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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

7 Dicembre 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Lo schiaccianoci 3D

Dií³töro
Andrei    Konchalovsky, 20011
Fotografia  Mike    Southon
Elle Fanning, Nathan Lane, John Turturro, Frances de la Tour, Richard E. Grant, Julia Vysotsky, Aaron Michael Drozin, Charlie Rowe, Daniel Peacock, Attila Kalmár, Hugh Sachs, Africa Nile, Ferenc Elek, Fernanda Dorogi, Jonathan Coyne, Richard Philipps, György Honti.

Giocattoli con l’anima per bambini buoni. I piccoli spettatori non temano la cattiveria del “nazitopo” Turturro, la bambina Mary (Fanning) riuscirà a liberare il principe Schiaccianoci (Rowe), ridotto a burattino di legno dal perfido Re Topo. L’aiuteranno gli amici giocattoli. Il viaggio natalizio nel mondo fiabesco si svolge in una Vienna fantastica degli anni ’20. Il “miracolo” dello schiaccianoci animato è opera del simpatico zio Albert (Lane), il quale si presenta a casa di Mary col magico regalo da appendere all’albero. Sono gli anni in cui alle feste si poteva incontrare il Dott. Freud (Philipps). Konchalovsky, il regista de La casa dei matti (2002), dà alle scene la forma di un vago “retro-futurismo”, utilizzando i più aggiornati mezzi per effetti visivi, stereoscopia compresa. Pëtr Il’ič ÄŒajkovskij  e Alexandre Dumas sono lontanissimi, Konchalovsky ha fatto conto che Hoffmann abbia scritto nel 1816 la favola per lui. La musica non è che una serie di inserti, brevi e aspiranti a musical, che non arrivano a rendere musicale il racconto. La meraviglia del pupazzo di legno che parla cede il passo agli stupori del cinema tecnologico.

Midnight in Paris

Midnight in Paris
Woody Allen, 2011
Fotografia Darius Khondji
Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard,  Kathy Bates, Adrien Brody, Carla Bruni, Michael Sheen, Nina Arianda, Kurt Fuller, Tom Hiddleston, Mimi Kennedy, Alison Pill, Léa Seydoux, Corey Stoll.
Cannes 2011, fc.

Woody Allen se lo merita, lasciamogli la soddisfazione di immaginare Parigi nel proprio sogno nostalgico della Belle Époque, così giallina e piovigginosa come nella prima sequenza, con la sublime ruffianeria targata Sidney Bechet (Si tu vois ma mère), suono vero o sognato che sia, costante contrasto alle innovazioni jazzistiche di tutti i tempi, dagli anni ’20 fino ad oggi. Con discrezione tocchiamo ferro, pensando a quel che seguì, guerra mondiale e via dicendo. Owen Wilson è Gil. A cavallo tra Redford e Belmondo, lasciamolo libero di vivere la mezzanotte parigina come fossero gli anni di Fitzgerald e di Picasso, di Hemingway (Corey Stoll) e Dalì (Adrien Brody), di Buí±uel, di Man Ray e di Gertrude Stein (Kathy Bates), insuperabile mediatrice di finzioni. A mezzanotte va sgranando gli occhi per la meraviglia e arricciando leggermente la bocca lo scrittore americano, da Los Angeles venuto a miracol cercare, se il trapasso dalla stesura di sceneggiature di successo alla scrittura vera e propria in forma di romanzo sia possibile e magari anche facile nel momento onirico e retroattivo, coadiuvato da stimoli erotici “impossibili”, come una guida al Museo che somigli tutta a Carla Bruni o come un’Adriana lieve (Marion Cotillard), immedesimata nella comprensione di artisti e scrittori destinati al mito – dunque, inafferrabile nella vita reale. Da Maxim’s, sempre sognando, invano la memoria, fattasi personaggio alto e biondo con le mani in tasca, tenta di spingere quella figura attrattiva in una vertigine anche anteriore, fino a Lautrec. Lei preferisce fermarsi. È così che, alla fine, Gil sparisce e dissolve nel nero, passeggiando sotto la pioggia lungo Senna con la semplice venditrice di vecchi dischi che, gentile e vera, ha trovato per lui il Cole Porter piaciuto tanto. Diventerà romanziere? Di sicuro Gil non sposerà Inez (Rachel McAdams). Era venuto in viaggio con lei e con i suoi genitori, ma l’America ora sembra così lontana. Lasciamolo in pace, se lo merita. Questa visita parigina ha ridonato ad Allen il tratto inventivo dei momenti migliori, liberato dalla prigionia delle battute a mitraglia e delle arguzie da tavolo. Felice vecchiaia, col diritto di sognare un mondo che non può più venire.

Le nevi del Kilimangiaro

Les neiges du Kilimandjaro
Robert Guédiguian, 2011
Fotografia Pierre Milon
Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Marilyne Canto, Grégoire Leprince-Ringuet, Anaïs Demoustier, Adrien Jolivet, Robinson Stévenin, Karole Rocher, Julie-Marie Parmentier, Pierre Niney, Yann Loubatière, Jean-Baptiste Fonck, Emilie Piponnier, Raphaël Hidrot, Anthony Decadi, Frédérique Bonnal.
Cannes 2011, Un certain regard. Venezia 2011, Evento collaterale.

