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La scelta del Pd tra Vendola e il Prof

22 Dicembre 2012

di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 22 dicembre 2012)

Nel giorno in cui tutto doveva finire e per fortuna nulla finì, qui – nel cuore della cittadella politica, cioè a Montecitorio – qualcosa invece si conclude per davvero.
Si chiude la XVI legislatura, e va bene. Ma finisce anche la «carriera parlamentare » di due leader che hanno profondamente segnato la vita politica (e non solo politica) del Paese. Per «Walter » e «Massimo », infatti, questo venerdì della presunta Apocalisse è il giorno del passo d’addio al Parlamento: e Veltroni e D’Alema – diversissimi da sempre – affrontano in maniera differente anche quest’ultimo e non semplice passaggio.

Veltroni parla in aula (piena solo per le tante presenze nei banchi del Pd) e D’Alema invece no. Il primo interviene per motivare il sì dei Democratici alla legge di stabilità, e lo fa con un discorso in puro stile veltroniano: parla del «limbo limaccioso » in cui è finita l’Italia, descrive il populismo come una sorta di «voto di scambio tra disperazione e demagogia », cita Olof Palme e invita a guardare avanti, ai giovani, al futuro; il secondo – D’Alema – ascolta, non regala battute, ma pare comunque di ottimo umore mentre chiacchiera con Fini, poi con Marianna Madia e infine si congratula con l’amico di tanti dissidi e tante battaglie.
Mentre il sipario (parlamentare) cala su due personalità che certo non usciranno dalla scena politica, Pier Luigi Bersani è a pranzo con Laurent Fabius, ministro degli esteri francese ed ex leader del Psf. Per il segretario si tratta di un passaggio non irrilevante in quella sorta di «giro delle sette chiese » che ha dovuto intraprendere presso le diplomazie europee per rassicurarle – diciamo così – circa l’affidabilità del Pd e dei suoi alleati come forza di governo. In vista del voto di febbraio, infatti, due cose hanno molto preoccupato (e naturalmente preoccupano ancora) Bersani: l’incessante pressing europeo per una discesa in campo di Mario Monti e l’attacco concentrico che viene mosso al Pd in ragione della sua alleanza con Vendola.

Per settimane il leader Pd ha dovuto difendersi dalla contestazione di esser «troppo poco montiano », e lo ha fatto a volte con toni anche duri, dicendosi stufo dei «prelievi che mi vengon fatti ogni mattina per stabilire il mio tasso di montismo ». Sembrava quello il massimo della contestazione possibile. E invece, a Monti dimissionario, ecco il nuovo affondo: questo Pd sarà anche una cosa diversa dal vecchio Pci e dai suoi eredi, ma è ancora troppo poco riformista e l’alleanza col «radicale » Vendola lascia presagire una linea quanto mai massimalista.

Che sia una preoccupazione sincera oppure no, in verità importa poco. Quel che conta – e Bersani lo sa – è che l’obiezione è in campo ed è insidiosa quanto mai. Infatti, mentre per quel che riguarda il «tasso di montismo » possono parlare i fatti di questi 13 mesi (e la lealtà al governo sempre ribadita dal leader del Pd), l’accusa di radicalismo investe il futuro – cioè le prossime elezioni – e non è analogamente risolvibile richiamando dei «fatti ».

Anzi. Ad avere memoria, gli unici «fatti » in campo – in verità – riguardano la deludente esperienza di governo di centro e sinistra (governo Prodi 2006-08) e non sono granché rassicuranti. E’ vero che a quell’epoca il Pd non esisteva ancora, ma si tratta di una rassicurazione che appare insufficiente. Soprattutto se si annota che Vendola attacca quotidianamente Monti, il suo governo e la sua agenda; e che anche nel Pd si alzano sempre più di frequente voci critiche circa la linea tenuta in questi 13 mesi dal Professore.

Nessuno può aver dubbi intorno al fatto che la prossima campagna elettorale sarà tutta giocata sul terreno dell’economia e delle politiche da perseguire per arginare la crisi in atto: in questo senso, allora, esser rappresentati come una forza «inaffidabile » sul piano delle ricette (riformiste) da mettere in campo, contiene in sè un pericolo mortale. E’ per questo che dal Pd e dalla coalizione in costruzione è lecito attendersi – se possibile – posizioni e proposte che fughino le perplessità in campo (genuine o strumentali che esse siano). Si lancino dei segnali, e si tratteggino prime linee di intervento che rassicurino le cancellerie, i mercati e gli elettori. E anche Vendola farebbe bene a considerare meglio tanto i rischi quanto la posta in palio. Perché il tempo stringe ed una scelta netta e chiara non pare più rinviabile.


