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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

14 Aprile 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Bel Ami – Storia di un seduttore

Bel Ami
Declan Donnellan, Nick Ormerod, 2012
Fotografia Stefano Falivene
Robert Pattinson, Uma Thurman, Kristin Scott Thomas, Christina Ricci, Colm Meaney, Philip Glenister, Holly Grainger, James Lance, Natalia Tena, Pip Torrens, Amy Marston.
Berlino 2012, fc.

Si può fare il giornalista senza sapere niente della materia di cui si scrive e senza saper scrivere bene? Basta farsi aiutare, magari da una bella donna (Uma Thurman), magari dalla moglie di un amico, già commilitone in Algeria e ora giornalista affermato, per puntare poi allo stesso editore (Colm Meaney) – anch’egli ha una moglie (Kristin Scott Thomas) – del giornale che vuole incidere sulle sorti del governo e della nazione. Insomma è questione di spregiudicatezza, di abilità nell’opportunismo. E come si fa a entrare nelle grazie della signora? Lì è questione di fascino, di presa diretta sulla “sensibilità” delle donne, anche quelle più in vista nella società del momento. Se poi c’è anche una terza amica sposata (Christina Ricci), da visitare nel suo segreto nido d’amore, un pizzico (ma solo un pizzico) di romanticismo non guasterà il disegno. Resterà il bello della vicenda, che sta nella distanza sociale tra l’aspirante giornalista e la scalata ch’egli s’è messo in testa di compiere. Bel Ami, bello e amico, pronto a tutto, freddo e senza talento: perché il destino degli uomini – così dice lui – è di morire e dunque vale la pena di fare ogni sforzo per vivere al meglio. E se in cima alla scalinata l’arrivista troverà addirittura la figlia dell’editore (Holly Grainger) pronta a sposarlo, non meriterà una punta di ammirazione? Vi sembra una storia attuale? Vi sembrerà ancor più vicina se al protagonista date le sembianze di Robert Pattinson, il giovane vampiro “buono” della saga di Twilight. Per contrasto, la mediocre “cattiveria” di Georges Duroy, il Bel Ami in oggetto, rafforzerà le ragioni (false anche quelle, ma che importa?) dei destini di quella vita da succhiasangue che “se volete era dura ma piaceva tanto ai giovani”. Troverete anche che la storia somiglia, ma solo così dall’esterno e in superficie, a quella del secondo romanzo di Guy de Maupassant (1885). Non siamo noi a equivocare sulla sostanza, giacché la forma non è trascurabile. La maschera di Pattinson è ancora quella del vampiro Edward Cullen (2008) e non è bastato l’esordio nella regia cinematografica dei due inglesi esperti di teatro,  Declan Donnellan e Nick Ormerod, a cancellare quell’impronta decadente, d’un destino avverso/piacevole. Della valenza letteraria, della scrittura in sé, non è il caso di parlare: nessuna traccia del naturalismo/realismo dell’Ottocento francese né della carica corrosiva insita nella “semplicità” di quella narrativa. Qui la semplicità fa posto alla semplificazione e, al limite, lascia emergere un po’ del cinema che le tre coprotagoniste femminili portano con sé – Tarantino, Polanski, Allen e via dicendo.

Diaz

Diaz
Daniele Vicari, 2012
Fotografia Gherardo Gossi
Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou, Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, Antonio Gerardi, Paolo Calabresi, Francesco Acquaroli, Alessandro Roja, Eva Cambiale, Rolando Ravello, Monica Dean, Emilie De Preissac, Ignazio Oliva, Camilla Semino, Aylin Prandi, Michaela Bara, Sarah Marecek, Lilith Stanghenberg, Christian Blumel, Christoph Letkowski, Ester Ortega, Pietro Ragusa, Gerry Mastrodomenico.
Berlino 2012, Panorama Special: Premio del pubblico.

La guerriglia urbana e le violenze delle forze dell’ordine contro i manifestanti del luglio 2001 durante il G8 a Genova (gli otto “grandi” della Terra riuniti su tre temi principali, scudo spaziale, protocollo di Kyoto, crisi mediorientale e Balcani) fanno ormai parte del “sapere comune”. Le virgolette stanno a indicare un significato alquanto vago di quel sapere, vaghezza omogenea a quella dei fatti, quali ce li ha tramandati la tradizione – sono passati dieci anni e in epoca contemporanea il mito si sviluppa velocemente, rincorso da cronaca e storia in rapida successione. Di preciso restano: lo slogan contro (“Un mondo diverso è possibile”) e la sentenza del tribunale di Genova (appello), arrivata nel 2008: 44 tra poliziotti, carabinieri, guardie penitenziarie, medici e infermieri condannati per abuso di ufficio, abuso di autorità contro arrestati o detenuti, violenza privata. Nella sentenza è precisato che «la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura ha costretto il tribunale a circoscrivere le condotte inumane e degradanti (che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali) ». Uno dei manifestati, Carlo Giuliani, rimase ucciso dal proiettile sparato, secondo il pm, in aria da un carabiniere, e poi deviato da un sasso durante il percorso. Il processo non si è mai fatto. La proposta di legge di una commissione d’inchiesta per i fatti di Genova è stata respinta per due volte dal parlamento italiano. Secondo Amnesty International, in quelle drammatiche giornate genovesi si ebbe «la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale ». Non spettava a Daniele Vicari (Velocità massima, L’orizzonte degli eventi, Il passato è una terra straniera) stabilire se così fosse stato. Il film, docufiction esplicita, rappresenta quei fatti con tutta la durezza possibile ma senza pigiare il tasto emozionale, come se il pudore per le sorti umane dei protagonisti, anche anonimi e tuttavia ben “presenti” sulla scena, prevalesse sull’ignominia delle scelte bestiali, non giustificate da alcuna politica. Il picco delle violenze subite dai manifestanti si ha nei locali della scuola pubblica Armando Diaz, uno dei centri del Social Forum, e nel carcere/caserma di Bolzaneto dov’erano stati trasferiti alcuni dei fermati. Il senso complessivo, anche al di là delle riflessioni sulla premeditazione delle azioni e sui trucchi per convogliarne gli esiti, è una nausea del cuore e della mente, una sensazione che si raggruma nello stomaco dello spettatore, contenuta nel buio dell’informazione (i black bloc per esempio) e vagolante nel vuoto degli orientamenti. Sono due ore di “mucchio selvaggio” che fa male al sentimento e rafforza l’ansia di scelte più chiare, più oneste, più condivise. Il film sfonda la soglia del documento e non attenua il dubbio che non si sia usciti da quelle atrocità. Bravi gli attori: un sorprendente Elio Germano “dolce” e vittima indifesa, giornalista testimone sbalordito, una Jennifer Ulrich anarchica tedesca massacrata dall’arroganza in divisa, un Claudio Santamaria vicequestore aggiunto, romano e credibile nella semiperplessità del ruolo.


Letto 2004 volte.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart