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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

17 Aprile 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Oltre le regole

The Messenger
Oren Moverman, 2009
Fotografia Bobby Bukowski
Ben Foster, Woody Harrelson, Samantha Morton, Jena Malone, Steve Buscemi, Eamonn Walker.
Berlino 2009: Alessandro Camon sc.

Ferito in Iraq e uscito dall’ospedale, il sergente Will Montgomery (Foster, Quel treno per Yuma, Alpha Dog, 30 giorni di buio) deve ancora affrontare la prova più difficile. L’eroe di guerra, non più valido per la prima linea, riceve l’incarico di notificare le vittime alle famiglie. L’esercito degli Stati Uniti prevede una procedura rigida. La notizia va data al famigliare indicato con le parole esatte della formula, tono distaccato e  nessun contatto fisico con le persone. Già stressato dall’esperienza di combattente, Will deve prepararsi a superare le difficoltà psicologiche che il nuovo compito comporta.  Deve affiancare  un ufficiale più anziano di lui, il capitano Tony Stone (Harrelson, La sottile linea rossa, Non è un paese per vecchi, 2012), il quale gli insegna la dura legge della triste formalità. Rispettare le regole, a difesa di una dignità che va oltre il dolore personale, in un disegno che riguarda il sacrificio di tutti. Il compito rivelerà i suoi lati drammatici, ma i due uomini hanno anche uno spirito ironico, che emerge proprio dalle situazioni più impegnative. Man mano si colma la distanza tra il rigido dovere militare e la condizione reale, il dolore e la vita quotidiana delle persone colpite negli affetti più cari. Così come genitori e parenti reagiscono in diverso modo all’impatto con la morte notificata, anche i due “messaggeri” in divisa si aprono man mano alla stessa percezione dei propri sentimenti, si confrontano, si confessano, si criticano senza più reticenze, si mettono in gioco come uomini. Ed è qui che il film allarga il senso del racconto a temi più ampi e profondi, oltre le regole iniziali, decostruendo il genere pur mantenendo la misura, la discrezione che sottolinea l’emotività di certi momenti senza oltrepassare la linea intima dei caratteri e delle visioni individuali. Tre i momenti esemplari, la reazione straziante del padre di una delle vittime (pezzo di bravura di Buscemi), la delicata  fioritura  del sentimento tra Will e la giovane vedova (Morton) di un caduto, il dialogo rivelatore di umanità tra il sergente ormai esperto di nuove sofferenze e il suo ruvido capo  il quale  finalmente ammette di avere bisogno anch’egli di guardarsi dentro. La sceneggiatura, premiata con l’Orso d’Argento a Berlino, è perfetta soprattutto nella prima parte e fino al sottofinale, dove invece indulge un po’ nella sottolineratura del senso. Tuttavia il film conserva il suo valore artistico. Bravissimi gli attori.

Perdona e dimentica

Life During Wartime
Todd Solondz, 2009
Fotografia Edward  Lachman
Shirley    Henderson, Ciarán  Hinds, Allison  Janney, Michael  Lerner, Chris  Marquette, Rich  Pecci, Charlotte  Rampling, Paul  Reubens, Ally  Sheedy, Dylan Riley  Snyder, Renée  Taylor, Michael K.  Williams, Gaby  Hoffmann, Emma  Hinz, Meng  Ai.
Venezia 2009 concorso:  Todd Solondz  Osella sc.

Il titolo italiano  del film nasconde una valenza strutturale forse anche  più  provocatoria dell’originale. Difficile infatti uscire indenni dalla trappola del senso rappresentata da quella sorta di opposizione insanabile eppure complementare rappresentata dalla forma: perdonare e/o dimenticare. «Se si dimentica non si perdona, se si perdona spesso non si dimentica ».  Ad un certo grado di ambiguità, ogni storia da raccontare potrebbe implicare problematiche dalle soluzioni corrispondenti sul versante del perdono e/o della memoria. La verità, forse, è che la vita contiene in sé la dialettica di tale discorso e si tratta di accenti, non di esclusioni. Fatto sta che  il regista del  New Jersey (nato a Newark nel 1959), Todd Solondz, già toccato dal successo  per Happiness nel 1998 a Cennes (Quinzaine des Réalisateurs), ha insistito nella “persecuzione” non bonaria della storia,  dei caratteri e dei modi di vivere della media borghesia americana idealmente collocabile, questa volta,  in un ridente angolo della Florida ed ha  ottenuto a Venezia nel 2009  il premio per la migliore sceneggiatura. La famiglia delle tre sorelle, Joy (Henderson), Trish (Janney)  ed Helen (Sheedy), vista con l’occhio di una cinepresa priva di scrupoli “generici”, offre al pubblico lo spettacolo indecente della propria decomposizione. E scoprendo i sottili tormenti  di quelle  esistenze, non ci sfugge il lato socio-patologico delle loro “normalità”. Deflagrano al nostro  cospetto i tic comportamentali e gli equivoci morali di cui si compongono le loro giornate e vediamo crescere inesorabilmente il livello di guardia di una verità complessiva  ”inconfessabile”. Per esercizio, potremmo sistemare il tutto sotto tre indici principali: solitudine, depressione, pedofilia, ma è ben visibile quanto l’abbondanza delle rivelazioni neghi e moltiplichi per paradosso gli aspetti più appariscenti di un “nervosismo” forse incurabile. Il repertorio delle espressioni “disturbate” è talmente ampio da oltreppassare la casistica rispetto a diversi fronti: dal falso rapporto pedagogico madre-figlio e padre-figlio agli incubi sessuali in forma di visioni fantasmatiche  e all’incomprensione alienante di tutta la  famiglia verso i  possibili sbocchi creativi (Helen, per esempio, non è per nulla consolata dal  proprio  successo hollywoodiano). Tutto sembra pazzesco, ogni parola, ogni piccolo atto eppure si sta a guardare, come per trovare una scusa e, sorridendo a denti stretti, poter dire che noi non siamo esattamente così. E che nessuno mai potrà diventare così. La trappola è ben tesa da una regia “geometrica” e spietata, umoristica e drammatica, una composizione fredda che toglie al “teatro” e restituisce al tempo cinematografico, cancella parole con gesti, recupera oggetti quasi dal nulla, da “cose” che di solito non vediamo nemmeno. Cinema modernissimo e per pochi. Non è un dirne male.


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Bart