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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I MAESTRI: Roma città aperta

18 Gennaio 2011

[da: Vittorio Calvino, “Guida al cinema”. Prefazione di Vittorio De Sica, Nuova Accademia Editrice, 1954]

II cinema italiano si risvegliò tra la fine del 1944 e il principio del 1945, mentre ancora si combatteva in Eu ­ropa. Accadde in quell’epoca a Roma che, un giorno, alcuni cittadini che transitavano in una via del centro, notassero due soldati tedeschi in uniforme, ma disarmati, i quali camminavano tranquilli e calmi come fossero a casa loro. Sorpresi e preoccupati â— perché Roma era stata « li ­berata » già da vari mesi â— i bravi cittadini, dopo essersi consultati, decisero di dare la caccia ai due tedeschi, forse sbandati o disertori o prigionieri fuggiaschi. In breve, pas ­sata la voce, una grande folla si radunò, e poiché gli uo ­mini sono sempre coraggiosi quando sono in molti, i due tedeschi avrebbero fatto una brutta fine se, dopo essere stati malmenati, non fossero riusciti a dichiarare che non erano tedeschi ma italiani travestiti, semplici comparse del film Roma città aperta avventuratisi fuor del teatro di po ­sa per prendere un caffè. Ci furono spiegazioni e scuse ma, per evitare il ripetersi d’incidenti del genere, la Polizia fece obbligo ai produttori che impiegavano attori in uniforme tedesca di avvertire il pubblico per mezzo di comunicati sui giornali.

Il cinema italiano, dunque, riprese il lavoro a Roma mentre continuava il tuonar del cannone dalla Linea Go ­tica alle Alpi. I pesanti cingoli dei carri armati Sherman facevano ancora tremare le case al loro passaggio, quando si accesero i primi proiettori. Fu quasi un miracolo perché le centrali elettriche funzionavano con mezzi di fortu ­na e gli « alleati » che le controllavano non erano certa ­mente disposti a prestare benevolo orecchio alle richieste dei produttori e dei registi italiani.

Tuttavia il miracolo si compì. La situazione, anche considerata dal più ottimista degli uomini, non era rosea. Distrutti gl’impianti di Cinecittà, disperse o rapinate le macchine e gli attrezzi, pareva veramente che il cinema italiano non dovesse rialzarsi mai più. Invece, grazie alla straordinaria genialità e intraprendenza degl’Italiani, qua ­lità che si manifestano nei momenti più impensati e più difficili, ecco saltar fuori, dai più straordinari nascon ­digli, gli apparecchi, le macchine da presa, gli obiettivi, i proiettori, quel poco che era stato possibile racimolare e nascondere per impedirne la distruzione e la razzia. Tutto questo messo insieme bastava per riprendere il lavoro.

Fu iniziato così in uno studio cinematografico messo su alla meglio in uno scantinato nei pressi del Tritone, e si girò il primo film del nuovo cinema italiano. S’intitolava Roma città aperta, era diretto da Roberto Rossellini ed ave ­va, quali interpreti principali, Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Marcelle Pagliero, Harry Feits e Maria Michi. L’opera fu condotta a termine in circostanze a volte drammatiche â— la mancanza di denaro era l’assillo più pungente â— ed eb ­be un successo immediato assai vivo. Un americano ne ac ­quistò i diritti per il suo paese pagando una cifra irrisoria e facendo un eccellente affare. In questo modo il cinema italiano varcò nuovamente i confini della patria e comin ­ciò ad avviarsi per le vie del mondo destando ovunque inte ­resse e curiosità. Negli Stati Uniti d’America, soprattutto, Open City, come lo avevano battezzato, ebbe una eco im ­mensa. Se ne parlò come di un film sconcertante, che viola ­va tutti i canoni della buona educazione cinematografica, che rivoluzionava i sistemi e gli schermi ormai tradizionali del cinema di Hollywood. Col suo linguaggio scarno e crudo, Roma città aperta scandalizzò e affascinò molta gente, sol ­levando discussioni infinite e critiche e consensi quali mai prima d’allora nessun film europeo aveva suscitato.

I due protagonisti, Aldo Fabrizi e Anna Magnani, fu ­rono oggetto di particolare attenzione. Il loro modo di lavorare, di muoversi, di recitare, del tutto antiretorico e anticonvenzionale, sorprese e impressionò gli americani. Tutti i giornali furono pieni delle biografie di questi due attori, ne pubblicarono le fotografie: lui, Fabrizi, sorridente e pacioccone, lei, la Magnani, eternamente spettina ­ta, ma con gli occhi vivi e penetranti che illuminavano il suo volto espressivo.

Bene: converrà raccontare la storia di questi due at ­tori, eroi del nuovo cinema italiano, che subito dopo la guerra furono i più popolari all’estero, i più conosciuti dal grande pubblico da New York a Londra a Buenos Aires, da Parigi a Madrid a Calcutta, fino ad Auckland, laggiù nella Nuova Zelanda.

Molti anni fa, prima ancora di prevedere quali im ­pensati sviluppi avrebbero avuto le sue dilettantesche im ­provvisazioni comiche, Aldo Fabrizi gestiva insieme con la madre un piccolo negozio di erbaggi e frutta in un popo ­lare quartiere di Roma: tutti lo conoscevano nei dintorni. A sera, terminato il lavoro, si dedicava alla sua pas ­sione più viva, il teatro. Per un gruppetto di amici reci ­tava scene comiche o bozzetti ch’egli stesso aveva scritto, si divertiva a improvvisare imitazioni di attori o di uomini politici, ottenendo grande successo con quelle sue piccole cose piene di arguzia e di verità.

Spinto dal consiglio degli amici, un bel giorno Fabri ­zi abbandonò la bottega materna e affrontò il palcoscenico di un teatrino rionale. Il guadagno non era grande, in verità, ma grande fu, in cambio, la popolarità ch’egli si conquistò tra il pubblico, che mostrava di apprezzare quei bozzetti comici in dialetto romanesco recitati con una sorta di disincantato distacco.

Dai teatrini rionali, dove la recita d’arte « varia » con ­cludeva lo spettacolo cinematografico di terza visione, egli passò un giorno alle scene di teatri più rappresentativi: la sua fama si era accresciuta, la Radio italiana lo aveva più volte invitato a collaborare alle trasmissioni comiche, non solo, ma le sue più caratteristiche macchiette, quella del Tramviere o quella del Vetturino, erano state incise su dischi e si vendevano bene.

Il suo repertorio si arricchì, Fabrizi cominciò a diven ­tare più esigente con se stesso e dalle farse comiche pas ­sò ben presto alle commedie, a drammi dialettali di cui egli era, se non proprio l’autore materiale, almeno l’ispira ­tore. Un pubblico fedele ormai lo seguiva con simpatia, rideva con allegria, si tergeva una lacrimuccia alle pate-tiche storie che l’attore recitava. Il suo debutto cinema ­tografico risale al 1942: Avanti c’è posto fu il primo film, cui fece seguito L’ultima carrozzella, due commedie fortunate in cui i motivi dominanti delle sue macchiette erano ripresi e abilmente sviluppati, per dar modo all’attore di toccare tutta la gamma del suo repertorio, ora comico, di una comicità un po’ amara, ora triste, ma d’una tristezza che non sfociava mai nella disperazione.

Roma città aperta segnò un improvviso passo avanti nell’evoluzione artistica di Aldo Fabrizi, che, di colpo, si trovò chiamato a un ruolo drammatico più impegnativo, del tutto differente dalle sue precedenti interpretazioni. Con estrema semplicità e misura, egli dette vita alla figura singolare e commovente del prete destinato alla fucilazio ­ne. Fu questa un’interpretazione che portò Fabrizi al livello dei grandi attori internazionali, una prova veramen ­te convincente della sua maturità artistica.

Ormai affermato, questo attore così pieno di risorse ebbe offerte di lavoro a ripetizione. E lavorò, infatti, e tuttora lavora, con uguale passione, con uguale puntiglio ­so impegno. Tra le sue successive ottime interpretazioni citeremo quella del contadino in Vivere in pace, quella, umanissima, del bidello in Mio figlio professore, quella del piccolo impiegato omicida in II delitto di Giovanni Episcopo.

Tra le più recenti interpretazioni di Aldo Fabrizi ri ­cordiamo volontieri quella di Prima comunione, diretto da Alessandro Blasetti, e quella del candido custode della legge in Guardie e ladri, diretto da Steno e Monicelli. Due interpretazioni eccellenti, fra le molte di questo attore che ha ancora risorse infinite, un tesoro da spendere al ser ­vizio del cinema.

Della sua vita privata egli non ama parlare; attaccato alla « sua » Roma, ne conosce intimamente l’anima, si compiace d’essere oggetto della simpatia di ammiratori noti e ignoti che, incontrandolo per strada, lo riconosco ­no. Con piacere s’intrattiene a parlare con la gente umi ­le, vetturini, operai, donne del popolo, ragazzini. Per essi è una specie di nume casalingo, il vero « romano de Ro ­ma », un po’ filosofo, animato da una vena satirica, da uno spirito lepido e arguto, ma in fondo bonario e pieno di cuore. Amante della buona cucina romanesca, si com ­piace egli stesso d’indossare il grembiule del cuoco e di trafficare accanto ai fornelli. A un pranzo offerto all’am ­basciatore d’Argentina e ai giornalisti dopo la prima del suo film Emigrantes, Fabrizi presentò in tavola cinque portate di pasta asciutta condita in diversa maniera, tutte e cinque cucinate da lui. E gli applausi che raccolse gli furono forse più graditi di quelli che aveva avuto per la sua fatica di regista e di protagonista del film.

Affine a Fabrizi, e tuttavia diversissima, ecco Anna Ma ­gnani. Dotata di un fascino singolare, questa donna non particolarmente bella, non elegante o frivola, che nulla concede all’artificio del trucco, ha conquistato e sedotto il pubblico internazionale, anche il più difficile e restìo, con la sua potente personalità. Chi l’ha vista sullo scher ­mo ne è rimasto soggiogato; chi l’ha avvicinata nell’inti ­mità ha compreso quanta parte di vero vi sia nella soffe ­renza ch’ella porta sullo schermo anche quando ride. An ­na Magnani ha creato un « tipo » inconfondibile; in real ­tà ella è stata ed è sempre soprattutto se stessa, una donna inquieta, tormentata, insoddisfatta, scontrosa, gelosa, ani ­mata da impulsi contrastanti, che porta nel cuore una tri ­stezza senza nome, di cui lei sola, e forse nemmeno lei, conosce la causa.

Nata in Egitto da genitori italiani, ma cresciuta a Roma e quindi romana, questa popolarissima attrice iniziò mol ­to presto la sua lunga e dura carriera dopo aver seguito i corsi dell’Accademia d’Arte Drammatica. Quando era an ­cora una piccola esordiente sconosciuta in cerca di scrittura, ella frequentava il Teatro Valle di Roma, dove Petrolini raccoglieva gli ultimi caldi applausi del suo pub ­blico fedele. Tra questa ragazza dagli occhi febbrili e il grande maestro della scena si stabili così un’amicizia, nac ­que una comunione spirituale intima e profonda. A Petrolini Anna Magnani deve certamente molto, lei che al ­lora studiava avidamente i segreti della recitazione così viva e spontanea del grande attore comico.

Doveva tuttavia passare del tempo prima che ella po ­tesse manifestare appieno la sua personalità. Dai piccoli ruoli del teatro di prosa passò alla rivista, e dalla rivista ancora alla prosa. Fu interprete di O’Neill, di Sherwood, di Pirandello, di Shaw, sotto la direzione di Anton Giulio Bragaglia. Scuola eccellente, se si vuole, ma lunga, oh quanto lunga, per una giovane attrice impaziente.

Nel 1935 debuttò per la prima volta davanti alla mac ­china da presa. Ruoli inadatti, convenzionali, che non le giovarono. Il cinema serviva soltanto per guadagnare un po’ di denaro. Nel 1940 Vittorio De Sica la chiamò a in ­terpretare un ruolo di canzonettista nel film Teresa Ve ­nerdì e questo fu il primo vero successo cinematografico della Magnani, che ebbe, per le sue prestazioni, un com ­penso di 5000 lire! Lasciata definitivamente la rivista, in ­terpretò poi accanto a Fabrizi Campo dei fiori, un film di ambiente romanesco. Ma doveva giungere la guerra, con le sue sofferenze, perché da queste scaturisse la magnifica interpretazione di Anna Magnani in Roma città aperta. Per la prima volta questa attrice incontrò il « suo » perso ­naggio, per la prima volta essa sentì di vivere la sua parte. E fu un trionfo. Ottenuto dai critici di New York il premio destinato alla migliore attrice « non americana » per il 1946, ella balzò di colpo alla celebrità internazionale. La Metro le offrì una scrittura ch’ella non accettò, temendo che Hollywood non le permettesse di rimanere fedele a se stessa. Continuò a lavorare in Italia: tra i suoi film, il migliore è certamente L’onorevole Angelina, storia diver ­tente e commovente di una donna del popolo che si dà alla politica per poi accorgersi che il suo posto è in seno alla famiglia. In questo film le furono accanto eccellenti attori caratteristi, Nando Bruno e Ave Ninchi, che la coadiuva ­rono con molta intelligenza. Per L’onorevole Angelina le fu assegnato il Premio Internazionale per la migliore inter ­pretazione femminile alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1947. Un nuovo Premio Internazionale le è stato asse ­gnato recentemente al Festival di Knokke le Zoute, in Belgio, per la interpretazione di Molti sogni per le strade, di ­retto da Mario Camerini.

Terminato, sotto la direzione di William Dieterle, il film Vulcano, Anna Magnani non ha poi riposato sugli al ­lori. Fra le sue migliori interpretazioni ricordiamo Amore, diretto da Roberto Rossellini, e poi Bellissima, diretto da Luchino Visconti, ed infine l’episodio del film Siamo donne, opera corale realizzata da cinque registi che hanno por ­tato quattro celebri attrici a raccontare, in chiave di neo ­realismo, quattro vicende vere.

Tuttora al centro della simpatia, della curiosità e del ­l’interesse della gente (gli stranieri che vengono a Roma chiedono sempre di « vedere la Magnani »), essa è indub ­biamente una delle personalità più spiccate del mondo cinematografico contemporaneo. Ma è soprattutto una gran ­de attrice, una forza viva, un rigoglioso istinto.


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1 commento

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