Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

16 Febbraio 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Die Hard – Un buon giorno per morire

A Good Day to Die Hard
John Moore, 2012
Fotografia Jonathan Sela
Bruce Willis, Jai Courtney, Mary Elizabeth Winstead, Cole Hauser, Yuliya Snigir, Mike Dopud, Sebastian Kock, Nikolett Barabas, Radivoje Bukvic.

Cosa non si fa per i figli! Al detective John McClane non importerebbe quasi più nulla dei disastri del mondo, tanto che ha deciso di prendersi una bella vacanza. Con la figlia Lucy (Mary Elizabeth Winstead) si è rappacificato, lei lo considerava un padre troppo severo e geloso, lui l’ha salvata da un hacker un bel po’ cattivello (Die hard – Vivere o morire 2007), ed ecco che nei guai s’è messo il figlio Jack (Jai Courtney, Jack Reacher – La prova decisiva), intrappolato nel terrorismo internazionale. Certo, a un poliziotto come John, dalle prestazioni eccezionali veramente, inattaccabile dal lato morale (nel senso che è impossibile spingerlo verso una qualche forma di depressione), uno che muore e resuscita di continuo, sottoposto al massimo stress fisico, non si può chiedere la sensibilità di una zia lavoratrice a maglia. Ma quando dev’esservi c’è. E si precipita in Russia a salvare Jack dai pasticci in cui s’è messo. Corruzione, vendette politiche, un certo Komarov (Sebastian Kock), spia governativa, ha bisogno di protezione nell’ambito di un affare di plutonio che rischia di concludersi nella centrale nucleare di Chernovyl. Jack lavora per la Cia sotto protezione, quando John  lo viene a sapere ci scherza sopra: «Sei lo  007 di Plainfield,  New Jersey », dice al figlio. Combatteranno insieme e faranno l’impossibile. Alla guida di mezzi di ogni tipo, berline o mostruosi blindati, saranno capaci di distruggere centinaia di auto, far crollare palazzi, saltare da un luogo all’altro senza riguardo per le leggi della gravità e correre via col corpo insanguinato e bisognoso di cure («Fai vedere, non è niente »). Tutto questo in un contesto straniero, senza sapere la lingua, senza conoscere quasi nulla. Un vero incubo d’azione. E come al solito – è anche e soprattutto questo il merito della regìa di John Moore (Il volo della Fenice 2005, Max Payne 2008) e della maschera di Willis  -, nonostante le giravolte, gli scontri, gli inseguimenti, le sparatorie, John McClane è un uomo normale, che non ha bisogno di tanti effetti speciali per risolvere questioni che, in fondo, possiamo considerare di ordinaria amministrazione. Un padre di famiglia un po’ duro, ecco.

Promised Land

Promised Land
Gus Van Sant, 12012
Fotografia Linus Sandgren
Matt Damon, Frances McDormand, Hal Holbrook, John Krasinski,  Rosemarie DeWitt, Terry Kinney, Joe Coyle, Dorothy Silver, Titus Welliver, Tim Guinee, Sara Lindsey, Jericho Morgan, Max Schuler, Ken Strunk, Karen Baum, Johnny Cicco, Kristin Slaysman, Lucas Black.

Steve Butler (Matt Damon) ha lasciato la piccola e morente cittadina rurale, dov’era cresciuto, per cercare un futuro migliore, metropolitano e multinazionale. Ora torna a McKinley, insieme alla collega Sue Thomson (Frances McDormand), incaricato dalla Global Crosspower Solutions di “convincere”, in cambio di denaro, la comunità agricola a concedere il permesso di estrarre gas dalla terra con il metodo della fratturazione idraulica. Il “fracking” comporta rischi di inquinamento e non è facile trattare con i proprietari di fattorie a conduzione famigliare. Steve tenta la strategia del contatto singolo, visitando una ad una le famiglie e cercando anche la “collaborazione” con l’uomo politico più rappresentativo. Ma il compito si dimostra meno facile del previsto. Particolarmente dura da superare è l’opposizione di Frank Yates (Hal Holbrook), anziano insegnante del luogo, il quale funziona da autorevole opinion leader. E in più, sbuca dal nulla Dustin Noble (John Krasinski),   un ambientalista la cui capacità di contrasto sembra decisamente più forte della “busta” offertagli dai rappresentanti della Global. Steve è in grave difficoltà, la sua missione è sul punto di fallire. Ma la Global non lo lascia solo e il film riserva allo spettatore una sorpresa finale risolutiva. Tanto che, vedrete, il brillante agente di vendita troverà le sue buone ragioni addirittura per trattenersi a McKinley, ben oltre il tempo previsto per il lavoro e al di là del lavoro stesso. Il tema del “redde rationem” tra crisi energetica globale e sviluppo ancora tradizionale è svolto da Gus Van Sant con la solita attenzione e sensibilità del regista di film come Elephant, Paranoïd Parck, Milk, sensibilità verso situazioni critiche leggibili attraverso la “presenza” del fattore umano, non preso in astratto né soltanto per il suo valore simbolico bensì trattato realisticamente con una rara capacità di osservazione ravvicinata e rispettosa del contesto. Steve pagherà il suo prezzo per l’esito non esaltante della missione che lo ha fatto tornare ai suoi luoghi di origine, ma nel frattempo lo avremo visto vivere, agire e parlare come un uomo reale, non come un “att(uat)ore” dello script – cosa che invece accade non di rado anche in film “tratti da storie vere”. E la cosa non riguarda soltanto il protagonista, ma tutti i presenti sul set, ambientazione compresa. Pensiamo a cosa potrebbe accadere in Italia – il paese del Neorealismo! – in un film analogo, che riguardasse l’evoluzione dello sviluppo energetico.

