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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

22 Dicembre 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La regola del silenzio

The Company You Keep
Robert Redford, 2012
Fotografia Adriano Goldman
Robert Redford, Shia LaBeouf, Julie Christie, Sam Elliott, Brendan Gleeson, Terrence Howard, Richard Jenkins, Anna Kendrick,  Brit Marling, Stanley Tucci, Nick Nolte, Chris Cooper, Susan Sarandon,  Jackie Evancho, Stephen Root, Hamza Adam.

Guerra a coloro che sono contro la guerra? Silenzio, è la regola. Ma il silenzio non può durare per sempre, se i riferimenti sono importanti certi “segreti” rischiano di venire svelati. A distanza di 4 decenni dalle manifestazioni anche violente contro l’impegno degli Stati Uniti in Vietnam, certe azioni dei pacifisti di allora non hanno finito di interessare l’Fbi. In particolare, si continua a ricercare un certo Jim Grant, accusato di omicidio, il quale ora è un tranquillo avvocato di Albany (New York), padre single di una figlia ancora da crescere, ma in quegli anni lontani fece parte dei Weather Underground, una delle organizzazioni più aggressive; ha poi vissuto sempre in clandestinità. Robert Redford interpreta la parte di Jim e ha tratto la storia del film dal romanzo di Neil Gordon. Ne è venuto un thriller speciale, in cui la caccia all’uomo è anche caccia alle verità, obiettive e personali, circa i temi delle opposizioni estreme alla guerra. Figura di spicco della nuova generazione di attori degli anni ’70 (Dustin Hoffman, Robert De Niro, Jack Nicholson, Al Pacino, ecc.)  e regista impegnato per il cinema indipendente (Sundance Film Festival), all’età di 76 anni il californiano premio Oscar 1981 (Gente comune) affronta con apparente leggerezza questioni che hanno segnato un’epoca e anche oggi conservano la loro portata morale e sociale. Sia pure diverso nel genere,  La regola del silenziosembra continuare il precedente  The Conspirator  (2010), altro lavoro sui destini della nazione americana. Qui la caccia si scatena per l’ambizione professionale del giovane reporter Ben Shepard (Shia La Beouf). Ben si gioca il futuro della carriera avendo fiutato la possibilità di smascherare l’identità di Jim Grant e, parallelamente alla polizia, persegue la sua preda con ricerche e raccolta di indizi. In realtà l’Fbi non ha mai smesso di cercare i membri della vecchia Underground, il film si apre anzi proprio con l’arresto “casuale” di Shanon Solarz (Susan Sarandon), una “casalinga in fuga”. Ma con l’entrata in scena di Ben, siamo “invitati” al seguito del cronista e ci appassioniamo alla vicenda anche privata del protagonista, il quale è costretto a chiedere aiuto agli amici di un tempo. Interessante l’incontro con Jed Lewis (Richard Jenkins), ora professore di storia (ancora un insegnante, dopo quello di  Leoni per agnelli, 2007), il quale non si sottrae alla richiesta di aiuto ma approfitta dell’occasione per chiarire definitivamente la distanza dai metodi radicali degli anni violenti. L’unica via di salvezza per Jim è trovare Mimi Lurie (Julie Christie), la compagna e amante delle azioni cruente e in particolare dell’irruzione in banca che costò la vita di un uomo. Solo Mimi potrebbe dire la verità sull’innocenza di Jim. Emozionante, verso il finale, il momento in cui i due si ritrovano. E l’emozione deriva anche dall’essere presenti a una favola che si realizza sullo schermo, due volti (lui,L’uomo che sussurrava ai cavalli  e lei, la  Darling  di Schlesinger) di un cinema che resiste e insieme denuncia l’usura del tempo. La struttura del thriller – è il limite del film – pare stretta, insufficiente a contenere la ricchezza del soggetto e purtroppo il finale, virato e chiuso sulla ricomposizione della famiglia (padre-figlia), non rende giustizia alla possibile profondità del racconto.

Love Is All You Need

Den skaldede frisí¸r
Susanne Bier, 2012
Fotografia Morten Sí¸borg
Pierce Brosnan, Trine Dyrholm, Molly Blixt Egelind, Sebastian Jessen, Paprika Steen, Kim Bodnia, Christiane Schaumburg-Müller, Micky Skeel Hansen, Ciro Petrone, Bodil Jí¸rgensen, Line Kruse, Frederikke Thomassen, Marco D’Amore.
Venezia 2012, fc.

Partiamo dal titolo originale, che tradotto in italiano significa: La parrucchiera calva. Siamo a Copenhagen. Ida (Trine Dyrholm), la parrucchiera, è calva a causa della chemioterapia che ha appena finito di subire per via di un tumore. E notiamo che il tema della malattia o dell’incidente grave ricorre spesso nei film di Susanne Bier (Open Hearts  2002,  Noi due sconosciuti  2007): è uno degli aspetti negativi oggi nei destini delle persone, gente che la Bier vorrebbe veder vivere in un mondo anche più pacifico e meno violento,  In un mondo migliore  (2010).  Invece la società sembra presentare “disturbi” che ne rendono difficile un funzionamento armonico, e spesso il disagio di certe “disfunzioni” viene coperto – ma solo in apparenza – dalla coltre di stereotipi comportamentali che incidono nel quotidiano collettivo trasmettendo modelli e immagini di “normalità” o addirittura di beatitudine ingannevole. Seguiamo la vicenda di Ida. Proprio nel giorno in cui finisce il ciclo della chemio – dovrà aspettare almeno tre mesi prima di sapere di essere guarita – tornando a casa dall’ospedale trova il marito Leif (Kim Bodnia) sul divano del salotto con una collega di lavoro più giovane, una che “ama gli uomini maturi”. Sconvolta, Ida deve partire da sola per l’Italia. La figlia  Astrid (Molly Blixt Egelind) si sposa a Sorrento con Patrick (Sebastian Jessen)  e sarà una bella festa di famiglia nella villa che il padre dello sposo, Philip (Pierce  Brosnan), ha ereditato e che non ha più frequentato dopo la perdita della moglie in un incidente stradale. Ora Philip coltiva frutta e verdura al sole italiano, lui e Ida sono pronti a far coppia. Al matrimonio dei figli sono invitati amici e parenti, altri giovani del luogo daranno una mano per la cucina e per le altre faccende. Uno di questi, Alessandro (il Ciro Petrone di  Gomorra  e di  Reality) farà da tornasole nel momento culminante della festa, quando le nozze di Astrid con Patrick riveleranno tutta la loro problematicità. Ah l’amore! Non lasciatevi ingannare dalle apparenze: l’amore dolce, mare blu, luna piena e giardino di limoni sulla costa di Sorrento è una delle false beatitudini che la Bier ci prefigura quasi come un amaro sberleffo, continuando intanto – stavolta in forma “leggera” ed è la novità – nella ricerca scettica di una qualche armonia della famiglia.  Senza calcare la mano ma con inequivocabile chiarezza in ogni dettaglio, la regista offre una traslucida rappresentazione stereotipa del contrasto tra ovvietà ambientali e crisi degli affetti di genitori e figli, in tipiche situazioni di disgregazione dei rapporti convenzionali.  Prima del film finirà la festa nuziale, gli invitati se ne andranno lasciandosi dietro una specie di delusione indifferente, quasi consapevoli di un qualcosa di irreparabile e, per quanto “imprevisto”, di inevitabile. Consapevolezza-quasi, da cui lo spiraglio paradossale di una riparazione in chiusura, “predibile” anche questa non meno di un commento musicale che fosse – per dire – addirittura l’antico “That’s amore” di Dean Martin:  così, tanto per concedere allo spettatore la misera soddisfazione del compiersi di un destino sentimentale, non necessario e, possiamo intuire, non definitivo, ma capace di completare il cerchio della finzione. Bravissima la protagonista e giustissima la scelta di Brosnan, qui perfetto falso-insensibile sentimentale in commedia.


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1 commento

  1. Trackback by Amedar Consulting — 27 Dicembre 2012 @ 01:13

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
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