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Così i gesuiti hanno vinto la cattiva fama

15 Marzo 2013

di Giordano Bruno Guerri
(da “il Giornale”, 15 marzo 2013)

Anche se si è fatto chiamare Francesco, il nuovo Pontefice non dimenticherà di essere un gesuita, né che i gesuiti si distinguono soprattutto per la speciale fedeltà al Papa: c’è da credere che la pretenderà anche dagli altri ordini religiosi.
Ma perché i gesuiti godono di tanta cattiva fama fra gli stessi credenti? «Sei un gesuita! » non è un complimento, sta per intrigante ipocrita.

Fondato ufficialmente nel 1540 da Ignazio di Loyola, l’ordine della Compagnia di Gesù si distinse subito per la cultura e lo spirito missionario dei suoi membri, esercitato specialmente nell’evangelizzazione (anche forzata, come in Sudamerica) e nell’educazione dei giovani. Erano pure confessori molto richiesti, perché nel giudicare i peccati sceglievano la soluzione più favorevole al peccatore, e presto divennero l’ordine preferito dai potenti. E potenti, dunque, essi stessi.
Potentissimi, poi, per la loro inflessibile ortodossia, durante la Controriforma. Furono inquisitori spietati, anche nell’uso della tortura. Intellettuali della Chiesa, scatenarono una vera guerra contro gli intellettuali laici: i quali già deboli cortigiani, dettero il peggio di sé. I più si adeguarono adattandosi alla pratica della «doppia morale » che ha tanto successo in Italia: ortodossi in pubblico, polemici in privato. Gli effetti furono pessimi. In Italia, con inquisitori gesuiti, si bruciava Bruno, si teneva Campanella in carcere per più di trent’anni, mentre nei Paesi protestanti si affermava la moderna filosofia idealista. In Europa nasceva la scienza moderna e in Italia si costringeva Galilei a negare la verità delle proprie scoperte. Con l’introduzione dell’Indice dei libri proibiti, fortemente sostenuto dai gesuiti, l’Italia, culla della cultura europea, diventava una colonia culturale. Tra la metà del Seicento e l’inizio del Settecento la cultura e la ricerca intellettuale sembravano avere ormai perduto ogni vitalità sotto il peso opprimente della scolastica, della fossilizzata educazione umanistica impartita dai gesuiti.

Nel 1773 erano 23mila sparsi in tutto il mondo e gestivano 800 scuole – le migliori dell’epoca – con 15mila insegnanti, rigorosi e abili nel gestire il potere. Pronti a ogni sofisma, i gesuiti si davano con particolare energia all’insegnamento per formare sul loro modello le nuove generazioni, secondo il principio «impadronitevi di un’anima a sette anni e sarà vostra tutta la vita ». Duttili e capaci di variare l’offerta a seconda delle necessità, sapevano andare incontro ai gusti popolari, per esempio con l’uso di processioni che è dir poco definire folcloristiche. Le loro chiese diffusero lo stile barocco, che ben prima di chiamarsi tale veniva chiamato gesuita: avevano capito che il popolo doveva essere suggestionato e incantato con la magnificenza stupefacente della casa del Signore. Dal lato opposto si applicarono scientificamente a distruggere la più grande e progressista opera del Settecento, l’Encyclopédie, rivelandone inesattezze ed errori. Attraverso di loro la Chiesa tentò insomma di costituire una propria intellettualità che combattesse e sostituisse quella laica, come nel Medioevo: la cacciata dei gesuiti da quasi tutti i Paesi d’Europa dimostra quanto l’operazione fosse sentita come pericolosa dagli Stati. L’Inghilterra li aveva già espulsi nel 1605, insieme a tutti i cattolici, dopo un attentato al re; un secolo e mezzo dopo vennero espulsi dal Portogallo in seguito a un altro attentato al re: in verità i gesuiti non erano attentatori, ma ormai l’Europa era determinata a sbarazzarsene a qualunque costo. Fra il 1764 e il 1767 furono espulsi da Francia, Spagna, Parma, Napoli, dove il ministro Bernardo Tanucci li definì «un vero canchero del genere umano ». Nel 1773 il francescano Clemente XIV, pressato da quasi tutti i sovrani d’Europa, dovette sciogliere l’ordine. I gesuiti sopravvissero in Polonia e in Russia fino alla ricostituzione dell’ordine, nel 1814.

