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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

4 Maggio 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Effetti collaterali

Side Effects
Regia Steven Soderbergh, 2013
Sceneggiatura Scott Z. Burns
Fotografia Steven Soderberg
Attori Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, Mamie Gummer, Vinessa Shaw, David Costabile, Sheila Tapia, Polly Draper, Vladimi Versailles, Michelle Vergara Moore, Mitchell Michaliszyn, Sasha Bardey.

Ansia, depressione, ansiolitici, effetti collaterali. Un film sui vantaggi e sui danni dei farmaci nella società ormai preda di disturbi psichici dovuti principalmente al tipo di vita che si è costretti a condurre? E’ questo ed è anche il rovescio. La chimica può incidere in maniera indesiderata sulla nostra  – diciamo così – organizzazione mentale, ma il “disturbo” che ci preoccupa e che cerchiamo di curare è forse esso stesso un effetto collaterale. Di sicuro non si vive tranquilli e c’è del materiale per fare discorsi non solo psico-sociologici, culturali e politici, si può benissimo costruire pure una storia di genere thriller: prendi una pillola e non si sa come andrà, o come andrai, a finire. Magari ti viene all’improvviso una voglia di uccidere, il tuo sguardo muta espressione, puoi fare un gesto inconsulto, compiuto il quale, scoprire il colpevole non sarà facile: il farmaco? il medico che lo ha prescritto? E i rapporti tra sperimentazione farmacologica e interessi commerciali? Steven Soderberg, regista che conosce bene le leggi dell’attrazione, autore capace di integrare l’espressione artistica con la tensione socio-antropologica (da Sesso, bugie e videotape a Out of Sight e Trafic, Bubble, Contagion), coniugando lo sguardo indagatore e freddo con gli “attriti” intellettuali impliciti nella gestione autentica (non pretestuosa) del genere, ci invita a riflettere sui rapporti e le implicazioni interne alla vicenda che racconta. Non a caso siamo in ambiente “agiato” americano. In quel di Manhattan, una coppia bella e ricca entra in crisi quando qualcosa di “speciale” succede: a Emily (Rooney Mara) capita di veder finire in prigione il marito Martin (Channing Tatum) per una storia di uso illegittimo di informazioni riservate all’interno della società per cui lavora (“insider trading”). La solitudine che ne consegue e, forse soprattutto, il ritorno del marito in libertà, riconsegna la donna alle cure psichiatriche, alle quali si era già affidata nella persona di Victoria Sieberg (Catherine Zeta-Jones). Nonostante il peggioramento delle condizioni (tentato suicidio), il dottor Jonathan Banks (Jude Law), il nuovo psichiatra che comincia a seguire Emily, cerca di evitare il ricovero in ospedale, ma poi Victoria lo convince a provare un nuovo farmaco. A questo punto il film piega decisamente sul thriller, senza tuttavia attenuare la valenza “politica” del tema: medicina-ricerca scientifica-industria farmaceutica. Soderberg è ben coadiuvato dalla bravura degli attori, specie Law e Zeta-Jones ben rappresentano il loro contrasto professionale/etico, assumendo sulle proprie figure la dialettica non solo formale ma il coinvolgimento “umano” e i suoi limiti imposti dai ruoli anche sociali.

Miele

Miele
Regia Valeria Golino, 2013
Sceneggiatura Francesca Marciano, Valeria Golino, Valia Santella
Fotografia Gergely Pohárnok
Attori Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Libero De Rienzo, Vinicio Marchioni, Iaia Forte, Roberto De Francesco, Barbara Ronchi, Massimiliano Iacolucci, Claudio Guain, Elena Callegari, Teresa Acerbis, Jacopo Crovella, Valeria Bilello, Gianluca De Gennaro.

Esordio nella regia (dopo il corto Armandino e il MADRE, 2010) di Valeria Golino, attrice consapevole del cinema di qualità (con registi come Peter Del Monte, Citto Maselli, Barry Levinson, Gabriele Salvatores, Silvio Soldini, Sean Penn, John Carpenter). Colpisce, prima ancora del difficile tema affrontato, del “fine vita” e dei metodi e degli scrupoli, il sicuro dominio del piano espressivo. Il modo di inquadrare, tagliare e montare le inquadrature e le sequenze è il segno di un punto di vista non-prospettico, col quale si afferma una visione non lineare e dialettica non soltanto nelle soluzioni stilistiche ma nell’estetica complessiva della scrittura cinematografica, omogenea al narrare e al comprendere. I diversi tipi di campo, dal totale al dettaglio, articolano il procedimento secondo un fare riflessivo, indagatore e “sensitivo”, dal cui farsi si produce il senso, scartando sempre il cammino contrario, dell’uso didascalico dell’immagine rispetto al racconto. Ne risulta un pulsare vicino alla vita e non lontano dalla ragione, una correlazione di pertinenze anche diverse e mai, però, disaggregate, né sul piano progettuale né su quello della pratica filmica. Di momento in momento, mentre vediamo l’inquadratura che nasce, mentre seguiamo lo sguardo che si sviluppa nel montaggio, elaboriamo un discorso interno alla stessa “moviola/regia”, facciamo “corpo unico” col film di cui siamo spettatori. Siamo lontani dal film “per dibattito” (sull’eutanasia), la “presenza” della protagonista e di tutti i personaggi non lascia spazio al pretesto, le immagini tagliano via – per spazio e per tempo – la traccia letteraria del romanzo di partenza (“A nome tuo” di Mauro Covacich) e impongono una partecipazione che può giustificare anche alcune omissioni o “trascuratezze” verso aspetti secondari della vita di relazione della protagonista. Irene (Jasmine Trinca al meglio delle sue qualità di attrice “spontanea”) si fa chiamare Miele dai malati che (a pagamento) aiuta a morire. La procedura, clandestina e pericolosa, ha le sue regole, Irene le sente nel cuore, le segue con discrezione cercando di restare fredda e lucida. Un brivido ci passa quando la vediamo intascare il compenso perché crediamo di conoscere il carattere della ragazza (trentenne), la sentiamo vicina grazie all’uso non-documentario del suo pedinamento, nel suo spostarsi da un malato all’altro entrando nelle case, controllando i sentimenti di morte, rispettandone le libertà anche convenzionali. Sentiamo un brivido intellettuale, ma poi la cinepresa stacca “indifferente” sul resto della giornata di Irene, sembra non essersi accorta, o forse non poteva accorgersi di differenze profonde, di sensibilità intaccate, di sussulti della mente, di commozioni represse, di finalità inconfessate. E la cinepresa fa quello che può, coglie uno scatto improvviso nei movimenti di Miele, indugia fuggendo sul particolare di un gesto, sull’esplosione di un impulso sessuale, sulla curiosità di un trasferimento. Segue con discrezione, non si nega il dubbio, anzi lo coltiva non lasciando al caso i dettagli di una cancellazione, le necessità di una sosta. Tutto fila senza una meta. Purtroppo il processo narrativo rischia di perdere la sua coerenza quando interviene il personaggio di Carlo Grimaldi (Carlo Cecchi), la cui amarezza costruita stona nel contesto drammatico dei viaggi di Miele verso i suoi malati terminali. Carlo è in salute, dice di voler morire per disgusto della vita: la sua richiesta è estranea all’attività di Irene. Qui entra in gioco un “ragionamento” esplicito che, sia pur mascherato abilmente da ambiguità esistenziale, contrasta con l’agghiacciante “bontà” della prima parte del film. La regia prende ora a raccontare una vicenda, forse addirittura una “storia impossibile” di Irene con l’anziano ingegnere. Impossibile e quindi interrotta (non diciamo come), ma comunque “storia” sentimentale che viaggia sul binario più normale. Resta tuttavia valido il giudizio sul metodo espressivo, ottimo inizio di una creatività applicata con ragionevole sentimento.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart