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LETTERATURA: I MAESTRI: Tre benvenuti per Persio

1 Agosto 2009

di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, luned√¨ 3 febbraio 1969] ¬†

L’editore Zanichelli, appena pubblicato un sontuoso Sant’A ¬≠gostino in carta india e pelle verde degne della Pl√®iade, pre ¬≠senta anche un buon Persio, sotto la tela scarlatta dei suoi ¬ę Poeti di Roma ¬Ľ. Diamogli tre benvenuti, subito.
Primo benvenuto: perch√© que ¬≠sta traduzione (di Marco Pa ¬≠gliano) √® in prosa, dunque molto pi√Ļ utile di parecchi ¬ę travestimenti ¬Ľ in volonterosi endecasillabi che l’hanno prece ¬≠duta nella stessa collana: pra ¬≠ticamente inservibili per fare intendere il senso dei classici attraverso le fitte croste dei belletti post-carducciani o para-pascoliani. Questa traduzione attenta e sciolta e col testo a fronte √® almeno efficace come quella (eccellente) dovuta ad Augusto Mancini, per Sansoni, almeno vent’anni fa, e spesso assente dalle librerie.
Secondo benvenuto: perch√© ogni nuova riapparizione di un classico latino ¬ę fuori dal Mau ¬≠soleo ¬Ľ torna a farci sperare che un qualche nostro editore si decida finalmente a capire che gli scrittori della Roma classica ¬ę sembrano ¬Ľ cos√¨ lontani dalla nostra sensibilit√†, perch√© i no ¬≠stri ginnasi e licei fanno di tut ¬≠to per frapporre tra loro e noi un tampone di metodi didatti ¬≠ci inoperanti e inautentici… Per√≤, avvicinati ¬ę sul loro stes ¬≠so terreno ¬Ľ, un grosso numero di prosatori e poeti rivelano in ¬≠cantevoli doti di modernit√† sor ¬≠prendente, vicinissima ai nostri interessi pi√Ļ vivi. Perci√≤, se in ¬≠vece di lasciarne uscire qualcu ¬≠no di tanto in tanto (dal Mau ¬≠soleo) avaramente e come ¬ę di sottobanco ¬Ľ, qualche nostro editore si proponesse di darci un equivalente dei Classici Loeb anglo-americani (tascabili, in tela ciliegia, meno di duemila lire) oppure delle Belles Lettres francesi (brossura aragosta, suppergi√Ļ il medesimo prezzo), sono sicuro che assisteremmo a una nuova stagione ¬ę competi ¬≠tiva ¬Ľ di inaspettati bestsellers…
Terzo benvenuto, doppio: ogni riapparizione di Persio risulta infatti una felice occasione per andarsi a rileggere un saggio fra i pi√Ļ affascinanti nell’epoca d’oro del grande Edmund Wilson.
Ora si trova nella raccolta The Shores of Light, che riu ¬≠nisce molti esempi di quella ila ¬≠re verve recensoria che colp√¨ Wilson giovane, abitante nel Greenwich Village, e interessa ¬≠to assolutamente da tutto. Con la stessa alacrit√† irrefrenabile che coglieva in certe comiche Chaplin con un pennello in ma ¬≠no, e allora l’omino dipingeva freneticamente qualunque og ¬≠getto gli capitasse davanti, Wil ¬≠son come incapace d’arrestarsi recensiva via l’uno l’altro clas ¬≠sici e commerciali, antichi e modernissimi, storici reazionari e comici da cabaret, manuali di belle maniere e Kafka e Dostoevskij, agit-prop leninisti e squisiti cadaveri oxfordiani, film muti, inni patriottici, poe ¬≠sia d’avanguardia, primati spor ¬≠tivi, classici latini.
Una sera va appunto a cena in uno speak-easy italiano, solo, ma col suo Persio in tasca, e comincia a leggerlo in attesa del salame e olive. Al mine ¬≠strone, bevendo chianti, sono gi√† amici, tanto che Wilson tra ¬≠scura l’ingresso in sala del poe ¬≠ta E. E. Cummings; e osservan ¬≠do nei giornali dei vicini delle notizie poco simpatiche dall’I ¬≠talia fascista e da Boston (dove hanno appena giustiziato Sacco e Vanzetti) capisce bene che Persio √® vero scrittore perch√© ¬ę quando la vita √® in disordine, il poeta si esprimer√† con non ¬≠sensi ¬Ľ. Persio, infatti, ¬ę in un’altra et√† che combinava anarchia morale con aspre re ¬≠pressioni, aveva evidentemente fatto apposta ad esprimersi confusamente, inelegantemente, magari oscenamente… I suoi versi scorretti, i suoi paragoni triviali, e le sue sgraziate tran ¬≠sizioni da un argomento all’al ¬≠tro, manifesterebbero (si dice) il suo disprezzo o la sua igno ¬≠ranza per la composizione ele ¬≠gante. Non si potrebbe sostenere che Persio esibisca la raffina ¬≠tezza di un Orazio, n√© che mo ¬≠stri abilit√† nella callida junctura. La sua poesia √® un torrente rapido e forte, che si butta nel suo corso spezzato sopra sco ¬≠gli e precipizi, e di tanto in tanto, come le acque del Roda ¬≠no, sparisce dalla vista e si sperde sottoterra… Ma questo era il paradosso della lettera ¬≠tura: provocata solo dalle ano ¬≠malie della realt√†, dalle sue discordie, dal caos, dal dolore, tentava, dalla poesia alla me ¬≠tafisica, di imprimere un qual ¬≠che segno intellettuale perma ¬≠nente sul misterioso flusso del ¬≠l’esperienza che ci scappa via dalle mani… ¬Ľ.
Chi sfoglier√† oggi Persio si imbatter√† piuttosto nel testi ¬≠mone d’una caf√© society let ¬≠teraria romana straordinaria ¬≠mente simile alla nostra, con le sue impazienze e le sue impo ¬≠tenze, le sue aspirazioni e i suoi ripicchi… le sue fatiche per i versi ¬ę che uno o due leggeran ¬≠no, al massimo ¬Ľ, perch√© i cri ¬≠tici distratti o i mediocri poe ¬≠ti presenteranno sempre con chiasso qualche composizione pi√Ļ curiosa, o pi√Ļ equivoca… Anche per Persio il gran pub ¬≠blico dei salotti risponde solo agli stimoli d’una letteratura stuzzicante, mentre la lettera ¬≠tura dei giovani ¬ę non appena smette di giocare con le noci, si atteggia a vecchia saputa ¬Ľ, e la notoriet√† stenta molto ad ar ¬≠rivare… ma √® davvero poi ¬ę bel ¬≠lo, esser mostrati a dito e sen ¬≠tir dire ‘√® lui!’, ed esser dato come testo a cento giovinetti ricciuti ¬Ľ, in una societ√† dove ¬ę tra le tazze, i sazi discen ¬≠denti di Romolo chiedono che qualcuno reciti un divino poe ¬≠ma, ed ecco che subito un tale, con sulle spalle una mantellina viola, incomincia a balbettare con voce nasale un poemetto stantio, e prende a scandire Fillidi e Ipsipili, o quanto altro vi √® di lamentoso nel reperto ¬≠rio poetico, facendo incespicare le parole sul molle palato, e su ¬≠bito scoppia un virile applau ¬≠so ¬Ľ? Saranno forse ¬ę felici in questo momento le ceneri illu ¬≠stri del poeta ¬Ľ?
Serio, colto, solitario, studio ¬≠so, in hilaritate tristis, Persio muore a ventott’anni dopo aver contemplato a lungo la ¬ę mac ¬≠china ¬Ľ della letteratura con uno sguardo grave, disincanta ¬≠to, adulto. E alcuni suoi ¬ę mo ¬≠menti della verit√† ¬Ľ continuano a stringerci da vicino, quando va a trovare un amico lettera ¬≠to alle undici e mezzo della mattina e lo trova ancora in letto, con tutte le ante chiuse. Gli chiede, allora, quand’√® che comincia il libro di cui parla volentieri da tanto tempo. Ma quello non ha voglia di scrivere (o non ce la fa), e inventa tutti i pretesti possibili: la carta non va bene, la penna e l’inchio ¬≠stro neanche (quantunque sia ¬≠no l√¨ pronti, in ordine, sulla tavola), e cosa si mangia a co ¬≠lazione, e – a proposito – a che ora si va in piscina?… La lucidit√† di Persio suona invece dura, nitida, quasi dolorosa. Sa ¬≠r√† certamente inevitabile che ¬ę questo sia il costume dei poe ¬≠ti: invocare cento voci, deside ¬≠rare cento bocche e cento lin ¬≠gue, per i propri carmi, o che compongano un dramma per la dolente maschera di un at ¬≠tor tragico, o che cantino la ferita del Parto, chino a strap ¬≠parsi dall’inguine il ferro… ¬Ľ. Facciano pure, gli altri. ¬ę Io non desidero comporre pagine esu ¬≠beranti di lugubri sciocchezze, tali da fare apparire pesante anche il fumo. Il nostro √® un parlare sottovoce ¬Ľ.

 

 

 

 


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Bart