Purtroppo, i gesuiti venivano ovunque considerati italiani, e in gran parte lo erano. In tutto il mondo si pensava che gli italiani fossero discepoli dei gesuiti. Non era, nel Settecento e nell’Ottocento, una buona immagine. Nella restaurazione seguita alla Rivoluzione francese, i gesuiti ripresero il controllo dell’istruzione pubblica, e ricrearono la spettacolare ed esteriore religiosità di massa: mese mariano, rosari collettivi, culto del Sacro Cuore. In Italia, a Napoli, fondarono anche La Civiltà Cattolica, rivista con la quale da allora comunicano al mondo il loro pensiero. Nel 1853, dopo tre anni, la rivista aveva 13mila abbonati, numero esorbitante per l’epoca, tanto più che gli Stati italiani ne contrastavano in ogni modo la diffusione. Fin dalla nascita La Civiltà Cattolica anticipò e guidò le iniziative politiche dei cattolici italiani, spesso anche prima delle decisioni di Papa e curia. Senza andare troppo per il sottile, i gesuiti bollavano di comunismo tutti i democratici che si opponevano all’ordine costituito, pur di combattere il «mondo moderno », a partire dalla libertà di stampa e dalla democrazia.

Si specializzarono anche nell’attacco agli ebrei, e nella seconda metà dell’Ottocento attribuirono a una congiura ebraica tutti i mali della società moderna, dal liberalismo al socialismo. Nel 1890 diffusero in tutte le parrocchie italiane un opuscolo sulla Questione giudaica in Europa: vi si spiega perché gli ebrei meritino il castigo divino e perché «siano nemici giurati del benessere delle nazioni in cui si trovano ». Di conseguenza gli ebrei «non hanno diritto » a essere trattati come gli altri cittadini. La rivista dei gesuiti era la più autorevole rivista cattolica, quella che dava il «là » alle altre pubblicazioni: i gesuiti riuscirono a diffondere nei credenti la convinzione che gli ebrei non portano niente di buono, e il razzismo fascista ebbe un buon terreno di coltura nel razzismo cattolico.
Auguri, Francesco. Fai onore al tuo nome.


Papa Francesco ha parlato a Roma per unire le Chiese
di Ubaldo Casotto
(da “il Giornale”, 15 marzo 2013)

Il 13 marzo 2013 si è per l’ennesima volta verificata la validità di quanto scrisse Isaia 2700 anni fa: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie ».
L’elezione di Jorge Mario Bergoglio ha colto tutti di sorpresa. Qualcuno che l’aveva detto si trova sempre, molti lo speravano, ma il suo nome appariva al massimo tra gli outsider.
Una sorpresa nella sorpresa è stata l’insistenza, nel suo primo saluto al popolo romano e al mondo, con cui ha parlato di sé esclusivamente come «vescovo di Roma », ha pronunciato la parola «vescovo » ben cinque volte senza mai dire «Papa ». Per indicare il ministero petrino ha usato la formula di sant’Ignazio di Antiochia: la «Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese ».

Nella semplicità con cui si è presentato ai suoi fedeli, ricordando loro che anche Roma è una città da «evangelizzare », Papa Francesco ha lanciato un grande messaggio di unità rivolto a tutti i cristiani, riportando la funzione della Chiesa di Roma al suo fondamento.
Ignazio, morto martire a Roma, è un vescovo del II secolo che con quella formula riconosce un primato alla Chiesa di Roma, già testimoniato nella I lettera di Clemente del 96-98 in cui si parla dell’intervento di Roma nelle questioni interne della Chiesa di Corinto, una preminenza «nella carità » che non è solo di natura esemplare, la parola «agape » usata da Ignazio indica anche la natura comunionale della Chiesa, se non la Chiesa stessa. Ma è importante quella formula, così poco giuridica, perché potrebbe essere accettata anche dal mondo ortodosso, che ha nel primato petrino uno dei suoi punti problematici con la Chiesa cattolica.

Papa Francesco si dimostra in questo in perfetta continuità con il suo predecessore, il quale nel suo primo discorso parlò della tensione «alla piena unità » come del «supremo anelito » di Cristo, di cui il «successore di Pietro sa di doversi fare carico in modo del tutto particolare ». Benedetto XVI si assunse allora «come impegno primario », «ambizione » e «impellente dovere » quello di «lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo », dicendosi «disposto a fare quanto è in suo potere per promuovere la fondamentale causa dell’ecumenismo ».

Il 14 marzo 2007, Benedetto XVI dedicò un’intera udienza a Ignazio di Antiochia, citandolo come il primo che «nella letteratura cristiana, attribuisce alla Chiesa l’aggettivo “cattolica ”, cioè universale », e parlando della Chiesa di Roma negli stessi termini di Papa Francesco: «E proprio nel servizio di unità alla Chiesa cattolica, la comunità cristiana di Roma esercita una sorta di primato nell’amore: “In Roma essa presiede degna di Dio, venerabile, degna di essere chiamata beata… Presiede alla carità, che ha la legge di Cristo e porta il nome del Padre ”. Come si vede – concluse Papa Ratzinger – Ignazio è veramente il dottore dell’unità ».

Di «Chiesa che presiede alla carità, cioè alla Chiesa universale » con il compito dell’unità, parlò anche Paolo VI nella sua omelia di inizio pontificato, e anche allora venne sottolineato che il termine carità supera, senza escluderla, una visione troppo giuridica della Chiesa. Paolo VI fu il Papa che il 7 dicembre 1965 abbracciò il patriarca Atenagora e firmò con lui una dichiarazione che abrogò la scomunica del 1504 conseguenza dello Scisma d’Oriente.
Un Papa di Roma che viene «dalla fine del mondo » e che sin dalla scelta del nome manifesta la sua umiltà e la volontà di essere sostegno alla Chiesa forse riuscirà a realizzare «l’ambizione » del suo predecessore.


La guerra dei vent’anni
di Giorgio Mulè
(da “il Giornale”, 15 marzo 2013)

Cronaca di una persecuzione giudiziaria lunga 20 an ­ni. La persecuzione nei confronti di un imprenditore, Silvio Berlusconi, che da quando, nel 1994, è sceso in campo in politica non ha avuto pace. A raccontarla, nell’intervista al direttore di «Panorama » Giorgio Mulè che qui pubblichiamo integralmente, è lo stesso leader del Pdl, che smonta una per una le accuse che via via gli sono state mosse, dall’avviso di garanzia del ’94 che gli costò il posto di premier sino all’assalto fina ­le di oggi, con i processi a raffica di questi giorni. Il Ca ­valiere lancia pure un appello agli italiani: rileggete la storia d’Italia, dal ’94 è stato un crescendo di infamie.

«Ho un serio problema agli occhi. Il mio stato potrà anche suscitare l’ironia di qualche pubblico ministero, gli farà magari chiedere, e magari a ottenere, una ridicola “visita fiscale ”.

Ma a me non impedisce di vedere bene nel mio futuro: io so che a Milano non ho mai avuto giustizia. Anche per vedere riconosciuta la mia innocenza nei tre attuali processi è probabile che dovrò attendere sino alla Cassazione ma non posso desistere ».
Silvio Berlusconi è battagliero e sorride, quasi ironico, di fronte ai titoli e agli articoli dei «giornaloni » di sinistra. Gli occhi protetti da occhiali scuri, per l’infiammazione e la uveite che lo affliggono da settimane e che si sono riacutizzate negli ultimi giorni. «A procurarmi il “problema ” è stato un simpatico vecchietto, un mio supporter, che nella ressa di un incontro elettorale a Torino, nel tentativo di baciarmi, mi ha invece infilato un dito nell’occhio. Una carezza, in confronto alla statuetta che mi ha colpito in piazza Duomo e che se fosse finita per pochi centimetri sulla fronte mi avrebbe sotterrato… », ricorda il presidente. Poi riflette: «L’odio nei miei confronti è palese. Pensavano di essersi liberati di me e adesso non si rassegnano al fatto che io sia ancora politicamente molto vivo e che la forza del Popolo della Libertà sia più viva che mai. Nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Milano corre voce di un’operazione Craxi 2 che si vorrebbe portare a termine nei miei confronti. Ma le pare che chi ha avuto la responsabilità di rappresentare sul palcoscenico internazionale il suo Paese per quasi dieci anni, che ha avuto l’onore e il privilegio di parlare al Congresso degli Stati Uniti d’America ottenendo il record delle standing ovations nella storia, chi ha presieduto, unico leader nel mondo, per ben tre volte il massimo vertice mondiale, il G8, chi è stato presidente del Consiglio dei capi di Stato e di governo in Europa, chi è stato per più anni presidente del Consiglio nella storia della nostra Repubblica, chi è stato per venti anni il più votato dagli italiani, chi si è fregiato e si fregia della stima e dell’amicizia dei più importanti leader internazionali da Blair ad Aznar, da Bush ad Obama, da Medvedev a Putin, possa davvero fuggire consegnandosi ad una “damnatio memoriae ”? Inimmaginabile. Ero talmente sicuro di poter essere presente in aula, prima di essere costretto a curarmi al San Raffaele, da aver pensato al testo di una mia dichiarazione spontanea. Ai giudici avrei detto: “Il buon senso vorrebbe che io fossi altrove, a rappresentare gli interessi di 9 milioni di elettori. Invece sono qui, da cittadino offeso e indignato per una sentenza politica di primo grado che può essere considerata solo una sentenza, perché capovolge la realtà, offende il buon senso e cancella il diritto ”… ».

IL PROCESSO SUI DIRITTI TV MEDIASET

Nel processo d’Appello concernente l’acquisto di diritti di trasmissioni televisive da parte di Mediaset, il presidente del collegio è Alessandra Galli. È stata lei, il 9 marzo, a volere la controversa visita fiscale sulla malattia agli occhi di Berlusconi (negata appena il giorno prima dal collegio che in un’aula non distante sta giudicando sul caso Ruby), che ha contraddetto la prognosi di assoluto riposo in ospedale prescritta da un luminare dell’oftalmologia come Francesco Bandello. Con sua sorella Carla, a sua volta giudice a Milano, Alessandra Galli è l’erede di Guido, il pubblico ministero milanese che fu una delle grandi vittime del terrorismo rosso: il 19 marzo 1980 un commando di Prima Linea gli sparò tre colpi di fronte all’aula 309 della Statale di Milano, dove insegnava criminologia. Berlusconi scuote la testa: «Conosco la terribile tragedia che ha toccato la dottoressa Galli. Sono sicuro che non vorrà mai infangare il ricordo e l’immagine di un padre eroico con una sentenza assolutamente infondata perché contraria alla realtà: una sentenza che può essere motivata soltanto da un pregiudizio politico che arrivi allo stravolgimento della realtà ». Ma allora ha ancora qualche speranza? «Voglio, devo averla! » sorride amaro Berlusconi, condannato l’ottobre scorso in primo grado a 4 anni di reclusione, più 5 d’interdizione dai pubblici uffici. L’accusa era ed è di evasione fiscale da parte di Mediaset, che si sarebbe servita di una società nella quale, per la Procura, Berlusconi sarebbe stato socio occulto per il 50%, e avrebbe così potuto evadere il fisco per 3 milioni di euro. «Secondo l’accusa – dice Berlusconi – sarei intervenuto appunto per far risparmiare a Mediaset 3 milioni d’imposte nel 2002-2003, anni tra l’altro in cui io ero un operosissimo Presidente del Consiglio. Assurdo, risibile: il mio gruppo in quei due anni versò all’erario 567 milioni d’imposte! Tre milioni sono la metà dell’uno per cento di 567 milioni ma se consideriamo tutte le imposte versate all’erario dall’anno della mia discesa in campo, 3 milioni ne sono la cinquemilionesima parte! Ci sono poi due osservazioni insuperabili. La società di cui sarei stato socio occulto (ma questa è un’invenzione dei pm perché non c’è assolutamente alcuna prova né testimoniale né documentale al riguardo) per vendere i suoi diritti a Mediaset dovette versare, ahimè, al capo dell’Ufficio acquisti diritti una tangente del 10% del prezzo, cioè ben 4 milioni e mezzo di dollari. Allora, primo: se io fossi stato davvero socio del titolare della società, un imprenditore americano di nome Agrama, il mio supposto socio si sarebbe certo rivolto a me per ottenere con una mia telefonata al mio migliore amico, il presidente di Mediaset dottor Fedele Confalonieri o a mio figlio direttore generale di Mediaset di farmi la cortesia di acquistare quel pacchetto diritti, di buoni diritti tra l’altro provenienti in gran parte dalla Paramount, risparmiando così 4 milioni e mezzo di dollari. Naturalmente non essendo socio di Agrama non mi pervenne alcuna richiesta in tal senso. Secondo: se fossi stato davvero socio al 50% della società, Agrama avrebbe dovuto mettermi al corrente di aver dovuto pagare quella tangente così importante del 10% del prezzo al capo ufficio acquisti di Mediaset, una società dove il mio gruppo possedeva allora il 60% del capitale. Conseguenza: Mediaset avrebbe immediatamente licenziato il collaboratore infedele (che tra l’altro acquistava diritti per 750 milioni di dollari all’anno!) e l’avrebbe immediatamente denunciato all’autorità giudiziaria, come infatti avvenne quando il fatto fu conosciuto dai vertici della società. Sembra incredibile vero? Eppure superando queste insuperabili realtà il Collegio di primo grado ha ritenuto incredibilmente di condannarmi ».
In primo grado il dispositivo della condanna fu letto in aula insieme con le motivazioni: un’accelerazione assolutamente anomala, in campo penale, perché di solito fra i due atti trascorrono molti mesi (e a volte anni: nell’ottobre 1994 accadde proprio a Milano nei confronti di Carlo De Benedetti, condannato in primo grado per il crac del Banco Ambrosiano: la sentenza era stata depositata 30 mesi prima, nell’aprile 1992). «Per me i tempi sono stati accorciati in modo del tutto inusuale anche nella fissazione immediata del processo di appello », commenta Berlusconi. «Ora, non voglio credere che i miei giudici stiano correndo verso una condanna prestabilita. Nonostante tutto mi aspetto ancora giustizia almeno da questa corte ». Il processo d’appello sui diritti Mediaset, in realtà, è anche il più rischioso per Berlusconi. Il reato cadrà in prescrizione nel luglio 2014 e il verdetto è previsto per il prossimo 23 marzo; poi si aprirebbe il giudizio in Cassazione. In meno di un anno si potrebbe quindi arrivare a sentenza definitiva, e in caso di condanna l’ex premier sarebbe tagliato fuori dalla vita politica. Ha paura di quel risultato? Alla domanda Berlusconi non risponde direttamente: «Corre voce che nel Palazzo di giustizia di Milano si parla espressamente e senza vergogna di una “operazione Craxi 2 ”. Non sono riusciti ad eliminarmi con il mezzo della democrazia, le elezioni, e ora tornano a provarci attraverso questo uso della giustizia a fini di lotta politica. Sanno che sono io il vero ostacolo sulla strada della sinistra. È sempre e soltanto per questo se, dal marzo 1994 a oggi, ho dovuto subire un incredibile assedio giudiziario: 113 procedimenti di cui 33 processi ultimati senza nessuna condanna, quasi 2.700 udienze, più di due milioni di documenti passati ai raggi X, oltre 300 mila intercettazioni… Non credo sia normale che un uomo arrivi a 58 anni da cittadino e da imprenditore rispettato e stimato e poi, avendo deciso di dedicarsi alla politica sentita come alto servizio ai suoi concittadini e al suo paese, si sia trasformato in un pericoloso criminale al quale sono state mosse quasi tutte le accuse più infamanti contemplate dal codice penale? E con quale risultato? Non un processo, nemmeno uno, ripeto, si è potuto concludere con una condanna ».

IL RISCHIO INTERDIZIONE E L’INELEGGIBILITí€

La statistica è in effetti impressionante e rappresenta un supporto incontestabile alla tesi dell’accanimento giudiziario e dell’ uso politico della giustizia: «In 18 anni ho speso oltre 400 milioni di euro per difendermi » continua l’ex premier. «Per fortuna l’ho potuto fare. Penso invece con angoscia ai cittadini meno attrezzati e meno forti di me, che diventano vittime del tritacarne giudiziario. E credo proprio che nessun uomo pubblico al mondo sarebbe stato in grado di resistere anche solo a un decimo di queste “attenzioni ” senza uscirne sconfitto e travolto ». Il discorso torna così quasi automaticamente al rischio dell’interdizione dai pubblici uffici, alla condanna di primo grado nel processo sui diritti Mediaset, che i difensori di Berlusconi temono possa essere confermata il 23 marzo vista la composizione di sinistra del Collegio. Berlusconi si ripete: «La condanna capovolge la realtà, offende il buon senso, calpesta il diritto. Io non ho mai seguito l’acquisto di diritti televisivi di film e telefilm. Non mi sono mai occupato di bilanci, né di dichiarazioni fiscali. Dal 1994 ho cessato ogni ruolo in Fininvest e in Mediaset, che è stata fondata e quotata in borsa dopo la mia discesa in campo del ’94, non ho mai ricoperto alcuna carica. Negli anni di cui trattasi operavo a tempo pieno come presidente del Consiglio e la Cassazione lo ha riconosciuto in due procedimenti paralleli a Roma ».

IL PROCESSO UNIPOL E IL NASTRO SU FASSINO

Si vedrà. Ma a Milano altri due processi corrono come treni contro Silvio Berlusconi. Si è appena concluso con una condanna a un anno senza condizionale il primo grado per la violazione del segreto istruttorio sull’intercettazione tra Piero Fassino, allora segretario dei Ds, e Giovanni Consorte, top manager dell’Unipol pubblicata dal Giornale nel dicembre 2005, quando, pur di pubblico dominio, era ancora teoricamente coperta da segreto istruttorio. L’intercettazione rivelava l’interesse dei vertici del Partito democratico («Allora, abbiamo una banca! ») nella scalata Unipol alla Banca nazionale del lavoro sconfessando totalmente le dichiarazioni di Bersani e degli altri leader postcomunisti sul fatto di non essersi mai interessati a istituti di credito (posizione letteralmente ribadita in occasione dello scandalo del Monte dei Paschi di Siena). Niccolò Ghedini, difensore del Cavaliere, ha ricordato polemicamente che «si tratta dell’unico processo aperto in Italia per questo tipo di reato » e che «sono anni che vengono pubblicati intercettazioni e verbali di Berlusconi, coperti dal segreto istruttorio, nel più totale disinteresse della magistratura ». Anche Berlusconi contesta il paradosso: «Sono stato oggetto di migliaia di articoli di giornali e di trasmissioni in tv. Hanno propagato ogni e qualsivoglia notizia d’indagine coperta da segreto istruttorio o dal divieto di pubblicazione. Contro questa pratica ho presentato decine di denunce, ma mai si è arrivati a un processo. Mai. In un caso hanno addirittura addotto lo smarrimento dei fascicoli con le mie querele! Questa sentenza è davvero un’assurdità. Per la pubblicazione dell’intercettazione tra Fassino e Consorte sul Giornale, su cui io non esercito alcun controllo, senza neppure portare a processo il direttore responsabile dell’epoca, mi si condanna perché avrei ascoltato l’intercettazione ed avrei concorso alla sua pubblicazione sul Giornale. Non è vero. Non ho mai voluto ascoltare una intercettazione perché considero le intercettazioni una intrusione barbara nella privacy dei cittadini ed ho personalmente redatto un disegno di legge che, sull’esempio di quanto succede nei paesi civili, non devono poter valere come prova nei processi, né per l’accusa, né per la difesa, in quanto facilissimamente manipolabili. In più tutti i testimoni hanno escluso che io abbia avuto un ruolo nella sua pubblicazione ».

IL PROCESSO RUBY E LA SENTENZA IN ARRIVO

Le intercettazioni sono indubbiamente la croce dell’ex premier. Soltanto per le indagini preliminari nell’inchiesta sul caso Ruby sono state almeno 150mila le telefonate controllate dalla magistratura. Il processo che ne è scaturito a Milano, dal febbraio 2010, è stato quello che più di ogni altro è servito a denigrare l’immagine dell’allora presidente del Consiglio. La doppia accusa, concussione e prostituzione minorile nei confronti della giovane marocchina Karima El Mahroug, alias Ruby, dovrebbe arrivare alla sentenza di primo grado il prossimo 18 marzo. Berlusconi la definisce una mostruosa operazione di diffamazione nazionale ed internazionale e ne parla come dell’ennesimo paradosso. La ragazza, da parte sua, ha dichiarato che Berlusconi è stato l’unica persona che l’ha generosamente aiutata (57mila euro per consentirle di entrare come partner al 50% in un centro estetico di una sua amica in Via della Spiga a Milano) e ha negato ogni rapporto intimo col Cavaliere. Berlusconi da parte sua ha sempre negato ogni possibile «ineleganza » in serate conviviali, giocose, divertenti, alle quali tra l’altro, volevano partecipare ospiti occasionali di una sola volta e in cui tutti potevano fotografare e registrare col telefono qualsiasi accadimento. Nelle serate del mitico bunga-bunga ad Arcore, si impunta Berlusconi, «mai, mai, mai si sono verificate situazioni volgari o scandalose per alcuno dei miei ospiti ». Ed ha, del resto, gioco facile nel ricordare la piena trasparenza della sua vita privata: «La mia esistenza – dice – è sempre stata oggetto di una spasmodica, maniacale attenzione mediatica. Di fronte ai cancelli di tutte le mie residenze, giorno e notte, stazionavano i carabinieri e frotte di fotografi e cameramen ». Sotto un faro così potente e indagatore, insomma, sarebbe stato impossibile adottare comportamenti inappropriati. «Ripeto: mai è stato chiesto agli ospiti di consegnare i telefonini per evitare registrazioni o fotografie, perché nulla d’irriferibile poteva accadere a casa mia ». Quanto alla telefonata del 27 maggio 2010 in questura, che per l’accusa configura una concussione nei confronti dei funzionari di polizia, «indotti » ad affidare Ruby ad una persona maggiorenne e incensurata. Questa, tra l’altro, come testimoniato dai funzionari stessi della Questura è la prassi seguita in tutti i casi non essendo la Questura attrezzata ad ospitare una minorenne durante la notte, una minorenne che era stata trattenuta in questura solo perché sprovvista di documenti di identità ed in attesa di una completa identificazione che avvenne regolarmente. Berlusconi è altrettanto netto: «Se davvero avessi avuto la preoccupazione che Ruby fosse in qualche modo “pericolosa ”, come sostiene l’accusa, allora mi sarei attivato anche la settimana successiva al 27 maggio, quando ebbi notizia che la ragazza stava ancora per essere affidata a una comunità-famiglia di Genova ». Invece, una volta appurato che Karima-Ruby gli aveva mentito sulla propria origine e anche sull’età, Berlusconi conferma di avere interrotto ogni rapporto con lei.

IL PROCESSO A NAPOLI PER IL CASO DE GREGORIO

Resta l’ultimo, sgradevole capitolo giudiziario. A Napoli il pm Henry John Woodcock indaga sulla presunta corruzione dell’ex senatore Sergio De Gregorio che pochi giorni fa, ha improvvisamente e imprevedibilmente denunciato ai pm di Napoli di aver ricevuto ben 3 milioni da Forza Italia e da Berlusconi (2 dei quali in nero) per fare cadere il governo Prodi. «Ancora un’invenzione: con De Gregorio Forza Italia stipulò un accordo pubblico alla luce del sole, depositato al Senato e alla Camera dei Deputati, in base al quale Forza Italia riconosceva un contributo economico di un milione di Euro al suo movimento “Italiani nel mondo ” per la promozione della coalizione deimoderati nei Paesi del Sud America in preparazione dellesuccessive elezioni. Non vi fu alcuna richiesta successiva da parte di De Gregorio e comunque se vi fosse stato un motivo per un ulteriore riconoscimento di due milioni non si vede una possibile ragione per cui questo versamento non avrebbe potuto aggiungersi alla luce del sole al versamento già effettuato di un milione aumentando ad esempio le spese per la promozione elettorale del Sud America, con l’apertura di più sedi o altro. Perché in nero? Perché in contanti? Perché addirittura attraverso un terzo? Davvero impossibile! ». E perché ora mentirebbe? «De Gregorio ha barattato il suo “non arresto ”, la sua libertà personale con i pm di Napoli, contro dichiarazioni compromettenti su di me » sottolinea Berlusconi e ricorda la richiesta d’arresto avanzata nell’aprile 2012 contro il senatore proprio dalla Procura di Napoli, che lo iscrisse nel registro degli indagati per una presunta appropriazione indebita di 20 milioni di euro, sottratti ai finanziamenti pubblici del quotidiano L’Avanti!. Quella richiesta d’arresto fu respinta dal Senato: «Ma adesso » continua Berlusconi «De Gregorio è a rischio perché, non essendo stato ricandidato, sta per decadere dalla carica di senatore; per questo si è inventato e ha raccontato ai pm napoletani l’esatto contrario di ciò che aveva più volte dichiarato in Parlamento, in cento interviste e perfino in molte dichiarazioni trascritte in precedenti atti giudiziari. Evidentemente lui preferisce farsi condannare con un procedimento abbreviato a uno o due anni con la condizionale, piuttosto che finire in galera. In cambio della libertà, quindi, ha raccontato queste menzogne contro di me: così funziona la giustizia in Italia, aveva preannunciato questo suo comportamento in tre visite al nostro coordinatore Verdini e all’avvocato Ghedini. Aveva detto di essere in grave difficoltà, di avere assoluto bisogno di 10 milioni di euro, in parte per pagare dei debiti ed evitare la bancarotta e in parte per recarsi in un altro paese e ricostruirsi una nuova vita. Alle risposte necessariamente negative dei nostri due rappresentanti, se ne era andato sbattendo la porta e minacciando di raccontare ai pm, che insistevano in questa direzione, quelle menzogne che poi in effetti ha raccontato davvero per scampare alla prigione. È il solito metodo usato “ad personam Berlusconi ” da vent’anni a questa parte da certi pubblici ministeri ed è semplice: il testimone viene intimidito, al punto di minacciarlo della privazione della libertà o se già in carcere promettendogli la liberazione se accusa Berlusconi di qualche comportamento delittuoso. Questa malagiustizia va fermata. Questi sistemi non sono da Paese civile e democratico e non devono essere mai più consentiti. In un Paese come questo è davvero difficile se non impossibile sentirsi sicuri. Se vieni messo nel mirino da un pm qualsiasi sei davvero finito. Per questo mi batterò fino in fondo e con tutte le mie forze affinché l’Italia esca da questa barbarie e torni ad essere uno Stato di diritto amico e protettore dei suoi cittadini ».

IL PRECEDENTE DEL ’94 E L’APPELLO AGLI ITALIANI

Un ultimo ragionamento prima del commiato: «Invito tutti a rileggere la storia d’Italia dal 1994 in poi. Appena eletto, s’inventarono contro di me un’ accusa di corruzione che portò alle dimissioni del governo da me presieduto e che si risolse, ovviamente, ma molti anni dopo, nel nulla giudiziario con la più ampia delle formule di assoluzione. Da allora è stato un crescendo di infamie. Si è passati all’aggressione del mio patrimonio sempre per via giudiziaria con la rapina del secolo, i 564 milioni di euro che ho dovuto versare alla tessera numero 1 del Pd, Carlo De Benedetti. Mi si è stati sempre addosso con una infinità di processi nel tentativo di togliermi serenità e tempo. E in effetti ho dovuto sempre lavorare nei pomeriggi dei miei sabati e delle mie domeniche con i miei avvocati per preparare le più di 2.500 udienze che si sono tenute nei vari procedimenti. Si è passati per ultimo, a rovinarmi l’immagine in Italia, in Europa e nel mondo, con l’invenzione di un bunga-bunga scandaloso. Ora si è al tentativo finale, si vuole togliermi il diritto di servire il mio Paese e addirittura il principale dei diritti di un uomo, quello della libertà si spera magari di spingermi all’esilio. Non ci riusciranno, sono sicuro che gli italiani non lo permetteranno e, per quanto mi riguarda, io mi sento un missionario della democrazia e della libertà e i combattenti della libertà non si arrendono mai ».


La sfida di Bersani a Napolitano
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 15 marzo 2013)

È la strategia della disperazione quella che viene portata avanti da Pier Luigi Bersani e dai suoi sostenitori. Il segretario del Pd non si rassegna alla sconfitta elettorale. Non intende in alcun modo uscire di scena passando la mano nel partito e rinunciando per sempre al sogno di sedere a Palazzo Chigi. Per questo il suo unico obbiettivo è il voto anticipato a giugno. Perché se si dovesse tornare alle urne alla fine della primavera il Pd non potrebbe celebrare il congresso destinato a giubilarlo. E, soprattutto, non ci sarebbe il tempo necessario per tenere quelle primarie con cui il suo competitore interno Matteo Renzi conta di rottamarlo, diventare il candidato premier della sinistra e conquistare la leadership del partito. Il disegno di Bersani è ormai chiaro in ogni suo aspetto. Per provocare le elezioni a giugno deve fare terra bruciata di fronte ad ogni ipotesi di governo diverso da quello irrealizzabile tra Pd e grillini.

Di qui la scelta di surriscaldare al massimo il quadro politico decidendo di rompere ogni tipo di possibile rapporto con il Pdl attraverso la criminalizzazione del suo leader Silvio Berlusconi e dell’intero centrodestra . E sempre di qui il corteggiamento, apparentemente assurdo visto che viene fatto a chi reagisce con insulti e ribaltando completamente la linea politica tenuta in campagna elettorale, nei confronti del Movimento Cinque Stelle. Più Bersani rincorre Grillo, più rende impossibile ogni ripresa di dialogo non solo con il centrodestra ma anche con i centristi di Mario Monti. Cioè azzera in anticipo ogni residua speranza di evitare le elezioni anticipate con un governo del Presidente, di scopo, di responsabilità o semplicemente balneare, che serva a cambiare la legge elettorale, assumere i provvedimenti economici indispensabile per ridurre la tensione della crisi e portare il paese alle urne in autunno o in concomitanza con le europee del prossimo anno. Per perseguire il proprio scopo Bersani ha giocato e si appresta a giocare ogni carta utile.

Dal sostegno al candidato grillino alla Presidenza della Camera alla mobilitazione dei soliti intellettuali organici e degli ancora più soliti magistrati organici presenti nelle Procure e nel Consiglio Superiore della Magistratura. In più, sempre per avere la garanzia assoluta di poter avere dal successore di Giorgio Napolitano un immediato scioglimento delle Camere per il voto a giugno, si prepara a puntare su quel Romano Prodi che pur di concretizzare il vecchio sogno di installarsi al Quirinale sarebbe disposto a sciogliere anche gli elmi dei corazzieri. Ma l’interesse personale di Bersani non coincide in alcun modo con l’interesse generale del paese. Al contrario, rappresenta un macigno posto in maniera irresponsabile sulla strada del tentativo di fronteggiare la crisi senza inutili perdite di tempo, una spinta verso un disastro che non colpirebbe solo la società italiana ma che lo stesso Pd destinato a polverizzarsi per seguire l’avventurismo del proprio attuale segretario. Come ogni strategia della disperazione, però, anche quella di Bersani presenta un punto di debolezza.

Che è rappresentato dalla sfida implicita che tale strategia lancia al Presidente della Repubblica in carica legittimamente preoccupato della crisi incombente e giustamente deciso a subordinare gli interessi dei singoli a quelli generali del paese. Come può Napolitano reagire a questa sfida che, come si è visto con il comportamento dei magistrati organici del Csm, assume aspetti anche apertamente offensivi nei confronti del Capo dello Stato? La risposta può venire solo dall’esito delle consultazioni. Dalla constatazione che l’esponente del partito di maggioranza assoluta alla Camera e relativa al Senato non è in grado di formare alcun governo stabile ma solo un esecutivo di minoranza. E dalla decisione, inevitabile visto il no di Pdl, Scelta Civica e dello stesso M5S al governo minoritario del Pd, di saltare l’inutile passaggio dell’esplorazione a Bersani e di puntare subito sul governo di scopo a termine ed a guida istituzionale. Questo significa che Napolitano deve liquidare Bersani aprendo di fatto la battaglia interna del Pd per il nuovo segretario e la nuova leaderschip? Significa proprio questo. E nessuno dubita che recuperando un pizzico della cattiveria tipica della vecchia guardia del Pci, l’ex leader migliorista non sappia e non possa farlo per il bene del paese!


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Bart