Noi siamo infinito

The Perks of Being a Wallflower
Stephen Chbosky, 2012
Fotografia Andrew Dunn
Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller, Mae Whitman, Kate Walsh, Dylan McDermott, Melanie Lynskey, Nina Dobrev, Johnny Simmons, Paul Rudd, Erin Wilhemi.

L’elemento meno interessante del film è la “spiegazione” del disagio e del disturbo che impedisce al protagonista di vivere serenamente la sua vita di studente al primo anno delle superiori e anche la sua vita affettiva, in famiglia e nel contesto scolastico. Stephen Chbosky, scrittore statunitense (Pittsburgh, 1970) autore del romanzo epistolare, cult tra i giovani, The Perks of Being a Wallflower (Ragazzo da parete), ha trasferito egli stesso sul grande schermo la figura di Charlie (Logan Lerman, Quel treno per Yuma, Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo: il Ladro di Fulmini, I tre moschettieri). Chbosky, il quale è anche regista di successi televisivi, conosce la differenza tra i linguaggi e non ha potuto direttamente tradurre in cinema le sfumature né le complessità di senso del suo libro. Del resto, il problema è comune a tutti i “trasferimenti” tra forme diverse. Ma qui nel film appare con maggiore evidenza la relativa inutilità della motivazione psicologica del comportamento di Charlie e delle difficoltà che il ragazzo incontra nell’esprimere le proprie inclinazioni di crescita sentimentale e intellettuale, tanto che, quando la regia passa concretamente a “mostrare” quelle ragioni (che non riveliamo) con flash sempre più insistenti riferiti all’infanzia del personaggio, il racconto subisce un netto calo d’intensità e si piega ai trucchi convenzionali come gli inserti di visione “interiore”, al cinema sempre inadeguati.  Tutto ciò è più vero in quanto il film, prima della fase esplicativa, aveva già prodotto una più che apprezzabile densità di senso col semplice metodo della contiguità, accostando le sequenze descrittive del quotidiano di un gruppo di amici che frequentano il triennio superiore, le loro tendenze, le ansie, le necessità di crescita, la ricerca di affinità, la formazione e il consolidamento dei caratteri, gli aggiustamenti delle scelte attrattive, l’iniziazione alla pratica sessuale. Chbosky aveva mostrato di trarre il giusto vantaggio dalla conoscenza – diremmo coscienza – profonda del contenuto, avendolo elaborato già per il romanzo; ed era riuscito a dare una sensazione abbastanza precisa anche del contesto più largo, anche se nel film non si vede, intendiamo la sfera degli anni ’90 (il racconto è ambientato nel 1991), incipienti e quasi minacciosi per il futuro di una generazione senza molte speranze. Vi era riuscito semplicemente tagliando e montando le scene di vita con discrezione poetica, lasciando ai personaggi la necessaria libertà di movimento, facendoli crescere appunto secondo la loro dinamica interna, rispettandone le ragioni e le singole storie. Sicché, perfino Emma Watson riusciva a non essere più la Ermione Granger di Harry Potter e a vivere una sua problematica di ragazza prospettica, di nome Sam. Le timidezze di Charlie, più giovane di due anni rispetto agli amici che lo accolgono nel gruppo – c’è anche il bravo Ezra Miller (E ora parliamo di Kevin)  nei panni di Patrick, fratellastro gay di Sam -, bastavano “in quanto tali” a trasmetterci la sensazione, vaga e netta insieme, estetica, di un difficile ingresso nel mondo adulto, non più vero né più falso e tuttavia altrettanto problematico nelle sue sfumature correlative. E alla fine, il quadro di una società che cerca la propria evoluzione, pur dentro una fitta rete di impedimenti ed equivoci da sciogliere, lasciava ai ragazzi – Charlie compreso, con i suoi problemi individuali e profondi – la libertà di un paradosso da scontare, di un tunnel da attraversare, nella gioiosa certezza di un avverarsi possibile. Sarebbe stato un miracolo dell’ambiguità che nasceva da un film capace di restituire allo spettatore la protesta, intima e indefinita quanto certa di una propria verità, proveniente da un’epoca ancora vicina eppure così irrimediabilmente passata. Intima, abbiamo detto, ma non certo “segreta” e comunque non risolvibile soltanto in chiave analitica. La lettera che il protagonista scrive confessando i suoi turbamenti è indirizzata noi, noi che veniamo dopo e che potremmo imparare, come lui, a muoverci nel nostro “infinito”. Non importa se abbiamo avuto o no gli stessi problemi d’infanzia di Charlie.