Les neiges du Kilimandjaro è il titolo della canzoncina popolare che i nipotini e i figli e gli amici di Michel (Darroussin) e Marie-Claire (Ascaride) cantano alla coppia nel trentesimo anniversario di matrimonio. Hanno regalato loro un cofanetto con dentro i biglietti e la somma necessaria per il viaggio in Africa che tanto sognavano. La vita procede senza molti problemi, ma Michel, si è appena ritrovato in prepensionamento. Ha egli stesso estratto a sorte, da sindacalista onesto, il proprio nome tra i 20 della lista dovuta ai tagli decisi dalla fabbrica. Il suo compagno Raoul (Meylan) si è meravigliato di tanta correttezza, ma tant’è, Michel è fatto così, ama sentirsi la coscienza pulita. L’armonia interiore sembra destinata però a rompersi quando due uomini con volto coperto e pistola in pugno irrompono in casa portando via carte di credito e contanti. Alla rabbia per la violenza subita si aggiunge la tristezza di venire a scoprire che Christophe (Leprince-Ringuet),  uno dei due aggressori, era un giovane compagno di lavoro, anch’egli rimasto disoccupato. Michel ha un momento di debolezza morale e, nel colloquio in prigione, non resiste all’impulso di allungargli una sberla. Poi Marie-Claire scoprirà che nella casa di Christophe vivono due bambini, rimasti soli. Con i soldi della rapina è stato pagato l’affitto e insomma la storia è una storia di “povera gente”, la stessa di cui parla Victor Hugo nel poema Les pauvres gens a cui Guédiguian si ispira. Senza dirsi niente, Michel e sua moglie pensano di fare la medesima cosa generosa e il film si chiude in un finale di solidarietà profonda, in un contesto molto attuale, diverso da quello della “classe operaia” degli anni ’70 ma non meno problematico in fatto di diseguaglianze sociali. Robert Guédiguian, regista marsigliese del quale il pubblico italiano conosce la produzione meno recente (L’ultima estate 1981, Al posto del cuore 199, Marie-Jo e i suoi 2 amori 2002, Le passeggiate al Campo di Marte 2005), ambienta nella sua città una vicenda non poco rischiosa in tema di “rispecchiamento”. Ma il realismo è qui libero da riferimenti schematici e si nutre piuttosto – senza accentuazioni stilistiche – di poesia della vita quotidiana. Situazioni, gesti e battute scaturiscono dall’acuta osservazione dei caratteri oltre che da una progettualità scritta. I personaggi (bravissimi tutti gli attori) vivono una propria vita e danno al film un senso di verosimiglianza al di là dell’occasione politica.

Almanya – La mia famiglia va in Germania

Almanya – Willkommen in Deutschland
Yasemin Samdereli, 2011
Fotografia The Chau Ngo
Vedat Erincin, Fahri Ogün Yardim, Aylin Tezel, Lilay Huser, Demet Gül, Denis Moschitto, Rafael Koussouris, Petra Schmidt-Schaller, Aykut Kayacik, Aycan Vardar, Ercan Karacayli, Kaan Aydogdu, Siir Eloglu, Aliya Artuc.
Berlino 2011, concorso.

Il nonno Hüseyin (Vedat Erincin), turco emigrato in Germania negli anni ’60 come gastarbeiter, “lavoratore ospite”, invitato dal governo tedesco con il diritto poi di restare (sono oggi 1 milione 660000 i cittadini tedeschi di origine turca), non ha mai smesso di pensare al ritorno in patria. E finalmente, una sera dà la notizia alla famiglia riunita: ha comprato una casa in Anatolia e “invita” tutti a seguirlo, magari intanto per passare una vacanza… La storia della famiglia Ylmaz, giunta alla terza generazione, è una storia esemplare di emigrazione, di straniamento forzoso, di scambio culturale, di incontro tra modi di vivere e di pensare e infine di adattamento e integrazione. Ce la racconta, con voce fuori campo, la nipotina ultima nata, commentando con divertente “ingenuità” la commedia post-neorealista che la regista esordiente Yasemin Samdereli monta con spirito critico e divertente. La struttura a flashback ci fa rivivere il diverso e progressivo impatto degli Ylmaz con la realtà straniera, da quando osservavano meravigliati come i tedeschi portassero “i cani a passeggio tenendoli con una corda” e quando si sentivano umiliati dal non avere un Natale da festeggiare. Poi sarebbe cominciato il disagio delle successive generazioni, dei figli nati in Germania con pieno diritto e però ancora un po’ turchi nel sentimento. La vicenda si conclude non a caso con il “perdono” del patriarca Hüseyin verso la figlia rimasta incinta da un fidanzato inglese. Il merito del film è di riuscire a mantenere un buon livello di “leggerezza” senza perdere in profondità. I personaggi vivono di vita propria, mai suborinati a criterio tipologico. Molto bravi tutti gli attori.

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart