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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

10 Marzo 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

A Simple Life

Taojie
Ann Hui, 2011
Fotografia Nelson Yu Lik-wai
Andy Lau, Deannie Yip, Wang Fuli, Qin Hailu, Anthony Wong Chau-Sang, Tsui Hask.
Venezia 2011: Deannie Yip, Coppa Volpi atr.

Succede raramente, nel cinema, che le intenzioni dichiarate dall’autore corrispondano al risultato estetico. La regista cinese Ann Hui, esponente della New Wave di Hong Kong (Josephine Siao, protagonista del suo Summer Snow, è stata premiata con l’Orso d’Argento a Berlino nel 1996), si ritiene fortunata di aver girato A Simple Life con gli elementi cinematografici da lei preferiti: «Una storia vera, approccio realistico, racconto poetico, umorismo, pathos, attori non professionisti insieme a grandi star ». La “storia vera” è della domestica Tao che lavora per la famiglia Lee lungo l’arco di sessant’anni, e da ultimo serve Roger, produttore cinematografico, trattato da sempre come un figlio. Mandata dalla madre adottiva a lavorare dai Lee quando aveva 13 anni, Tao ha visto crescere quattro generazioni. L’importanza della “verità” della storia è resa, vedendo il film, dal corrispondente sguardo di Ann Hui, rispettoso di sentimenti autentici e commisurato con poetica discrezione fin nei dettagli del racconto. La fama dei due interpreti – Andy Lau (La foresta dei pugnali volanti, Zhang Yimou 2004) e Deannie Ip (una delle migliori attrici di Hong Kong, premiata più volte per i suoi ruoli di coprotagonista) – si dimostra “solubile” nella sostanza umana della “semplice vita”, sceneggiata senza “letteratura” da Susan Chan e dallo stesso Roger Lee. Come nel neorealismo italiano, ciò che la macchina da presa osserva  e coglie, seleziona e combina, può assumere anche sembianza di fiaba (si pensi all’episodio del ragazzino napoletano e del soldato Joe in Paisà di Rossellini), non è per questo che andrà perso il valore realistico della storia. Sono proprio i dettagli anche minimi a sollevare la “semplicità” del racconto al livello della poesia, proprio come avveniva nel miglior cinema italiano postbellico; e attraverso la poesia, a restituirne il portato referenziale valorizzato nella sua essenza storica. Pensiamo a Tao che, colpita da infarto, viene soccorsa, portata in ospedale, curata e ricondotta a casa. Roger l’accompagna amorevolmente, le apre la porta, lei entra esitando, emozionata ritrova il suo gatto, lo saluta, si guarda intorno, sfiora con la mano un mobile e nota un po’ di polvere: «Hai bisogno di una governante », dice a Roger parlando tra sé e sé. La chiave è questa. La sensibilità e il rispetto, i sentimenti che nella vita quotidiana nutrono il nostro tempo e che ci accompagnano fino agli ultimi giorni. Quando Tao, anziana e non più valida per il suo lavoro domestico, sceglie di rifugiarsi in una casa di riposo, la seguiamo e l’accompagnamo con Roger in quella che sarà ancora un’altra vita, nel microcosmo degli anziani che rimangono più o meno soli e devono riadattarsi alle relative situazioni, nelle loro nuove intimità, nei loro piccoli segreti, nello loro sofferte malinconie. Sarà ancora una vita “semplice” e, nel cinema, anche molto rara, specie guardando i film hongkonghesi.

L’arrivo di Wang

L’arrivo di Wang
Manetti Bros. (Antonio e Marco Manetti), 2011
Fotografia Alessandro Chiodo
Ennio Fantastichini, Francesca Cuttica, Juliet Esey Joseph, Li Yong, Antonello Morroni, Jader Giraldi, Carmen giardina, Rodolfo Baldini, Angelo Nicotra, Massimo Triggiani, Furio Ferrari Pocoleri.
Venezia 2001, Controcampo italiano.

Così lontano, così diverso, così bravo… Non bisognerebbe maltrattarlo. S’è impegnato tanto per venirci a trovare, ha studiato il cinese – scelta razionale (!) che gli avrebbe permesso di farsi capire dal numero maggiore di persone al mondo – e sarebbe pronto a dialogare con tutti. E invece? Un bel giorno Gaia (Francesca Cuttica), interprete cinese, viene prelevata da uomini segreti del Servizio più Segreto (ma sembrano tanto nostri paesani) e, bendata, viene introdotta in un bunker. Dovrà fare la traduttrice in una strana intervista a un personaggio ignoto. Per la verità, abbiamo la sensazione che si tratti di un gioco un po’ come quando da bambini si giocava agli indiani e quando finalmente veniamo a sapere che l’intervistatore è il “cattivissimo” agente Curti (italiano dunque), siamo sinceri: non ci pare uno propriamente all’altezza del compito. Imbarazzo voluto? Stiamo a vedere. Ecco che di fronte a Gaia e con Curti nel mezzo siede lo strano essere. L’agente segreto e cattivissimo non riesce a cavargli una virgola di verità, cioè di quella che egli sospetta e ipotizza debba essere la verità. Si va avanti così per un bel po’, mentre Gaia, ragazza umana, comincia a convincersi dell’eccessivo trattamento riservato allo strano essere, sottoposto anche a tortura elettrica. Il tizio ha delle fattezze non propriamente comuni, è un po’ gommoso, sembra di plastica e a tratti risulta quasi comico, ma insomma può risultare perfino simpatico. Oltre non possiamo andare perché rovineremmo la sorpresa finale, sorpresa molto sorprendente: inciderà sulla nostra nativa (ma chi l’ha mai detto?) buona fede e resteremo per sempre (speriamo di no) in guardia verso chiunque ci si accosti anche per un saluto. I fratelli Manetti (Zora la vampira 2000, Piano 17 2005, Cavie 2009) si sono forse allargati un po’ troppo. Sperduti nel labirinto dell’indecisione – psicologia, fantascienza, morale, ma chi più ne ha ne metta – hanno prodotto un senso falsamente complesso, ridefinitosi invece verso il sempliciotto grazie (grazie?) alla più che scarna tecnica realizzativa. Il tono vagamente parodistico sul versante fantapsicohorror – ma siamo in epoca di citazionismo anche critico ormai poco più che autoreferenziale – non riscatta la fattura inutilmente “primitiva” del lavoro.

La sorgente dell’amore

La source des femmes
Radu Mihaileanu, 2011
Fotografia Glynn Speeckaert
Leïla Bekhti, Hafsia Herzi, Hiam Abbass, Saleh Bakri, Sabrina Ouazani, Mohamed Majd, Malek Akhmiss, Saad Tsouli, Zinedine Soualem.
Cannes 2011, concorso.

La corrente elettrica, la lavatrice, il telefono: e le donne saranno libere dal dominio maschile. Le donne sono quelle di un piccolo villaggio tra l’Africa settentrionale e il Medio Oriente. Ai giorni nostri, la vita si svolge lì secondo canoni ancora molto tradizionali. Le donne vanno a prendere l’acqua alla sorgente scalando il monte e rischiando di cadere sotto il peso dei grossi recipienti messi sulle spalle a bilanciere, gli uomini sono al lavoro oppure sostano al bar. Da molto tempo si trascina il problema di convogliare finalmente l’acqua dalla sorgente in paese. Da una parte le difficoltà burocratiche “centrali” e dall’altra il traccheggio dei responsabili locali fanno sì che i lavori vengano ancora rimandati. Di fatto, gli anziani “saggi” del villaggio – e appunto uno di essi lo dice apertamente – paventano che all’arrivo dell’acqua farà seguito l’elettricità ecc. Radu Mihaileanu, il regista di Vai e vivrai (2005) e de Il concerto (2009), si rifà a un fatto di cronaca del 2001, avvenuto in Turchia. Le portatrici d’acqua si ribellano ai loro uomini e organizzano lo sciopero del sesso. L’espediente – ricorda lo stesso Mihaileanu – viene da lontano: nel 411 a.C. la commedia Lisistrata del greco Aristofane vedeva la protagonista impegnata in un’iniziativa analoga, sciopero dell’amore per convincere gli uomini a porre fine alla Guerra del Peloponneso. Trasferito ai giorni nostri, il tema è anche spostato dal regista in ambiente musulmano. In un’ottica documentaria e “saggistica”, il film è stato girato in arabo, «per evitare che i personaggi parlassero la lingua dei colonizzatori ». Purtroppo, nella versione doppiata questa scelta perde di senso. Significativo lo status di Leïla (Bekhti), il personaggio principale, vista come “straniera” perché proveniente da un altro villaggio in sposa a Sami (Saleh Bakri), lavoratore nel campo turistico e già liberatosi dalla “prigionia” dei matrimoni combinati. Lecito e scontato attendersi il lieto fine che puntualmente arriva. Nessun sussulto né sostanziale contrasto dialettico. Per il pubblico “occidentale” il film è semplicemente dalla parte della ragione. Ha tuttavia un tono pedagogico-didattico, soprattutto in alcuni blocchi di dialogo, che in teatro possono andare bene (e vanno benissimo nel grande Aristofane) ma che nel cinema sono comunque soggetti al montaggio – fase del film che troppo spesso viene trascurata dall’esame critico. Sicché, a una prima parte magistralmente composta di intersezioni dinamiche tendenti a raccontare l’ambiente e la vita quotidiana del villaggio segue la parte centrale che non riesce ad evitare compromissioni verso uno sviluppo fumettistico (lei, lui e l’altro), con l’arrivo nel villaggio del “giornalista” Mohamed (Saad Tsouli), ex fiamma di Leïla ancora innamorato di lei. Infine la “morale” conciliativa dopo il trionfo femminile: «La sorgente delle donne è l’uomo ».

Young Adult

Young Adult
Jason Reitman, 2011
Fotografia Eric Steelberg
Charlize Theron, Patton Oswalt, Patrick Wilson, Elizabeth Reaser, Jill Eikenberry, Richard Bekins, Collette Wolfe, Mary Beth Hurt, Kate Nowlin, Hettienne Park, John Forest, Nicholas Delany.

Quel sottile sentimento di orrore verso la propria vita. La scrittrice Mavis Gary (Charlize Theron) è all’ultimo libro di una serie per ragazzi (“Young Adult”) ed è in fase di stanca. Sull’orlo della depressione, non riesce a consegnare all’editore nemmeno le prime pagine. Del resto, non è lei che firma i racconti, ma si limita al duro lavoro di  ”ghost writer”. Un vago senso di disgusto si sta impadronendo di Mavis, per le piccole azioni abitudinarie, per i contatti umani usuali, per la scansione temporale delle giornate. Lei e il suo cagnolino sono ormai un mondo troppo ristretto e isolato, riesce a cogliere qua e là per la strada e nei negozi qualche battuta di giovani che parlano tra loro, cerca invano di rubare ancora parole e idee anche minime da poter utilizzare per le sue pagine. Ora vive a Minneapolis (Minnesota) ma viene dalla cittadina di Mercury, dov’è rimasta fino a tutto il liceo. E la memoria rivà a quella vita di provincia, agli amori giovanili. Nel frattempo continua a strapparsi uno a uno i capelli biondi, così per un suo problema irrisolto. Non è più una ragazzina brillante e strafottente, non ha più intorno a sé la fila di coetanei che le fanno la corte, uno specialmente: Buddy Slade. E decide di tornare per qualche giorno, vuole rivederlo. E’ il carattere di Mavis, con le sue sfumature “negative”, con la sua spigolosità sul filo della rottura drammatica, con la sua insoddisfazione indefinita e profonda, a fare di questo ritorno qualcosa di diverso da una prevedibile storia di “rientro all’ovile” e di “riappacificazione” con le proprie origini piccole. Dal momento in cui Mavis rivede Buddy (Patrick Wilson) e lo vediamo anche noi, ormai sposato felicemente e padre di una bimba neonata, il film sviluppa un’attesa diversa da uno scontato happy end, ad ogni sequenza capiamo meglio che quel “recupero” di vita non vissuta non funzionerà. E salgono sempre più in evidenza gli elementi di tale impossibilità, che non fanno parte del personaggio in sé ma che sul personaggio si specchiano fino a fare di Mavis la ragione antropologica e sociale di una ribellione impossibile, di un “aggiustamento” irrealizzabile. La moglie di Buddy e le altre amiche, il cugino di Mavis (Patton Oswalt), i piccoli riti della vita associata, in quel contesto, non sono che una medicina amara che stampa sul volto della protagonista (bravissima Theron) una smorfia di non-teatrale distacco, di drammatica comicità sarcastica. E per i  frequentatori del canadese Reitman (Thank You for Smoking 2005, Juno 2007, Tra le nuvole 2009) è la conferma di come la vita non regali soluzioni semplici per la felicità: «Per me, essere felice è molto complesso », dice Mavis a se stessa e a noi.


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Bart