Viva la libertà

Viva la libertà
Roberto Andò, 2013
Fotografia Maurizio Calvesi
Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto, Eric Trung Nguyen, Judith Davis, Andrea Renzi, Gianrico Tedeschi, Massimo De Francovich, Renato Scarpa, Lucia Mascino, Giulia Andò, Stella Kent.

La storia e la pazzia, la politica e il suo doppio. Roberto Andò (Sotto falso nome 2004, Viaggio segreto 2006) va sul difficile senza paura e, con l’aiuto determinante di Toni Servillo impegnato in un doppio ruolo, riesce a darci un saggio filosofico di una certa profondità e perfino divertente. Scrittore (il film è tratto dal suo romanzo “Il trono vuoto”, Bompiani 2012) e regista teatrale (Calvino, Mozart, Brecht, Sciascia, Shakespeare, Pinter), l’autore ha fiutato nell’aria un tema sottostante al disagio diffuso del momento storico che stiamo vivendo, specialmente in Italia, a livello sociale e individuale: il tema dell’assenza, della latitanza dall’impegno, della responsabilità e, più implicitamente, della fuga nelle convenienze egoistiche. In un quadro di inazione generale, l’opportunismo può prendere più facilmente il sopravvento. Vale per tutte le sfere della vita e soprattutto, forse, in politica, dove i conti con la storia, per paradosso, si fanno quotidianamente. Ad apertura di film, vediamo Enrico Oliveri (Servillo 1), segretario del partito d’opposizione, prendere atto delle difficoltà che si prospettano in vista delle imminenti elezioni. Con aria depressa, confessa di avere bisogno “di un po’ di tempo per respirare” e sparisce dalla circolazione, mettendo nei pasticci Andrea Bottini, il suo collaboratore più vicino (Valerio Mastandrea). Ma Oliveri non è solo, tutt’altro: ha un fratello gemello, Giovanni, filosofo dal carattere un po’ eccentrico e sofferente per una forma depressiva che lo ha costretto a cure specifiche di cui porta il segno. L’urgenza dell’attualità politica costringe Bottini, con la complicità della moglie di Oliveri, Anna (Michela Cescon), a prendere una decisione ardita,  giacché bisogna in qualche modo riempire l’improvviso vuoto lasciato dal segretario del partito in piena campagna elettorale. Giovanni (Servillo 2) prenderà il posto di Enrico, anche oltre il ruolo di controfigura. L’operazione sembra piena di rischi, dato il modo di agire del segretario, figura moderata e riflessiva. Ma la sostituzione avrà esiti sorprendenti. Giovanni sente che la circostanza è per sé anche l’occasione di un riscatto profondo, intimo, che riguarda la fase di un amore lontano, vissuto e sofferto in comune col fratello. Non sa nemmeno lui quale esito pratico potrà avere la svolta che gli si presenta, ma si tuffa con beffardo entusiasmo nella scena politica, immettendovi una superdose di straordinaria sincerità, pronunciando parole che rompono il quadro di una compostezza ormai perdente e arrivando, nel comizio finale di Piazza San Giovanni a Roma, a sostituire il solito discorso convenzionale con la poesia di Bertolt Brecht, “A chi esita”: «Dici per noi va male. Il buio / cresce. Le forze scemano… Siamo dei sopravvissuti, respinti / via dalla corrente?… Non aspettarti / nessuna risposta oltre la tua ». Con grande maestria Toni Servillo prende e lascia, lascia e prende il doppio ruolo, rinviando all’uno e all’altro dei gemelli le ragioni intime e storiche della loro vicenda esemplare e squilibrata, misteriosa e trasparente. Non a caso Enrico si rifugia, per “respirare”, da Danielle (Valeria Bruni Tedeschi), suo vecchio amore mai dimenticato e condiviso proprio con Giovanni. Quando poi torna nel suo ufficio a Roma, vede che Bottini è cambiato (bravo Mastandrea nel gestire le sfumature del cambiamento), si accorge della novità, ne prende atto e lascia a noi il seguito della partita tra storia e “pazzia”. Altrettanto fa il regista con lo spettatore, gli offre il genio di Servillo con spiritosa delicatezza, come sollevandolo dalla drammatica simbologia de Il divo (Paolo Sorrentino, 2008), per una lettura della politica in quasi-commedia, con sorridente sarcasmo e paradossale ambiguità.


Letto 2366 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart