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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

5 Dicembre 2009

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

A serious man

A Serious Man
Joel Coen & Ethan Coen, 2009
Fotografia Roger Deakins
Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Aaron Wolff, Jessica McManus, Peter Breitmayer, Brent Braunschweig, David Kang, Benjamin Portnoe, Jack Swiler, Andrew S. Lentz, Jon Kaminski, Jr., Ari Hoptman, Alan Mandell, Amy Landecker, George Wyner, Michael Tezla, Ronald Schultz, Raye Birk, Simon Helberg, Adam Arkin
Roma 2009, fc anteprima

Non sarà un paese per vecchi, ma continua ad essere uno strano paese. I fratelli Coen si concentrano questa volta sui destini di una famiglia ebraica degli anni Sessanta. Per la precisione siamo nel 1967 e la puntualità dei riferimenti è tale che non sbaglieremo a considerare il film vagamente autobiografico. E spietato. Alla fine, non saremo noi a “bruciare” il film dopo averlo visto: ci pensano direttamente Joel ed Ethan, con spiritosa ferocia, facendo arrivare sulla scena un furioso tornado che spazzerà via i personaggi e le loro vicende. Con il solito stile intinto nell’ironia più rasposa gli autori mettono in situazione la vita travagliatissima di Larry Gopnik (Stuhlbarg), professore di fisica nel tranquillo Mid West. La moglie Judith (Lennick) lo considera inetto e lo lascia per andare con Sy Ableman (Melamed), che invece  per lei è  ”serio”; il fratello Arthur (Kind) non si danna certo per trovare un lavoro e gli si piazza a dormire sul divano. I due figli, Danny (Wolff) e Sarah (McManus), non lo pensano proprio. L’uno ascolta musica con l’auricolare mentre inutilmente l’insegnante scrive alla lavagna parole in ebraico, l’altra progetta di rifarsi il naso e ruba a più non posso dal portafogli del padre. All’università le cose non vanno meglio. La cattedra non è più tanto sicura dopo che qualcuno ha fatto arrivare lettere minacciose e c’è uno studente che gli passa una busta con i soldi nel tentativo di superare l’esame. Nello stesso tempo minaccia di denunciarlo. E la salute? A parte il nervosismo che tutta la montagna di “contrattempi” e fastidi gli crea, lasciando pure stare le provocazioni erotiche di una donna che prende il sole nuda in terrazza, il medico non si mostra per niente tranquillo. Larry vorrebbe tanto raggiungere uno stato di passabile distensione ed essere finalmente “un uomo serio”. Non gli resta che chiedere consiglio ai rabbini. Ne consulta tre, l’uno diverso dall’altro, ma non ottiene risposte utili. L’interpretazione del bravissimo Stuhlbarg fa venire in mente la maschera di Jack Lemmon, insuperato specialista del disagio comico. Per il resto i Coen offrono allo spettatore un repertorio scrupolosamente e argutamente selezionato di gustose osservazioni rituali, buone non solo per la “famiglia ebraica”.

Moon

Moon
Jeffrey  Jones, 2009
Fotografia Gary Shaw
Sam Rockwell, Dominique McElligott, Rosie Shaw, Kaya Scodelario, Adrienne Shaw, Robin Chalk, Matt Berry, Benedict Wong, Malcolm Stewart.

Un futuro di cloni? Se la tecnica avrà uno sviluppo diverso da quello previsto dall’intelligenza umana, potrà seguire una “logica” sua e farci trovare, un giorno, tra “persone” non-umane. Il problema è affrontato da Jeffrey Jones (nome d’arte  del figlio di David Bowie al suo primo lungometraggio) con un occhio alla fantascienza e con una dichiarata intenzione di evitare banalità di genere. La tendenza è di fare cinema d’autore utilizzando le tecnologie a disposizione per configurare un immaginario contemporaneo, estetico e concettuale. Jones non evita l’imprescindibile (2001 Odissea nello spazio, Kubrick, 1968) e fa anche i conti con una certa istanza umanistica già avanzata nel 1965 dal Gogard di Agente Lemmy Caution missione Alphaville. Quest’ultimo riferimento soprattutto in relazione al comportamento straniato delle figure attoriali e, in particolare, ai segni di decostruzione psicologica manifestati, lì dall’Henry Dickson (Akim Tamiroff) sperduto negli “spazi esterni” e qui dall’astronauta Sam Bell (Rockwell) nella fase più drammatica del “confronto” con la discoperta della realtà clonica. Siamo sulla Luna, Base Estrattiva Sarang – Membri dell’equipaggio: 1, contratto: 3 anni.   L’uomo ha trovato il modo di ricavare energia utile per la terra. Sam, in perfetta solitudine, assistito soltanto dal robot Gerty (voce originale Kevin Spacey, voce italiana Roberto Pedicini), esegue il compito di controllare le macchine che estraggono l’Elio-3 e lo comprimono in  capsule da spedire man mano al Pianeta. Una voce saluta l’astronauta con tono gentilmente impersonale e “pubblicitario”: «Buongiorno Sam, la Lunar Industries resta l’azienda leader nella fornitura di energia pulita in tutto il mondo grazie al lavoro duro di persone come te ». Sam non si lamenta del suo lavoro, ma di certo non gli dispiace che gli siano rimaste due settimane prima di tornare a casa e di riabbracciare la moglie Tess (McElligott) e la figlioletta Eve (Shaw). Tutto sembra filare liscio, ma è proprio una certa “indifferenza” del contesto, l’insieme normalizzato dei dettagli straordinari (a cominciare dalle immagini troppo “usuali” nella loro tecnologica “verità”) a instillarci il dubbio di  un falso  che non promette niente di buono. C’è un Alien dentro di noi? O c’è un Noi che non conosciamo? Lo scopriremo insieme a Sam e con l’aiuto del bravissimo attore, chiamato a sdoppiarsi e a doppiarsi nel progressivo sviluppo di ambiguità che carica il film di una suspence sempre meno “spaziale” e più terrena, proprio in vista dell’esito  del destino umano forse perso nell’intrigo tecno-affaristico.

Il mio amico Eric

Looking for Eric
Ken Loach, 2009
Fotografia Barry Ackroyd
Steve Evets, Eric Cantona, Stephanie Bishop, Gerard Kearns, Stefan Gumbs, Lucy-Jo Hudson, John Henshaw.

Un Loach “leggero”? Ma no. Il calcio è una cosa serissima e non c’è bisogno di sottolinearlo. L’uso che il regista inglese fa della relativa mitologia, il tono da commedia tra privato e sociale, è appunto ancora una volta la dimostrazione della capacità di Loach di comprendere la vita guardandola dal basso, mantenendo lo sguardo a livello del terreno… di gioco. Questo non significa affatto che la storia del postino  Eric/Evets e del suo “amico” calciatore, Eric Cantona – idolo dei tifosi del Manchester United – sia una storia terra-terra. E meno che mai lo è il film, nello stile e nell’organizzazione del contenuto. Certo Loach si esprime con umorismo, ma come non sorridere di fronte ai paradossi della passione per il pallone. E mentre si sorride, non si può nemmeno restare indifferenti alle pene amorose,  intime,  del tifoso che a stento riesce a coniugare la  tristezza per la separazione dalla sempre amata Lily/Bishop (lasciata andare ormai molti anni fa e incontrata di nuovo per un problema di bay sitter)  con la  gioia per l’improvvisa  materializzazione dell’eroe del gol, proprio quello che finora lo  guardava dal poster accanto al suo letto. Cantona è un “angelo custode” che si prende in giro, ma scherzando dice la verità e, da vero amico, aiuta Eric a  titarsi fuori dalle crescenti  difficoltà quotidiane, a sconfiggere gli attacchi di panico, a vincere finalmente la propria partita. Due  ragazzi adolescenti e ribelli, non suoi ma di Chrissie, la seconda moglie che ha pensato bene di lasciarlo solo a curare la “famiglia”, il disordine della casa ormai irrimediabile ed ora la piccola della figlia di Lily,  neo-mamma alle prese con gli esami al college. Meno male che c’è il calcio. Ossia ci sono gli amici del lavoro, dello stadio e delle trasferte e c’è Cantona, il campione intelligente, il calciatore che sa trarre dal successo personale la lezione per stare al mondo. Con leggerezza apparente la trasmette ad Eric. È qui che il film, senza darlo a vedere, sale di tono, nell’impercettibile delicatezza del trasferimento.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart