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Il regno di Amleto

16 Febbraio 2013

di Michele Ainis

Il miglior regalo per i prossimi parlamentari? Un vaccino antinfluenzale. Guai ad ammalarsi, infatti, ed anzi guai a distrarsi, con i numeri che si profilano al Senato. Dove tutto lascia immaginare un revival del 2006, quando Prodi governava (si fa per dire) sorreggendosi al bastone dei senatori a vita. O del 1994, quando Scognamiglio strappò a Spadolini la presidenza di palazzo Madama per un solo voto (e il governo Berlusconi durò 8 mesi appena).

Ma nel 2013 c’è il rischio di scavare una doppia trincea: alla Camera, oltre che al Senato. Perché lì il premio garantisce, è vero, una super-maggioranza a chi vince le elezioni; però non gli assicura affatto il controllo dell’attività legislativa. Non quando l’Aula venga presidiata da una super-minoranza, come quella che sta per imbucarvi Grillo. Non se quest’ultima rifiuti ogni stretta di mano, minacciando viceversa il calcio in bocca più letale: l’ostruzionismo. Nel 1976 la Camera venne sequestrata da una pattuglia di quattro radicali; figurarsi cosa potranno combinare un centinaio di deputati del Movimento Cinque Stelle, senza contare gli uomini di Ingroia, ammesso che raggiungano il quorum.

Intendiamoci: l’ostruzionismo non è un crimine. Viene permesso dalle regole, benché le stiri come un elastico fino al punto di rottura. Fu allevato nella culla della democrazia parlamentare: negli Usa fin dal 1841, in Inghilterra dal 1877, per mano della «brigata irlandese », che rivendicava l’autonomia dell’isola. E qui in Italia ha servito non di rado buone cause, come il filibustering praticato nel 1899 contro le misure liberticide del governo Pelloux. Altre cattive, come l’ostruzionismo contro l’adesione al Patto Atlantico (1949) o contro la riforma regionale (1967). Ma le cause per lo più sono opinabili, perché la politica è il regno di Amleto, è un rompicapo dove manca la risposta.

Contano allora gli strumenti, le tecniche parlamentari. Curioso: in origine l’ostruzionismo mirava a sveltire le discussioni, accompagnando gli oratori troppo prolissi con un saluto collettivo di sbadigli, scalpiccii, clamori. In seguito s’avvalse viceversa di maratone oratorie per bloccare questa o quella decisione, e ancora si cita il record di Marco Boato (18 ore filate nel 1981, guadagnandosi l’epiteto di «vescica di ferro »). Poi i regolamenti parlamentari hanno posto un limite di tempo agli interventi, ma restano praticabili altre strategie: emendamenti a pioggia, continue richieste di verifica del numero legale, raffiche di votazioni per appello nominale. Sicché il nuovo Parlamento ben difficilmente emulerà le imprese del vecchio, che ha saputo battezzare alcune leggi in una settimana (sui referendum nel 2009, il salva-liste nel 2010, la manovra del 2011). Anche perché la bozza Quagliariello-Zanda, che avrebbe accelerato l’ iter legis , non è mai uscita dal suo bozzolo. Tanto per cambiare.

Ma l’ostruzionismo cambia eccome, se a condurlo è una legione, invece d’un drappello di soldati. Perché a quel punto può sparare l’arma atomica: il ritiro della truppa. Facendo mancare il numero legale, e impedendo perciò ogni deliberazione. Chiunque vinca, farà bene a metterci subito rimedio. Come? Con la politica che s’usa in ogni condominio. Concedendo qualche posto al sole agli avversari, anziché accaparrarsi fino all’ultima presidenza di commissione. Varando finalmente uno statuto dell’opposizione, di cui si parla a vanvera da un decennio almeno. Evitando l’abuso dei voti di fiducia, il muro contro muro. O la legislatura s’aprirà con una tregua, o conteremo i morti sul campo di battaglia.


Napolitano in campo: il finto super partes fa lo spot al premier
di Laura Cesaretti
(da “il Giornale”, 16 febbraio 2013)

Roma – La discesa in politica di Monti? «Una libera scelta che ho rispettato », dice Giorgio Napolitano da Washington. Mentre «ho un po’ deplorato che, dopo 13 mesi di sostegno al governo Monti, qualche partito dia ora giudizi liquidatori sulle sue scelte ».
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama

Anche perché, con il governo dei tecnici l’Italia, che nel 2011 era arrivata «sull’orlo del collasso finanziario », ha invece «fatto grandi progressi, con la collaborazione e il contributo di diversi partiti politici, e questi progressi possono e devono continuare ». E Barack Obama «spera, e lo spero anche io, che l’Italia vada avanti e non indietro ».
Le parole di Giorgio Napolitano, che rimbalzano in Italia nel tardo pomeriggio d’oltreoceano dove ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, hanno l’effetto di un fiammifero sulla benzina. La torpida campagna elettorale italiana, ormai oscurata da retate quotidiane delle Procure e dimissioni papali, si riaccende all’improvviso e da destra (Pdl) e da sinistra (Di Pietro) piovono durissimi giudizi sulla parzialità pro-Monti del presidente della Repubblica. Mentre il Pd si limita ad una difesa d’ufficio.
Il Pdl si sente chiamato in causa e reagisce con veemenza. Sandro Bondi parla di «pesante intromissione nella campagna elettorale », un «bruttissimo episodio che non mi stupisce ». Il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto ritorce l’accusa mossa dal capo dello Stato: «deplorevoli » non sono le critiche a Monti, ma il fatto che il Professore, «venendo meno alla parola data a Napolitano, sia sceso o salito sul piano politico, per di più attaccando Pd e Pdl che lo hanno lealmente appoggiato durante l’anno di governo ». E «un po’ deplorevole » è anche il fatto che ci sia un intervento politico alla fine della campagna elettorale da parte della massima autorità dello Stato che deve sempre rimanere al di sopra delle parti ». L’ex ministro Renato Brunetta spiega di «dissentire rispettosamente » dall’analisi di Napolitano, perché «l’Italia, nell’autunno 2011, non era al collasso finanziario, ma solo al centro di uno spaventoso attacco speculativo sul suo debito sovrano ». Quanto al governo Monti, «è cambiato il suo ruolo, non la nostra linea politica », ed è il premier che «è venuto meno alla parola data ».
Si arrabbiano con il titolare del Quirinale anche i partitini di sinistra coalizzati nella lista di Ingroia. Tonino Di Pietro tuona: «Non si era mai visto che un Presidente della Repubblica, garante della regolarità e imparzialità delle elezioni politiche, si mettesse a tifare per uno dei candidati, come invece ha fatto oggi Napolitano sponsorizzando Monti ». Mentre per Paolo Ferrero, leader di Rifondazione, l’esternazione di Napolitano è un fatto eccessivo e fuori dalla Costituzione ».
A difendere Napolitano sono, ovviamente, i rappresentanti della coalizione montiana. «Chi oggi si sorprende e scandalizza delle sue parole – dice Benedetto Della Vedova – si scandalizza semplicemente della verità. O forse ha la coda di paglia ». Per il Pd parla solo Rosy Bindi, esaltando «serietà e affidabilità » del presidente.
Da Obama, durante l’incontro, sono arrivate parole di grande apprezzamento per Napolitano, «leader straordinario » e di grande «visione », che ha reso «uno straordinario servizio » all’Italia e all’Europa. Il presidente Usa «è stato impeccabile » e si è mostrato neutrale rispetto alla partita elettorale italiana, ha spiegato Napolitano: «Non sostiene nulla e nessuno ». E per quanto riguarda il proprio ruolo dopo il voto, sul cui esito c’è «grande incertezza », Napolitano dice di aspettarsi «ancora un pezzo di strada in salita, che mi toccherà fare ».


Sull’invadenza di Napolitano in campagna elettorale si legga anche qui.


Monti insulta Berlusconi ma il vero cialtrone è lui
di Antonio Signorini
(da “il Giornale”, 16 febbraio 2013)

Roma – Quando la sfortuna ci si mette non fa sconti. Ma ieri con Mario Monti si è proprio accanita. Ore 10:07, il premier e candidato centrista rilascia ad Agorà la dichiarazione più forte di tutta la campagna elettorale.
«Mi sento più ferito quando sento certi cialtroni che dicono che hanno lasciato in ordine l’Italia mentre io l’avrei affossata, che non più orgoglioso per gli apprezzamenti di Obama ». Ore 10.36, piomba sulle scrivanie il bollettino statistico della Banca d’Italia con i dati definitivi sui conti del 2012, che lascia poco spazio a dubbi sull’eredità dell’esecutivo tecnico.
L’anno passato è stato un massacro per le finanze pubbliche – con deficit e debito in aumento – oltre che per le tasche dei cittadini, con le entrate fiscali in crescita. Quel «cialtroni », riferito al governo presieduto da Silvio Berlusconi egli esponenti del Pd (Fassina, ma anche Bersani) che hanno messo in dubbio la tenuta dei conti del Professore, alla luce dei dati, si rivela un boomerang.
Monti si insedia a Palazzo Chigi con un debito pubblico di 1.906,846 miliardi di euro, ma quando se ne va lo lascia a quota 1.988,363. Poteva andare peggio, visto che a dicembre c’è stato un lieve miglioramento rispetto ai mesi di ottobre e dicembre, quando il debito sfondò la soglia dei 2.000 miliardi. Ma sono comunque 81,517 miliardi in più.

A giustificare, in parte, l’aumento la voce, pesantissima, del «sostegno finanziario ai paesi dell’area dell’euro », pari a 29,5 miliardi. Più di un terzo dell’aumento di quel debito che fa dell’Italia un paese periferico e ricattabile, è dovuto alle politiche europee per salvare la moneta unica. Con buona pace della vulgata nord europea che ci vede come zavorra, il sostegno finanziario ai paesi europei arrivato dall’Italia nel triennio 2010-2012 è stato di 42,7 miliardi. Nel dettaglio, riporta il bollettino, «prestiti bilaterali alla Grecia per 10 miliardi nell’ambito del primo programma di aiuti; il contributo al capitale dello European Stability Mechanism (Esm) è stato pari a 5,7 miliardi; la quota di pertinenza dell’Italia degli aiuti erogati dallo European Financial Stability Facility (Efsf) è stata pari a 26,9 miliardi. Di questi ultimi, 20,8 miliardi sono stati concessi alla Grecia nell’ambito del secondo programma, 3,7 al Portogallo e 2,4 all’Irlanda ».
A crescere è stato il debito delle amministrazioni centrali, mentre quello delle amministrazioni locali è diminuito di 2,4 miliardi. I soldi pubblici in più, insomma, non sono andati in servizi ai cittadini.
Il 2012 è stato un anno negativo anche per la spesa corrente. Il fabbisogno complessivo delle Amministrazioni pubbliche – riporta Bankitalia – è stato pari a 66,0 miliardi. Nel 2011 era risultato pari a 63,1 miliardi », ma «al netto del sostegno finanziario ai paesi dell’area euro e delle dismissioni mobiliari », è sceso » a 44,3 miliardi da 55,5.
Un bilancio più rosso persino rispetto ai mesi del «baratro », più volte ricordati dallo stesso Monti o del «collasso finanziario » evocato ieri dal presidente della Repubblica Napolitano. E la colpa non è certamente di un calo delle tasse, né di un aumento dell’evasione. Le entrate tributarie sono passate da 402,7 miliardi a 409.7 miliardi di euro. Un po’ meno di sette miliardi di euro passati dai conti correnti di cittadini e imprese, alle casse dello Stato. Serviti a finanziare, non gli investimenti che sono calati di circa 2,2 miliardi, ma la spesa corrente, cresciuta per più di 10 miliardi. Un bollettino statistico decisamente cialtrone.


La ferita dell’ingerenza internazionale
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 16 febbraio 2013)

Non va considerata una scelta particolarmente intelligente quella di alcuni esponenti politici tedeschi, sia di area popolare che di area socialista, di partecipare in prima persona alla campagna elettorale italiana sostenendo a spada tratta Monti e Bersani e l’ipotesi di una collaborazione tra centro e sinistra per il dopo voto. È possibile che il loro obbiettivo di vedere battuto il centrodestra di Silvio Berlusconi venga conseguito anche grazie alla loro azione propagandistica. Ma è sicuro che il loro comportamento lascerà una ferita indelebile nella storia dei rapporti tra il nostro paese, la Germania ed il resto dei paesi dell’Unione Europea.

Se la loro partecipazione attiva e diretta alla lotta politica nostrana fosse stata condotta secondo lo schema delle tradizionali distinzioni politiche europee non ci sarebbe stata alcuna ferita. Se i popolari tedeschi avessero appoggiato gli aderenti italiani al partito popolare europeo ed i socialisti tedeschi avessero fatto altrettanto con gli aderenti italiani al Partito Socialista europeo, si sarebbe potuto tranquillamente parlare di significativo contributo degli esponenti dei grandi partiti tedeschi all’adeguamento della politica italiana alla realtà politica europea. Ma ciò che è avvenuto è stato di segno esattamente opposto allo schema del tradizionale bipolarismo del Vecchio Continente. Perché i cristianodemocratici che sono intervenuti nella politica italiana lo hanno fatto non per sostenere il Pdl o l’Udc, partiti aderenti al Ppe. Ma per appoggiare in maniera fin troppo dichiarata un partito non presente nel Ppe come quello di Mario Monti. Mentre i socialisti che hanno partecipato alla campagna elettorale non si sono limitati fare il tifo per Pier Luigi Bersani ed il suo Pd. Ma hanno contribuito con grande fervore a rendere incandescente il dibattito politico italiano attaccando con la massima virulenza Silvio Berlusconi, trattato come un populista anti-europeista e una sorta di referente italiano della greca Alba Dorata.

Può essere benissimo che questa sorta di acredine pregiudiziale contro il Cavaliere manifestata dai politici tedeschi di diversa estrazione nasca dalla convinzione maturata in totale buona fede della non affidabilità internazionale del leader del Pdl. Ma è fin troppo evidente che per esprimere una convinzione del genere i politici tedeschi di diversa collocazione hanno realizzato una intromissione non dovuta e decisamente anomala e pesante nella vita politica del nostro paese.

I sostenitori del Pdl sono convinti che questa ingerenza non avrà alcun effetto sul Cavaliere. Anzi, si ritorcerà come un boomerang impazzito contro chi avrebbe dovuto beneficiare dell’intromissione in casa altrui.

Ma il problema non è se l’ingerenza possa avere effetti controproducenti. Il problema è rappresentato dall’ingerenza stessa. Che oggi ha colpito e colpisce il leader del centrodestra. Ma che domani potrebbe essere rivolta contro chiunque nel nostro paese abbia la singolare pretesa di non badare agli interessi tedeschi ma di cercare di tutelare, per quanto sia stato possibile, gli interessi nazionali. Passata la ventata giustizialista e populista che devasta l’Italia, la questione diventerà centrale e decisiva nella politica italiana.


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Bart