I film visti da Franco Pecori

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]

Come Dio comanda

Come Dio comanda
Gabriele Salvatores, 2008
Alvaro Caleca, Filippo Timi, Elio Germano, Fabio De Luigi,  Angelica Leo, Alessandro Bressanello, Vasco Mirandola,  Carla Stella.

Fuga per la tangente. “Obbiettività” e tragedia non vanno molto d’accordo. Vi immaginate uno Shakespeare cerchiobottista? Salvatores, dopo il bellissimo Io non ho paura (non vogliamo credere che quel film vada “riletto”), costringe Germano a diventare lo scemo del villaggio  (per di un  capocantiere che preferisce dare lavoro  agli extracomunitari). L’attore, dopo tanti “nervosismi” approda ad una vera e propria follia. Niente di male, se non fosse che rischia di essere lui la chiave interpretativa del film. Tuttavia se si sta attenti, la problematica del rapporto padre/figlio, racchiusa in un sistema di idee “nazi”, resta centrale. La follia, soprattutto teatrale, serve per switchare i noduli del racconto, quando questo si farebbe duro e richiederebbe chiarezza di idee.   E non è l’ambiguità dell’arte, è la tangente (fuga). Lasciamo stare Niccolò  Ammanniti e il Premio Strega. Se da un libro fai un film, la responsabilità diventa tua. Da una parte il regista “denuncia” il comportamento del padre, che educa il figlio a tenere segrete le idee fasciste  con cui lo plagia  (non è politica, siamo più all’interno): «Quello che ci diciamo – ordina Rino (Timi) a Cristiano (Caleca) –  non lo devi dire a nessuno ». Dall’altra lo inizia all’”amicizia” con la pistola e alla virilità dell’”autodifesa” contro chi può fargli del male. O, ancora più elementare: la ragazza pescata in un locale e portata a letto scopre che Rino è “nazista” quando lui, dopo averla praticamente violentata,  si accorge che lei  porta sul braccio i segni della droga; e d’altra parte, Cristiano resta turbato nel vedere che le amiche di scuola si divertono a “rubare” in un negozio.  Chi si occuperà di questi personaggi in cerca di una dimensione reale? Non basterà certo un’assistente sociale (De Luigi), pur consapevole della propria inadeguatezza. È quel rapporto “vizioso” di un padre e di un figlio, “soli” nella società (per la precisione il Nordest italiano) incomprensiva e ingiusta, è quello il problema: un problema che cerca invano soluzione in una catarsi assente dalla scena accentuata e stressata in punte di interminabile contorcimento sotto la pioggia e nel fango del bosco notturno. Una tragedia  prigioniera delle  virgolette resta nel mezzo, indecisa. Inutile tirare in ballo Dio.

Ultimatum alla Terra

The Day the Earth Stood Still
Scott Derrickson, 2008
Keanu Reeves, Jennifer Connelly, Jon Hamm, Kathy Bates, John Cleese, Jaden Smith, Aaron Douglas, Lorena Gale, Roger R. Cross.

I terrestri sono alla frutta, con le guerre e con la malaecologia hanno ridotto la Terra ad uno stadio che rischia di essere l’ultimo per la  sopravvivenza delle specie. Il pianeta va salvato, a costo di eliminare la specie “cattiva”, giacché l’universo non è poi tanto ricco di vita. La pensa così qualcuno da qualche parte nello Spazio. E decide di venire da noi a dircelo. Non era la prima volta. Nel 1951, Robert Wise, il mitico regista di Lassù qualcuno mi ama, West Side Story, Tutti insieme appassionatamente, Star Trek, aveva già avuto occasione di “registrare” l’accorato appello extraterrestre. Per il film fu un grande successo, ma gli uomini della Terra fecero finta di niente e continuarono nei loro comportamenti insensati. A distanza di 57 anni, Scott Derrickson (The exorcism of Emily Rose) passa dall’horror alla fantascienza per aggiornare il messaggio. Ancora cattivi, i terrestri sono tuttavia progrediti in tecnologia e in scienza e sarebbero in grado di dialogare con Klaatu, l’alieno piombato a Central Park a bordo di una bellissima astronave “palla”. Non per caso Helen (Connelly), la donna che per prima entra in contatto con lo strano essere, non è più un’affittacamere ma una scienziata, un’astrobiologa. Anche gli alieni hanno fatto passi in avanti: Gort, il gigantesto robot che esce dall’astronave, non è più il padrone di Klaatu (Addio al padrone – Farewell to the Master era il titolo del romanzo di Harry Bates, da cui il film di Wise) e  rivolge il suo enorme potenziale soltanto a difesa dell’alieno. I terrestri però sono ancora cattivi. Klaatu non riesce a parlare con l’Onu, gli Stati Uniti glielo impediscono. Non si degnano nemmeno di offrire allo “straniero” l’opportunità di un colloquio con il Presidente, affidano la gestione degli eventi al Segretario alla Difesa, Signora Regina Jackson (Bates), la quale, prima di rendersi conto della realtà, impiega tutte le  forze distruttive nel vano tentativo di neutralizzare il “nemico”. Per fortuna c’è ancora il professor Barnhardt (Cleese), premio Nobel, studioso della “base evolutiva dell’altruismo”. Collega di Helen, lo scienziato riesce, in un’emozionante, nuova e opportuna scena alla lavagna, a comunicare con l’alieno attraverso le formule matematiche. Lo pregherà quindi di giudicare l’umanità in base al suo potenziale, non per ciò che merita. E’ vero che la situazione è drammatica, ma «davanti al baratro cambiano tutti ». Klaatu se ne ricorderà nel momento cruciale, quando percorrendo la via “umana”, la via del “cuore”, incrocerà il sentimento che lega Helen al figlioletto acquisito dal marito di cui è vedova.  Ora la speranza è che non vi sia bisogno, in futuro, di un terzo ultimatum. Derrickson ha realizzato un film con adeguata consapevolezza espressiva. Specialmente giusta la scelta di calare  Reeves nei panni di Klaatu. In mezzo secolo il mondo è cambiato e la trilogia di Matrix fa parte dell’immaginario. Questo  Klaatu col volto e con l’occhio di Neo, l’Eletto che in apertura di millennio si è spinto a cercare la verità fin dentro la città delle macchine, sede del Male, è un alieno proprio di oggi, contemporaneo per cultura, per  carattere interno, non solo per effetto digitale. Laboriose e ben riuscite per la pertinenza espressiva le soluzioni tecniche che hanno dato al film una verosimiglianza di fantasia non gratuita rispetto sia alla storia della fantascienza sia ai più recenti esiti del cinema fantastico. Particolarmente efficace l’uso della luce come corpo significante.

The Millionaire

Slumdog Millionaire
Danny Boyle, 2008
Dev Patel, Freida Pinto, Mia Inderbitzin, Anil Kapoor, Irfan Khan.
British Independent Film Awards: Film. Danny Boyle, re. Dev Patel, at esor.

Miracolo a Milano? No, telequiz a Mumbay. «Un milione di milioni di milioni di milioni… ». Ricordate i baraccati di De Sica, immersi,  nel ’51, nella fiaba sognante già postneonealistica eppure così agganciata alla realtà di quegli anni da far  risultare i personaggi di Cesare Zavattini persino sfrontatamente provocatori? La fiaba vissuta dal protagonista millionaire di Boyle, in apparenza  più “vera”,  con i suoi tratti “documentari”, tristi e colorati, pescati nella gigantesca baraccopoli della capitale commerciale  indiana, resta in sostanza tutta interna al mondo  in cui s’immerge,  della finzione televisiva. Jamal Malik (Patel) risponde alle domande del popolarissimo quiz attingendo alla propria esperienza di bambino sfortunato, che ne ha passate di tutti i colori. Ad ogni risposta un flash/tuffo –  bello e spettacolare –  nei suoi  ricordi/verità. All’avvio e per un po’, sembra predominare uno sguardo appassionatamente critico del regista sulle orribili condizioni di vita di Mumbay. Poi, man mano, risale nella struttura il congegno della suspence televisiva.  Vero che Jamal, col suo successo, diventa l’eroe in cui la folla dei poveri identifica un proprio riscatto, ma il miracolo milanese non si verifica.  È  vero anche, infatti,  che l’attenzione è  vieppiù calamitata dai momenti del quiz; ed è placata soltanto dal finale happy, scontato e scenicamente banalizzato, col trionfo dell’amore: l’attrazione di Jamal per Latika (Pinto), nata sotto la pioggia in un terribile giorno dell’infanzia, colpisce infine il suo target. Sui bambini costretti ad arrangiarsi viene voglia di rivedere anche Sciuscià (1946).

Stella

Stella
Sylvie Verheyde, 2008
Léora Barbara, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Melissa Rodriguès, Laëtitia Guerard, Guillaume Depardieu, Johan Libéreau, Jeannick Gravelines, Thierry Neuvic, Valérie Stroh, Anne Benoît, Christopher Bourseiller.  

“Fare il diavolo a quattro” era il senso de I 400 colpi. A mezzo secolo dal primo  film di Franí§ois Truffaut, l’inquietudine di Stella (Barbara) lascia piuttosto tranquilli. La bambina undicenne di Sylvie  Verheyde non marina la scuola, non ruba per fare una scappatella al mare, non sa nemmeno cosa sia il riformatorio. Dev’essere perché gli anni Settanta – qui siamo nel 1977, in un quartiere popolare di  Parigi    -, tutto sommato, sulla scia del ’68, saranno stati meno duri dei Cinquanta vissuti da Antoine Doinel. Meno disperato, più “vero” e per questo un tantino anche banale nella sostanza del contenuto, il film presentato a Venezia 2008 (Giornate degli Autori) punta sulla poesia della normalità triste, sulla pacifica portata pedagogica di un’autobiografia scritta con il lapis, benissimo recitata da una strordinaria piccola attrice, che dona al racconto la sensibilità espressiva necessaria per mantenerlo sul filo di una  verosimiglianza estetica. La voce fuori campo, della stessa protagonista, “legge” le didascalie che spiegano, non richieste, le ragioni del comportamento. Il film procede senza averne bisogno.  E però anche senza produrre sviluppi che vadano al di là delle annotazioni diaristiche. Indecisa tra letteratura minima e realismo intimista, la regia passa  per fortuna la mano alla vita stessa della bambina, la quale, dinanzi alla cinepresa, in modo dolce e naturale, lascia intendere più di quanto le sequenze indichino. Ciò vale sia per i rapporti con gli adulti –  la madre e il padre gestori confusi e infelici di un bar “operaio”, i frequentatori del locale  un po’ ambigui figuranti schiacciati da un destino opprimente, gli insegnanti a scuola in bilico   sull’abisso dell’alienazione strutturalista, la borghesia cittadina che se ne accontenta affidando loro  i propri figli – sia per l’amicizia, nuova e delicatamente “rivoluzionaria”, con Gladys (Rodriguès), figlia di uno psichiatra ebreo esule dall’Argentina. L’incontro delle due bambine è un incontro di linguaggi diversi, di livelli sociali diversi, un incontro che trova un denominatore comune nel momento evolutivo di due psicologie, di due sensibilità disponibili ad accogliere in sé le “novità” dei giorni, schivando la tipicità dei dettagli. Sicché l’indecisione creativa tende a farsi ambiguità e ricchezza di senso, a promettere altre storie discrete.

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