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LETTERATURA: Un ricordo di Jean-Claude Izzo

13 Dicembre 2008

di Francesco Improta

Credo che meriti uno sguardo attento, interessato e rispettoso Jean-Claude Izzo, arrivato alla narrativa alquanto tardi, dopo aver esercitato i più svariati mestieri e dopo un’intensa attività politica nell’area della sinistra (PSU e PCF), ed allontanatosi dalla stessa troppo in fretta, essendo morto appena cinquantenne, consumato da un cancro ai polmoni.
Casino totale (1995), il primo romanzo di una trilogia dedicata a Marsiglia, dove sono ambientati del resto tutti o quasi i romanzi di Izzo, ha come protagonista un uomo, di origini italiane, e più precisamente salernitane (per la cronaca il padre di J. Claude era di Torello di Castel San Giorgio), divenuto poliziotto per viltà – per non aver avuto il coraggio di andare fino in fondo quando, ancora adolescente con i suoi due amici del cuore commetteva “cazzate” di vario genere. Quest’uomo si aggira, indolente e senza futuro, in una Marsiglia sordida, impastata con la miseria e la disperazione, una Marsiglia – come si legge nel risvolto di copertina – divisa tra la violenza e la bellezza, e cresciuta a dismisura in seguito all’immigrazione araba e italiana. È questa la città che Izzo ha sempre amato e mai posseduto: una categoria dello spirito, una città madre, un ventre ferito, oscuro e proprio per questo più protettivo.
Fabio Montale, è questo il nome del protagonista (evidente l’allusione al poeta degli Ossi di seppia), trascina la sua indolenza e la sua visione negativa del mondo combattendo non solo contro la delinquenza che trova nella miseria terreno fertile ma anche contro il razzismo ed i pregiudizi vigenti nella società del XX secolo, per cui alla fine si trova sprofondato in quell’isolamento ch’è il destino ineluttabile di chi, impotente, scalcia contro il mondo. A ben guardare Montale è uno dei tanti nipotini di Pepe Carvalho che popolano la narrativa noir europea ed infatti ha alle spalle buone letture, discrete competenze musicali e pittoriche ed una gratificante familiarità con i fornelli, non a caso si leggono nel romanzo stuzzicanti ricette. Montale, però, a differenza di Carvalho, è un esponente di quella cultura della tolleranza e dell’esilio, di cui abbiamo sempre più bisogno in una società multietnica come la nostra, ed è più umano e meno ligio alle regole di quanto non sia l’investigatore privato di Barcellona. Così come Izzo è diverso da Vasquez Montalban perché è uno scrittore più di pancia che di testa, non è un narcisista sempre sicuro di sé ma è un uomo deluso, solitario e amareggiato.
Nel romanzo ci sono – ed è questo il merito maggiore del libro – un ritmo serrato e coinvolgente, un ritratto a tutto tondo dei personaggi ed un linguaggio capace di scalfire anche la più ruvida corteccia nonché un senso del mare, oserei dire tattile, che mi ha riportato alla mente Attesa sul mare di Francesco Biamonti e Tu, mio di Erri De Luca (altro libro da leggere assolutamente).
Va detto però che Fabio Montale, pur amando il mare e la luce che lo invade, creando sotto il turchese di un cielo, alto e trasparente – qual è quello del Mediterraneo – lamine e scaglie dorate, è essenzialmente un cittadino, non può, cioè, rinunciare al frastuono dell’Inferno metropolitano, a quel melange di profumi, lingue, sapori ed umori ch’è la città; non è un caso che la vera protagonista del libro, come abbiamo già accennato, sia Marsiglia, la cui vita multiforme e colorita Izzo ci fa assaporare attraverso una descrizione, minuta e particolareggiata della sua topografia. Sembra, leggendo il romanzo, di per ­correre le sue strade, di sostare nei suoi bistrò, di guardare le vetrine dei ne ­gozi, di partecipare ai riti pubblici e privati di una popolazione multietnica ed eterogenea.

Il terzo libro della trilogia di Marsiglia, Solea (1998), che è il titolo di un brano musicale di Miles Davis, è una straziante sinfonia della mestizia, un libro che odora di morte fin dalla prima pagina e che, ciò nonostante, riesce a cogliere e a trasmetterci, in tutta la sua diafana leggerezza, la luce di Marsiglia che non è poi troppo diversa, come abbiamo già detto, da quella che impregna di sé i romanzi di Biamonti.
Qui Fabio Montale, che ha lasciato ormai la polizia, deve confrontarsi con un mondo dominato da mafiosi, poliziotti e politici corrotti. Babette, una giornalista – e sua ex amante – che sta svolgendo un’inchiesta sulla mafia, si rivolge a lui per avere aiuto, e in questo modo lo risucchia in una spirale di violenza. Un misterioso killer, la voce della morte, seguirà Montale giorno e notte. Questa minaccia incomberà su di lui, ma a farne le spese sarà chi gli sta vicino…
Solea è, senza dubbio alcuno, il libro più bello della trilogia di Marsiglia, e, nella produzione narrativa di Izzo, è inferiore, a mio avviso, solo a Marinai perduti, scritto l’anno precedente. Con Solea scompare anche il personaggio da lui creato, Fabio Montale, che muore nell’unico modo possibile, in piena coerenza con la sua natura romantica e con il suo rigore morale. Fabio, che appartiene alla schiera dei vinti, dei delusi, muore dopo aver speso le sue residue illusioni in un amore impossibile e dopo aver assistito alla morte di alcune delle persone a lui più care. Muore a mare, in quel mare di Marsiglia che solo riusciva a consolarlo delle amarezze della vita, con il pensiero rivolto a Lola cui chiede di far calare il sipario sullo spazio che si era ritagliato su quel palcoscenico del dolore che è il mondo.


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4 Comments

  1. Commento by alessandra — 25 Febbraio 2009 @ 22:05

    per caso ti ricordi il nome del gestore del bar che appare in Solea?Grazie

  2. Commento by alessandra — 25 Febbraio 2009 @ 22:05

    qualcuno si ricorda come si chiama il gestore del bar in Solea? grazie

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 26 Febbraio 2009 @ 10:42

    Mi scrive Francesco Improta e pubblico:
    “Il gestore del bar, dove Fabio Montale consuma birra o Lagavulin, whisky di puro malto vecchio di 15 anni, è Felix, se ricordo bene avendo letto la trilogia quasi 10 anni fa.”

  4. Commento by massimo — 14 Ottobre 2013 @ 12:45

    il gestore del bar si chiama
    FONFON

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