di Elio Pagliarani
[da “Quindici”, numero 3, agosto 1967]
« Il Principe Costante » di Calderon de la Barca,
adattamento di Slowacki – Teatro
Laboratorio diretto da J. Grotowski – Spo leto, Teatro Nuovo – 3-12 luglio 1967.
Allora questo nostro corpo umano l’adoprano proprio come arpa, clavicembalo, stru mento musicale donde cavano modulata in canto ogni piega della carne; allora del corpo umano fanno arte plastica e rassegna, corpo sofisticato e umbratile del Greco, corpo ottu so e nodoso del Cristo morto del Mantegna. Ciccia come sono bravi! (Anch’io però non ho scherzato mica tanto: si notino l’anda mento sinuoso, le due coppie di qualificativi, la rima. Rimalmezzo? no, non rimalmezzo: peccato). (Faccio lo spiritoso a buon mercato, e loro non lo meritano, perché sono proprio bravi).
Ma difettano di ironia, almeno nel Prin cipe Costante (Calderon mediato dal roman tico Slowacki): dove non mancano invece di sottolineare l’ambiguo, morbido rapporto sen suale che s’instaura, dicono, fra vittima e car nefice; lo diceva anche il poeta a Viareggio: eppure io non ci credo lo stesso.
Indubbiamente, lo spettacolo prende, e du rante le scene della castrazione (due: il pri mo castrato diventa poi uno dei loro, dei car nefici; il secondo è il nostro principe) m’è parso proprio di sentire delle fitte ai testicoli. F, a un certo punto, durante il ritmato, stra ziante, diuturno rantolare del principe, mi sono tappato le orecchie. Vigliacco che sono, non ho voluto soffrire!
E’ che, avrebbe detto Albertano da Brescia, niuna cosa disinfinta può essere diuturna; è che qui la dizione ‘ eroe linguistico ‘, che co stituisce un sintagma, finisce col pendere tutta dalla parte dell’eroe, e in un’accezione un po’ vecchiotta, e pietistica. E viene inevitabilmente a risultare marginale ciò che marginale non è: l’incubo da fossa dei serpenti, i balletti, le azioni del coro (e relativi capricci goyeschi).
Poi, come si è accennato, quanti richiami a innumerevoli deposizioni: e infatti hanno i Vangeli in repertorio. Ora, guarda un po’, sono almeno trecento anni che non risulta produttivo, almeno sul piano dell’arte, niun tipo di ricorso alla metafora Cristo; né tam poco vale ripetere la stessa operazione pro ponendola come demistificazione di quella metafora: ecché si vogliono commuovere le Madri!: chi ricorre a così precisi simboli del passato vuol dire che proprio non ha futuro davanti a sé.
Ma, mi si dice, guarda che loro sono po lacchi, che il cattolicesimo polacco è meno gratuito di: ah bene, sarà certo metto gra tuito di, ma se c’è una cosa che non mi inte ressa minimamente, definitivamente, è proprio Il cattolicesimo polacco. [E aggiungerò che a Spoleto, degli amici che ho incontrato, quelli di Torino, fra i più in gamba, declamavano a memoria il Risvegliato: all’inizio era pro prio raffinato, poi meno. Fogazzaro: ” « Sì, non sarò buddista nella pratica ma il Buddi smo m’interessa più del Cristianesimo! ». Qui successe un battibecco fra i tre per questa uscita poco opportuna ”. Beltramelli: « Co munque fosse, ben presto salì in grazia delle esotiche signore le quali, nella loggia teosofica romana, occupavano i gradi più elevati della gerarchia buddistica e la fortuna di lui fu fatta ». Poco più oltre, alla mia stessa fonte: Dare in budella: non riuscire. Lippi 6-94: Qui, dice il re, si dà sempre in budella, / sic ché mi cascan le braccia e le ovaia. Note al Malmantile: 2-522: Si dà sempre in budella: non si conchiude mai cosa di buono. Questo proverbio si dice copertamente: Far come il cane del peducciaio, e s’intende Dare in bu della, che esprime Discorrere assai e conchiu der poco, ed è lo stesso che Dare in trippa, in cenci.]
Ho divagato, ma è secondario. Più grave è che mica volevo esprimere più che qualche riserva o perplessità sul Teatro-Laboratorio di Grotowski, che porta avanti fino in fondo, e con assoluto rigore, un’esperienza eccezio nale, il cui risultato più evidente e indiscutibile è quello di aver reso capace di specifica comunicazione, di linguaggio, il corpo umano, grazie per esempio a durissimi, monastici, “ crudeli ”, esercizi biomeccanici, Ma, se si i confronta, come è inevitabile, l’esperienza del Teatro di Grotowski con quella in buona parte analoga del Living Theatre (con una comune derivazione, almeno a stare ai risultati pratici, dalle teorie di Artaud, checché ne dica il Grotowski), appare indubbio che il linguaggio del primo risulta più chiuso, più aristocraticheggiante e misticheggiante di quello del secondo: il corpo luminoso e vibrante di Ryszard Cieslak (protagonista del Principe) raggiunge una capacità di comunicazione intensissima ed eccezionale, ed è qui la singolarità, la novità dell’esperienza: ma poi ciò che ci comunica c’interessa molto meno. E il loro simbolismo non risulta mica tanto produttivo, almeno qui da noi.
O è che vogliono scavare il più a fondo possibile? L’inviato di « Sipario » stato a tro varli a Wraclaw (« Un mese da Grotowski », giugno ’67), scrive, e in tono molto autoriz zato, « se la biomeccanica proietta i processi spirituali dietro i legami espressivi, Grotowski riconosce invece la supremazia dell’espressio ne spirituale su quella fisica ». Ecco, dirò che diffido di espressioni del genere. Ancora, e peggio: « Si tratta di raggiungere la sponta neità che giace profondamente nascosta, con siderando l’intelletto come un giocattolo di falsa razionalità e una scusa per una parte cipazione non completa ». Sappiamo che esi stono dei problemi precisi, sotto questa di zione, (e se n’è accennato altra volta, a pro posito del Living Theatre), ma messa così non va mica tanto bene.