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Col “ponte colpito” affonda anche la speranza

3 Marzo 2013

di Giovanni Alvaro
(La cancellazione della grande opera è la dimostrazione che abbiamo una classe dirigente immatura e incapace. Una tragedia che ferisce una delle maggiori opportunità di sviluppo del Paese. C’è da domandarsi, come fa l’articolista, cui prodest? bdm)

Incredibile la motivazione che il ministro tecnico Passera ha dato a quella che sembra la fine non tanto di un sogno ma di una speranza, quella di vedere un’alba nuova per il Mezzogiorno e soprattutto per le due regioni meridionali, Calabria e Sicilia, che potevano, con una infrastruttura indispensabile al corridoio 1 e con esso alla stessa economia nazionale, liberarsi totalmente dell’isolamento che patiscono da decenni. Ma i becchini del governo dopo aver massacrato il Paese con una recessione terrificante hanno voluto completare l’opera demolitrice.

Passera a nome dell’intero governo ha addebitato la fine del Ponte alla mancata disponibilità dell’Eurolink a siglare un atto aggiuntivo con il quale si formalizzava la rinuncia alla penale prevista dal contratto d’appalto. La sola ipotesi della cancellazione però aveva provocato le legittime proteste del governo spagnolo che si è mosso nell’interesse delle aziende iberiche. La richiesta del governo e di Passera era, comunque, assurda e non poteva essere accolta perché l’Eurolink diventava automaticamente il soggetto responsabile del danno provocato a tutte le imprese facenti parte del Consorzio.

La scelta del Governo puntava a trasformare l’Eurolink da vittima a carnefice delle imprese coinvolte nell’appalto e non chiude, come grandi tromboni hanno annunciato, la vicenda che avrà senz’altro sviluppi giudiziari nazionali e internazionali. Nazionali perché la Corte dei Conti che dovrà vigilare sulle spese non potrà far passare tranquillamente lo sperpero di oltre 1,3 miliardi (Corte che se sarà sonnacchiosa sarà svegliata dai ricorsi dei cittadini e da Enti locali sensibili all’infrastruttura pontistica) ma sarà costretta a imputare l’addebito a chi ha causato lo sperpero stesso, ossia ai signori tecnici che non sono, sul piano finanziario, dei nullatenenti.

Sul piano internazionale, come minimo, si avrà l’inaffidabilità del nostro Paese che, con l’atto di messa in discussione di un appalto già formalizzato, determinerà la scelta di moltissime imprese di livello internazionale, a non partecipare a gare d’appalto in Italia per grandi opere. Un danno d’immagine non quantificabile finanziariamente ma di elevato livello. Un Paese che, sul terreno delle costruzioni è all’avanguardia nel mondo, ridotto a luogo da evitare senza ulteriori prove d’appello.

Ma il danno grave, gravissimo, sarà quello di vedere usare altri terminali (soprattutto Spagna e Francia scelte dalla FerrMed) per collegare i mercati del Nord Europa con quelli che usano lo Stretto di Suez e provengono o vanno verso l’Estremo Oriente. Per lo scambio mercantile si usano oggi, in modo sempre più massiccio, i container che, trasportati con navi all’uopo attrezzate, eviteranno di accrescere il tempo di trasporto con la circumnavigazione della penisola iberica ma saranno scaricati in tutti i porti italiani per essere convogliati sulle direttrici ad alta velocità.

Senza ponte non esisterà l’alta velocità da Salerno a Reggio e, a maggior ragione, non esisteranno linee fino a Palermo o Catania. Il danno provocato dai becchini è veramente incommensurabile perché priverà l’Italia di un flusso trasportistico su rotaia con grandi benefici che avrebbe avuto il Paese sotto forma di costi di trasporti alle ferrovie, di occupazione e di liberazione delle autostrade dai pericolosi tir dispensatori di incidenti e di inquinamento ambientale.

C’è chi sorride ed esulta per la vicenda e magari parla di “Un ponte colpito e affondato” con una malcelata soddisfazione che fa letteralmente rabbia se a godere di una possibile cancellazione sono anche soggetti meridionali. Costoro dimostrano la propria pochezza e la propria inettitudine e sono, soprattutto, gli ascari di un potere prevaricatore e senza reale visione unitaria del Paese che continua a mantenere l’ex Regno delle Due Sicilie nello stato di degrado che il ponte poteva permettere di poter superare.


E Bersani adesso tiene pronto un piano B
di Fabio Martini
(da “La Stampa”, 3 marzo 2013)

Pier Luigi Bersani sapeva. Il Capo dello Stato lo aveva preavvertito già da qualche giorno: un governo, come quello immaginato dal leader Pd, senza maggioranza e che andrebbe a cercarsi i voti in Parlamento, è fuori dai vincoli costituzionali fin qui seguiti. E, in ogni caso, potrebbe essere immaginato soltanto come eventuale extrema ratio in prossimità di uno scioglimento delle Camere.

Giorgio Napolitano, tra l’altro, ne aveva parlato in un colloquio informale con Massimo D’Alema e dunque il comunicato del Quirinale di ieri, nel quale si invita ad evitare «premature categoriche determinazioni di parte » non è giunto come un fulmine a ciel sereno. Nelle ore che hanno seguito il comunicato del Quirinale, da casa Pd non è uscito neanche un commento – né favorevole né sfavorevole – da parte del gruppo raccolto attorno a Bersani, l’unità di crisi formata dal vicesegretario Enrico Letta, dal presidente dei deputati Dario Franceschini, da Maurizio Migliavacca e Vasco Errani, oltreché da Massimo D’Alema.

Un silenzio collettivo eloquente. A questo punto il combinato disposto dell’altolà presidenziale, delle ripetute insolenze di Grillo e di una certa fronda interna al Pd potrebbe indurre Bersani (ma nel suo entourage nicchiano) a presentarsi mercoledì all’importante riunione della Direzione, mantenendo intatta la proposta della maggioranza aperta al Cinque Stelle, ma senza il tono ultimativo sin qui tenuto ed evitando di esplicitare che le elezioni anticipate sono, per il Pd, l’unica alternativa al governo di minoranza.

Certo, in caso di fallimento del suo piano, per Bersani il piano B preferito resta quello di un nuovo scioglimento anticipato, da affrontare, tra giugno e luglio, con lo stesso schieramento e lo stesso candidato premier: lui stesso. Un piano hard che lui stesso fatica ad esplicitare. Ieri, in una intervista rilasciata a «Presa diretta », Bersani si è rivolto a Grillo con queste parole: «Adesso o dicono “Tutti a casa” – ma compresi loro – o dicono come vogliono ristrutturare la casa ». Più esplicito (in linea con quanto ripete da giorni la sinistra dei “giovani turchi”), il direttore dell’Unità Claudio Sardo, che dice al Tg1: «Se il Cinque Stelle non ci starà, meglio tornare al più presto alle elezioni ».

Ma nel Pd la prospettiva di correre verso un nuovo appuntamento elettorale è avversata da uno schieramento che sembra destinato ad allargarsi. L’ex segretario Walter Veltroni, con piglio meno continuista del solito, boccia senza appello la linea di Bersani e propone uno scenario del tutto diverso: «L’unica strada è un governo nato dall’iniziativa del presidente della Repubblica, che senza una maggioranza precostituita vada in Parlamento a cercare il consenso su un programma di riforme ». In movimento anche gli ex popolari (Bindi, Letta) anche se per ora l’unico ad uscire allo scoperto è l’ex ministro Beppe Fioroni contro la prospettiva delle elezioni anticipate, che si preannuncia il vero snodo attorno al quale ruoterà la decisiva Direzione del Pd di mercoledì. Dice l’ex ministro Paolo Gentiloni: «Assolutamente d’accordo col Capo dello Stato, il cui campo d’azione non dovrà essere limitato dal Pd, che dovrà indicare le sue soluzioni preferite e le sue indisponibilità: una coalizione con Berlusconi e le elezioni anticipate ».

Ma alla Direzione del Pd mancano ancora tre giorni, pieni di incognite, alcune delle quali potrebbero giocare a favore di Bersani. Il primo appuntamento è l’assemblea dei parlamentari del Cinque Stelle, fissata per domani e dopodomani in un albergo romano. Evento a suo modo straordinario per un partito che finora è esistito quasi unicamente “dentro” un sito e che dunque è atteso alla prima riunione nazionale della sua storia. Due prime volte che potrebbero determinare qualche sorpresa: è quanto confidano nell’entourage di Bersani. Tanto è vero che il leader del Pd lascia cadere gli insulti che gli lancia Grillo: «Mi insulteranno tutti i giorni non faccio una piega. Quel che han da dirmi lo dicono davanti al Paese, si prendono la responsabilità ». Ma c’è una richiesta di Grillo ai partiti, l’azzeramento dei rimborsi elettorali, che il Pd (per la imponente macchina “tipo-Pci” rimessa in piedi proprio da Bersani) non può permettersi e infatti la risposta del segretario è ambivalente: «Io voglio fare una legge sui partiti e sono pronto a discutere del finanziamento ai partiti però Grillo spieghi, quando facciamo la legge sui partiti, com’è la trasparenza e la partecipazione, come si eleggono gli organismi dirigenti, com’è il codice etico per le candidature ».


Grillo smentisce l’intervista a Focus: «Mai detto sì al governissimo »
di Redazione
(da “Il Tempo”, 2 marzo 2013)

Beppe Grillo non soltanto scrive sul suo blog di non aver mai ipotizzato un appoggio a un governo Pdl-Pd ma ospita anche, sotto la testatina «balle quotidiane », un intervento nel quale è la stessa giornalista della rivista Focus che lo ha intervistato a smentire la versione che in Italia è stata data del colloquio. «Mi sembrano tutti impazziti qui in Italia: la mia intervista per Focus – si legge nel post firmato Petra Reski – non è ancora uscita e già viene citato Beppe Grillo con cose che non ha detto. Questa tecnica mi ricorda un po’ quel gioco da bambini, in tedesco si chiama Stille Post, giocare a passaparola. Sul sito di Focus è stato pubblicato un riassunto della mia intervista, e questo riassunto viene non tradotto, ma distorto, in una conclusione che ho appena letto sul sito della Repubblica: «Grillo: Sì al governissimo » e poi «Grillo: Ok a governo Pd-Pdl, per legge elettorale e tagli ».

«Ma – si legge ancora – è una falsità! Sul sito di Focus non è scritto questo. È scritto: «Grillo non vuole fare una coalizione né con Pier Luigi Bersani, né con Silvio Berlusconi. Se Pd e Pdl dicessero: «Legge elettorale subito, via i finanziamenti retroattivi, massimo due legislature e vanno fuori tutti quelli che hanno più di due legislature, così noi appoggiamo qualsiasi governo » diceva Grillo a Focus, e aggiungeva: «Ma non lo faranno mai. Loro bluffano per guadagnare tempo ». Per essere sicura di non averti citato in maniera sbagliata ho controllato di nuovo la trascrizione originale dell’intervista: «Se Pd e Pdl dicessero: Legge elettorale subito, via i finanziamenti retroattivi, due legislature andiamo fuori tutti quelli che abbiamo più di due legislature, così noi appoggiamo qualsiasi governo, ma scherzi. Non faranno mai queste cose. Loro bluffano, hanno bisogno del tempo, ma non faranno mai queste cose. ». Sul sito di Focus si legge esattamente questo. Insomma. Follia pura. Normalmente, alla fine del gioco di passaparola, si ride. Ma non mi viene da ridere di fronte a un uso così scorretto – conclude la giornalista – della mia intervista ». Il comico genovese ha attaccato anch Vendola: si è ingrillato all’improvviso dopo le elezioni. Si è vestito di nuovo come le brocche dei biancospini. Sembra un’altra persona. Ha un rinnovato linguaggio, comunque sempre variegato, e adopera inusitate e pittoresche proposizioni verso il M5S. Vendola ci ama ».


Per la sinistra i vaffa sono meglio del Cav
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 3 marzo 2013)

Berlusconi è stato per molti anni presidente del Consiglio, dopo aver costruito un complesso industriale e anche editoriale ragguardevole; è l’unico politico italiano che abbia denominato da presidente l’intero corso di una legislatura.

Ha partecipato a un numero notevole di vertici internazionali tra grandi reggitori del mondo, da vent’anni in qua; ha nominato legioni di capi dei carabinieri e della polizia, dei servizi segreti interni e di controinformazione militare, commissari europei a Bruxelles, ambasciatori di ogni ordine e grado, ha avuto la supervisione sull’esercito attraverso i suoi ministri della Difesa, partecipando anche nei limiti di una missione d’appoggio a grandi campagne militari dopo l’11 settembre, come quella in Irak, ha governato il ministero della Giustizia e la sua folta pletora di magistrati-funzionari per anni, e alla fine non pare, nemmeno se si voglia aggiungere a tutto questo la sua «scandalosa » ricchezza privata o il trascinamento di grandi maggioranze popolari e parlamentari, che l’uomo politico di cui si dice che sia un pirata, l’Olonese, o un clown, abbia tradito la Repubblica, determinato una sua crisi di legittimità o di funzionamento. Si può dire che ha governato male, si può disconoscere ogni suo merito, ma siamo nella regola, siamo restati nella regola.

Quando è stato condannato a multe forsennate in processi che per lo meno erano esposti al beneficio del dubbio politico, perché chiudevano vertenze o battaglie di sistema durate anni, ha pagato senza battere ciglio. Quando conquistò il fortilizio avversario, l’impero di De Benedetti, si lasciò convincere a mollarne la metà, quella politicamente e civilmente più produttiva, sulla base di una proposta di negoziato firmata dal principe Carlo Caracciolo di Castagneto e dal suo caro amico Giuseppe Ciarrapico. Ogniqualvolta ha perso la maggioranza, il Caimano si è ritirato in buon ordine. Niente fuochi, nemmeno d’artificio. Ha accettato soluzioni d’emergenza tecnocratica proposte da un capo dello Stato che era stato eletto dai suoi avversari a stretta maggioranza, dopo elezioni concluse da un premio maggioritario fondato su poco più di ventimila voti. Poi, dopo ripetuti gesti di disciplina repubblicana e di ossequio alle regole democratiche, l’uomo nero partecipava alle elezioni successive, spesso le ha vinte, qualche volta le ha perse, in altri casi le ha politicamente pareggiate.

Ha sempre combattuto con un braccio legato dietro la schiena. La giustizia dei pm e dei tribunali è stata severa con lui, accanita. Non una sola accusa e di ogni tipo gli è stata risparmiata. Testimoni e mediatori d’accatto sono diventati campioni di verità giudiziaria: per questi era uno stragista, uno che stava dietro le bombe della mafia, per quest’altro un turlupinatore, un uomo dai vasti raggiri, poi nonostante 6 miliardi di tasse pagate un callido evasore fiscale, e fraudolento, infine uno che per prevalere con le sue politiche avrebbe fatto compravendita di parlamentari che si mettevano all’asta. Si sarebbe comportato un po’ come Abe Lincoln, l’eroe della giustizia e della buona politica di tutti i tempi, raccontato nel film di Steven Spielberg per quello che era, un politico realista che faceva fronte alle necessità di garantire una maggioranza al suo ruolo e alle sue idee anche con mezzi spicci. Di Berlusconi – che certo una mammoletta non è, e in questa condizione non è solo tra i protagonisti della nostra vita pubblica – si è detto tutto, accuse e calunnie si sono impastate insieme, prescrizioni e assoluzioni sono fioccate fino a una prima condanna di primo grado, ora è sotto processo anche la sua vita privata, e s’inventano reati di concussione per una telefonata gentile a funzionari della questura di Milano, insomma un florilegio di brutture contro le quali Berlusconi, quando ha potuto, ha varato misure ad personam che corrispondevano perfettamente alla misura di un’ingiustizia ad personam voluta contro di lui da un establishment di potere che non lo ha mai sopportato, e dai suoi corifei e servi a mezzo stampa.

Un uomo controverso, certo, che non è fatto per piacere a tutti, che divide l’opinione pubblica italiana e mondiale da molti anni. Ma una cosa nota, testata, un controverso leader di una classe dirigente repubblicana. Alle recenti elezioni ha avuto gli stessi voti, più o meno, del vincitore e sconfitto, il Pd di Bersani. Contemporaneamente è esplosa una bolla tribunizia e di protesta alle cui origini sta l’attività di una società di e-commerce che si chiama Casaleggio & Associati. È arrivato un esercito di alieni spinti dallo spirito beffardo dell’elettorato italiano, un quarto dei voti e un bel manipolo di deputati e senatori. È gente strana, che produce programmi e video apocalittici, in cui si ipotizza un mondo di guerre e rivolgimenti di ogni tipo, che avrà pace solo al termine di un lungo ciclo in cui spariranno democrazia e istituzioni come le conosciamo, e resterà al centro della scena solo una Dea rete. Pare che siano vegetariani, e questa è già una malattia piuttosto grave, e poi non hanno indirizzo, sono anonimi per scelta, appartengono a una setta più che a un movimento o a un partito. I berluscones spesso non sono il colmo della sapienza costituzionale e politica, ma parlamentari e ministri dell’Olonese se la battono con i loro avversari. I prodotti della Casaleggio & Associati, e del suo profeta e portavoce, un attore comico annoiato del suo vecchio ruolo, il tonante Beppe Grillo, stanno cercando su Google dove stiano la Camera e il Senato, non sanno come si elegge il presidente della Repubblica, non hanno la minima idea di che cosa sia una democrazia e del perché questa abbia una storia, delle istituzioni, delle leggi e dei regolamenti.
Ecco, in questa situazione i capi del Pd, confortati dal tifo come sempre improvvido della loro base e dei loro giornali di riferimento della nota lobby, sostengono che per garantire la governabilità del Paese e la sua sicurezza bisogna parlare con i grillini, non con Berlusconi. Auguri a queste «facce di culo », a questi «morti che camminano », a questi «adescatori », secondo la definizione che di loro ha dato Beppe, l’interlocutore preferito.


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Bart