Casini e Montezemolo non convincono più il Prof: dubbi sulla discesa in campo
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 22 dicembre 2012)

Le liete notizie, quanto le cattive, non vengono mai sole. La prima è che Alessandro Sallusti ha ottenuto la grazia dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, quindi riconquista subito la libertà che una sentenza stravagante gli aveva ingiustamente tolto; la seconda è che Mario Monti ha annunciato formalmente le dimissioni e, mentre scriviamo, si accinge a salire al Colle per rassegnarle nelle mani del presidente della Repubblica. Si chiude così una brutta esperienza tecnica durata oltre un anno e se ne apre una probabilmente peggiore. Il Professore ha strappato un egregio risultato, bisogna riconoscerlo: è diventato simpatico ad Angela Merkel e ai grigi personaggi della Ue, avendo ubbidito loro in tutto e per tutto. Per il resto, gli indicatori economici dimostrano che la sua gestione è stata fallimentare: il Pil è diminuito, i consumi pure, la produzione idem; in compenso, sono aumentate le tasse e – miracolo – il gettito complessivo è calato. L’unica eccellente riforma del governo è stata quella delle pensioni (con vent’anni di ritardo), firmata dal ministro Elsa Fornero che, non a caso, viene attaccata o schernita ogni giorno. Roba da matti: le persone serie fanno ridere gli sciocchi.

Quando nelle pubbliche discussioni (televisive, specialmente) si fa notare che i numeri sono impietosi col bocconiano e documentano il suo disastro, c’è sempre qualcuno pronto a contestare: afferma che senza Monti le cose sarebbero precipitate. Peccato che non esista controprova. Al premier va concessa un’attenuante generica: gli è toccato lavorare con una maggioranza pasticciata e pasticciona, e con partiti capaci di tutto e buoni a nulla: non sono nemmeno riusciti in 13 mesi a cambiare la legge elettorale, il famigerato Porcellum che, dunque, è in vigore e provocherà altre porcate, a cominciare dalle prossime elezioni politiche.
Il rilancio dell’economia, sul quale si puntava per raddrizzare le gambe storte di tante aziende martoriate dalle imposte e da una burocrazia cieca e bieca, è rimasta lettera morta. La spesa pubblica eccessiva (gonfiata da mille sprechi) non è stata sfiorata perché i partiti, ogni volta che comparivano le forbici, facevano scattare veti incrociati, e l’esecutivo era costretto a riporre le cesoie nel cassetto. Insomma, se Monti non è stato in grado di compiere il prodigio di sistemare i conti, non è (soltanto) colpa sua, ma di un sistema unanimemente considerato marcio eppure immodificabile, causa cattiva volontà e ottusità di senatori e deputati.
Dopo le elezioni, fissate a febbraio, assisteremo pertanto al solito teatrino: confusione in Parlamento, una maggioranza inconsistente, un governo instabile e impossibilitato a realizzare un qualsivoglia programma decente. Nonostante ciò, Monti non resiste alla tentazione di mettere i piedi nel piatto della politica, e lo fa nel modo più sbagliato, capeggiando una lista eterogenea di pseudocentristi, vecchi arnesi vissuti trent’anni nel Palazzo e terrorizzati all’idea di dover sloggiare. Una lista che non vincerà mai e che si limiterà a sottrarre voti a forze più attrezzate per guidare il Paese.
La decisione (se non muterà) del premier uscente è tecnicamente incomprensibile: egli si butta nella mischia declassandosi da uomo sopra le parti a uomo di parte. La parte meno affidabile. Un senatore a vita, capo dello Stato in pectore, forse meritava un destino diverso.


Lista Monti al 15% Senza Cav il Prof non va da nessuna parte
di Redazione
(da “Libero”, 22 dicembre 2012)

I “moderati” Fini, Casini e Montezemolo rischiano addirittura di arrivare quarti. Ecco perchè il premier uscente sta pensando di voltargli le spalle.
A ore Mario Monti scioglierà la riserva sul suo futuro politico. Ma i sondaggi più recenti fanno pensare a un suo clamoroso ripensamento. Una lista unica di centro che comprendesse Casini, Fini e Montezemolo e guidata dal Prof come candidato premier reggiungerebbe infatti appena il 15,4% delle preferenze alle elezioni politiche. Un risultato che le darebbe il terzo, se non il quarto posto dietro a quelle del centrosinistra, del centrodestra e di Beppe Grillo. E a quel punto, Monti non andrebbe da nessuna parte. Non solo sarebbe costretto a guardare Bersani (con ogni probabilità) salire a Palazzo Chigi, ma troverebbe chiuse pure le porte del Quirinale, perchè il Parlamento gli sbarrerebbe la strada: Silvio Berlusconi ha già detto che i suoi non lo voteranno se si candiderà; ed è assai probabile che il segretario Pd, anche solo per “vendetta” (in questi giorni gli ha sconsigliato di candidarsi) toglierebbe il suo favore al Prof in versione quirinalizia (aprendo la strada alle ipotesi Amato o Prodi). Il punto è anche che quel 15,4 che Swg accredita al listone di centro non è in crescita, ma è sostanzialmente stabile da due mesi. Ora, nell’ultima settimana la fiducia nei confronti del premier è cresciuta dal 33 al 38% ed è assai probabile che le dimissioni date ieri al Quirinale diano una spintina al 15,4%. Ma appare ormai chiaro che senza il Cav e il Pdl, Monti non va da nessuna parte.

