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Andare o non andare a votare

7 Gennaio 2013

di Mario Di Monaco
(pubblico, insieme con altri articoli, questa riflessione di mio fratello, comune, credo, a tanti altri lettori. bdm)

Sono ormai quasi 50 anni che ad ogni tornata elettorale vado puntualmente a votare, e finora ho sempre esercitato questo mio fondamentale diritto con orgoglio e profonda convinzione.
Questa volta però è diverso perché avverto un forte disagio. Quando ci penso provo d’istinto una rabbia interiore che mi spinge a disertare le urne.
Poi però mi calmo e cerco di analizzare le ragioni del mio malessere.
Uno dei principali motivi, è senza dubbio la consapevolezza che le prossime elezioni politiche, con le attuali regole definite dal suo stesso autore una porcata, altro non saranno che la rappresentazione di una farsa nella quale sarei chiamato a recitare la parte del fesso sprovveduto, senza disporre della benché minima possibilità di incidere sulla scelta di chi ci dovrà governare.
Il vigente sistema elettorale, attraverso il meccanismo perverso delle liste bloccate, priva il cittadino del suo fondamentale diritto di scegliere i propri rappresentanti, arrecando una così grave lesione al principio della sovranità popolare da minare le radici stesse della nostra democrazia.
Si è voluto imporre al cittadino, con oltraggiosa strafottenza, una condizione d’impotenza che in qualsiasi altro paese di consolidata tradizione democratica avrebbe provocato una cruenta rivoluzione di popolo.
Un’altra ragione della mia insoddisfazione, è l’anomalia che si è venuta a determinare nell’assetto politico nazionale dopo l’azione repressiva della magistratura del 1992 contro la dilagante corruzione dei partiti, che avrebbe dovuto coinvolgere i due maggiori e contrapposti schieramenti che dominavano allora il paese, ma che finì, sciaguratamente, per colpirne e decretarne l’estinzione di solo uno dei due.
Dissolta la Democrazia Cristiana, perno del raggruppamento del centrodestra, è rimasto come unico partito fortemente strutturato e radicato sul territorio, l’attuale Partito Democratico che con il suo efficientissimo apparato riesce ad assumere di fatto una posizione dominante nella rete di potere del sistema Italia costituita dalle istituzioni, dagli enti economici, dai sindacati, dalle Regioni ed enti locali.
Una tale organizzazione richiede la disponibilità di consistenti mezzi finanziari che oggi solo il P.D. può permettersi, grazie anche ad una regolamentazione dei finanziamenti e rimborsi pubblici che premia i grandi partiti. Dopo la caduta del governo Berlusconi, il centrodestra si è sgretolato in tanti partitini e liste civiche che nella contesa elettorale possono aspirare solo ad una dignitosa sconfitta.
Il P.D. oggi è in grado di condizionare le scelte fondamentali del paese, sia che si trovi al governo sia che agisca come opposizione. Ho la sensazione che preferisca addirittura operare in questa seconda veste nella quale può sfruttare al meglio la sua impareggiabile abilità di addossare sempre all’avversario la responsabilità di qualsiasi sciagura possa capitare al paese.
Una dimostrazione della validità di questa tesi si è avuta quando il governo Berlusconi fu costretto alle dimissioni dalle manovre speculative ordite sullo spread dei nostri titoli di stato. Il P.D., anziché reclamare le inevitabili elezioni politiche, in cui avrebbe sicuramente stravinto, si adoperò presso il Presidente della Repubblica per far assegnare ad altri il difficile compito di governare il paese.
Del resto, il P.D. è il partito che più di ogni altro reclama il “cambiamento” ma che nei fatti agisce poi adducendo pretesti che alla fine finiscono per lasciare tutto così com’è.
Se questo è lo scenario politico che si prospetta alla vigilia delle elezioni, per il cui esito tutti i sondaggi concordano sulla sicura schiacciante vittoria della coalizione di centrosinistra, mi chiedo se ha senso che io vada a votare. Molto probabilmente deciderò per il no. Certificando con la tessera elettorale la mia astensione dal voto eviterò almeno di essere considerato un fesso.


Clamorosa dichiarazione dell’ex presidente dell’Ue Martin Schulz
La potete ascoltare qui.


Così il rigore del Prof ha messo al tappeto l’economia italiana
di Renato Brunetta
(da “il Giornale”, 7 gennaio 2013)

Professor Monti, le invio una sintetica rassegna delle analisi di alcuni dei più ascoltati economisti e dei più importanti organismi internazionali su come in Europa si è affrontata la crisi dei debiti sovrani. La mia vocazione da 13 mesi è questa: riportare la migliore letteratura internazionale per aiutare a capire, oltre i luoghi comuni, le banalità e le tante strumentalizzazioni politiche.
Rispetti la verità, professore, e con la verità le regole scritte e non che ci hanno lasciato i nostri padri costituenti e la prassi repubblicana.
L’ultimo approfondimento è quello del Fondo Monetario Internazionale, dal titolo Growth forecast errors and fiscal multipliers. Dallo studio emerge che le politiche di austerità adottate nell’Eurozona negli anni della crisi hanno avuto effetti (negativi) sulla crescita di questi paesi maggiori del previsto/del normale. Ma andiamo nel dettaglio dell’analisi a firma del capoeconomista dell’istituto, Olivier Blanchard, e di Daniel Leigh. Ad ottobre il Fmi segnalava rischi di «avvitamento » delle economie dell’eurozona, derivanti dalle stringenti manovre di consolidamento dei conti pubblici. Secondo le analisi, alcuni errori di previsione della crescita indicano la presenza di una sistematica sottovalutazione dell’impatto delle misure di rigore sulla crescita economica. Ciò implica che per ogni punto percentuale di Pil di contenimento del disavanzo fiscale, la crescita economica di breve termine si riduce oggi di più di 1,5 punti percentuali, rispetto alla contrazione di mezzo punto percentuale che si registrava negli anni precedenti la crisi.
Gli ulteriori approfondimenti svolti da Olivier Blanchard e Daniel Leigh hanno confermato la loro precedente tesi. E la presenza di moltiplicatori fiscali più ampi in periodi di recessione dipende da tre fattori: 1) La recessione comporta il cattivo funzionamento dei mercati finanziari e blocca la trasmissione della politica monetaria adottata dalle banche centrali. In altri termini, in periodi di decrescita le decisioni delle banche centrali non si ripercuotono sull’economia reale (meccanismo di trasmissione). Vale a dire che la politica di riduzione dei tassi di interesse non è più sufficiente. Come se il mercato si fosse assuefatto a questa medicina. Nei periodi di corretto funzionamento del sistema finanziario le variazioni dei tassi di interesse si ripercuotono direttamente sulle banche e indirettamente sui tassi attivi e passivi offerti dalle banche. Al contrario, quando il meccanismo di trasmissione della politica monetaria è bloccato, le banche centrali sono costrette ad avvalersi di strumenti di natura straordinaria (e temporanea). Come è avvenuto, per esempio, in Europa con le due aste di finanziamento a breve termine e agevolato alle banche dell’eurozona da parte della Bce e con il programma di acquisto di titoli di Stato con vita residua fino a tre anni; 2) Livelli di produzione e di reddito più bassi, nei periodi di recessione implicano che le decisioni di consumo da parte delle famiglie e le decisioni di investimento da parte delle imprese si basano più sul reddito corrente e sugli utili attuali che sul reddito e sugli utili attesi; 3) Quanto più l’economia è debole, tanto più aumentano i moltiplicatori fiscali. Oggi più di ieri il rigore fa male alla crescita e allontana drammaticamente la ripresa. Altro che compiti a casa. Altro che salva Italia.

Basterebbe questo per confutare tutta la linea di politica economica adottata dall’Europa negli anni della crisi. Ma vogliamo riportare anche altre autorevoli testimonianze. A partire dal premio Nobel Paul Krugman, che ha scritto e continua a scrivere sul New York Times: «L’austerità non funziona: a causa di una politica economica tutta sacrifici e niente crescita, l’Europa è sanguinante, salassata inutilmente come i malati nel Medioevo, curati con medicine che li facevano ammalare ancora di più ». Un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz, si rivolgeva proprio a Lei, professor Monti, nel convegno «Oltre l’austerità », quando si è espresso sulle scelte di politica economica adottate in Europa per fronteggiare la crisi, sostenendo che le politiche di austerità non sono sufficienti a condurre l’Europa fuori dall’emergenza, perché l’austerità è un fenomeno che si autoalimenta e che deprime l’economia.
Ad ulteriore supporto, Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, ha tenuto quattro lezioni magistrali all’Università George Washington sul tema «La Federal Reserve e il suo ruolo nell’economia di oggi ». A differenza della Bce, infatti, il ruolo delle principali banche centrali del mondo consiste non solo nel garantire la stabilità dei prezzi (inflazione sotto il 2%), ma anche nel garantire livelli di crescita e di occupazione stabili. Inoltre, le principali banche centrali mondiali, anche in questo caso al contrario della Bce, garantiscono la stabilità finanziaria attraverso la funzione di prestatore di ultima istanza.
In linea con le analisi finora riportate, si colloca anche lo studio preparato da Paul de Grauwe della London School of Economics e da Yuemei Ji della University of Leuven. Secondo quanto sostenuto il mercato dei titoli di Stato nell’area euro è più fragile e più sensibile alle crisi di liquidità rispetto a quello dei Paesi che non fanno parte di un’unione monetaria e in cui la banca centrale funge da prestatore di ultima istanza. Inoltre, una parte significativa dell’aumento degli spread negli Stati cosiddetti Pigs è dipesa dal risultato di «sentimenti » negativi auto-avveranti dei mercati, che sono divenuti molto forti a partire da fine 2010.
Il motivo del diverso e più aggressivo atteggiamento dei mercati nei confronti dei Paesi dell’eurozona è legato a una caratteristica fondamentale delle unioni monetarie: gli Stati che fanno parte di un’unione monetaria emettono debito in una valuta su cui non hanno il controllo. Di conseguenza, i governi di questi Paesi non possono garantire che ci sarà sempre liquidità disponibile per rimborsare i titoli del debito alla scadenza ed è pertanto possibile che non riescano a pagare i propri creditori.

In questa dinamica c’è una variabile auto-avverante: quando gli investitori temono il default si comportano in maniera tale che esso diventa più vicino. Pertanto, un Paese può diventare insolvente solo perché gli investitori pensano che ciò possa accadere. Stando all’analisi di Paul de Grauwe, in un’unione monetaria la mancanza di fiducia nei confronti di un Paese determina l’aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato, nonché un aumento degli spread, sconsiderato rispetto ai fondamentali economici che influenzano realmente la solvibilità del Paese medesimo.
Professor Monti, quanto riportato in sintesi spiega come la politica economica adottata dall’Europa negli anni della crisi, imposta dalla Merkel ai paesi sotto attacco speculativo e da lei passivamente seguita (poco contano i timidi tentativi di distinguersi), sia stata del tutto sbagliata e abbia bloccato la trasmissione della politica monetaria che il presidente della Bce, Mario Draghi, ha cercato di far convergere progressivamente verso l’impostazione espansiva adottata dalle altre banche centrali mondiali.
Lei che ne pensa? Ha qualcosa da dire, da obiettare, al di là delle battute che continua a ripetere, che in quel maledetto dicembre 2011 l’Italia sarebbe stata sull’orlo del baratro e che si era al punto di non riuscire a pagare gli stipendi dei pubblici dipendenti. Se ne è veramente convinto, ha il dovere etico e politico di dimostrarlo in maniera inconfutabile. Visto che fino ad ora non lo ha fatto, e ne avrebbe avuto tutti gli strumenti, lasci stare la propaganda, smetta i panni da salvatore della patria. Faccia il buon riformatore, se ne è capace, con il consenso della gente. Sulla crisi dovremmo tutti cercare una visione condivisa. Per il bene del paese. Nessuno può governare sulle falsificazioni, sull’imbroglio, sulla demonizzazione dell’avversario. Con la stima che si merita. Suo. Renato Brunetta.


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Bart