di Arturo Lanocita
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 1 maggio 1969]
«Da una massa di testimonianze contraddittorie », cioè dai trenta e passa libri pubblicati sull’argomento, la scrittrice americana Cornelia Otis Skinner ha tratto, in una specie di summa, una nuova biografia di Sarah Bernhardt. Ne è risultato, in un grosso volume (Sarah Bernhardt, editore Dall’Oglio, 377 pagine, 3800 lire) un’an tologia, abbastanza fluida e compatta, di episodi che non sminuzzano il racconto; e ri sulta sconcertante, se vi si cerca il senso dell’unità e non si trova che l’unità del nonsenso. Da quando, ado lescente, si ribellò, inorridita, a chi le proponeva di darsi al teatro (« Attrice io? No, mai ») agli anni del marasma senile, Sarah recitò se stes sa in cento contraddizioni all’ora, sempre serbandosi fe dele all’imprevisto.
«Magnifica lunatica », come qualcuno la chiamò, un gior no, quando chiese a un chirur go che le innestasse, in fondo alla spina dorsale, una coda di tigre, da dimenare nei mo menti di collera. Si sentiva o tutta felina o tutta miele, dandosi in alternanza stati d’animo prefabbricati; ma la sua espressione più sponta nea era, appunto, quella del bramito. L’Ottocento teatra le può sintetizzarsi nella quin tessenza dell’istrioneria che fu propria della Bernhardt; e per quanto la biografa Otis Skinner – figlia di un atto re famoso ed attrice ella stessa – ne riferisca con de ferenza, la natura di lei re stò sempre quella di un fenomeno da circo (« Sarah Barnum » s’intitolò un libel lo che le scagliò contro, fuor d’ogni cordialità, una sua nemica, ingenerosamente veri tiera).
I due o tre film che inter pretò in veneranda età, con servati forse sì e forse no negli archivi di qualche cine teca, sono ciò che ci resta di lei, a quarantasei anni dalla morte; e quel che meglio atte stano, se attestano qualcosa, è che l’esasperato artificio, nella recitazione delle dive arcidannate del cinema pri mitivo, fu un’involontaria pa rodia del modo bernhardtiano di essere attrice; ma cer to le imitatrici deformarono il modello, a parte che nei film della Bernhardt manca va il suo autentico fascino, la musicalità della voce. Del resto, fra l’artificio di Sarah e la naturalezza della Duse, quello e non questa, oggi, sem bra l’anello primo del teatro moderno; sì che, ricordando Diderot, che dichiarava su blime solo l’attore privo di sensibilità, la Bernhardt può anche essere giudicata una anticipatrice del tempo no stro; fu pur scritto dai cri tici suoi contemporanei che, nella Fedra raciniana, dive niva « tutta sesso », mentre le rivali apparivano tutte cuore.
Il suo motto, ricamato fi nanche su guanciali e len zuola, era « Quand míªme », e può significare rassegna zione ( « pazienza » ) oppure alterigia (all’incirca, «me ne infischio »), e, ancora meglio, le due cose assieme. La fa mosa bara in cui, talvolta, usava dormire, legno rosa fo derato di raso bianco; il giar dino zoologico che si teneva in casa – dai cani ai leon celli, dalle scimmie ai pitoni, senza contare un cinailuro giovane e scherzoso, su cui manchiamo di informazio ni -; la mania di far primo attore il suo amante in cari ca, rassegnandosi solo di ra do all’azione contraria, far suo amante il primo attore in carica, tutto questo alimen tò la sua reputazione di scan dalo e di stravaganza, non meno alta della sua fama di interprete; e contribuì alla nascita, come fu detto, della sarahlatria.
Poesia e posa. Anche quan do, canuta, insegnava recita zione al Conservatorio e de clamava i versi parnassiani ai giovani che, ascoltandola, si liquefacevano, « era chiu sa », scrisse la saggista Dussanne, «nelle sue formule di seduzione come in un abito portato da tanto tempo ».
Nessuno lo disse, ma poesia e posa si abbinavano natural mente in Sarah Bernhardt, che, tutta « liberty », di fuo ri e di dentro, non era figlia, bensì madre del suo secolo. Quando, per lusingarla, af finché recitasse La città mor ta, D’Annunzio la proclamò « dannunziana », come per darle una decorazione al me rito, probabilmente ignorava di essere lui, piuttosto, un bernhardtiano. Andando a caccia accanita di effetti, schivò, scegliendo il reperto rio, le tendenze nuove e più sottili del teatro e ignorò gli innovatori, da Maeterlinck a Ibsen e a Strindberg; non re citò che i drammi con perso naggi a sua misura, e perciò in prevalenza quelli scritti da Sardou, al rullo di mille tamburi, apposta per lei, e che le erano congeniali. In quanto a Shakespeare, poiché l’esangue Ofelia le diceva poco, preferì darsi la parte di Amleto; del resto, sulla scena e fuori di scena, indossava vo lentieri gli abiti maschili.
Cornelia Otis Skinner vuo le bene al suo personaggio e racconta con indulgenza le più marchiane, ma cede al l’enfasi quando, descrivendo la nel suo romitaggio mari no, il castello di Belle Isle, « la sua anima » – ritiene di poter sostenere – « s’innal zava in cielo con i gabbiani », e questo volo sincrono, sug gerito dalla protagonista al la biografa, sembra asserito tanto perentoriamente quan to arbitrariamente. Egual mente enfatica, Sarah Bern hardt intitolò al suo nome il teatro sardanapalesco che, a Parigi, donò a se stessa, tappezzando ogni parete di suoi enormi ritratti. Ebbe, co sì, una sua cattedrale, come Wagner ne ebbe una a Bayreuth; qui, nella sua maturi tà, si celebrarono i riti di un culto del quale era, insieme, sacerdotessa e divinità. Il buttafuori che, all’ora dello spettacolo, picchiava alla por ta del camerino, ripeteva ogni sera la formula d’obbligo: « Signora, se lei è pronta, so no le otto ». Se non era pron ta, erano le sette e tre quarti.
Visto 11 volte, 1 visite odierne.