Renato Manheimer, sul Corriere della Sera, spiega che “il terreno davanti al prof appare molto aperto”, con la stima e il suo consenso personale destinate a superare nelle prossime settimane il 40% e ad avvicinarsi al 50% (nonostante il 60% degli italiani sia contrario a una sua candidatura). La zavorra vera sono dunque i politici e i ministri che sosterrebbero una sua corsa: Fini e Casini sono quanto di più trito e ritrito la politica italiana offra oggi, il ministro dell’Integrazione Riccardi con le sue uscite pro-immigrati non suscita certo simpatie tra gli elettori di centrodestra, il collega allo Sviluppo economico Corrado Passera è stato un mezzo flop (lo sviluppo, chi l’ha visto?) e Montezemolo appare sempre come una figura evanescente, della cui discesa in campo si parla ormai da così tanto tempo che l’effetto-novità è andato a farsi benedire.

Per i “centristi”, la scelta del Prof di restare alla finestra sarebbe una jattura, soprattutto per i Fini e i Montezemolo. Casini con ogni probabilità, si riciclerebbe con Bersani & Co (o almeno, così dice oggi il segretario Pd). Alla fine, è la cosa che gli riesce meglio.


La terzietà delle istituzioni
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 22 dicembre 2012)

È sicuramente fondata l’accusa che viene mossa ad Antonio Ingroia di usare la notorietà ottenuta con le inchieste giudiziarie sulla classe politica per partecipare alla prossima campagna elettorale con buone possibilità di essere eletto in Parlamento. Il magistrato palermitano, ovviamente, ha tutto il diritto di sottoporre le proprie idee al giudizio degli elettori. Ma non può non incassare la critica delegittimante di usare il prestigio e l’autorevolezza derivanti dalla sua attività di magistrato per entrare a far parte della casta politica fino a ieri così tanto inquisita e disprezzata. Il caso Ingroia, però, non è affatto isolato. Accanto ad esso si sta manifestando un caso analogo altrettanto scandalosamente inopportuno. Solo che mentre su Ingroia le polemiche si sprecano, sul fenomeno analogo e forse addirittura più grave nessuno osa profferire parola. Il caso in questione è quello del governo tecnico, a cui era stato affidato il compito di sostituire non solo un governo politico ma la classe politica in genere, che si prepara ad entrare in campagna elettorale con liste che ad esso fanno riferimento. Il tutto con l’obbiettivo dichiarato di togliere voti ai partiti grazie ai quali ha governato per un anno di seguito.

Anche in questo caso nessuno può negare il diritto a partecipare alle elezioni ai ministri del governo Monti ed allo stesso presidente del Consiglio. Quest’ultimo, ad esempio, può sempre dimettersi da senatore a vita per ottenere l’investitura popolare a succedere a se stesso nella prossima legislatura. Ma tacere sulla inopportunità di una metamorfosi così radicale, come fanno i commentatori dei grandi media del paese, appare decisamente bizzarro. O, se vogliamo, vergognoso. Perché accanto alla inopportunità di un governo tecnico che doveva salvare il paese dalla politica e che decide di diventare politico per perpetuare se stesso, c’è anche una questione istituzionale di non poco conto. Può garantire l’imparzialità delle istituzioni in una delicatissima fase elettorale un governo che diventa concorrente diretto delle forze politiche in campo? Non c’è bisogno dei costituzionalisti del Quirinale per capire che la questione sia particolarmente scottante e spinosa. Perché il governo in carica non è un normale esecutivo politico che, come è quasi sempre capitato nella storia repubblicana, gestisce le elezioni sforzandosi di tenere distinte, per una questione di eleganza istituzionale, il ruolo di governo da quello di competitore politico.

Il governo in carica è un esecutivo che deve la propria nascita e la propria sopravvivenza proprio a quella caratteristica tecnica che ne avrebbe dovuto garantire la terzietà rispetto ai partiti della maggioranza e della stessa opposizione. Ma se questa caratteristica di fondo, cioè la terzietà, scompare, ed il governo tecnico diventa politico decidendo di collocarsi in favore di alcune liste e contro altre, perché mai all’esecutivo dovrebbe essere lasciato il compito di gestire le prossime elezioni? Solo per consentire ai vari ministri tecnici decisi a diventare politici a tempo pieno di sfruttare a fini elettorali la notorietà, l’autorevolezza ed i privilegi che vengono loro dal ruolo governativo? Sarà il caso che qualcuno risponda a tali interrogativi. Ed è opportuno che questo qualcuno sia il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha “inventato” la “soluzione Monti” e che oggi dovrebbe spiegare per quale ragione i cittadini italiani dovrebbero avere la sensazione di partecipare ad una campagna elettorale in cui le istituzioni non sono al di sopra ma una delle parti in campo.


Maurizio Belpietro: “L’uomo del danno”, qui.


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Bart