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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

31 Marzo 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Buona giornata

Buona giornata
Carlo Vanzina, 2012
Fotografia Carlo Tafani
Diego Abatantuono, Lino Banfi, Teresa Mannino, Maurizio Mattioli, Vincenzo Salemme, Christian De Sica, Paolo Conticini, Chiara Francini, Tosca D’Aquino, Gabriele Cirilli, Mario Ierace, Giuseppe Centola, Antonio Centola, Daria Baykalova, Giorgia Trasselli, Gianantonio Martinoni, Teresa Pietrangeli, Luis Molteni.

A specchio. Da uomini a specchi non è semplice giacché, infatti, si tratta di semplificazione. E c’è il rischio di trovare l’osso. Fotografare la “realtà” è cosa da pochi, pochi artisti veri che abbiano anche la ferma intenzione di essere tali. Il che significa che l’intenzione debba viaggiare sul binario dell’intenzionalità, in un viaggio in cui le “cose” della vita, materiali e/o spirituali, da oggetti si facciano veicoli di intenzionalità. Questo è quanto dovuto all’annuncio di Enrico Vanzina, fratello di Carlo e da sempre cosceneggiatore dei suoi film. «È un film semplice – dice appunto Vanzina -, forse un po’ meno ingenuo di quello che sembra ». Qui la semplicità è speculare, tutta in funzione di una riconoscibilità – diciamo così – di primo grado, “diretta”, facilissima. I personaggi-figura sono ridotti all’osso nelle loro caratteristiche più comuni, in modo che da un semplice andare, da uno sguardo o da una parola e perfino dalla sola intonazione della voce possano essere colti e ricollocati nel loro ambito usuale. Ci dicono “Buona giornata” e diciamo loro “Buona giornata”, un sorriso, uno sghignazzo, un tantino di sociologia teatrale e anche un pizzico di storia del cinema (i Vanzina se la trovano addirittura in casa, essendo figli dell’indimenticato Steno) e via senza pensarci nemmeno un attimo, senza che ci sentiamo minimamente impegnati a confrontarci con le figure che passano sullo schermo. Non dobbiamo avere ritegno, siamo autorizzati dalla loro gran simpatia, sgorgata dalla Fonte Primaria – e storica ormai –  che risponde al motto: e sto a scherza’. Le figure del film vivono tra di noi, nelle città italiane, a Milano, Roma, Napoli, Verona, Firenze, Bari, Potenza. E anzi, più che vivere nel paese sono il (parte del) paese. È per questo che, in fondo, non hanno nemmeno bisogno di vivere artisticamente davvero, a loro basta essere. Essere figure. Pessima figura quel principe romano, Ascanio Gaetani Cavallini (Christian De Sica), con la sua eleganza gesticolante sopra le righe di uno spartito consunto, ma è così simpatico. Pessimo anche il senatore Leonardo Lo Bianco (Lino Banfi), il quale, accusato di corruzione e abuso d’ufficio, porta un morto in carrozzella a votare in aula contro l’autorizzazione a procedere, ma è così simpatico. Pessimo l’imprenditore romano evasore convinto Alberto Dominici (Maurizio Mattioli), pronto a qualsiasi trucco pur di ingannare la Guardia di Finanza, ma è così simpatico. Pessimo il milanese Romeo Telleschi (Diego Abatantuono) trasferitosi al Sud e ora padre d’una famiglia dalla quale si sente definire una volta sì e l’altra pure col bell’appellativo di “tremone”, ma è così simpatico. E così via, a scendere: il tifoso della Fiorentina (Paolo Conticini) che “il calcio è la sua superstizione”, la manager siciliana (Teresa Mannino) perfettamente pervenuta, il notaio napoletano (Vincenzo Salemme) molto farsesco, tutti così simpatici da farci dire “Buona giornata”. Anche a loro.

Marigold Hotel

The Best Exotic Marigold Hotel
John Madden, 2011
Fotografia Ben Davis
Judi Dench, Bill Nighy, Penelope Wilton, Dev Patel, Celia Imrie, Ronald Pickup, Tom Wilkinson, Maggie Smith, Liza Tarbuck, Tena Desae.

Delocalizzare la vecchiaia. Raggiunta l’età della pensione, trasferirsi il più lontano possibile, anche in un altro continente, abbandonare le proprie abitudini, ambientarsi in nuovi spazi, conoscere gente diversa e altre culture. Insomma rinascere a nuova vita anziché passare gli ultimi anni in attesa della fine. Si può fare, magari con l’aiuto di un buon dépliant turistico. È ciò che cercano alcuni inglesi freschi di pensionamento e intenzionati a non morire di noia. E via verso la favolosa India, colorata e caotica, spirituale e moderna, povera e ancora divisa in caste. Stando alla pubblicità, saranno accolti in un lussuoso e storico albergo, il Best Exotic Marigold Hotel di Jaipur, e potranno entrare in contatto con tradizioni non tanto estranee alla storia britannica, eppure così sconosciute da attirare ancora la curiosità di contemporanei che nulla hanno avuto direttamente a che fare con Gandhi né con Nehru. L’inglese John Madden, regista di film come Shakespeare in love (1999), Proof – La prova (2005), Il debito (2010), si affida a un cast di alto livello per dare profondità ai caratteri di una commedia dai risvolti toccanti e non del tutto banali. L’arrivo dei maturi personaggi al Marigold Hotel segna il momento di rottura tra le loro aspettative e la realtà non proprio esaltante della struttura d’accoglienza, quasi cadente e nelle mani di un giovane,  Sonny (Dev Patel),  erede della vecchia gestione,  un ragazzo proiettato con ottimismo verso il futuro ma non certo in grado, da solo, di rigenerare i fasti del glorioso albergo. Ma poi, man mano, le singole storie, della vedova Evelyn  (Judi Dench), del giudice  Graham (Tom Wilkinson), della stanca e nervosa coppia di  Douglas e Jean (Bill Nighy e Penelope Wilton), di  Norman e Madge (Ronald Pickup e  Celia Imrie) protesi verso nuovi amori, di  Muriel (Maggie Smith) che ha vissuto una vita al servizio degli altri, si aprono e si articolano ciascuna con una sua autonomia e tutte insieme in in quadro di nuova speranza, mentre d’attorno la vecchia India lascia traspirare una certa vitalità. Cadenzato e forse un po’ lungo, il racconto risolve con stile piano i problemi di ciascuno, percorrendo tranquillamente le vie di un moderato umorismo e apre anche una finestra pop verso il futuro del sorridente Sonny. Da Muriel verrà al ragazzo l’inattesa collaborazione per la rinascita del Marigold e così il ragazzo potrà sposare finalmente la sua bellissima Sunaina (Tena Desae).

Il mio migliore incubo

Mon pire cauchemar
Anne Fontaine, 2011
Fotografia Jean-Marc Fabre
Isabelle Huppert, Benoît Poelvoorde, André Dussollier, Virginie Efira, Corentin Devroey, Donatien Suner, Aurélien Recoing, Eric Berger, Philippe Magnan, Bruno Podalydès, Samir Guesmi, Franí§oise Miquelis, Jean-Luc Couchard, Emilie Gavois-Kahn, Serge Onteniente, Hiroshi Sugimoro.
Roma 2011, fc.

La signora borghese, intellettuale, intenditrice d’arte, raffinata e freddina, l’operaio praticone, ignorante e rozzo,  spiritoso e sensuale. Madre poco adatta all’educazione del figlio, Agathe (Isabelle Huppert) vive agiatamente a Parigi col marito Franí§ois (André Dussolier),  un bel po’ più grande di lei. Non c’è aria di sesso. Padre quasi disperato, solo con i suoi problemi, scapestrato e sul filo dell’indigenza, Patrick (Benoît Poelvoorde) entra nella vita di Agathe per dei lavori da fare nell’appartamento. Si muove con sfacciata disinvoltura, beatamente immerso nel “fuori contesto”, e impatta contro l’”orrore” della signora, lasciando intravedere incomprensioni catastrofiche. Intanto i due figli, coetanei e compagni di scuola, se la intendono ai videogiochi. Tutto chiaro. L’impossibile sarà verosimile sulla strada del compromesso e dell’attrazione “naturale”. Sarà il trionfo del buon senso (sensi compresi) che tutto appiana e risolve, sciogliendo nel contatto fisico le distanze sociali e culturali. Magari nella realtà le cose fossero così semplici. Ma al cinema ci si può divertire. Decisivo l’ausilio della bravura di attori di classe superiore e su tutti la Huppert, frequentatrice di orti creativi coltivati da specialisti quali Tavernier, Godard, Bolognini, Ferreri, Taviani, Chabrol, Ruiz, Assayas, Haneke, Bellocchio. Vero che nel film della Fontaine (Nathalie 2004, Coco avant Chanel 2009) il paradosso non sorprende né tantomeno la conclusione, che comunque non riveliamo. Ma il cinema a volte è anche profonda simpatia.

Romanzo di una strage

Romanzo di una strage
Marco Tullio Giordana, 2011
Fotografia Roberto Forza
Piefrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Michela Cescon, Laura Chiatti, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giorgio Colangeli, Omero Antonutti, Thomas Trabacchi, Giorgio Tirabassi, Fausto Russo Alesi, Denis Fasolo, Giorgio Marchesi, Andreapietro Anselmi, Sergio Solli, Antonio Pennarella, Stefano Scandaletti, Giacinto Ferro, Giulia Lazzarini, Benedetta Buccellato, Alessio Vitale, Bruno Torrisi, Francesco Salvi, Diego Ribon, Marco Zannoni, Fabrizio Parenti, Gianni Musy Glori, Gianmaria Martini, Giovanni Visentin, Corrado Invernizzi, Paolo Boananni, Claudio Casadio, Giovanni Federico, Angelo Raffaele Pisani, Bob Marchese, Davide Paganini, Maurizio Tabani, Edoardo Natoli, Francesco Sciacca, Marcello Prayer, Giovanni Anzaldo, Angelo Costabile, Lorenzo Gioielli, Vittorio Ciorcalo, Gianluigi Fogacci, Irmo Bogino, Alessandro Bressanello, Roberto Sbaratto, Riccardo Maranzana, Riccardo Von Hoenning Cicogna, Miro Landoni, Lollo Franco, Giovanni Capalbo, Edoardo Rossi, Luca Zingaretti.

«La strage di Piazza Fontana non ha colpevoli. Dopo 33 anni di processi tutti gli imputati sono stati assolti. Nel 1992 la Procura di Milano riapre il caso e incrimina Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Carlo Digilio e altri neonazisti veneti vengono condannati in primo grado e assolti in Appello e Cassazione. La Cassazione ha riconosciuto la colpevolezza di Freda e Ventura ma li ha dichiarati non più giudicabili. Ai familiari delle vittime sono state chieste le spese processuali per la morte di Giuseppe Pinelli. La Questura è stata assolta da qualsiasi responsabilità. Per l’omicidio Calabresi sono stati condannati Leonardo Marino, Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, ex-esponenti di Lotta Continua. Aldo Moro è stato assassinato dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978. Per la giustizia italiana tutti questi casi sono chiusi ». È  l’inizio dei titoli di coda del lavoro che Marco Tullio Giordana ha dedicato all’intricata e non risolta vicenda, culminata il 12 dicembre 1969 nell’esplosione alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. Le vittime della strage furono 17 e diverse decine i feriti. Lo stringato elenco di conseguenze formali posto alla fine del racconto ha un’efficacia non meno provocatoria (non è una parolaccia) dello stesso “romanzo” che il regista ha costruito sulla base di un’accurata e perfino puntigliosa documentazione. Per Giordana si tratta della quarta “indagine sceneggiata”, dopo Pasolini – Un delitto italiano (1995), dopo I cento passi (2000), sulla  rivolta di Peppino Impastato contro il capomafia Tano Badalamenti, dopo La meglio gioventù (2003),  sui 40 anni di storia italiana dal ’60 al 2000. Traspare la medesima passione civile verso le sorti della nostra vita di cittadini in un contesto democratico mai abbastanza definito. Sulla strage di Piazza Fontana le difficoltà da superare erano in partenza non meno difficili che ovvie, soprattutto per la stratificazione ideologica sulle ipotesi e sulle interpretazioni che nel tempo non ha smesso di crescere e che tuttora, a ben vedere, non cessa di condizionare il processo della democrazia. Giordana ha seguito il metodo della raccolta ragionata dei documenti, rappresentandola in uno stile pacato, equilibrato senza per questo rinunciare a punte interpretative dal tono non certo urlato ma deciso e inequivocabile, come per esempio l’accenno alle responsabilità di ben due presidenti della Repubblica, prima Segni e poi Saragat, nella gestione di passaggi delicatissimi. La sceneggiatura, di Sandro Petraglia, Stefano Rulli e dello stesso regista, è scandita in dieci capitoli, che non solo segnano gli avvenimenti dall’”autunno caldo” del 1969 all’uccisione del commissario Luigi Calabresi il 17 maggio 1972, ma espongono la composizione del drammatico mosaico in forma didascalica e non per questo priva di un complessivo pathos interno. È  una partecipazione emotiva non semplicemente scaricata sulle spalle dei singoli personaggi ma affidata alla loro configurazione verosimile. In questo senso spicca la bravura degli attori, specie Valerio Mastandrea, un Calabresi molto consapevole, e Pierfrancesco Favino, un Giuseppe Pinelli umano e interprete di un’anarchia non intellettualistica. L’episodio oscuro della sua “caduta” dalla finestra durante l’interrogatorio in questura è centrale e tuttavia Giordana non lo sottolinea con particolari furberie emozionali, ce lo propone anzi come momento quasi straniante che preserva la lettura lucida e non mistificatoria del tema successivo, della Ragion di Stato: la cinepresa si sposta su Aldo Moro (Fabrizio Gifuni) e Giuseppe Saragat (Omero Antonutti) a colloquio, il primo ritiene che la strage sia stata di destra («Qualcuno ha pensato di poter sfruttare le bombe anziché prevenirle »), il secondo è per una soluzione non “destabilizzante” dell’inchiesta. Il dialogo si conclude con Moro che mostra di aver ben compreso: «Non faremo nulla, li costringeremo a coprire tutto come i gatti con gli escrementi. Ma lei, presidente, ove mai dovesse avvertire intorno alla sua persona il muoversi di spinte o ti tentazioni autoritarie, le ignori »; e la risposta di Saragat colpisce in profondità: «Aldo, sarebbe meglio che mi venisse un colpo come a Segni, vero? ». Chiude Moro alla sua maniera:  «Sono venuto per farti gli auguri. Buon Natale, presidente ». È  uno degli esempi di come il film eviti la piatta didascalia e però mantenga una misura non “fredda” nella successione dei quadri. In più di una sequenza si avverte, è vero, l’attenzione al destino dell’opera, adatta anche al piccolo schermo e a una fruizione “domestica” dei contenuti, tuttavia il “romanzo” non scade in semplificazioni eccessive e conserva in sé la carica di interrogativi sufficiente a non far slittare l’interesse dalle problematiche referenziali verso il “carattere” dei protagonisti. E comunque Giordana non rinuncia a un sottofinale giustamente inquietante, che non ci lascia riposati e tranquilli. Mentre noi ci chiediamo come mai, in Italia, vi possa essere stata una credibilità – sia pure indotta – dell’azione anarchica tale da compromettere a fondo il cammino della democrazia, ecco il prefetto Federico Umberto D’Amato (Giorgio Colangeli) venire a “tranquillizzarci”. Parla a Calabresi ma sembra voler arrivare fino a noi: Le bombe a Piazza Fontana – dice – possono anche essere state due, ma la più grossa non era degli anarchici, l’hanno messa «la parte oltransista della Nato e alcuni settori delle nostre forze armate, alcuni ordinovisti veneti pagati dagli americani, qualche funzionario dell’ambasciata Usa ». Una favola? Certo, ma c’è «un fondo di verità », una verità che – dice D’Amato – «non si può dire perché la guerra non è finita ».

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart