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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

9 Settembre 2008

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]

Kung Fu Panda

Kung Fu Panda
Mark Osborne &  John Stevenson, 2008
Voci orig:   Jack Black, Jackie Chan, Dustin Hoffman, Lucy Liu, Ian McShane, Angelina Jolie, Michael Clarke Duncan, David Cross, Dan Fogler.

Lo insegnano a scuola? No. E nessun bambino ne sa più di tanto. Ma ha visto al cinema e alla Tv quelle mosse fulminee che derivano da una strana forza speciale, dovuta ai durissimi addestramenti tramandati ai loro pupilli da certi vecchi e saggi maestri di un regno lontano lontano. Il misterioso Kung Fu, fantastico com’è, si presta all’animazione e le sue radici filosofiche, che da qualche parte – verso Oriente, in Cina per esempio – devono pur essere rintracciabili, sono capaci di sovvertire i destini dell’umanità. O almeno di un qualche singolo rappresentante che può essere benissimo uno di noi. Sono miracoli della fede, basta credere. E con l’animazione di una ditta specializzata come la DreamWorks (Shrek, per esempio), non solo vedremo un panda bonaccione, grassoccio, pigro e goloso, trasformarsi nel più valido e atletico antagonista del feroce gattone (leopardo), avido di vendetta verso il padrino da cui s’è creduto abbandonato; non solo, la fantasia si accoppierà alla filosofia (orientale, ma adattabilissima all’Occidente sviluppato) che insegna: nessun segreto per vincere nella vita, basta credere (in se stessi prima di tutto). Sicché Po, panda figlio di un’oca cuciniera (spaghetti cinesi, ora anche americani), timido e pesante, sognatore e voglioso di cavarsela, apprende la lezione alla svelta e, seguendo l’imput del maestro Shifu, difende la valle e tutti gli abitanti (animali) dalla ferocia di Tai Lung (il gattone). L’animazione, non invasiva, lascia quote discrete all’immaginazione. E’ uno spettacolo vedere la danza guerriera e artistica del Kung Fu disegnare nei cieli orientali le acrobazie ironiche del tenerone Po e degli allievi mitici di Shifu, prima invidiosi e poi pronti a battersi generosamente per dare una mano nella lotta contro l’orribile Tai Lung. Meno  paradossale di Shrek, orco verde dal cuore buono, il panda Po (voce italiana di Fabio Volo) ricalca comunque la morale del marchio: ciascuno può trovare il suo posto nel mondo, purché abbia fiducia in se stesso. Anche un bambino, crescendo, lo potrà capire, anche un bambino che non comprenda a fondo la filosofia del Kung Fu.

La terra degli uomini rossi

La terra degli uomini rossi – Birdwatchers
Marco Bechis, 2008
Abrisio da Silva Pedro, Alicelia Batista Cabreira, Claudio Santamaria, Matheus Nachtergaele, Ademilson Concianza Verga, Ambrosio Vilhava, Chiara Caselli, Fabiane Pereira da Silva.
Venezia 2008, in concorso.

Divulgativo. Se Claude Lévi-Strauss non avesse avuto   un’idea nuova delle culture “primitive” non avrebbe scritto i saggi raccolti già nel 1958  in Anthropologie structurale – tradotto poi in Antropologia strutturale, Il Saggiatore, Milano, 1966. Ma non è detto che gli appassionati di cinema, pur frequentatori di festival, debbano essere esperti della materia. Utile quindi, ancora oggi, qualche nozione di base, per esempio sulla funzione degli sciamani; e soprattutto la notizia che nel 2008, nel Mato Grosso do Sul, in Brasile, gruppi di indios come i Guarani-Kaiowà, siano relegati nelle riserve e venga contrastato ogni loro tentativo di accamparsi nelle terre di origine. Quelle terre sono dominate ormai da alcune generazioni dai ricchi fazendeiros, agricoltori e, insieme ai turisti di passaggio, osservatori di uccelli (birdwatchers). Reclutati come bassa manovalanza per la raccolta di canna da zucchero, gli indios tendono tuttavia a conservare la propria dignità, condensando spesso in forme drammatiche (fino al suicidio dei giovani) il disperato isolamento. Situazione ingiusta, ovvio. Bechis, regista di madre cilena e di padre italiano, autore di Hijos (a Venezia nel 2001, sezione Cinema del presente), film di denuncia sulla vendita, in Argentina, di figli di desaparesidos alle famiglie vicine al governo dei colonnelli, si muove a cavallo tra lo stile documentario e la fiction, utilizzando la notevole “presenza” di personaggi presi dalla vita reale. L’innesto di due professionisti come Santamaria e Caselli non disturba l’equilibrio della finzione. I Guarani sembrano perfettamente a loro agio. Per paradosso, il film soffre della sua nobile angolazione culturale, non riuscendo a concretizzarsi, specie nei “picchi” della sceneggiatura, in adeguate soluzioni espressive. Purtroppo il doppiaggio, in un italiano da cui traspare un qualche imbarazzo “televisivo”, pesa negativamente sul senso di autenticità. L’effetto è contrario, ma equivalente, a quello ottenuto nel 2006 da Mel Gibson con Apocalypto, film recitato in una delle antiche lingue dei Maya, lo yucateco. Il finale, poi, con l’ultradidascalica “rinuncia” al suicidio del giovane apprendista sciamano, fa rimpiangere il vano inseguimento dei Cheyenne da parte della cavalleria del capitano Archer (Richard   Widmark), a cui John Ford assegnava il compito di impedire ai pellerossa il rifiuto della riserva in Oklahoma (Cheyenne Autumn –  Il grande sentiero, 1964).  

Il seme della discordia

Il seme della discordia
Pappi Corsicato, 2008
Caterina Murino, Alessandro Gassman, Michele Venitucci, Valeria Fabrizi, Martina Stella, Isabella Ferrari, Angelo Infanti, Monica Guerritore, Iaia Forte, Rosalia Porcaro, Eleonora Pedron, Lucilla Agosti.

Ma per carità, lasciamo stare Heinrich von Kleist. Con la Marchesa von O (“liberamente tratto da”) questo Corsicato non c’entra. Il regista di Chimera (2001) gira intorno alla crisi coniugale con una sorta di accanimento che rischia di sconfinare nel terapeutico; mette al fuoco ingredienti come sterilità e aborto, illuso di poterli rosolare alla svelta, ma sembra rendersi conto che il tema è allo stremo, e così accentua il tono leggero della commedia. La commedia però è una cosa seria e si vendica di essere usata invano. Quando si accorge – quasi subito – che l’autore tenta di cavarsela con uno sfacciato sminuzzamento del montaggio e con una pioggia di ammiccamenti al ritmo pubblicitario, quando la commedia se ne accorge mette in atto le sue difese, svela i segreti di Pulcinella della regia e lascia i poveri attori, anche bravi come Valeria Fabrizi e Alessandro Gassman, “nudi” sulla scena, privi di riferimenti sufficientemente solidi sul versante dei contenuti. A meno che non ci si accontenti della facile “cucina” dello chef di prima serata elettronica, capace di ridurre a pennette al salmone qualsiasi sociologismo d’attualità.

Un giorno perfetto

Un giorno perfetto
Ferzan Ozpetek, 2008
Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Stefania Sandrelli, Monica Guerritore, Nicole Grimaudo, Valerio Binasco, Angela Finocchiaro, Federico Costantini, Nicole Murgia, Gabriele Paolino, Milena Vukotic.

Un po’ di ironia non guasterebbe. Questo Mastandrea è troppo rigido, con la faccia seria e cattiva, non vede l’ora di concludere tragicamente la propria vicenda di marito respinto. E con la sua legnosità condiziona il racconto, esaltando per contrappasso la sciaguratezza della moglie (Ferrari), sbattendola persino fuori ruolo, via per una tangente paradossale che finisce per svuotare la portanza del contenuto (l’origine è il romanzo “stregato” di Melania Mazzucco, 2003). Il film sembra divorato dall’attualità, le situazioni si consumano in una sorta di rispetto totale dei riferimenti tematici esterni, esigentissimi verso una sceneggiatura perfettamente misurata sul grado di comprensibilità convenzionale generalista. Il cinema si piega ai voleri dello script, seguendo passo passo le anticipazioni chiarissime e semplicissime delle battute. Nella prima parte questa “premeditazione”, questa progettualità creativa è veramente fastidiosa. La seconda metà della giornata lascia un po’ di spazio alla sensibilità del regista, i personaggi respirano a tratti un’aria verosimile – non tanto nel senso di simile al vero, di fedeltà al referente, bensì di coerenza interna delle scene. Ma per lo più la “perfezione” del giorno sembra costringere Ozpetek ad una fedeltà tematica da “primo della classe”, non necessariamente richiesta dalle “scabrosità” della vità d’oggi. Amore, figli, scuola, politica, lavoro precario, disorientamento, scollamento tra generazioni, confusione, disperazione. Un momento di autenticità è segnato dalla sequenza in cui si incontrano Ferrari e Guerritore, ma a quel punto la profondità/ambiguità del “caso” sembrerebbe richiedere un cambio di registro su tutto il lavoro.


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Bart