascabili, in tela ciliegia, meno di duemila lire) oppure delle Belles Lettres francesi (brossura aragosta, suppergiù il medesimo prezzo), sono sicuro che assisteremmo a una nuova stagione « competi ­tiva » di inaspettati bestsellers…
Terzo benvenuto, doppio: ogni riapparizione di Persio risulta infatti una felice occasione per andarsi a rileggere un saggio fra i più affascinanti nell’epoca d’oro del grande Edmund Wilson.
Ora si trova nella raccolta The Shores of Light, che riu ­nisce molti esempi di quella ila ­re verve recensoria che colpì Wilson giovane, abitante nel Greenwich Village, e interessa ­to assolutamente da tutto. Con la stessa alacrità irrefrenabile che coglieva in certe comiche Chaplin con un pennello in ma ­no, e allora l’omino dipingeva freneticamente qualunque og ­getto gli capitasse davanti, Wil ­son come incapace d’arrestarsi recensiva via l’uno l’altro clas ­sici e commerciali, antichi e modernissimi, storici reazionari e comici da cabaret, manuali di belle maniere e Kafka e Dostoevskij, agit-prop leninisti e squisiti cadaveri oxfordiani, film muti, inni patriottici, poe ­sia d’avanguardia, primati spor ­tivi, classici latini.
Una sera va appunto a cena in uno speak-easy italiano, solo, ma col suo Persio in tasca, e comincia a leggerlo in attesa del salame e olive. Al mine ­strone, bevendo chianti, sono già amici, tanto che Wilson tra ­scura l’ingresso in sala del poe ­ta E. E. Cummings; e osservan ­do nei giornali dei vicini delle notizie poco simpatiche dall’I ­talia fascista e da Boston (dove hanno appena giustiziato Sacco e Vanzetti) capisce bene che Persio è vero scrittore perché « quando la vita è in disordine, il poeta si esprimerà con non ­sensi ». Persio, infatti, « in un’altra età che combinava anarchia morale con aspre re ­pressioni, aveva evidentemente fatto apposta ad esprimersi confusamente, inelegantemente, magari oscenamente… I suoi versi scorretti, i suoi paragoni triviali, e le sue sgraziate tran ­sizioni da un argomento all’al ­tro, manifesterebbero (si dice) il suo disprezzo o la sua igno ­ranza per la composizione ele ­gante. Non si potrebbe sostenere che Persio esibisca la raffina ­tezza di un Orazio, né che mo ­stri abilità nella callida junctura. La sua poesia è un torrente rapido e forte, che si butta nel suo corso spezzato sopra sco ­gli e precipizi, e di tanto in tanto, come le acque del Roda ­no, sparisce dalla vista e si sperde sottoterra… Ma questo era il paradosso della lettera ­tura: provocata solo dalle ano ­malie della realtà, dalle sue discordie, dal caos, dal dolore, tentava, dalla poesia alla me ­tafisica, di imprimere un qual ­che segno intellettuale perma ­nente sul misterioso flusso del ­l’esperienza che ci scappa via dalle mani… ».
Chi sfoglierà oggi Persio si imbatterà piuttosto nel testi ­mone d’una café society let ­teraria romana straordinaria ­mente simile alla nostra, con le sue impazienze e le sue impo ­tenze, le sue aspirazioni e i suoi ripicchi… le sue fatiche per i versi « che uno o due leggeran ­no, al massimo », perché i cri ­tici distratti o i mediocri poe ­ti presenteranno sempre con chiasso qualche composizione più curiosa, o più equivoca… Anche per Persio il gran pub ­blico dei salotti risponde solo agli stimoli d’una letteratura stuzzicante, mentre la lettera ­tura dei giovani « non appena smette di giocare con le noci, si atteggia a vecchia saputa », e la notorietà stenta molto ad ar ­rivare… ma è davvero poi « bel ­lo, esser mostrati a dito e sen ­tir dire ‘è lui!’, ed esser dato come testo a cento giovinetti ricciuti », in una società dove « tra le tazze, i sazi discen ­denti di Romolo chiedono che qualcuno reciti un divino poe ­ma, ed ecco che subito un tale, con sulle spalle una mantellina viola, incomincia a balbettare con voce nasale un poemetto stantio, e prende a scandire Fillidi e Ipsipili, o quanto altro vi è di lamentoso nel reperto ­rio poetico, facendo incespicare le parole sul molle palato, e su ­bito scoppia un virile applau ­so »? Saranno forse « felici in questo momento le ceneri illu ­stri del poeta »?
Serio, colto, solitario, studio ­so, in hilaritate tristis, Persio muore a ventott’anni dopo aver contemplato a lungo la « mac ­china » della letteratura con uno sguardo grave, disincanta ­to, adulto. E alcuni suoi « mo ­menti della verità » continuano a stringerci da vicino, quando va a trovare un amico lettera ­to alle undici e mezzo della mattina e lo trova ancora in letto, con tutte le ante chiuse. Gli chiede, allora, quand’è che comincia il libro di cui parla volentieri da tanto tempo. Ma quello non ha voglia di scrivere (o non ce la fa), e inventa tutti i pretesti possibili: la carta non va bene, la penna e l’inchio ­stro neanche (quantunque sia ­no lì pronti, in ordine, sulla tavola), e cosa si mangia a co ­lazione, e – a proposito – a che ora si va in piscina?… La lucidità di Persio suona invece dura, nitida, quasi dolorosa. Sa ­rà certamente inevitabile che « questo sia il costume dei poe ­ti: invocare cento voci, deside ­rare cento bocche e cento lin ­gue, per i propri carmi, o che compongano un dramma per la dolente maschera di un at ­tor tragico, o che cantino la ferita del Parto, chino a strap ­parsi dall’inguine il ferro… ». Facciano pure, gli altri. « Io non desidero comporre pagine esu ­beranti di lugubri sciocchezze, tali da fare apparire pesante anche il fumo. Il nostro è un parlare sottovoce ».

 

 

 

 

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